https://www.arezio.it/ - rNEWS lo Spazio Informativo a Disposizione di Tutti
rNEWS lo Spazio Informativo a Disposizione di Tutti
Sabato, 31 ottobre 2020 | rNEWS

rNEWS è lo spazio informativo, creato all'interno del blog di Arezio che mette in evidenza, senza veli o filtri, gli articoli ritenuti interessanti nel campo dell'economia circolare, l'ambiente, il riciclo, la sostenibilità, l'energie rinnovabili e la cultura della sostenibilità. Gli articoli avranno un taglio divulgativo, non commerciale e saranno scelti tra quelli pubblicati in rete che siano aderenti allo spirito del portale così da creare un contenuto indipendente a disposizione dei clienti.Agli iscritti alla piattaforma è possibile intervenire alla vita di questa sezione attraverso la pubblicazione di un articolo, in modo gratuito, nel rispetto delle regole di divulgazione senza fini commerciali.Nell'articolo pubblicato verranno sempre citate le fonti e l'autore, che rimarrà sempre proprietario dei contenuti.  La direzione si riserva la facoltà di accettare, ridurre o escludere articoli se questi non sono in linea con lo spirito del portale.Se desideri inviare un articolo per la pubblicazione clicca qui.Buona lettura!

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https://www.arezio.it/ - Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non Vostra
Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non Vostra
Martedì, 20 ottobre 2020 | Ambiente

Che l’elezione del presidente Bolsonaro fosse una pessima notizia per la tutela dell’ambiente era una cosa risaputa ma che a soli nove mesi dall’elezione fosse riuscito a collezionare un disastro ambientale in Amazzonia di queste proporzione nessuno sarebbe riuscito a prevederlo. Nella sua politica liberistica coniuga ignoranza sui temi scientifici legati alle risorse ambientali, necessari per la sopravvivenza degli stessi Brasiliani, ad una certa arroganza condita con una lungimiranza politica al quanto discutibile.  Dare a Macron del colonialista a seguito del tentativo del presidente francese di far capire l’ovvio a Bolsonaro sembrerebbe una scenetta teatrale poco degna di uno statista.  Il business di togliere la terra alla foresta, tramite il fuoco, per permettere agli allevatori di estendere i pascoli intensivi allo scopo di sostenere un’attività, quella della produzione di carne, di per sé tra le maggiori attività inquinanti al mondo, comporta un incomprensibile disegno di autodistruzione che anche i bambini possono facilmente comprendere.  La politica del presidente Bolsonaro evidentemente non arriva a tanto, ma preferisce accusare le associazioni ambientalistiche degli incendi con lo scopo di farsi pubblicità o lamentarsi che non ha i mezzi per poter contenere il fuoco nel suo paese.  Come sempre, dove la politica non ragiona per il bene dei propri cittadini, sono i cittadini del mondo che possono condizionare e boicottare pacificamente gli interessi economici che sono alla base di questi disastri.  Come? Semplicemente continuare a preferire nei propri acquisti prodotti che vengano da filiere alimentari che non abbiano creato danni all’ecosistema.  Ricordandoci sempre che la produzione di ossigeno che viene dall’Amazzonia copre il 20% del nostro fabbisogno mondiale e che l’anidride carbonica immessa in atmosfera tramite questi incendi andrà a pesare in modo importante sul riscaldamento globale, che a catena velocizzerà tutta una serie di conseguenze ambientali già molto gravi, sarebbe importante che ognuno facesse la propria parte per contrastare l’accelerazione dell’implosione della specie umana.

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https://www.arezio.it/ - L’Involuzione del Mercato del Riciclo della Plastica
L’Involuzione del Mercato del Riciclo della Plastica
Martedì, 20 ottobre 2020 | Economia circolare

Il mercato del riciclo della plastica, e le sue imprese, stanno soffrendo sotto il fuoco incrociato di amici, veri o presunti e di nemici dichiarati, con la conseguenza che un intero comparto dell’economia circolare rischia di sparire o ridursi notevolmente con tutte le implicazioni ambientali che possiamo immaginare.  I riciclatori sono gente un po' controcorrente, hanno iniziato la loro attività raccogliendo la plastica che veniva gettata come rifiuto dalla società, visti un po' come un comparto sporco, povero e senza importanza. Hanno trasformato questo business da poveri in un mercato maturo economicamente, tecnologicamente ed ecologicamente virtuoso, molto prima che i nomi altisonanti della filiera produttiva se ne attribuisse i meriti. Hanno sopportato gli sterili attacchi dell’opinione pubblica, invaghita dei messaggi sull’abolizione della plastica che cavalcava la crociata contro il mare inquinato, come se fosse colpa della plastica e non di chi la disperde nell’ambiente. Hanno continuato a riciclare, dare lavoro, pagare le tasse e ripulire il pianeta, in silenzio, con ostinata convinzione che fossero sulla strada giusta, nonostante tutto. Ma quando le loro attività hanno assunto una dimensione importante nel mercato della plastica, dopo grandi investimenti, fatica, studi e progressi, si sono trovati difronte a ostacoli difficili da sormontare: • Il prezzo delle materie prime vergini è crollato ad un punto per cui alcune materie prime riciclate costano di più di quelle vergini, con la conseguenza del crollo della domanda. • A causa della riduzione di redditività del comparto del riciclo gli investimenti rimangono limitati e il rifiuto plastico sul mercato non trova sempre la giusta collocazione. • I costi per il ciclo del riciclo rimangono elevati, anche a causa dell’alto costo dell’energia, impedendo un maggiore ampliamento delle vendite della materia prima. • La competizione di prezzo con le materie prime vergini non imprime una spinta all’economia circolare nei paesi in via di sviluppo con conseguenze ambientali negative. • Una carenza politica diffusa a supporto del riciclo delle materie plastiche che impongano l’uso della plastica riciclata sempre più ampia nei prodotti in cui è possibile usarla. • Una mancanza di sostegni economici al comparto del riciclo che gli permetta di sostenersi e di compiere quell’opera sociale e ambientale di cui i cittadini hanno diritto. Ma risolvere questi problemi non esaurisce i compiti per arrivare all’applicazione della circolarità dei rifiuti plastici, se non si spinge ulteriormente sul riciclo chimico, per quella percentuale di plastica non riciclabile, sulla creazione di imballi al 100% riciclabili e sull’energia rinnovabile che deve essere a disposizione dell’industria a costi contenuti.

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https://www.arezio.it/ - Come combinare la polvere del vetro e la polvere del pet in una materia prima
Come combinare la polvere del vetro e la polvere del pet in una materia prima
Lunedì, 19 ottobre 2020 | Economia circolare

Riutilizzo della polvere di vetro di scarto in un’ottica di economia circolare La polvere di vetro è uno scarto che si genera nella filiera produttiva del riciclo del vetro che, per le sue quantità e per lo scarso campo applicativo in ricette che possono generare prodotti finiti, crea un problema di smaltimento e riuso. Tra le varie sperimentazioni che si sono fatte negli anni, forse quella dell’impiego come materiale inerte nelle miscele di malte e calcestruzzi ha trovato uno sbocco che permette la realizzazione di cordoli stradali, paratie di contenimento anche in virtù di una buona inerzia chimica e della bassa porosità del composto. Un altro campo di utilizzo da citare sono le miscele cementizie adatte alla creazione di pietre artificiali d’arredo. Si sono inoltre effettuati tests, presso il dipartimento di Ingegneria dell’Università di Bologna, su malte polimeriche con frazioni di polvere di vetro e rottami di vetro, con granulometria differenti, utilizzando come legante una resina di poliestere. Le prove sono state eseguite campionando ricette composte da sabbia e resina in poliestere e da ricette composte da poveri o rottami di vetro e resina di poliestere. La comparazione dei risultati delle prove a flessione e compressione dei provini ha sottolineato che le malte polimeriche composte scarti vetrosi hanno una resistenza a compressione superiore al 10% e a flessione del 22% rispetto ai campioni composti da malte polimeriche e sabbia. La polvere di vetro viene usata anche nel campo della ceramica, nei mattoni in laterizio e nelle vetro-schiume come elemento inerte dell’impasto in sostituzione degli inerti naturali con un risparmio in termini di consumo delle risorse naturali. Le caratteristiche del rottame di vetro, dal punto di vista della stabilità chimica, delle qualità ignifughe e della resistenza meccanica, permette l’uso come stabilizzante nelle ricette di tutela di elementi pericolosi come l’eternit, le ceneri volanti degli inceneritori, nelle polveri di abbattimento fumi, nelle scorie delle acciaierie, nei fanghi di levigatura, ecc.. al fine di creare un materiale vetroso inerte. Ma in un’ottica di economia circolare il passo più importante è stato compiuto attraverso la creazione di una miscela di elementi di scarto nelle lavorazioni industriali, di cui uno di questi si può proprio definire lo scarto dello scarto. Mi riferisco alla polvere del PET che si accumula nella fase di riciclo delle bottiglie per le bevande o altri involucri. L’idea vincente di miscelare polvere di vetro e polvere di PET permettendo di creare una nuova materia prima che, per caratteristiche fisico-chimiche, è adatta a replicare, sia per forma che per caratteristiche, le pietre naturali. Inoltre la termoplasticità del PET, che permette la creazione di disegni, rilievi e si adatta facilmente ai colori, rende idoneo questo composto alla creazione di top per le cucine e per i rivestimenti interni ed esterni. L’ingegno e la genialità delle persone ci danno una fotografia di come cammina la nostra società di fronte alle sfide che l’economia circolare ci pone: troviamo persone che non conoscono ancora come si deve effettuare la separazione dei rifiuti in casa, persone che continuano a gettare rifiuti nell’ambiente, persone che spingono la classe politica a investire maggiormente nel riciclo di plastica, vetro, metalli, carta, legno e scarti elettronici e altri materiali, e infine ci sono persone che sono un passo avanti e si occupano di trovare soluzioni per l’utilizzo dei rifiuti dei rifiuti.

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https://www.arezio.it/ - Negazionismo e Razzismo Ambientale: I Modelli Americani
Negazionismo e Razzismo Ambientale: I Modelli Americani
Lunedì, 19 ottobre 2020 | Storia

La storia ci ha insegnato come le comunità nere sono state usate per riparare alcuni disastri ambientali Le guerre, come si sa, fanno sempre molti morti, ma gli strumenti per combatterle non sempre contemplano le armi. La finanza e l’industria usano strumenti meno eclatanti e rumorosi per ottenere, a volte, le stesse perdite di vite umane. Tutto iniziò nel 1982, quando un produttore di trasformatori elettrici decise di disfarsi dei propri rifiuti composti da PCB, che causarono varie forme di cancro nella popolazione in un’area di 300 km. intorno all’azienda. Quando lo scandalo emerse, lo stato della Carolina del Nord dovette ripulire l’area e scegliere un luogo dove collocare i rifiuti pericolosi. L’area scelta fu Warren, una piccola comunità Afro-americana, proprio per il colore della pelle dei suoi abitanti e per il basso tenore di vita, contadini probabilmente dalla bassa scolarizzazione, che faceva presumere l’accettazione incondizionata delle scorie pericolose. Ma cos’è il PCB? I PCB sono una miscela di diversi isomeri, insolubili in acqua, che vengono utilizzati negli oli e impiegati nei grandi condensatori e trasformatori elettrici, in virtù della loro elevata resistenza alle alte temperature e come isolanti elettrici. La loro tossicità venne studiata, a causa dell’aumento dei casi di eruzioni cutanee, malattie del sangue e di cancro al fegato, in alcune aree industriali dove veniva fatto uso del PBC. Nonostante dagli anni 70 dello scorso secolo, questo tipo di fluido chimico sia andato progressivamente fuori produzione a causa dell’alta tossicità, l’episodio accaduto a Warren, al di là dei problemi sanitari riscontrati, fece emergere un movimento di protesta che sottolineava l’uso del razzismo ambientale per la risoluzione dei problemi legati all’ecologia. Nonostante le proteste da parte dei cittadini e la causa intentata, il sito fu decontaminato solamente nel 2000 e l’azione legale finì in un nulla di fatto. Nella contea di Warren, vicino alla discarica, abitavano fino al 78% di afro-americani e la violazione del diritto alla loro salute fece nascere in quegli anni il movimento per la giustizia ambientale, che si proponeva non solo di combattere le fonti di inquinamento industriale e le discariche, ma si poneva anche l’obbiettivo di difendere la popolazione afro-americana dalle pressioni per delocalizzare le produzioni inquinanti e i rifiuti pericolosi nelle aree in cui abitavano, senza coinvolgerli nelle scelte. Il movimento assunse un valore politico e cercò di analizzare I motivi e le implicazioni che le decisioni di installare delle discariche e delle produzioni pericolose, arrecassero alla popolazione nera. Nel 1987, lo studio ToxicWaste and Race in the United States, realizzato dalla Chiesa progressista nera United Church of Christ, aveva evidenziato che la razza era il principale fattore di scelta per la localizzazione di una discarica pericolosa, come successe per Warren, parlando così di razzismo ecologico. La questione razziale non era probabilmente sentita all’interno dei movimenti ambientalisti tradizionali, come il Sierra Club, la Audubon Society, la Wilderness Society, il WWF e l’Environmental Defense Fund che, in quegli anni, poco tolleravano la vicinanza ai movimenti ambientalisti neri, tanto che, spesso, disertavano le loro marce di protesta. Non dobbiamo però pensare che il problema del razzismo ambientale sia da confinare solo negli Stati Uniti, ma viene espresso anche in Gran Bretagna e in Francia, in cui non solo il colore della pelle costituiva il fatto denigratorio, ma le classi sociali e le condizioni economiche dei residenti. Foto: Greg Gibson / AP

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https://www.arezio.it/ - Trash: il Film che Racconta il Riciclo ai Bambini
Trash: il Film che Racconta il Riciclo ai Bambini
Lunedì, 19 ottobre 2020 | Notizie Generali

Il problema dei rifiuti, dell’inquinamento dei mari e le problematiche ambientali sono su tutte le TV del mondo e si leggono quotidianamente in rete. Non è sempre facile far capire ai bambini che si può e si deve fare tutto il possibile per preservare il nostro pianeta, senza spaventarli e senza scadere in una sterile lezione di educazione ambientale che rischia di non creare quell’empatia tanto cara ai giovani. Ci sono riusciti Luca della Grotta e Francesco Dafano, attraverso una fiaba che tocca il cuore, raccontando in modo animato e divertente le problematiche dei rifiuti che la società produce, ma anche di sostenibilità e di riciclo. In questo cartoon i protagonisti sono proprio i rifiuti, in un mondo difficile in cui vivere, raccontando loro stessi, con un misto di frustrazione per la loro condizione e, nello stesso tempo, di speranza per un mondo migliore dove ogni rifiuto buttato potrebbe avere una seconda possibilità. Slim è una scatola di cartone usata e Bubbles una bottiglia di bibita gassata, vivono in un mercato con altri amici emarginati, nascondendosi dai Risucchiatori, le macchine aspiranti degli addetti alle pulizie. Nonostante la condizioni in cui vivono, sperano di poter raggiungere la Piramide Magica, un luogo dove ogni rifiuto può tornare a vivere e ad essere utile alla comunità. Sembra che gli eventi della vita impedisca loro di coronare questo sogno, quando, un imprevisto cambierà il loro destino.

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https://www.arezio.it/ - BlackRock: Fondo da 900 Milioni di Dollari Dedicato all'Economia Circolare
BlackRock: Fondo da 900 Milioni di Dollari Dedicato all'Economia Circolare
Lunedì, 19 ottobre 2020 | rNEWS

Abbiamo affrontato in passato, in un articolo,  il lento ma progressivo interessamento della finanza alle attività imprenditoriali che tengano conto del loro impatto ambientale e di come alcune società finanziarie, banche comprese, si stiano muovendo a concedere o revocare finanziamenti in base proprio alla sostenibilità dell'attività. Il fondo BalckRock, che siede in vari consigli di amministrazione societari, non è nuovo a queste iniziative al punto che ha deciso di gestire capitali direttamente collegati al mondo dell'economia circolare, come viene riportato in questa nota dell'ANSA.Il fondo di BlackRock dedicato all'economia circolare ha raccolto in un anno oltre 900 milioni di dollari. Lo annuncia il colosso dei fondi Usa ricordando che il BlackRock Circular Economy Fund era stato istituito nell'ottobre 2019 in collaborazione con la Fondazione Ellen MacArthur (EMF). Il Fondo ha identificato tre gruppi di aziende leader nell'economia circolare, incluse nel portafoglio d'investimento:  facilitatori, ovvero società che forniscono soluzioni innovative e all'avanguardia, pensate per promuovere in modo diretto la circolarità fra le aziende e i consumatori; adottatori, cioè le società che adottano i principi dell'economia circolare in modo da ottenere un notevole impatto positivo sul proprio valore; beneficiari, ovvero società che forniscono materiali o servizi alternativi, che contribuiscono all'economia circolare. "E' incoraggiante notare l'incremento, anno dopo anno, del numero di aziende che pubblicano volontariamente i risultati delle proprie attività in ambiti come l'inquinamento da plastica, la durata dei prodotti o il ricorso a processi di riciclaggio e fonti rinnovabili", dice Evy Hambro, Responsabile globale dell'investimento tematico e settoriale di BlackRock. "Stiamo entrando in una nuova fase di ripresa e rigenerazione, in cui le iniziative legate all'economia circolare, insieme all'innovazione e alle infrastrutture sostenibili, svolgeranno un ruolo prioritario fra gli investitori, alla luce delle opportunità di generazione di valore che offrono.", ha affermato Thomas Fekete, Responsabile per la regione EMEA della Strategia e dei prodotti d'investimento sostenibile di BlackRock. 

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https://www.arezio.it/ - Fusione nucleare: si può parlare di energia rinnovabile?
Fusione nucleare: si può parlare di energia rinnovabile?
Domenica, 18 ottobre 2020 | Energie Rinnovabili

La costruzione del reattore Tokamak in Francia lascia grandi speranze Tokamak è un mega reattore nucleare in fase di costruzione nel sud della Francia e precisamente a Saint Paul Lez Durance in base all’accordo siglato nel 2005 tra Unione Europea, Stati Uniti, Svizzera, Russia, Giappone, India e Corea del Sud. E’ già stato definito il progetto energetico del secolo in quanto ha l’obbiettivo di produrre energia nucleare pulita. Come funziona la fusione nucleare? A differenza del processo produttivo fino ad oggi utilizzato nelle centrali atomiche per la produzione di energia, che si basa sulla fissione nucleare, cioè la creazione energetica attraverso la separazione degli atomi, il nuovo concetto espresso da Tokamak sarà basato sul processo di fusione degli stessi, creando almeno 10 volte l’energia che si produceva attraverso la fissione nucleare. Il processo avviene attraverso il riscaldamento del gas idrogeno a 100 milioni di gradi, trasformandolo allo stato di plasma, controllato da enormi magneti che ne seguono l’evoluzione finchè gli atomi di questo plasma si fondono tra loro liberando energia. Il plasma può essere considerato come il quarto stato della materia, accostabile a quello liquido, gassoso e solido. Perché si parla di energia pulita? Il processo della fusione nucleare da degli indubbi vantaggi per la gestione delle scorie radioattive in quanto se prendiamo in considerazione le scorie provenienti dalla fissione nucleare, sappiamo che per circa 3000 anni restano radioattive, mentre quelle derivanti dalla fusione nucleare già al 12° anno avranno dimezzato i loro effetti radioattivi. Non c’è dubbio che gli studi sul riutilizzo delle scorie prodotte dalle future centrali a fusione nucleare devono essere ancora completati per cercare la via di inertizzare la radioattività al loro interno e soprattutto per riutilizzare il materiale di scarto nei nuovi processi produttivi. Solo allora si potrà parlare di energia rinnovabile da fusione nucleare. C’è comunque un cauto ottimismo sulla possibilità di giungere, alla fine di questo iter scientifico, ad una risposta positiva in termini di economia circolare delle scorie. Quando potrà entrare in funzione Tokamak? Lo stato costruttivo della centrale ha visto quest’anno la fine dei lavori edili primari necessari ad accogliere il mega reattore il quale è in fase di costruzione ed è giunto a circa il 60% del suo cammino costruttivo. Se il processo di realizzazione di Tokamak non troverà impedimenti, l’accensione all’interno della centrale dovrebbe avvenire nel 2025. Ci vorranno ancora alcuni decenni prima che l’energia atomica prodotta con la fusione nucleare sia adottata su larga scala nel mondo, considerando che l’investimento, fatto in Francia dal team di paesi, raggiungerà i 20 miliardi di euro al termine del lavoro. Come si è giunti a questo accordo esteso a diversi paesi? E’ da molto tempo che si parla di poter costruire la prima centrale nucleare a fusione di atomi ed ufficialmente ne avevano già parlato Ronald Regan e Mikhail Gorbaciof nel 1985 durante un vertice USA-URSS a Ginevra. Entrambi i paesi stavano studiando il processo di fusione nucleare ma era necessario, sia per il completamento degli studi scientifici che per l’enorme investimento, la partecipazione altri paesi. Si è arrivati così all’accordo del 2005 che ha creato un team internazionale di paesi interessati, necessario per poter portare avanti questo ambizioso programma energetico.

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https://www.arezio.it/ - Difetti di iniezione con materiali riciclati: striature superficiali
Difetti di iniezione con materiali riciclati: striature superficiali
Sabato, 17 ottobre 2020 | Informazioni Tecniche

Da cosa sono causati questi difetti e come è possibile risolverli quando si utilizzano dei polimeri riciclati? Ci sono dei difetti estetici che potrebbero formarsi durante il lavoro di iniezione utilizzando dei granuli rigenerati, che siano da provenienza post consumo o post industriali. Il granulo post consumo si presta maggiormente, in ogni caso, alla possibile creazione di difetti estetici in quanto la composizione polimerica del granulo stesso può comprendere frazioni di materiali non del tutto omogenei (PP/PE per esempio). Le carenze estetiche espresse in striature superficiali, dette anche marmoree, normalmente non causano un difetto tecnico del prodotto stampato, ma solitamente un difetto estetico che, in ogni caso, può comportare il rifiuto del prodotto da parte del cliente finale. Abbiamo già affrontato l’argomento che riguarda la riconsiderazione degli aspetti estetici dei manufatti realizzati con un granulo riciclato, in presenza di piccoli difetti, in un’ottica di incremento della circolarità dei rifiuti plastici, proprio per avere un giudizio corretto sulle aspettative estetiche di prodotti che impiegano la plastica riciclata. Nella fase di stampaggio, la plastica utilizzata come materia prima, raggiunge temperature tra i 175° e i 400°, in base al materiale utilizzato, creando vari processi di trasformazione all’interno della massa fusa. L’acqua viene vaporizzata, e alcuni additivi e polimeri a basso peso molecolare si potrebbero degradare producendo sostanze volatili che accompagneranno la massa fusa all’interno dello stampo. Inoltre la velocità di stampaggio potrebbe agire sulle molecole polimeriche creando una certa percentuale di degradazione plastica. A causa della differenza di densità tra la massa fusa, le sostanze volatili e quelle degradate, ci sarà all’interno dello stampo una separazione tra le parti più pesanti e quelle più leggere, dove queste ultime arriveranno per prime verso le pareti dello stampo stesso, seguite poi dalla massa fusa, di cui si sporcheranno. Quindi, qualsiasi parte volatile e/o degradata che verrà spinta verso la parete dello stampo dal polimero riciclato fuso, creerà sulle pareti del prodotto finito, striature o parti marmorizzate che possono essere antiestetiche. Le cause di questi difetti si possono riassumere in: • Umidità del materiale • Degrado delle parti in plastica a causa dell’alta temperatura • Tempi di stampaggio eccessivi con degradazione dei polimeri • Contropressione troppo bassa • Punti di iniezione troppo piccoli che potrebbero degradare la materia prima • Eccessiva usura del mandrino • Sporco vicino ai punti di espulsione del gas nello stampo o numero insufficiente di punti In considerazione di quanto sopra esposto, per evitare o ridurre questi fenomeni antiestetici, bisognerebbe prendere tutti gli accorgimenti necessari per la regolazione dei parametri macchina e stampo, oltre a verificare, attraverso lo studio del DSC del polimero riciclato da usare, il peso delle componenti che potrebbero degradare.

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https://www.arezio.it/ - Nascono le nuove professioni per l’economia sostenibile
Nascono le nuove professioni per l’economia sostenibile
Venerdì, 16 ottobre 2020 | Notizie Generali

Le università si stanno attrezzando per offrire i master in linea con il marcato che cerca esperti nelle nuove professioni emergenti nel campo dell’economia sostenibile e circolare. Il mondo si sta evolvendo verso un’attenzione sempre più marcata all’ambiente, al riciclo, al riuso, al risparmio delle materie prime, ad una produzione con il minor impatto ambientale possibile e ad una nuova riconsiderazione della natura. Questo genererà nuove professioni. Non sono solo appelli lanciati dalla Comunità Europea, che sta spingendo sull’accelleratore verso il cambiamento del modello produttivo, distributivo, energetico e logistico, prontamente derisa dai negazionisti dell’ambiente come gli Stati Uniti o gli indifferenti (apparentemente) come la Cina o l’India e i vari paesi satelliti. E’ sempre il mercato che coglie per primo le istanze del cambiamento che vengono dalla base, ed è sempre il mercato che si organizza per sostenere i cambiamenti epocali che stiamo vivendo, trascinando con sè anche la classe politica che deve legiferare in materia. Gli industriali hanno capito che devono assecondare la volontà della gente che sente in modo viscerale il problema dei cambiamenti climatici e che cerca di assumere comportamenti virtuosi con azioni che si riflettono sui consumi. Meno plastica, meno auto con motori termici, meno uso di corrente e di acqua, meno uso degli aerei, meno acquisto di prodotti che provengono da lontano e meno prodotti realizzati con materie prime vergini. Questo cambio di esigenze da parte della popolazione mondiale impatterà in modo sostanziale sui consumi e, quindi, anche sui processi produttivi, motivo per cui gli industriali non possono pensare di aspettare l’inerzia della politica. Lo dimostra il fatto che anche negli Stati Uniti, il tessuto industriale non si fa troppo impressionare dalla politica liberista e poco attenta all’ambiente che l’amministrazione Tramp si ostenta a difendere, contro ogni logica scientifica, muovendosi con iniziative che vanno incontro alle esigenze della popolazione in termini di rispetto per l’ambiente. Per questi motivi, nel prossimo decennio, si creeranno nuove figure professionali che dovranno governare, all’interno delle aziende, le produzioni di beni e servizi secondo un’ottica di economia circolare e sostenibilità. Per formare gli esperti dei settori che saranno tra i più richiesti dal mercato, le università stanno organizzando Master, attraverso i quali si possano certificare i nuovi tecnici delle discipline che riguardano il sistemi dei rifiuti, il controllo e gestione delle sostanze pericolose e dei rischi aziendali in funzione delle nuove normative ed infine, l’ambito della formazione tecnica sulle plastiche riciclate. L’esperto del sistema rifiuti avrà competenze specifiche nell’ambito della raccolta, trasporto, stoccaggio e smaltimento in relazione alle normative ambientali e produttive.L’esperto della sicurezza in ambito ambientale avrà competenze specifiche nelle sostanze pericolose, nella salute dei lavoratori in relazione al loro uso e al rispetto delle normative ambientali.L’esperto delle materie plastiche riciclate avrà competenze specifiche nel ciclo di lavorazione e riutilizzo dei rifiuti plastici, sotto forma di nuova materia prima, dando alle reti di vendita specifiche istruzioni sul loro uso nel campo dello stampaggio, estrusione, soffiaggio e termoformatura.

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https://www.arezio.it/ - Versalis: La Chimica al Servizio dell'Economia Circolare
Versalis: La Chimica al Servizio dell'Economia Circolare
Giovedì, 15 ottobre 2020 | rNEWS

Accogliamo volentieri su rNEWS l'intervista di Giacomo Talignani all'amministratore delegato di Versalis, Daniele Ferrari, in cui si affrontano i nodi del presente e del futuro dell'economia circolare, in merito alla lavorazione e allo smaltimento dei rifiuti plastici. Nell'articolo si affrontano le problematiche, ancora aperte, del ciclo dei rifiuti: discariche, termovalorizzazione, pirolisi, prodotti monouso e creazione di packaging sostenibili.La chimica e i suoi processi come chiave per disegnare un mondo basato su una maggiore capacità di riciclo, packaging e prodotti più snelli e amici dell'ambiente, ma anche plastica recuperata e resa nuovamente "vergine" e nuove ricette per la lunga strada verso la decarbonizzazione. I prodotti pensati sotto la lente della circolarità, il recupero dei materiali e la ricerca di quelli alternativi, sono oggi al centro della missione di Versalis, società chimica di Eni. Daniele Ferrari, amministratore delegato di Versalis, racconta l'importanza della chimica per la sostenibilità di oggi e del futuro. Come la chimica può oggi aiutare il riciclo ed essere al centro dell'economia circolare?" "Come produttori di materie plastiche e prodotti chimici per noi è importantissimo oggi non solo produrre ma anche fornire nuove soluzioni che poi verranno utilizzate sui mercati. Ecco perché per Versalis la circolarità deve essere a 360 gradi. Ci muoviamo su tre linee fondamentali: l'eco design, ovvero produrre e pensare i nostri prodotti anche sotto l'aspetto del fine vita, massimizzando le risorse e pensando per esempio come rendere i manufatti più semplici da riciclare; poi l'utilizzo dei feedstock alternativi con un giusto mix di transizione fra materie prime fossili e quelle rinnovabili, su cui ci stiamo concentrando sempre di più nelle nostre produzioni; e infine un particolare sviluppo e attenzione alle tecnologie di riciclo. Abbiamo un forte senso di responsabilità sociale, con sempre maggiore attenzione alla sostenibilità in azienda: quindi noi come industria chimica dobbiamo impegnarci a contribuire con lo scopo di riciclare sia meccanicamente che chimicamente i prodotti". La plastica, di cui vi occupate, è un materiale complesso da riciclare. Come vi state muovendo per recuperarlo? "Il tasso del riciclo della plastica nel mondo è ancora basso. In Europa, con un mercato di circa 50 milioni di tonnellate di plastica vergine, oltre il 30% dei rifiuti in plastica raccolti viene inviato a processi di riciclo, oltre il 40% viene termovalorizzato e il restante finisce in discariche, e quest'ultimo è un grosso problema. Dobbiamo riuscire a riciclare di più. Durante la pandemia legata al Covid ci siamo resi conto dell'importanza di alcune applicazioni della plastica: da quelle usate nel settore sanitario a quelle del packaging alimentare, è balzata agli occhi l'importanza della plastica proprio per la sua versatilità, perché senza questo materiale sarebbe stato difficile fare molte cose che abbiamo fatto, dai tamponi sino alle mascherine. E' necessario dunque pensare sempre di più al riuso della plastica: oggi in Europa il riciclo meccanico può soddisfare l'esigenza fino a un certo punto. Probabilmente si arriverà a incrementare la percentuale di plastica riciclata meccanicamente, ma difficilmente si andrà oltre perché sui mercati sono presenti plastiche miste e materiali multi-strato. Ecco perché, per andare oltre e ottenere maggiori possibilità di recupero, stiamo sviluppando il riciclo molecolare. Un esempio è quello che facciamo col progetto Hoop, prevediamo di realizzare un primo impianto da 6 mila tonnellate anno a Mantova". In che cosa consiste questo progetto? "In parole molto semplici Hoop si basa sul processo di pirolisi per trasformare plastiche miste in materia prima che possa dar vita a nuove plastiche "vergini", in modo da avere un ciclo di economia circolare. La plastica recuperata viene scaldata nel reattore a 400-500 gradi con basse pressioni: in sostanza la scomponiamo per poterla riutilizzare. Al di là della produzione energetica per scaldare il reattore non ci sono emissioni dirette e questo processo fa in modo che questa plastica ritorni ad essere un bene primario. Con il riciclo molecolare si è meno limitati rispetto a quello meccanico. In futuro speriamo che questo ciclo comprenda anche la possibilità che l'energia necessaria per questo processo arrivi totalmente da fonti rinnovabili, in modo da chiudere il ciclo completamente" E' difficile applicare il concetto di circolarità al recupero della plastica? "Noi facciamo parte della Circular Plastics Alliance e abbiamo preso impegni importanti per il riciclo della plastica, cercando di dimostrare che questo materiale si può recuperare. La plastica non è un problema, ma lo è la cattiva gestione del fine vita. Questo si può realizzare con le tecnologie che stiamo sviluppando. Crediamo infatti che per il futuro sia meglio impegnarsi per gestire al meglio i rifiuti di plastica, piuttosto che eliminare questo materiale, in uno slogan meglio essere "plastic waste free" che "plastic free". Quali altre sfide coinvolgono i rifiuti di plastica? "Una delle prime sfide intraprese è per esempio il progetto Versalis Revive. Creiamo nuovi prodotti con plastica vergine e plastica da riciclo sino al 75%. Lo riusciamo a fare sia nel polistirene, sia nel polietilene per esempio per ottenere prodotti per il settore agricolo per il packaging come film e pellicole. Poi ci sono iniziative come RiVending, in cui raccogliamo bicchierini e palette del caffè e dai monouso diamo vita alla produzione di polistirene espandibile per lastre isolanti per condomini o abitazioni e packaging protettivo di elettrodomestici e mobili. Credo che RiVending dimostri anche che nella grande corsa a bandire monouso di plastica si poteva ragionare diversamente, cioè su come riciclarli e rilevarne valore senza danneggiare un'industria già sotto pressione. Abbiamo dimostrato in modo pratico cosa si può fare con i monouso, un esempio di riciclo applicabile anche in altre realtà". Un esempio di riconversione invece arriva da Crescentino (Vercelli), dove ora producete disinfettante. "Sì, con l'esperienza che abbiamo nella chimica da fonti rinnovabili nel sito di Crescentino in Piemonte abbiamo adattato gli impianti produttivi per produrre una gamma di disinfettanti (chiamati Invix, ndr) utilizzando come principio attivo l'etanolo da materie prime vegetali. Una riconversione necessaria per il momento particolare e difficile che stiamo vivendo. Continueremo a produrre ed espanderemo presto la nostra gamma di prodotti". Quali altre trasformazioni saranno invece necessarie per garantire la transizione energetica? "Servirà una trasformazione completa della nostra industria, ma non si può fare in un solo stadio. Integrare gli impianti chimici tradizionali con strutture nuove e tecnologiche che ci permettono di essere sempre più rinnovabili e circolari è l'obiettivo. Per fare questo usiamo una strategia che definirei a fasi, modulare, un percorso che la chimica sta già facendo e deve fare per essere all'avanguardia, stimolati dalla sensibilità ambientale, dal New Green Deal e da tutti gli apparati di sostegno che verranno per il cambiamento". In questa partita la chimica che ruolo gioca? "All'interno di Eni ogni business fa la sua parte verso la decarbonizzazione. Noi come parte chimica abbiamo la possibilità di integrarci e poter dare l'apporto tecnologico verso questo cambiamento. Ci sentiamo fortemente motivati e responsabilizzati: l'industria chimica tocca circa il 95% di ogni settore industriale, molti dei prodotti che ci circondano sono fatti grazie alla chimica e per questo sappiamo di avere un ruolo importante verso il futuro. Speriamo che anche le persone comprendano quanto la chimica, a volte inquadrata erroneamente o associata magari all'inquinamento, abbia in realtà un ruolo decisivo e prezioso, come risorsa, per lo sviluppo di una società più sostenibile". Giacomo Talignani, la RepubblicarNEWS

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https://www.arezio.it/ - Il Riciclo degli Pneumatici tra Storia e Tecnologia
Il Riciclo degli Pneumatici tra Storia e Tecnologia
Mercoledì, 14 ottobre 2020 | Storia

Produzione, recupero, riciclo e riuso degli pneumatici. Sembra incredibile ma nel 2019 sono stati venduti nel mondo circa 3 miliardi di pneumatici, un volume enorme di materie prime impiegate, il cui prodotto finale deve essere riciclato nel rispetto delle regole dell’economia circolare. Siamo abituati a vedere gli pneumatici nella nostra vita quotidiana, sulle auto, bici, moto e su tutti gli altri mezzi della mobilità che incontriamo ogni giorno, ma dobbiamo anche pensare, in un’ottica di economia circolare, come dare una seconda vita agli pneumatici e come far diventare sostenibile il prodotto che usiamo. Per fare questo dovremmo conoscere un pò di storia del prodotto, di come viene realizzato e quali metodi oggi conosciamo per il loro smaltimento. La Storia La storia degli pneumatici è da far risalire al brevetto depositato a Londra dallo scozzese Robert William Thomson, nel 1846, ben prima della diffusione delle auto, camion, corriere e delle moto. Erano anche gli anni in cui la gomma naturale si affacciava al mondo industriale, (vedi articolo), e si provava a modellarla in forme differenti a varie temperature, per saggiarne la consistenza a caldo e a freddo. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, Charles GoodYear, dopo lunghi studi iniziati nel 1839 che si occupavano delle reazioni tra gomma con lo zolfo, riuscì a brevettare nel 1844, un compound attraverso il quale si potevano gestire le deformazioni elastiche della gomma sotto l’effetto delle temperature. Ma l’invenzione dei due ricercatori rimase lettera morta finché si arrivò ad inventare la camera d’aria che potesse sopportare, all’interno del pneumatico, il peso e le torsioni impresse dal mezzo in movimento. I vantaggi della ruota “ad aria” erano riassunti in una minore forza necessaria al movimento del mezzo, più silenziosità, maggiore confort e maggiore manovrabilità. Nonostante questi indubbi successi, dal punto di vista industriale non ci fù seguito e la ruota ad aria fu dimenticata rapidamente. Si dovette aspettare il 1888 quando John Boyd Dunlop brevetto nuovamente un pneumatico ad aria per biciclette e l’anno successivo lo applicò alla bicicletta di William Hume, un ciclista mediocre, che con questa rivoluzionaria bicicletta vinse, a Belfast, tutte e tre le competizioni a cui si era iscritto. Il successo fu tale che iniziò la produzione in serie di queste biciclette equipaggiate con il rivoluzionario pneumatico. Gli studi in quel periodo non si concentrarono solo sugli pneumatici, ma anche sui cerchioni che dovevano contenerli, sulle mescole per ispessire parti in cui gli sforzi del rotolamento erano superiori, sui problemi legati al surriscaldamento dei fili di orditura e, infine, per proteggere la ruota dalle forature. Nel 1912 gli pneumatici passarono dai colori chiari al nero, in quanto si era scoperto che l’aggiunta di nero fumo alla mescola, aumentasse la resistenza all’usura della gomma. Durante questi anni la produzione delle auto aumentò e l’adozione della gomma ad aria è da attribuire ai fratelli Michelin, che la testarono nella corsa Parigi-Brest-Parigi, del 1891, che vinsero con solo 5 forature. Processo di vulcanizzazione della gomma Il cuore del processo di produzione degli pneumatici sta nel principio di vulcanizzazione della materia prima, che consiste nel riscaldamento della gomma con lo zolfo. La vulcanizzazione tra il poliisoprene e lo zolfo provoca una modifica della struttura molecolare del polimero creando un aumento dell’elasticità e della resistenza a trazione del prodotto, riducendo l’abrasività e l’appiccicosità iniziale. La realizzazione del processo di vulcanizzazione si ottiene attraverso una mescola tra l’elastomero, lo zolfo e altri additivi chimici quali acceleranti, attivatori, rinforzanti, antiossidanti, inibitori e anti invecchianti. Il Riciclo degli pneumatici Come abbiamo visto in precedenza, nel solo 2019 sono stati venduti circa 3 miliardi di pneumatici, che avranno un’usura in un certo lasso temporale, per poi venire sostituiti con altri articoli nuovi. Questo succede ogni anno, da anni, così da generare un’immensa quantità di pneumatici esausti che fino a poco tempo fà finivano in discarica o in centri di stoccaggio, perchè il loro riciclo era complicato a causa del mix di componenti che il prodotto contiene. Oggi disponiamo di alcuni processi di recupero degli pneumatici che possono ridurre la pressione tra produzione e riciclo. Possiamo elencare tre procedimenti di riciclo: Triturazione Meccanica Il processo prevede la triturazione grossolana degli pneumatici con pezzature intorno a 70 o 100 mm. per lato, passando poi attraverso il processo di asportazioni delle parti metalliche, la granulazione, con un’ulteriore pulizia e il processo finale di micronizzazione in cui il prodotto risulterà, pulito e diviso in differenti granulometrie. Processo Criogenico Il processo prevede una prima fase di triturazione grossolana degli pneumatici con relativa asportazione delle parti metalliche. Successivamente il macinato viene sottoposto ad un raffreddamento con azoto liquido, in modo da ricreare una struttura cristallina e fragile che permette facilmente una nuova triturazione fine. Il materiale di risulta viene poi trattato attraverso il processo di polverizzazione con mulini a martelli o dischi. Processo Elettrotermico Il processo prevede la prima riduzione meccanica dimensionale del prodotto per poi essere inseriti in forni verticali ad induzione magnetica. In questi forni avviene il distaccamento delle parti metalliche dalla gomma sotto l’effetto di una temperatura di circa 700 gradi. Alla fine di questa operazione, la parte di gomma viene raccolta ed avviata alla de-vulcanizzazione che consiste nel riportare, l’elemento recuperato, ad una forma chimica simile all’elastomero originale, attraverso processi termochimici in autoclavi. Quali sono le caratteristiche della materia prima riciclata e quali i suoi impieghi I granuli in gomma riciclata, vengono impiegati per la realizzazione di conglomerati resino-gommosi utilizzandoli in mescola al 60/70%, impiegando macchine a stampaggio a freddo. Per quanto riguarda il polverino, il suo impiego può essere abbinabile ad impasti con l’elastomero vergine ed impiegato attraverso i processi di pressofusione o altri tipi di stampaggio a caldo. C’è però da constatare che il riciclo degli pneumatici risulta ancora molto ridotto rispetto al totale raccolto, il che fa aumentare i costi per lo smaltimento, lasciando aperto il problema della loro gestione post vita. Le principali applicazioni dei granuli e del polverino le possiamo trovare nella produzione di superfici drenanti per campi con erba sintetica, asfalti, superfici che attutiscono le cadute nei capi gioco, pavimenti antiscivolo, isolanti acustici, accessori per l’arredo urbano, materassi per allevamenti e altri articoli. Nuovi studi sul riciclo Attualmente gli studi in corso, per cercare di aumentare la percentuale di riutilizzo degli pneumatici esausti, si indirizzano sui processi di scomposizione dei legami chimici che l’elastomero, lo zolfo e gli additivi creano tra di loro. I ricercatori dell’Università Mc Master hanno sviluppato, a livello sperimentale, un sistema che possa tagliare i legami polimerici orizzontali spezzando la maglia che tiene insieme, chimicamente, i vari componenti, riportandoli allo stato primario.

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https://www.arezio.it/ - I Giocattoli in Plastica Giapponesi fanno Buoni Affari
I Giocattoli in Plastica Giapponesi fanno Buoni Affari
Martedì, 13 ottobre 2020 | Notizie Generali

La Bandai Namco avvierà un nuovo impianto produttivo. La terra è minacciata da un attacco alieno? Niente paura noi abbiamo il robot “Gundam” che ci difenderà. Ideato dal progettista Giapponese Yoshiyuki Tomino il giocattolo in plastica è particolarmente amato in Asia, regalando all’azienda produttrice, la Bandai Namco, una regolare crescita in fatturato e in produzione, con valori che sfiorano il 150% in 10 e 15,73 milioni di pezzi venduti nel 2018. Il progetto dell’azienda è quello di conquistare nuovi mercati come quello Europeo e Americano ed è per questo che sta progettando un film, realizzato insieme allo studio cinematografico di Hollywood Legendary Entertainment, che possa spingere le vendite in queste due macro aree. Per supportare questo ambizioso progetto di marketing è stato previsto un ampliamento dello stabilimento produttivo dei robots di plastica multicolore nella città di Shizuoka, vicino a Tokyo, prevedendo un aumento della produzione di circa il 40%. Lo stabilimento sarà costruito su una superficie di 1500 mq. nel quale si istalleranno 6 nuove presse da iniezione con un costo complessivo di diverse decine di milioni di dollari. Dal suo debutto, il robot Gundam è stato venduto in circa 500 milioni di esemplari, numeri che fanno ben sperare guardando ai nuovi mercati Europei e Americani. All’inizio la sua fortuna commerciale non si intravedeva, anzi il giocattolo era stato osteggiato in quanto portatore di un’anima da combattente ma moralmente pacifista. Infatti a cavallo degli anni 80 il mercato era pervaso dalle gesta dei super eroi, invincibili, che attiravano i bambini per queste loro caratteristiche. Con il tempo, una configurazione più umana e una tecnologia più comprensibile e vicino alla vita dei bambini ne ha decretato il suo enorme successo.

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https://www.arezio.it/ - HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni Consigli
HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni Consigli
Lunedì, 12 ottobre 2020 | Informazioni Tecniche

Come risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclato. La produzione dei flaconi per la detergenza fatti in plastica riciclata, per i liquidi industriali ed agricoli, fino a poco tempo fa venivano prodotti con materiali vergini nonostante alcune forme e colori consentivano l’uso di un granulo in HDPE riciclato. L’impatto mediatico dell’inquinamento da plastica dispersa dall’uomo nell’ambiente, ha fatto muovere le coscienze dei consumatori mettendo sotto pressione gli stati, che si occupano della legislazione ambientale, ma anche i produttori delle sostanze contenute nei flaconi che non possono, per questioni commerciali, perdere il consenso dei propri clienti finali. La richiesta di HDPE rigenerato per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi due anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga.

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https://www.arezio.it/ - Nasce il Consorzio Europeo delle Batterie di Lunga Durata
Nasce il Consorzio Europeo delle Batterie di Lunga Durata
Domenica, 11 ottobre 2020 | Energie Rinnovabili

Batterie, un settore chiave supportato, oggi, dalla Comunità Europea. Per sostenere la mobilità elettrica nella Comunità Europea, facilitando le aziende più importanti del settore a continuare ad investire in ricerca e sviluppo, Bruxelles ha deciso di iniettare liquidità in un mercato strategico, come quello delle batterie di lunga durata, per il futuro. Con un investimento comune di 3,2 miliardi di euro dedicato al miglioramento della diffusione e delle qualità tecniche delle batterie di lunga durata, la Comunità Europea vuole dare ulteriore impulso al passaggio da una mobilità legata al petrolio ad una legata all’energia elettrica. Il progetto, che vede la partecipazione congiunta di Italia, Germania, Francia, Belgio, Finlandia, Polonia e Svezia, coinvolgerà 17 aziende di questi paesi. Le aziende coinvolte, spiega Marrethe Vestager, commissaria Europea alla concorrenza e vicepresidente esecutiva per il progetto “Europa pronta per l’era digitale”, coinvolgeranno, a loro volta, altri 70 soggetti circa, che provengono da laboratori di ricerca pubblici e piccole e medie imprese. Nelle previsioni della commissaria Europea, questo stanziamento da parte dei paesi aderenti al progetto, potrà, verosimilmente, fare da volano per ulteriori investimenti privati stimati in circa 5 miliardi di euro. La produzione Europea di batterie di lunga durata, prodotta attraverso l’uso di celle agli ioni di litio, attualmente copre solamente l’1% della produzione mondiale, quindi, questo nuovo impulso finanziario e tecnico, ha l’obbiettivo di portare la produzione Europea di queste batterie a circa il 20-25% di quanto sarà prodotto nel mondo. La previsione di fatturato del comparto, secondo Bcg, per l’anno 2027 sarà pari a circa 45 miliardi di euro, quindi è evidente quanto sia importante non rimanere indietro. Il completamento del progetto della Comunità Europea è previsto per il 2031.

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https://www.arezio.it/ - Dal Riciclo al Riuso dei Prodotti
Dal Riciclo al Riuso dei Prodotti
Sabato, 10 ottobre 2020 | Economia circolare

Come cambiare la mentalità per creare un mondo senza sprechi Stiamo andando oltre l’ostacolo parlando non di riciclo, tema non ancora assimilato da molti, ma di riuso dei prodotti plastici. Utopia? Forse, ma prima di fare il futuro bisogna progettarlo e allora vediamo come potremmo arrivare a non avere più rifiuti da riciclare. La situazione oggi, è ben lontana da quanto sopra esposto infatti, il consumo di materie prime vergini continua ad aumentare e si stima che nel 2020 ne utilizzeremo il 30% in più rispetto a dieci anni fa. Nonostante si continui a parlare di economia circolare e di riciclo, non siamo ancora riusciti a trovare soluzioni per invertire questa situazione e, passando il tempo, continuiamo a complicarci la vita. Sono solo pochi esempi che ci permettono di non generare nuovi rifiuti, di risparmiare energia per il riciclo e il trasporto, di evitare inquinamento se i materiali non venissero riciclati, di risparmiare materie prime vergini che causano l’estrazione e la lavorazione del petrolio. Ma il problema si può vedere anche per gli oggetti più complessi, come una lavatrice, un ferro da stiro, una macchina, il taglia erba, il tavolo dove mangiamo o il letto dove dormiamo. Come facciamo a rendere veramente circolare la gestione di un prodotto che da nuovo dovrebbe diventare rifiuto? Semplicemente non possederlo, ma usarlo per il tempo di cui abbiamo bisogno e poi restituendolo al fornitore che sarà tenuto a revisionarlo, ripararlo, aggiornarlo, integrarlo, garantirlo e, poi, rimettere sul mercato un prodotto adatto ai nostri bisogni. Ci sono delle aziende che hanno sposato questo linea, come la Apple, la Levi’s e altre che riprendendo l’oggetto usato, non creano ulteriori rifiuti, ma gestiscono elementi di cui possono disporre nuovamente nella produzione. La strada è ancora lontana? Francamente direi di si, in quanto se guardiamo il tasso di circolarità in Europa che è dell’11,7% contro un dato mondiale del 9%, riscontriamo valori bassi, ma comunque in lenta crescita, dovendo anche considerare che l’incremento del mercato della circolarità corrisponderebbe all’aumento dell’occupazione che, in base ai dati della Commissione Europea, potrebbero arrivare a 700.000 unità. L’Europa importa il 90% di petrolio, due terzi dei metalli che servono per le produzioni, il 70% del gas naturale impiegate per far funzionare le fabbriche. Se realmente incrementassimo la circolarità, troveremmo la via per dissociare la crescita e la produzione con l’estrazione dei metalli dei combustibili e di tutte le materie prime naturali che utilizziamo quotidianamente. Questo significa anche ridurre i rifiuti, le emissioni in atmosfera, l’utilizzo delle discariche, l’utilizzo di acqua e gli inquinanti legati a queste attività.

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https://www.arezio.it/ - ENEL: Produzione di Idrogeno da impianti Eolici in Cile
ENEL: Produzione di Idrogeno da impianti Eolici in Cile
Venerdì, 9 ottobre 2020 | rNEWS

Il Cile avrà il suo primo impianto per la produzione di Idrogeno attraverso un elettrolizzatore alimentato ad energia eolica.Sebbene oggi la produzione di idrogeno, attraverso le energie rinnovabili non sia ancora competitiva in termini di costo Kw, rispetto alla produzione con gas naturale o con il carbone, non cè dubbio che la progressiva diminuzione dei costi della produzione di elettricità da fonti rinnovabili, nei prossimi anni, permetterà l'apertura di un mercato molto interessante in termini di dislocazione della produzione energetica totalmente verde.Come si può leggere dal rapporto di Enel sull'impianto di produzione di Idrogeno in Cile, attraverso l'uso di energia eolica, la decarbonizzazione dei sistemi industriali e civili passa anche per questa strada.Enel Green Power Chile (EGP Chile), controllata di Enel Chile, prevede di partecipare con la società elettrica cilena AME e i futuri partner ENAP, Siemens Energy e Porsche, all’installazione di un impianto pilota per la produzione di idrogeno verde attraverso un elettrolizzatore alimentato da energia eolica a Cabo Negro, a nord di Punta Arenas, nella regione di Magallanes, soggetto all’approvazione da parte delle autorità locali e alla finalizzazione della struttura di finanziamento. L’entrata in esercizio dell’impianto è prevista per il 2022, rendendolo così il primo progetto di questo tipo che produrrà idrogeno in Cile, oltre ad uno dei più grandi in America Latina. L’annuncio è avvenuto durante un evento a cui ha partecipato il ministro cileno dell'Energia Juan Carlos Jobet. Salvatore Bernabei, recentemente nominato CEO globale di Enel Green Power nonché responsabile della linea di business Global Power Generation di Enel ha dichiarato: “L'idrogeno verde può davvero svolgere un ruolo importante nella transizione energetica supportando la decarbonizzazione di settori le cui emissioni sono più difficili da abbattere, e nei quali l'elettrificazione degli usi finali non è una soluzione semplice. Enel punta su questo tipo di idrogeno, che viene prodotto tramite elettrolizzatori, alimentati al 100% da elettricità rinnovabile. Questo progetto, che è una pietra miliare per il Gruppo a livello globale, può mettere in pratica la nostra visione; nello specifico, un impianto come questo può consentirci di analizzare le migliori soluzioni tecnologiche per produrre in modo efficiente idrogeno sfruttando la ricchezza di risorse e le solide infrastrutture della regione di Magallanes. Come stiamo facendo in Cile, continueremo a cercare altri Paesi in tutto il mondo nei quali è possibile lanciare iniziative simili ".  Un progetto in Patagonia In un Paese con risorse naturali straordinarie, la Patagonia si distingue per avere alcune delle migliori condizioni del vento sulla terraferma al mondo grazie alla sua vicinanza all’Antartide, come dimostra uno studio sulle risorse eoliche condotto da EGP Chile negli ultimi due anni. Queste caratteristiche uniche permettono alla Patagonia di avere una produzione costante di energia eolica, che rappresenta un elemento chiave per consentire alla regione di posizionarsi come polo di sviluppo dell’idrogeno verde. In particolare, la regione di Magallanes ha la necessità di diversificare il suo mix energetico che era storicamente improntato su petrolio e gas, facendo leva sulle infrastrutture esistenti per accelerare la decarbonizzazione attraverso l’idrogeno verde generato dall’energia eolica.  Idrogeno verde in Cile Il Cile si sta affermando come uno dei Paesi con il maggior potenziale per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde al mondo. Stando al Ministero dell’Energia cileno, grazie all’idrogeno verde a basso costo, entro il 2050, sarà resa possibile una riduzione del livello di CO2 accumulato del Paese fino al 20%. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che il Cile sia in grado di produrre 160 milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno, raddoppiando l’attuale domanda di idrogeno e, secondo le proiezioni di Bloomberg, il prezzo dell’idrogeno verde sarà competitivo con il diesel in meno di 10 anni circa. Enel in Cile è la più grande azienda elettrica per capacità installata con oltre 7.200 MW di cui oltre 4.700 MW di energia rinnovabile, nello specifico: oltre 3.500 MW di energia idroelettrica, oltre 600 MW di energia eolica, circa 500 MW di energia solare e circa 40 MW di energia geotermica. Il Gruppo opera anche nel settore della distribuzione attraverso Enel Distribución Chile, che serve circa 2 milioni di clienti, e nel business delle soluzioni energetiche avanzate attraverso Enel X Chile. Enel Green Power, all’interno del Gruppo Enel, è dedicata allo sviluppo e alla gestione di rinnovabili in tutto il mondo, con una presenza in Europa, Americhe, Asia, Africa e Oceania. Leader mondiale nel settore dell’energia rinnovabile, con una capacità gestita di oltre 46,4 GW e un mix di generazione che include l’energia eolica, l’energia solare, l’energia geotermica e l’energia idroelettrica, Enel Green Power è all’avanguardia nell’integrazione di tecnologie innovative in impianti rinnovabili.   

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https://www.arezio.it/ - ENI: Nuovo Appalto in Inghilterra per il Trattamento della CO2
ENI: Nuovo Appalto in Inghilterra per il Trattamento della CO2
Giovedì, 8 ottobre 2020 | rNEWS

Eni ha dato la notizia, attraverso un comunicato stampa, dell'assegnazione di una licenza per realizzare il progetto di stoccaggio della CO2 nell'Inghilterra nord occidentale. La cattura e lo stoccaggio della CO2 permette di aumentare il lavoro di decarbonizzazione del pianeta e di riutilizzo delle fonti ritenute esauste per nuovi combustibili.L’Autorità britannica per il petrolio e il gas (Oil and Gas Authority - OGA) ha annunciato di aver assegnato a Eni la licenza per la realizzazione del progetto di stoccaggio di anidride carbonica (CO2). La licenza di stoccaggio interessa un’area situata nella porzione della Baia di Liverpool nel Mare d’Irlanda Orientale, in cui Eni prevede di riutilizzare i giacimenti esausti di idrocarburi - nello specifico i giacimenti di Hamilton, Nord Hamilton e Lennox - e riconvertire le relative infrastrutture per lo stoccaggio permanente della CO2 catturata nell’Inghilterra nordoccidentale e nel Galles settentrionale.  Grazie a questa licenza, Eni intende sia contribuire alle necessità di decarbonizzazione dell’Inghilterra nordoccidentale e del Galles settentrionale, sia collaborare attivamente con le imprese industriali per la cattura e il trasporto della CO2 dagli stabilimenti esistenti e dai futuri siti di produzione dell’idrogeno. Questo verrà utilizzato come combustibile di transizione per il riscaldamento, l’elettricità e i trasporti nell’ambito dell’obiettivo del Regno Unito di “zero emissioni” al 2050.  Per Eni il progetto avrà effetti positivi per le comunità locali attraverso la creazione di nuove opportunità di lavoro e il supporto allo sviluppo economico della regione, oltre a tracciare un percorso concreto verso la transizione energetica e la decarbonizzazione delle attività economiche.  Andy Samuel, Amministratore Delegato di OGA, ha dichiarato: “L’OGA è molto lieta di concedere la licenza a quello che confidiamo sarà un progetto di grande successo. Il lavoro sull’Integrazione Energetica che abbiamo condotto mostra che la combinazione di vari sistemi energetici, inclusi la cattura di anidride carbonica e la produzione di idrogeno, possono dare un contributo significativo all’obiettivo “zero emissioni” perseguito dal Regno Unito. HyNet è un esempio entusiasmante di integrazione energetica in atto, che comprende il riutilizzo di infrastrutture esistenti e giacimenti esauriti per lo stoccaggio di notevoli quantità di anidride carbonica, e la generazione di idrogeno per molteplici applicazioni innovative”.  Claudio Descalzi, Amministratore Delegato di Eni, ha commentato: “Sono molto soddisfatto e orgoglioso per l’assegnazione della licenza per lo stoccaggio di anidride carbonica nel Regno Unito, la prima licenza di questo genere per Eni. Questo è un progetto di vitale importanza per Eni e rappresenta un traguardo fondamentale per gli obiettivi di “zero emissioni” del Regno Unito, oltre a essere un pilastro essenziale della strategia per la transizione energetica e la decarbonizzazione in cui Eni è fortemente impegnata”.Maggiori Informazioni

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https://www.arezio.it/ - Le Reti da Pesca in Plastica: una Lunga Storia Irrisolta
Le Reti da Pesca in Plastica: una Lunga Storia Irrisolta
Giovedì, 8 ottobre 2020 | Ambiente

Le reti da pesca vengono costruite in Nylon, Polipropilene, Polietilene, Poliestere ed altri materiali che ne rendono economica e tenaci le strutture, ma che comportano un grave problema ambientale se abbandonate nel mare. Questo fenomeno dipende molto spesso da situazioni accidentali in cui le navi da pesca perdono le reti o parti di esse, per svariati motivi, uno tra questi sono le perturbazioni o le condizioni difficili del mare. Il problema dell’inquinamento delle attrezzature da pesca disperse in mare era già stato segnalato nel 2009 da un rapporto della FAO quando non si parlava ancora di inquinamento da plastica nei mari. Secondo il rapporto 2020 dell'ECA Europa l’abbandono e la dispersione di plastica nell’ambiente danneggiano gli ecosistemi terrestri e marini. Ogni anno viene immessa nell’oceano una quantità di rifiuti di plastica compresa tra 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate. Le proporzioni tra rifiuti di plastica terrestri e marini variano da regione a regione. Secondo uno studio recente, le reti da pesca costituirebbero anche il 46 % della Grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific garbage patch). In Europa, l’85 % circa dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge è di plastica. Il 43 % circa di questi rifiuti marini è costituito da plastica monouso e il 27 % da attrezzi da pesca. In un altro rapporto scritto da Greenpeace nel novembre 2019 si stimava che 640.000 tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate o perse, entravano nell'oceano ogni anno, equivalenti in peso a oltre 50 mila autobus a due piani. In totale, costituiscono circa il 10% dei rifiuti di plastica nei nostri oceani, intrappolando e uccidendo la vita marina. Il rapporto è stato scritto mentre la nave di Greenpeace, Arctic Sunrise, stava esaminando il Monte Vema, una montagna sottomarina biodiversa nell'Atlantico, a 1.000 chilometri al largo della costa del Sud Africa, dove si possono ancora trovare i resti dell'industria della pesca un tempo attiva. Parlando della spedizione sul Monte Vema, Thilo Maack, della campagna Protect the Oceans di Greenpeace, aveva dichiarato: "Molto tempo dopo il loro abbandono, le attrezzature da pesca continuano ad uccidere, mutilare la vita marina e inquinare anche ecosistemi remoti come la montagna sottomarina del Monte Vema. Abbiamo visto un fantastico mondo sottomarino pieno di vita e colori qui. È assolutamente triste vedere attrezzature della pesca distruttiva in un luogo così remoto come questo. “Anche il Tristan Lobster, una specie iconica del Monte Vema, che è stata per due volte sull'orlo dell'estinzione, sta ora mostrando segni di ripresa della popolazione, grazie al divieto attuale di pesca sul fondo. Questo mostra come gli oceani abbiano una straordinaria capacità di rigenerarsi. Il rapporto "Ghost Gear" mostra che il 6% di tutte le reti utilizzate, il 9% di tutte le trappole e il 29% di tutti i palangari (lenze di diversi chilometri) rimangono a inquinare il mare. Non solo i vecchi rifiuti di pesca continuano a uccidere la vita marina, ma danneggiano anche gravemente gli habitat sottomarini. Le montagne sottomarine sono particolarmente colpite perché sono spesso pesantemente sfruttate a causa della varietà di animali selvatici che vivono intorno a loro. Greenpeace chiede che venga attuata un'azione più forte contro l'attrezzatura fantasma mortale, compreso l'accordo di un forte Trattato Globale sull'Oceano alle Nazioni Unite che potrebbe proteggere almeno il 30% degli oceani del mondo entro il 2030, rendendolo off-limits per attività umane dannose, compresa la pesca industriale. Mentre secondo un rapporto della FAO, già nel 2009 si denunciava la pericolosità dell'abbandono delle reti in mare, mettendo tuttavia in evidenza che la maggior parte delle attrezzature da pesca non viene deliberatamente abbandonata ma viene persa durante le tempeste, trasportata via da forti correnti, o è il risultato dei cosiddetti "conflitti tra attrezzature", per esempio, quando si pesca con le reti in aree dove sono già state sistemate sul fondo trappole in cui le nuove reti possono incagliarsi. I principali danni causati dalle reti abbandonate o perse sono: • la cattura continua di pesci - conosciuta come "pesca fantasma" - e di altri animali quali tartarughe, uccelli marini e mammiferi marini, che rimangono intrappolati e muoiono; • l'alterazione degli ecosistemi dei fondali marini; • la creazione di rischi per la navigazione in termini di possibili incidenti in mare e danni alle imbarcazioni. I tramagli, le nasse e le trappole per pesci contribuiscono alla "pesca fantasma", mentre le reti da pesca estese tendono prevalentemente a intrappolare altri organismi marini e le reti a strascico a danneggiare gli ecosistemi sottomarini. La pesca fantasma In passato, le reti da pesca mal gestite portate alla deriva dalla corrente erano additate come le principali responsabili, ma la loro messa al bando in molte aree nel 1992 ha ridotto il loro contributo alla pesca fantasma. Oggi sono i tramagli posti sui fondali ad essere più spesso riconosciuti come il principale problema. L'estremità inferiore di queste reti è ancorata al fondale marino, mentre alla sommità sono posti dei galleggianti, così da formare un muro sottomarino verticale di reti che può estendersi dai 600 ai 10 000 metri di lunghezza.  Se un tramaglio viene abbandonato o perso, può continuare a pescare da solo per mesi - a volte anni - uccidendo indiscriminatamente pesci ed altri animali. Le trappole per pesci e le nasse sono un'altra principale causa di pesca fantasma. Nella Baia di Chesapeake, negli Stati Uniti, si stima vengano perse ogni anno circa 150 000 trappole per granchi, su un totale di 500 000. Solo sull'isola caraibica di Guadalupe, circa 20 000 di tutte le trappole sistemate ogni anno vengono perse in ogni stagione degli uragani, un tasso di perdita pari al 50%. Come i tramagli, queste trappole possono continuare a pescare da sole per lunghi periodi di tempo. Foto:FAO

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https://www.arezio.it/ - Caldara Plast: il Futuro della Plastica tra Sostenibilità e Certificazioni
Caldara Plast: il Futuro della Plastica tra Sostenibilità e Certificazioni
Mercoledì, 7 ottobre 2020 | rNEWS

Da diversi anni Caldara Plast si pone sul mercato come leader nel campo del recupero e rigenerazione delle materie plastiche. È una delle poche realtà che coniuga nella stessa azienda sia la parte relativa al recupero di scarti industriali derivanti da lavorazioni tra le quali stampaggio, termoformatura, estrusione e soffiaggio, sia la produzione di compound formulati su esigenze specifiche dei clienti partendo quasi sempre dal prodotto da lei stessa rigenerato.   Caldara Plast è da sempre in prima linea sulle tematiche ambientali avendo proprio nel DNA una spiccata capacità di valorizzare sul mercato un prodotto che sta diventando sempre più la prima scelta delle aziende che hanno a cuore l’ambiente.   Una filosofia che si sposa perfettamente con quella del marchio Plastica Seconda Vita appena ottenuto dall’azienda lombarda che va ad esaltare ciò che Caldara Plast fa già da anni ovvero dare valore alla plastica di scarto rimettendola sul mercato come compound rigenerato pronto per nuovi utilizzi. Da un punto di vista ambientale il lavoro di Caldara Plast è encomiabile in quanto permette un notevole risparmio di materiali vergini nonché di emissioni di CO2.   Il marchio recentemente ottenuto garantisce al cliente finale la completa tracciabilità dei materiali prodotti a partire dalla valorizzazione dei rifiuti plastici ed è garanzia di qualità.   Caldara 2nd Life  “Caldara 2nd Life” è il nuovo marchio aziendale che identifica i compound ecologici certificati realizzati negli stabilimenti di Caldara Plast derivanti da materie plastiche da scarto industriale pre-consumo. Al momento fanno parte di questa linea i materiali ABS, PC PC/ABS, PS declinati nella versione PSV Mixeco (30% minimo e massimo 59.9% di plastica da riciclo) e PSV scarto industriale (dal 60 al 100% di plastica da riciclo).   “Come ci evolveremo in futuro?” - racconta Massimiliano Caldara - “Continueremo sulla strada delle certificazioni per avere prodotti sempre più affidabili e garantiti per i nostri clienti non solo dal punto di vista del materiale ma anche della sostenibilità ambientale e sociale.   Proseguiremo anche nella strada della ricerca in prodotti bio con la start up “Planet Bioplastics” che abbiamo con alcuni docenti dell’Università di Pisa. Sempre in ambito formazione abbiamo finalizzato la partnership con la “Fondazione Istituto Tecnico Superiore per le nuove tecnologie della vita” che ci permetterà di collaborare con una realtà primaria nel campo della formazione post diploma riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione e che ci consentirà di portare la nostra esperienza tra i banchi di scuola e un domani di avere professionisti formati per il settore plastico”.   Un ottimismo quello di Caldara Plast che è necessario in un periodo post-lockdown in cui tante imprese subiscono ancora i contraccolpi di questo stop forzato. Un non perdersi d’animo utile anche a tenere il morale alto in tutto il settore e uno sprone ad approfittare di questa relativa calma per migliorarsi, innovarsi e affacciarsi sul mercato ancora più competitivi e performanti.   Il il banco di prova saranno le due principali fiere del settore il Mecspe 2020 in ottobre e il Plast 2021 a maggio. Caldara Plast sarà presente ad entrambe (salvo annullamenti) per conoscere e farsi conoscere e per dare un segnale positivo che l’impresa italiana, anche tra le mille difficoltà del momento, trova sempre un modo per andare avanti.  La strada per la ripresa è sempre più green. Maggiori Informazioni

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https://www.arezio.it/ - Total e Qair Uniti per Svipuppare un Parco Eolio Offshore
Total e Qair Uniti per Svipuppare un Parco Eolio Offshore
Mercoledì, 7 ottobre 2020 | Energie Rinnovabili

L'energia eolica è una tra le tante fonti rinnovabili di cui possiamo dotarci per la decarbonizzazione del pianta, insieme a quella idrica, solare, dei moti ondosi e l'energia atomica a fusione. Ci sono sempre state, anche per la costruzione di  questi impianti, varie forme di opposizione, il classico fenomeno NIMBY (Not in My Back Yard), che ha in qualche modo frenato lo sviluppo di questa fonte alternativa. In effetti, la scelta di creare dei parchi eolici in mare aperto non ha solo il vantaggio di poter usufruire di correnti più regolari ed intense, rispetto a quelle che passano sulla terraferma, ma mitiga sicuramente l'impatto estetico di un impianto di grandi dimensioni da inserire in un contesto abitato.Total, come ha annunciato recentemente in un comunicato, sta continuando lo sviluppo di questa tecnologia attraverso acquisizioni di società specializzate nel settore.Infatti diventa azionista del 20% nel progetto pilota del parco eolico galleggiante Eolmed, situato nel Mediterraneo, al largo della costa di Gruissan e vicino a Port-La-Nouvelle (regione occitana). Attribuito a luglio 2016, questo progetto da 30 megawatt (MW) accelererà lo sviluppo di una tecnologia eolica galleggiante. Insieme a Qair, lo storico sviluppatore e azionista di maggioranza del progetto, e ai suoi partner locali, Total porta la sua esperienza nella concezione, implementazione e sfruttamento di installazioni offshore durante tutto il loro ciclo di vita.  Total continua così a rafforzare la sua posizione nel settore emergente dell'eolico offshore galleggiante, nel quale vuole essere uno dei leader mondiali. Oggi il Gruppo è presente in Corea del Sud con un portafoglio di 2 gigawatt e nel Regno Unito con il progetto Erebus da 100 MW, a cui sono stati appena assegnati i diritti di sviluppo esclusivo per la sua area.  Julien Pouget, Direttore Rinnovabili di Total, ha dichiarato: “Questo annuncio dimostra ancora una volta l'ambizione e la volontà del Gruppo di innovare nel campo delle energie rinnovabili. L'eolico offshore galleggiante è un segmento molto promettente in cui Total apporta in particolare la sua vasta esperienza in progetti offshore.   Insieme al nostro partner Qair, disponiamo delle risorse necessarie per affrontare le sfide tecnologiche e finanziarie che determineranno il nostro successo futuro. Sono lieto che Total possa contribuire all'emergere di questo nuovo settore in Francia. "  “Il progetto Eolmed è al centro della strategia della regione Occitanie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, attivamente supportato dai partner locali. Dimostra anche l'ambizione di Qair di diventare un attore importante nell'energia eolica offshore galleggiante in Europa.   Unendo le forze con un rinomato partner industriale francese per questo progetto innovativo sviluppato dai nostri team dal 2016, Qair sta rafforzando la sua competenza tecnica per la realizzazione del progetto Eolmed e per i futuri progetti eolici galleggianti ". aggiunge Louis Blanchard, CEO di Qair.  Totale, rinnovabili ed elettricità Nell'ambito della sua ambizione di arrivare allo zero netto entro il 2050, Total sta costruendo un portafoglio di attività nel settore dell'elettricità, in particolare rinnovabile, che potrebbe rappresentare fino al 40% delle sue vendite entro il 2050. Entro la fine del 2020, la potenza lorda di Total la capacità di generazione mondiale sarà di circa 12 gigawatt, inclusi circa 7 gigawatt di energia rinnovabile. Con l'obiettivo di raggiungere 35 GW di capacità produttiva da fonti rinnovabili entro il 2025, Total continuerà a espandere la propria attività fino a diventare uno dei leader mondiali nelle energie rinnovabili.Foto: Qair

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https://www.arezio.it/ - Ferdinando II di Borbone: 3 Maggio 1832 Nasce la Raccolta Differenziata dei Rifiuti
Ferdinando II di Borbone: 3 Maggio 1832 Nasce la Raccolta Differenziata dei Rifiuti
Martedì, 6 ottobre 2020 | Storia

Raccolta differenziata-Il XIX° secolo fu un periodo di grandi cambiamenti sociali e sanitari. Nel corso dei secoli, a partire dal Neolitico, il problema dei rifiuti e delle condizioni igienico sanitarie della popolazione non erano prese in seria considerazione e non erano vissuti come un problema importante. Per quanto riguarda i rifiuti prodotti dall’uomo nell’era preindustriale, dove la concentrazione di popolazione in agglomerati urbani non era elevata, questi non costituivano un ostacolo in quanto tutto quello che era riutilizzabile veniva recuperato sia per le attività umane che per quelle animali. Gli scarti alimentari, il legno e il ferro venivano recuperati, persino a volte gli escrementi, che venivano accuratamente raccolti, seccati e riutilizzati o venduti come concime. Non si può dire certamente che le città o i villaggi fossero puliti o igienicamente indenni da malattie derivanti dal diffondersi di batteri e virus, ma si può dire che la scarsa presenza umana in ragione del territorio occupato manteneva un equilibrio tra i problemi sanitari dati dalla scarsa igiene pubblica (e personale) e dai rifiuti non utilizzati, rispetto la vivibilità degli agglomerati urbani. Le cose cambiarono in modo repentino e drammatico nel corso del 1800 quando iniziò l’urbanizzazione massiccia delle città e l’avvento della rivoluzione industriale che fece da attrazione per le popolazioni povere che si spostarono dalle campagne alle città per cercare lavoro. Per esempio, Londra nei primi 30 anni dell’ottocento raddoppiò la popolazione toccando il milione e mezzo di persone ed arrivò a due milioni e mezzo nei vent’anni successivi. Questa crescita spropositata di persone che normalmente viveva in condizioni sanitarie precarie e in alloggi fatiscenti, creò una catena di eventi drammatici sulla salute pubblica. Nel 1832 scoppiò a Londra e anche a Parigi, un’epidemia di colera che causò decine di migliaia di morti. Pur non conoscendo le cause di morte della popolazione, si attribuì il problema al gran puzzo delle discariche a cielo aperto, strade e fiumi compresi, che accoglievano tutti gli scarti umani e industriali di cui si disfaceva l’uomo. I primi interventi post epidemia si concentrarono su questi rifiuti, più per una questione di decoro sociale che di vera coscienza sanitaria, infatti la conoscenza scientifica del colera avvenne solo nel 1883 ad opera dello scienziato tedesco Robert Koch che ne individuò l’esistenza, nonostante sembrerebbe che già nel 1854 l’Italiano Fabrizio Pacini avesse isolato il batterio. Si costruirono le prime fognature, si cercò di collegare tra loro interi quartieri che utilizzavano i pozzi neri e si convogliarono i liquami industriali nelle nuove fogne. Non avvenne tutto così semplicemente come raccontato infatti, i problemi furono enormi e all’inizio i risultati scarsi, in quanto le acque convogliate finivano comunque nei fiumi e i problemi si presentarono nuovamente a valle delle città. Si dovette aspettare fino alla fine del secolo quando gli studi sulla microbiologia iniziarono a trovare efficaci soluzioni anche nel campo della depurazione delle acque, uniti al miglioramento dell’igiene personale della popolazione nonché le prime vaccinazioni. Per quanto riguarda i rifiuti solidi, non recuperabili, che normalmente erano depositati fuori dagli ambienti domestici, la crescita della popolazione nei nuovi agglomerati urbani, portò a nuovi problemi. Nonostante la maggior parte dei beni che veniva venduta non prevedeva alcun involucro o raramente in fogli di carta e tutto quello che era possibile riciclare veniva preso seriamente in considerazione, la spazzatura indifferenziata iniziò comunque ad accumularsi. Le colonie di topi vivevano a stretto contatto con le popolazioni dei quartieri più poveri, attratti dai rifiuti gettati liberamente sul territorio cittadino, creando ulteriori problemi sanitari. Fu un fatto anche di decoro che, per primo, Ferdinando II di Borbone, re del regno delle due Sicilie, emanò il 3 Marzo 1832, una norma che regolava la gestione dei rifiuti urbani, prevedendo regole severe sul loro abbandono e imponeva la separazione degli stessi per materiale che li componevano. Il regio decreto non era da prendere alla leggera perché erano previste anche pene detentive per i trasgressori. Istituì inoltre delle discariche dove la gente doveva portare i propri rifiuti e delle regole di pulizia degli ambiti esterni alle abitazioni.

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https://www.arezio.it/ - Jim Robo CEO di Nextera Racconta al Mercato i Progetti della Società
Jim Robo CEO di Nextera Racconta al Mercato i Progetti della Società
Martedì, 6 ottobre 2020 | rNEWS

Jim Robo, il CEO di NEXTera, società americana specializzata nelle energie rinnovabili, ha scritto una lettera agli azionisti, ai clienti e al mercato, in cui traspare tutta la carica e la fede verso il lavoro che l'azienda compie ogni giorno nel campo della produzione di energia pulita, uno sprone al mondo industriale, alla politica e al mercato, verso sfide nuove fatte di sostenibilità economica e reddituale per l'impresa ma anche per il mondo in cui viviamo. Guardare avanti senza rimpianti e rispettare il business sostenibile, i clienti, gli azionisti e i dipendenti.Il 2020 è stato un anno di sconvolgimenti senza precedenti. Abbiamo affrontato una pandemia mondiale associata a gravi problemi economici. Abbiamo assistito a ingiustizie e disordini. Abbiamo sperimentato cambiamenti significativi nel modo in cui lavoriamo e nel modo in cui viviamo. Gli eventi del 2020 hanno inoltre rafforzato l'importanza vitale del lavoro che svolgiamo. La nostra azienda e il nostro settore sono la definizione stessa dell’importanza dell’infrastruttura e del valore dei nostri dipendenti. L'elettricità alimenta il nostro sistema sanitario, consente ai primi soccorritori di aiutare chi ne ha bisogno, consente alle aziende di rimanere aperte o riaprire, facilita l'apprendimento online ed è fondamentale mentre le nostre comunità si riprendono da tutte le sfide che il 2020 ha portato. Quindi, nel mezzo di questi tempi straordinari, rimaniamo più impegnati che mai nella nostra strategia a lungo termine. Questa strategia inizia con una visione: vogliamo essere il più grande e redditizio fornitore di energia pulita al mondo con le migliori competenze e capacità in tutto il mondo. Questa visione è ispirata dai nostri valori: ci impegniamo duramente, facciamo la cosa giusta, trattiamo le persone con rispetto. Questa visione e questi valori ci ispirano ogni giorno. La nostra strategia include anche un focus sull'importanza degli impatti ambientali, sociali e di governance (ESG) che fanno parte di tutto ciò che facciamo da oltre 25 anni. Siamo appassionati di generare energia pulita e rinnovabile, proteggendo l'ambiente e restituendo alla comunità. Florida Power & Light Company (FPL) e Gulf Power mirano a essere le società di servizi più affidabili e meglio operative nel paese, mentre crescono rapidamente l'energia pulita. NextEra Energy Resources si concentra sulla creazione di una società diversificata di energia pulita con un'enfasi sulla crescita del portafoglio eolico, solare e di stoccaggio leader a livello mondiale. Con tutta l'azienda, stiamo offrendo un valore eccezionale ai nostri clienti, supportando le nostre comunità e responsabilizzando i nostri team, il tutto generando un valore significativo per gli azionisti e facendo del bene all'ambiente. L'investimento di capitale è fondamentale per l'attuazione della nostra strategia. Negli ultimi dieci anni, abbiamo investito quasi 90 miliardi di dollari in infrastrutture per l'energia pulita, rendendoci il più grande investitore di infrastrutture statunitensi nel settore energetico e uno dei maggiori investitori di capitale in qualsiasi settore negli Stati Uniti in questo periodo. Investendo in infrastrutture intelligenti e soluzioni innovative di energia pulita, lo siamo contribuire a costruire un futuro energetico sostenibile che sia accessibile, affidabile e pulito. I nostri investimenti di capitale ci aiuteranno anche a raggiungere l’ obiettivo di ridurre il nostro tasso di emissioni di anidride carbonica (CO2) del 67% entro il 2025 da una previsione del 2005. Riteniamo che nessuna azienda in nessun settore abbia fatto di più per ridurre le emissioni di carbonio e affrontare i cambiamenti climatici di NextEra Energy. La nostra strategia riflette anche la nostra convinzione che un'azienda energetica possa essere pulita e allo stesso tempo a basso costo. I nostri investimenti in FPL si sono tradotti in un valore per il cliente migliore, con fatture tipiche inferiori di circa il 30% alla media nazionale, affidabilità record e un profilo di emissioni di CO2 che è quasi il 30% migliore rispetto alla media nazionale. Sebbene Gulf Power faccia parte della famiglia NextEra Energy solo da gennaio 2019, i nostri investimenti in diversi settori dell'energia pulita hanno contribuito a migliorare il suo profilo di emissioni e il nostro focus strategico ha portato a un miglioramento record del 20% dell'affidabilità e una riduzione del 20% dei costi di O&M per megawattora (MWh) al dettaglio. NextEra Energy Resources è diventato il più grande generatore al mondo di energia rinnovabile dal vento e dal sole, nonché un leader mondiale nello stoccaggio di energia non solo perché i nostri clienti e gli azionisti vogliono emissioni più pulite, ma anche perché lo vedono le energie rinnovabili e lo stoccaggio possono ridurre i loro costi. Investendo in energia pulita e riducendo i costi per i nostri clienti, la nostra strategia ha anche generato vantaggi significativi per gli azionisti, i clienti e l'ambiente. Negli ultimi 15 anni, NextEra Energy ha avuto una progressione record di utili rettificati per azione in costante crescita, con un tasso di crescita annuale composto in questo periodo di quasi l'8,5%. Questi rendimenti costanti hanno portato NextEra Energy a sovraperformare sia l'S & P 500 che il Indici S&P 500 Utilities in termini di rendimento totale per gli azionisti su base uno, tre, cinque, sette e 10 anni. Negli ultimi 15 anni, abbiamo sovraperformato tutte le altre società nell'Indice S&P Utilities e l'85% delle società nell'S & P 500, mentre abbiamo più che triplicato il rendimento totale per gli azionisti di entrambi gli indici. Di conseguenza, siamo passati da una società di medie dimensioni per mercato/capitalizzazione, 15 anni fa, alla più grande società di servizi pubblici del mondo oggi. La nostra strategia viene eseguita dal miglior team del nostro settore, un team che sta costruendo una cultura diversificata e inclusiva. Crediamo che team diversificati forniscano risultati aziendali superiori, in parte perché possono apprezzare meglio le esigenze delle comunità che serviamo, ma soprattutto perché sfidano i vecchi modi di fare le cose e generano soluzioni innovative alle nostre sfide energetiche. Insieme, vediamo un'opportunità senza precedenti per plasmare il modo in cui l'energia viene prodotta e fornita in questo continente. Miriamo a essere all'avanguardia mentre avanziamo verso un'era energetica completamente sostenibile. Intendiamo continuare a rivoluzionare e trasformare il nostro settore e mantenere tutti i nostri impegni verso i nostri azionisti. Viviamo e lavoriamo in mezzo a sfide storiche. Molti di noi hanno vissuto queste sfide in modo molto personale. Tuttavia, credo che la nostra azienda guarderà indietro al 2020 come un anno in cui abbiamo affrontato queste sfide e ne siamo usciti più forti che mai. Credo che saremo in una posizione ancora migliore per aiutare tutti a recuperare e ricostruire. Maggiori informazioniFoto: Nextera

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https://www.arezio.it/ - La Battaglia Politica nel Governo Giapponese che vuole Riaccendere i Reattori Nucleari.
La Battaglia Politica nel Governo Giapponese che vuole Riaccendere i Reattori Nucleari.
Lunedì, 5 ottobre 2020 | Energie Rinnovabili

Sono bastati 8 anni dal disastro di Fukushima per perdere la memoria sulle conseguenze della tripla esplosione nucleare Cosa sta succedendo all’interno del governo Giapponese in merito alla politica energetica del paese? Dopo il terremoto avvenuto 11 Marzo 2011 nell’area della centrale nucleare di Fukushima, che ha bloccato il funzionamento di tre reattori e il successivo Tsunami che ha messo fuori uso il sistema di raffreddamento dedicato al controllo delle temperature degli impianti, è avvenuta una triplice esplosione atomica incontrollata. Le conseguenze le conosciamo tutti e le conoscono soprattutto 150.000 cittadini che vivevano intorno alla centrale che hanno dovuto lasciare la loro terra contaminata dalle radiazioni. La decisione immediata del governo di Tokio era stata quella di fermare tutti i 54 reattori nucleari presenti sul territorio Giapponese e avviare un ripensamento della politica energetica nazionale. Nel corso di questi 8 anni il governo, nell’area interessata dall’esplosione, ha avviato progetti per la creazione di 11 parchi Eolici, per una spesa complessiva di 2,75 miliardi di dollari, che produrrebbero circa 600 MW, contro una produzione di circa 4700 MW provenienti dai reattori della centrale. Ci sono anche progetti di costruzione di nuove centrali a biomassa, solari e geotermiche che possano ridurre la dipendenza dal nucleare e dal carbone. Questi progetti rientrano nell’obbiettivo del governo di portare la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili dal 17,4% attuale a circa il 22-24% entro il 2030, ma nello stesso tempo, facendo leva sul fatto che il Giappone è il terzo maggior importatore mondiale di carbone, la riaccensione dei reattori nucleari, secondo il primo ministro Shinzo Abe, farebbe rispettare al paese gli obbiettivi di emissioni di CO2. Il ministro dell’ambiente, Shinjiro Koizumi, non è per niente d’accordo con Abe e sostiene che la centrale di Fukushima presenta ancora un’infinità di problemi da risolvere per poter permettere alla gente di rientrare nei villaggi limitrofi. Quindi, secondo Koizumi, sarebbe improponibile imporre al paese la decisione di riaccendere i vecchi reattori nucleari. Ma quali problemi esistono ancora a Fukushima? Innanzitutto sono ancora stoccate circa 1 milione di tonnellate di acqua contaminata da radiazioni, utilizzata nelle operazioni di spegnimento dei reattori danneggiati. Nonostante le acque siano state trattate, per togliere la maggior parte dei radionuclidi, non esiste, oggi, alcuna tecnologia che possa rimuovere il trizio dall’acqua. Secondo i tecnici l’unica possibilità per risolvere il problema sarebbe quello di diluirla e riversarla poi nell’oceano. La cosa comunque, al di là degli evidenti risvolti ambientali e sociali, richiederebbe, secondo il capo del comitato che studia lo smantellamento di Fukushima, Hiroshi Miyano, non meno di 17 anni. Ovviamente i pescatori e i paesi limitrofi al Giappone sono sul piede di guerra perché temono una contaminazione del pesce e un’ulteriore disastro economico per il settore. Ci sono poi i problemi di contaminazione delle acque sotterranee che lambiscono gli edifici della centrale nucleare danneggiati dalle esplosioni, su cui il governo è intervenuto con la costruzione di un muro di contenimento ghiacciato, costato 260 milioni di dollari che ha attenuato il fenomeno ma non lo ha bloccato. Infine esiste un serio problema per il terreno contaminato che, da anni viene rimosso con lo scopo di ridurre il valore delle radiazioni nelle aree evacuate, ma che ha creato un accumulo di milioni di tonnellate di materiale che nessuno vuole. Si stima che saranno circa 14 milioni le tonnellate di terreno contaminato da rimuovere entro il 2021 e, secondo gli accordi che la prefettura locale ha preso con il governo, questa montagna di materiale dovrà essere spostata lontano dalla zona colpita dal disastro, ma nessuno sa dove portarla. Intanto i lavori vanno avanti con circa 1600 viaggi di autotreni al giorno, avendo già trasportato circa 2,3 milioni di tonnellate, che corrispondono a circa il 15% del totale del materiale da asportare e stoccare nel sito provvisorio. Il governo vorrebbe trasmettere un’immagine di sicurezza alla popolazione, avendo indicato già alcune aree decontaminate come sicure, ma, secondo Greenpeace, queste aree presenterebbero un valore di radiazioni troppo alte che non consentirebbe un rientro sicuro della gente. Alla luce di questa situazione è davvero sorprendente come il primo ministro Abe, possa pensare di riaccendere i reattori nucleari in un paese, tra l’atro, soggetto a terremoti e Tsunami.

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https://www.arezio.it/ - Snetor Acquisisce il 100% di Gazechim Francia
Snetor Acquisisce il 100% di Gazechim Francia
Lunedì, 5 ottobre 2020 | Notizie Generali

La comunicazione a firma del CEO del gruppo Snetor. Emmanuel Aubourg, che rende noto al mercato la doppia acquisizione di società operanti nel campo dei polimeri in Europa. Siamo lieti di confermare, in qualità di partner privilegiato, l'acquisizione da parte del Gruppo Snetor di Gazechim Plastics il 27 luglio 2020.   Questa operazione arriva ad appena una settimana dall'acquisizione del 70% di Tecnopol Spa in Italia e Spagna da parte del Gruppo Snetor.   Valori condivisi e una visione comune Il Gruppo Snetor e Gazechim Plastics sono due aziende a conduzione familiare con la stessa cultura aziendale e valori condivisi in cui la dimensione umana e le relazioni basate sulla fiducia sono al centro delle decisioni e delle organizzazioni. Fortemente legati agli stretti legami con i nostri partner, condividiamo anche le stesse ambizioni: creare valore per i nostri clienti e fornitori e diventare un attore chiave nella distribuzione di materie plastiche in Europa. Da questa operazione nasce un gruppo che rappresenterà oggi un perimetro di aziende che impiegano quasi 300 dipendenti per un fatturato consolidato di 1,2 miliardi di euro, presenti in Europa, Africa, Stati Uniti e America Latina. Ad oggi, Gazechim Plastics opera nel continente europeo attraverso 7 filiali che coprono le seguenti zone: Francia, Italia, Regno Unito, Benelux, Iberica, Romania e Norden. Un attore chiave in Europa Con queste 2 operazioni, Snetor diventa un player paneuropeo in grado di offrire una soluzione globale a tutti i suoi partner attraverso diversi canali di distribuzione a seconda del Paese e di perseguire la sua strategia di prossimità e impegno nei confronti dei propri clienti e fornitori ovunque si trovino. Orgogliosi e attenti ai rapporti duraturi che intratteniamo con voi, i nostri team continueranno a collaborare con voi sui progetti dei nostri clienti, con la stessa professionalità e livello di rigore e qualità del servizio.Vuoi pubblicare un articolo gratuitamente? Invia il testo e una foto qui

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https://www.arezio.it/ - La Decarbonizzazione secondo AlcelorMittal
La Decarbonizzazione secondo AlcelorMittal
Lunedì, 5 ottobre 2020 | rNEWS

La decarbonizzazione, la circolarità delle attività produttive e la ricerca di una forma di impresa che possa coniugare sviluppo, redditività e sostenibilità è stata affrontata sul blog Arezio/PlastiCare molte volte, più spesso affrontando le tematiche dell'economia circolare con un focus sulla plastica riciclata.Con questo articolo, redatto da ArcelorMittal, si vuole sottolineare l'impegno delle aziende per una produzione più sostenibile e circolare anche nel campo dei metalli.ArcelorMittal annuncia un impegno a livello di gruppo per essere "carbon neutral" entro il 2050, basandosi sull'impegno assunto nel 2019 per la sua attività europea di ridurre le emissioni del 30% entro il 2030 ed essere carbon neutral entro il 2050. Commentando l'obiettivo di zero netto al 2050, prima di parlare della sfida della decarbonizzazione dell'industria siderurgica oggi alla Financial Times Commodities Conference, Aditya Mittal, Presidente e CFO, ha dichiarato: “Se il mondo vuole raggiungere lo zero netto entro il 2050, sarà necessario che tutte le parti dell'economia in tutte le regioni del mondo contribuiscano. In qualità di azienda siderurgica leader a livello mondiale, riteniamo di avere la responsabilità di guidare gli sforzi per decarbonizzare il processo di produzione dell'acciaio, che oggi ha un'impronta di carbonio significativa. “L'acciaio rimarrà un materiale vitale per il nostro mondo e in effetti è il materiale più circolare di tutti. La nostra sfida è essere in grado di produrre acciaio utilizzando tecnologie energetiche pulite su scala commerciale, pur rimanendo competitivi nell'industria siderurgica globale. “Stiamo lavorando su varie tecnologie pilota che hanno un potenziale eccellente. Ad Amburgo, dove possediamo e gestiamo l'unico impianto DRI-EAF in Europa, testeremo non solo la capacità dell'idrogeno di ridurre il minerale di ferro e formare DRI, ma testeremo anche quel DRI privo di carbonio nell'EAF nell'acciaio reale -processo di fabbricazione. “L'idrogeno ha un grande potenziale ma, visti i costi di transizione significativi, crediamo anche nel lavorare su soluzioni per il tradizionale percorso integrato. Questo segue essenzialmente il percorso della bioenergia, della cattura, dell'utilizzo e dello stoccaggio del carbonio, che, come sottolineato sia dall'IPCC che dall'IEA, sarà fondamentale per raggiungere lo zero netto entro il 2050. Ciò che è anche interessante di questo percorso è che ha il potenziale non solo per fornire acciaio a emissioni zero, ma anche altri prodotti che aiuteranno l'industria chimica a produrre plastica in modo carbon neutral. “Fondamentale per trasformare l'obiettivo in realtà sarà la politica volta a consentire all'acciaio di rimanere competitivo durante la decarbonizzazione, in particolare dato che ogni regione del mondo si muove a un ritmo diverso. Intendiamo impegnarci attivamente con i governi per tracciare una via da seguire che consenta all'industria siderurgica di compiere progressi significativi attraverso una politica attentamente progettata che protegga dalla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio ". ArcelorMittal ha identificato due percorsi di produzione dell'acciaio a basse emissioni, entrambi potenzialmente in grado di portare a una produzione di acciaio a emissioni zero: • La via Hydrogen-DRI, che utilizza l'idrogeno come agente riducente. Un impianto dimostrativo ad Amburgo, dove ArcelorMittal possiede l'unico impianto DRI-EAF operativo in Europa, è attualmente pianificato con un avvio mirato nel 2023. • Il percorso Smart Carbon è incentrato sulla modifica del percorso dell'altoforno per creare una produzione di acciaio neutra al carbonio attraverso l'uso di carbonio circolare - sotto forma di biomassa sostenibile o flussi di rifiuti contenenti carbonio - e cattura e uso (CCU) e stoccaggio (CCS) del carbonio. ArcelorMittal è a buon punto nella costruzione di diversi progetti su scala commerciale per testare e dimostrare una gamma di tecnologie Smart Carbon. L'obiettivo di avvio per i progetti chiave è previsto nel 2022. Sebbene entrambe le strade abbiano il potenziale per fornire acciaio a emissioni zero entro il 2050, riteniamo che Smart Carbon possa fornire risultati prima e dare un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di CO2 in questo decennio, mentre è improbabile che la produzione su scala industriale dalla rotta Hydrogen-DRI possa essere significativo prima del 2030 a causa degli attuali costi elevati. La Società ha inoltre delineato in precedenza le fasi della politica che ritiene necessaria affinché la produzione di acciaio a emissioni zero diventi una realtà, che include: 1. Una parità di condizioni a livello mondiale che eviti il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio attraverso meccanismi come l'adeguamento delle frontiere verdi 2. Accesso a un'energia pulita abbondante e conveniente 3. Politiche a sostegno dello sviluppo della necessaria infrastruttura energetica pulita 4. Accesso a finanziamenti sostenibili per la produzione di acciaio a basse emissioni e 5. Politiche che accelerano la transizione verso un'economia circolare. ArcelorMittal fornirà ulteriori dettagli a sostegno del suo obiettivo di zero netto al 2050 nel suo secondo rapporto sull'azione per il clima, che dovrebbe essere pubblicato entro la fine del 2020. ArcelorMittal è membro della Energy Transitions Commission (ETC) ed è un membro attivo della Net Zero Steel Initiative di ETC in corso in collaborazione con il World Economic Forum. ArcelorMittal è anche attivamente impegnata con la Science Based Targets Initiative (SBTI) per definire un SBT realizzabile per l'industria siderurgica tenendo conto delle due distinte rotte in funzione oggi. Per maggiori infoFoto: ArcelorMittal

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https://www.arezio.it/ - LyondellBasell: un Rinnovato Impegno per una Produzione Sostenibile
LyondellBasell: un Rinnovato Impegno per una Produzione Sostenibile
Sabato, 3 ottobre 2020 | rNEWS

Come per Total, Eni e per RadiciGroup, i cui piani per un business industriale sostenibile sono stati illustrati nella pagine di questo blog, anche LiondellBasell, attraverso il suo ufficio stampa comunica ai clienti e al mercato i suoi progetti per una produzione che rispetti l'economia circolare e la sostenibilità.LyondellBasell, una delle più grandi società di materie plastiche, prodotti chimici e raffinazione del mondo, ha pubblicato oggi il suo rapporto annuale sulla sostenibilità con l'obiettivo di influenzare il cambiamento positivo e si concentra su tre aree di trasformazione tra cui rifiuti di plastica, cambiamento climatico e società fiorenti. LyondellBasell ha annunciato uno degli obiettivi più ambiziosi del settore per produrre e commercializzare due milioni di tonnellate di polimeri riciclati, basati su fonti rinnovabili, ogni anno entro il 2030. Il rapporto mostra la strategia e le ambizioni di LyondellBasell per il prossimo decennio. "LyondellBasell ha intrapreso un viaggio pluriennale per promuovere l'economia circolare e abbiamo fatto passi da gigante nel riciclaggio meccanico e avanzato, oltre a produrre prodotti a base rinnovabile", ha affermato Jim Seward, Vicepresidente senior Ricerca e sviluppo, tecnologia e Sostenibilità. "I nostri obiettivi sottolineano ciò che vediamo possibile nel prossimo decennio e le nostre ambizioni di sostenibilità ci richiedono di adattare i nostri modelli di business. Se visti attraverso le lenti della tecnologia e dell'innovazione, il nostro track record dimostra la nostra capacità di promuovere nuove collaborazioni e partnership a vantaggio della società." Gli elementi chiave del Rapporto di sostenibilità di LyondellBasell implicano l'azione su diversi fronti. L'ambizione dell'azienda è di: Produrre e commercializzare due milioni di tonnellate di polimeri riciclati e provenienti sda fonti rinnovabili ogni anno, aumentare i suoi investimenti nel recupero e nel riciclaggio della plastica e accelerare le soluzioni per porre fine ai rifiuti di plastica. Ridurre le sue emissioni di CO2 del 15% per tonnellata di prodotto realizzato rispetto ai livelli del 2015 entro il 2030. Promuovere la diversità, l'inclusione e l'equità sul posto di lavoro accelerando iniziative, come la creazione di diversità e inclusione (D&I) nei nostri programmi per i dipendenti, implementando la posizione di funzionario D&I e coinvolgendo una sezione trasversale di leader che funga da Consiglio D&I. Unirsi ai colleghi del settore American Chemistry Council e Plastics Europe per garantire che il 100% degli imballaggi in plastica venga riutilizzato, riciclato o recuperato entro il 2040. Inoltre, l'azienda continua ad aumentare il riciclaggio e a lavorare in modo collaborativo lungo la catena del valore, come evidenziato dal ruolo strumentale del CEO di LyondellBasell Bob Patel nel lancio dell'Alliance to End Plastic Waste e dal continuo coinvolgimento come funzionario dell'organizzazione. LyondellBasell sta anche sviluppando un riciclaggio avanzato con la sua tecnologia MoReTec, ha ampliato la sua offerta di prodotti per il riciclaggio meccanico e le offerte di colori attraverso la sua joint venture 50/50, Quality Circular Polymers (QCP), ha migliorato il design della plastica per aumentare la riciclabilità e ha collaborato con i proprietari dei marchi aumentare la riciclabilità del prodotto. Infine, l'azienda ha realizzato la prima produzione parallela di polipropilene (PP) e polietilene a bassa densità (LDPE) a base di materie prime rinnovabili su scala commerciale. Il report di sostenibilità di LyondellBasell è disponibile sul sito Web dell'azienda all'indirizzo https://www.lyondellbasell.com/en/sustainability/.Fotografia: Lyondellbasell

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https://www.arezio.it/ - Nuova partnership di Snetor con Tecnopol per il mercato Italiano
Nuova partnership di Snetor con Tecnopol per il mercato Italiano
Venerdì, 2 ottobre 2020 | rNEWS

Snetor, il gruppo francese attivo nella distribuzione mondiale delle materie plastiche, ha recentemente siglato una partnership con l'azienda Italiana Tecnopol, attiva nella distribuzione, commercio e compounding di polimeri termoplastici, con sede a Torino, specializzata tra gli altri, nel campo medicale, automobilistico, dei mobili e dell'imballaggio. Tecnopol, forte di un fatturato di 60 milioni di euro nel 2019, ha siglato un accordo con Snetor, il quale prevede l'acquisizione fino al 70% delle attività di distribuzione di Tecnopol dando vita al gruppo Tecnopol Snetor.  Il restante 30% del capitale resterà nella mani dei precedenti proprietari Tecnopol (Giancarlo Rizzi e Alberto Borio) che continueranno a ricoprire i ruoli di Amministratori Delegati e di management della realtà Italiana per dare continuità e crescita all'azienda.  Inoltre, l'accordo prevede di unire le attività di Snetor Iberica e Tecnopol creando una nuova entità distribuiva sul mercato Spagnolo controllata al 60% da Snetor e al 40% da Tecnopol.  L'attività di compounding di Tecnopol, tramite Omikron, rimane fuori dall'accordo tra le società ma Tecnopol Snetor si occuperà della distribuzione dei suoi prodotti.  Snetor, società con oltre 35 anni di storia e più di un miliardo di euro di fatturato annuo, presente nel continente Americano, Europeo e Africano con 19 sedi proprie, rafforzerà attraverso questa partnership la presenza distributiva in Europa, entrando direttamente sul mercato Italiano, secondo di importanza in Europa. Vuoi pubblicare un articolo gratuitamente? Invia il testo e una foto qui.

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https://www.arezio.it/ - Cosa Sta Succedendo alle Foreste Artiche a Causa dell'Inquinamento?
Cosa Sta Succedendo alle Foreste Artiche a Causa dell'Inquinamento?
Venerdì, 2 ottobre 2020 | rNEWS

Abbiamo trattato in articoli precedente la devastante azione dell'uomo sullo sfruttamento della foresta amazzonica e sullo sfruttamento del legname nei boschi della Romania ma ora troviamo interessante proporre un articolo apparso su Science che informa della situazione delle foreste artiche russe a causa dell'inquinamento causato dalle attività industriali dell'uomo.Il dilagante inquinamento atmosferico nella Siberia settentrionale sta bloccando la luce solare e rallentando la crescita delle foreste boreali, suggerisce una nuova ricerca Il più grande studio sugli anelli degli alberi a Norilsk, la città più inquinata della Russia e la città più settentrionale del mondo, ha scoperto che l'inquinamento atmosferico da miniere e fonderie locali è almeno in parte responsabile di un fenomeno noto come "oscuramento artico". Simile all'``oscuramento globale '', questo effetto più regionale si verifica quando minuscole particelle - da inquinamento atmosferico, eruzioni vulcaniche e polvere - si raccolgono nell'atmosfera, dove assorbono o disperdono parzialmente l'energia solare, interferendo con la disponibilità di luce, l'evaporazione e l'idrologia. il terreno. Osservazioni a lungo termine e misurazioni satellitari hanno dimostrato che la quantità di radiazione solare che raggiunge la superficie dell'Artico è diminuita dalla metà del secolo, ma non era chiaro se ciò fosse dovuto all'inquinamento umano nella regione. Oggi, dopo quasi un secolo di attività mineraria pesante e non regolamentata, la morte degli alberi vicino a Norilsk si è estesa fino a 100 chilometri, ma questo è uno dei primi studi per collegare quella foresta in diminuzione con la luce solare ridotta. "Sebbene il problema delle emissioni di zolfo e del deperimento forestale sia stato affrontato con successo in gran parte dell'Europa, per la Siberia non siamo stati in grado di vedere quale sia stato l'impatto, in gran parte a causa della mancanza di dati di monitoraggio a lungo termine", afferma Ulf Büntgen, analista di sistemi ambientali dell'Università di Cambridge. Eppure, questa regione è una delle più fortemente inquinate al mondo. Quindi, leggendo migliaia di anelli di alberi di conifere vive e morte che circondano la città di Norilsk, i ricercatori hanno cercato di ricostruire quello che è successo a questa foresta un tempo incontaminata. Usando il legno e la chimica del suolo, hanno mappato l'entità della devastazione ambientale incontrollata di Norilsk nel corso di nove decenni. "Possiamo vedere che gli alberi vicino a Norilsk hanno iniziato a morire in maniera massiccia negli anni '60 a causa dell'aumento dei livelli di inquinamento", afferma Büntgen. Utilizzando la radiazione solare che raggiunge la superficie come proxy per l'inquinamento atmosferico, i modelli del team forniscono "una forte prova" che l'oscuramento artico ha sostanzialmente ridotto la crescita degli alberi dagli anni '70. Oggi, dicono gli autori, anche le foreste boreali in Eurasia e nel Nord America settentrionale sono diventate in gran parte una "discarica per grandi concentrazioni di inquinanti atmosferici di origine antropica", e quindi gli effetti dell'oscuramento artico potrebbero essere avvertiti in modo molto più ampio al di fuori della regione di Norilsk studiata qui . Sfortunatamente, a causa dei modelli di circolazione su larga scala, sappiamo che gli inquinanti tendono ad accumularsi nell'atmosfera artica, e questo significa che gli ecosistemi a nord possono essere particolarmente vulnerabili all'inquinamento globale nel suo complesso. Anche sapendo questo, gli autori non erano preparati per l'entità del problema che avevano scoperto. "Ciò che ci ha sorpreso è quanto siano diffusi gli effetti dell'inquinamento industriale: l'entità dei danni mostra quanto sia vulnerabile e sensibile la foresta boreale", afferma Büntgen. "Data l'importanza ecologica di questo bioma, i livelli di inquinamento nelle alte latitudini settentrionali potrebbero avere un enorme impatto sull'intero ciclo globale del carbonio". Né l'inquinamento è l'unica minaccia per questi preziosi ecosistemi, a volte descritti come "polmoni" per il nostro pianeta. Sembra che il cambiamento climatico stia anche alterando la diversità delle foreste boreali, mentre gli incendi più intensi e frequenti stanno spazzando via enormi aree della Siberia ogni anno, contribuendo a un ulteriore inquinamento atmosferico regionale. Mentre alcuni modelli di riscaldamento globale suggeriscono che la crescita degli alberi aumenterà con il cambiamento climatico, la nuova ricerca evidenzia che l'inquinamento atmosferico potrebbe superare questo, il che significa che gli alberi nel nord artico cresceranno più lentamente e più deboli di prima. Ulteriori ricerche dovrebbero esaminare come l'inquinamento atmosferico potrebbe portare a una riduzione della radiazione solare, assorbendo la radiazione solare direttamente o indirettamente attraverso i suoi effetti sulle nuvole. Considerata l'importanza di queste foreste boreali come pozzo di carbonio e quanto vulnerabili sembrano essere, gli autori chiedono ulteriori informazioni sugli effetti a lungo termine delle emissioni industriali sulle foreste più settentrionali del mondo. "Questo studio appare particolarmente opportuno alla luce del rilascio, senza precedenti a Norilsk di oltre 20.000 tonnellate di gasolio nel 2020", scrivono, "un disastro ambientale che sottolinea la minaccia del settore industriale di Norilsk sotto il rapido riscaldamento dell'Artico e lo scongelamento del permafrost, e sottolinea anche la vulnerabilità ecologica delle alte latitudini settentrionali ". Carly Cassella, Science Traduzione automatica dall'Inglese. Ci scusiamo per eventuali inesattezze linguistiche.

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del riso
Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del riso
Giovedì, 1 ottobre 2020 | Economia circolare

Come riconsiderare i prodotti vegetali di scarto per la bio-edilizia in un’ottica di economia circolare. E’ nato prima l’uovo o la gallina? Una battuta spiritosa che potrebbe essere applicata facilmente al binomio bio edilizia – economia circolare. Infatti possiamo dire che i due campi si alimentano vicendevolmente, mettendo il mercato dei rifiuti e degli scarti a disposizione dell’industria dei prodotti edilizi, per la creazione di manufatti sempre più green. Esiste infatti nel passato una vasta documentazione che descrive come l’uomo avesse sempre cercato di migliorare la salubrità e la vivibilità delle proprie abitazioni, sfruttando nel migliore dei modi quello che la natura gli metteva a disposizione, sia sotto l’aspetto ambientale che quello delle materie prime sulle quali poteva contare. La lenta evoluzione dei processi costruttivi e dei materiali, durante i secoli, ha visto un lento ma costante miglioramento delle performance abitative degli edifici costruiti, soprattutto quando vennero impiegati i mattoni, i vetri, gli isolamenti termici pur rudimentali, i sistemi fognari e molte altre innovazioni. Ma la svolta concreta è avvenuta durante del XIX secolo, quando la grande disponibilità di energia proveniente dalle fonti fossili, in coincidenza dei progressi tecnologici, creò una nuova forma di architettura, anche intesa come materiali, basata molto sulla futurizzazione della potenza industriale e sulla produzione in serie di elementi per l’edilizia. Questo trasformismo portò ad un allontanamento progressivo dalla centralità dell’ambiente e della natura nelle opere edili e nei suoi progetti. Intorno agli anni 70 dello scorso secolo, anche nel settore delle costruzioni iniziarono a crescere dei dubbi sulla sostenibilità dei materiali usati e sul metodo della cementificazione selvaggia che erodeva il suolo, inquinava l’ambiente e sperperava le risorse energetiche. Il processo che portò ad una nuova consapevolezza tra edilizia e ambiente si manifestò, lentamente, attraverso strade diverse: le crisi petrolifere causarono l’aumento del costo per scaldare le abitazioni, spingendo alla creazione dei primi isolanti termici, l’inquinamento urbano portò allo studio di nuove forme di sfruttamento dell’energia domestica, la crescita di una nuova coscienza ambientalista mise in discussione una serie di materiali difficilmente riciclabili. L’idea di una nuova circolarità nell’uso degli edifici e dei materiali che li compongono, rivoluzionò il sistema fin dalle fasi di progettazione, in cui vennero inseriti concetti come bio- edilizia ed economia circolare dei rifiuti. Oggi, questo nuovo corso, gira intorno all’impatto ambientale dell’edificio, attraverso lo strumento dell’eco bilancio, che deve considerare tutte le fasi della vita della struttura, cioè significa analizzare l’impatto del costruito nella fase prima della sua realizzazione, durante la vita dell’edificio e dopo la sua esistenza, intesa come recupero dei materiali che lo hanno composto. Utilizzando la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), adattata, non ai singoli prodotti, ma ad un edificio intero, si vuole fare una valutazione complessiva del progetto rispettando i seguenti parametri: Compatibilità: che consiste nella valutazione dell’opera nel contesto ambientale sotto il profilo economico, inteso come minori sprechi generali nel tempo. Benessere: inteso come integrazione dell’uomo in equilibro con la natura e le sue risorse. Riciclo e riuso: inteso come la ricerca di una costruzione, anche di tipo a secco, in cui gli elementi potrebbero essere smontati e riutilizzati facilmente a fine ciclo. Da questi concetti nascono nuove forme di ricerca che vogliono ripercorrere la circolarità dei materiali da impiegare, per realizzarne altri adatti alle costruzioni, cercando di minimizzare il prelievo delle materie prime dall’ambiente. In questo contesto si muovono i materiali, intesi come materie prime, che provengono dallo scarto della lavorazione del riso, riutilizzati come componenti eco compatibili, finalizzati alla realizzazione di nuovi elementi costruttivi. Per scarto del riso, possiamo identificare la parte che lo avvolge, denominata pula o lolla, che risulta dopo la lavorazione, tramite sbramatura (azione meccanica di pulitura del chicco di riso) del prodotto raccolto nel campo, il cui rifiuto incide dal 17 al 23% in peso. La lolla ha una consistenza molto dura e leggera, con una densità di circa 135-140 Kg./m3 ed ha ottime caratteristiche espresse nell’imputrescibilità e inattaccabilità dagli insetti. Essendo molto scarso l’apporto nutritivo del prodotto (3,3% di proteine e 1,1% di grassi) non viene generalmente impiegata come mangime per gli animali. Nel campo dell’arredamento, la lolla di riso viene utilizzata, in compound con delle resine, per creare un legno artificiale, adatto alla costruzione di darsene, pontili e arredo urbano esterno in virtù delle elevate proprietà impermeabili, di resistenza al sole, alla pioggia, alla salsedine e alla neve. Nel campo delle costruzioni abitative, la lolla di riso viene impiegata in alcuni processi produttivi: Massetti alleggeriti con spiccate doti di isolamento termo-acusticheMalte di intonaco e di finitura attraverso un mix di lolla di riso, inerti silicei ed argillaPitture da esterno composte da latte di calce e lolla di risoPannelli per pareti da interno ed esterno, per l’isolamento termo-acustico, composti da lolla di riso, ossido di magnesio e amido di soia con la funzione di legante. I prodotti composti dalla lolla di riso, dalla paglia e dalla calce sono leggeri, tenaci, con caratteristiche termiche e acustiche e traspiranti.

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https://www.arezio.it/ - ENI: Sfruttare l'Energia che Viene dal Mare
ENI: Sfruttare l'Energia che Viene dal Mare
Giovedì, 1 ottobre 2020 | rNEWS

Ci siano già occupati, in diversi articoli, sulla grande potenzialità che il mare potrebbe regalarci sotto forma di energia prodotta dal moto ondoso. Siamo ancora nella fase di studio su come poter sfruttare in modo permanente questa risorsa, del tutto pulita ed inesauribile. Per questa ragione l'ENI, società internazionale di idrocarburi e l'Università di Tornino si sono unite per accelerare questi studi.L’energia del mare rappresenta la più grande fonte energetica rinnovabile al mondo: si stima che le onde potrebbero sviluppare una potenza lungo le coste terrestri a livello globale pari a 2 TeraWatt, circa 18 mila miliardi di chilowattora all’anno, ovvero quasi il fabbisogno annuale di energia elettrica del pianeta. Inoltre, l’energia da onde è prevedibile, più modulata delle altre fonti rinnovabili e più continua. Valorizzare questa fonte energetica dalle alte potenzialità è lo scopo del laboratorio di ricerca congiunto realizzato dal Politecnico di Torino ed Eni MORE – Marine Offshore Renewable Energy Lab - inaugurato oggi alla presenza del Ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, della Presidente di Eni, Lucia Calvosa, dell’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, e del Rettore del Politecnico Guido Saracco.  Il Laboratorio MORE concretizza ulteriormente la collaborazione tra il Politecnico di Torino ed Eni, sancita a gennaio scorso con il rinnovo di un accordo di partnership, che prevede appunto l’istituzione e il lavoro comune di ricercatori di Eni e dell’Ateneo nel laboratorio, con l’obiettivo di contribuire a una ulteriore crescita del know-how in questa materia di grande interesse sia per Eni che per l’Ateneo e ad una rapida realizzazione industriale delle tecnologie per lo sfruttamento delle risorse energetiche marine. Il Laboratorio permetterà di ampliare il campo d’azione congiunta allo studio di tutte le fonti di energia marina, andando a investigare non solo il moto ondoso ma anche l’eolico e solare offshore, le correnti oceaniche e di marea e il gradiente salino.  Il MORE Lab ha sede presso il Politecnico, con l’impiego di infrastrutture di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale e vede anche l’integrazione con le seguenti strutture Eni: il Marine Virtual Lab, presso il centro di supercalcolo HPC5 a Ferrera Erbognone e l’area di test in mare aperto a Ravenna, dove si sta valutando la fase pre-prototipale del convertitore di moto ondoso ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter), il primo impianto al mondo di generazione elettrica ibrida e distribuita da moto ondoso e fotovoltaico; una tecnologia nata dai laboratori di ricerca del Politecnico e sviluppata dalla spin-off dell’Ateneo Wave for Energy, selezionata, ottimizzata ed industrializzata da Eni e in funzione da marzo 2019 nell’offshore di Ravenna.   ISWEC ha dimostrato elevata affidabilità e capacità di adattarsi alle diverse condizioni di mare, grazie al suo sistema attivo di controllo e regolazione. Infatti, nel periodo di esercizio si è arrivati a superare il valore nominale massimo di potenza installata pari a 50 kW.   Inoltre, il Laboratorio farà rete anche con il sito di test del Politecnico a Pantelleria, dove altri aspetti della stessa tecnologia vengono testati in un ecosistema, quello isolano, che mira all’autonomia energetica e all’azzeramento dell’impatto paesaggistico.  Saranno circa 50 i ricercatori coinvolti nella ricerca di MORE Lab, tra personale in ruolo e dottorandi/tesisti del Politecnico, con i quali Eni si interfaccerà, con proprie professionalità, per una rapida crescita del know-how specifico e per la finalizzazione industriale delle tecnologie. Il Centro avrà a disposizione una vasca di prova navale e dei laboratori all’avanguardia per lo sviluppo e dry test dei prototipi e un centro di calcolo ad alte prestazioni.  Il Laboratorio, inoltre, si avvarrà di una cattedra specifica sull’ “Energia dal Mare”, che avrà l’obiettivo di formare ingegneri specializzati nella progettazione, realizzazione e utilizzo delle nuove tecnologie che saranno sviluppate proprio nel laboratorio.  L’AD Eni Claudio Descalzi ha commentato: “L’impegno di Eni nello sviluppo di tecnologie che avranno un ruolo chiave nel processo di decarbonizzazione diventa sempre più concreto grazie al lavoro di ricerca condotto insieme al Politecnico di Torino nei MORE Lab che ci permetterà di ottimizzare le tecnologie per renderle sempre più efficienti, competitive ed accelerare il processo di industrializzazione delle energie marine”.  “In un settore come quello dell’energia rinnovabile e della sostenibilità, lo sviluppo di soluzioni innovative e realizzate in stretta collaborazione con il mondo industriale – quindi pronte per essere impiegate sul mercato – è quanto mai centrale per il nostro Ateneo”, ha commentato il Rettore del Politecnico Guido Saracco. “I laboratori e i progetti di ricerca e innovazione sviluppati con Eni nei MORE Lab saranno cruciali nei prossimi anni per contribuire in modo significativo a trovare soluzioni per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e riduzione delle emissioni che l’Europa si è data”.da eni.comVuoi pubblicare un articolo gratuitamente? 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https://www.arezio.it/ - eBook: Ambiente ed Economia Circolare
eBook: Ambiente ed Economia Circolare
Mercoledì, 30 settembre 2020 | eBook

30 pillole per riflettere. E' disponibile il nuovo eBook: Ambiente ed Economia Circolare 30 Pillole per Riflettere nella versione in lingua Italiana. Ambiente ed economia circolare sono due lati della stessa medaglia. Non esiste un concetto di ambiente ed ecosistema sostenibile se non riusciamo a realizzare un processo di gestione circolare dei rifiuti che produciamo ed un uso massiccio delle energie rinnovabili. Immaginiamo un grande motore che viene alimentato dalle nostre azioni attraverso una catena di congiunzione che genera la nostra vita. Senza energia non possiamo vivere, ma questo motore deve essere alimentato da azioni della nostra vita che permettano e giustifichino, nel tempo, l'esistenza del circuito. Le azioni sono rappresentate dal un corretto approccio alla gestione dei rifiuti secondo il concetto delle 4R, ridurre, riuso, riciclo e recupero, e dall'uso incondizionato delle fonti di energia rinnovabili. Versione in lingua Italiana L'eBook è possibile acquistarlo su Amazon cliccando qui: https://www.amazon.it/dp/B087ZNKZJ4/ref=nodl_ Oppure in versione cartacea inviando una richiesta a: info@arezio.it Costo eBook o PDF: 4.90 euro Costo versione cartacea: 7,90 euro+spese di spedizione

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https://www.arezio.it/ - Ds Smith: Leader nel Settore Packaging presenta
Ds Smith: Leader nel Settore Packaging presenta
Mercoledì, 30 settembre 2020 | rNEWS

Secondo quanto riportata da Adn Kronos, Ds Smith, società leader nel settore del packaging multisettoriale ha varato un'iniziativa chiamata "per il presente e il futuro" in cui si impegna concretamente a fare dei passi decisivi verso la sostenibilità della sua filiera produttiva. Vediamo quali.Ds Smith, azienda del packaging sostenibile, lancia oggi la sua nuova strategia di sostenibilità, "Per il presente e per il futuro", che delinea impegni e obiettivi per il prossimo decennio. Ds Smith continuerà a concentrarsi sulla transizione verso un'economia circolare collaborando con clienti, comunità, governi e opinion leader per favorire il riciclo e rigenerare i sistemi naturali, e continuerà a concentrarsi sulla riduzione di CO2 proteggendo la biodiversità e riducendo il consumo di acqua. “E’ fondamentale che la nostra spinta a ridefinire il packaging continui a porre la circolarità al centro del nostro business, in quanto fornitori di soluzioni che rispondono alle nuove esigenze di un mondo in continua evoluzione - dichiara Miles Roberts, Ceo di Ds Smith - La nuova strategia ci consente di andare oltre il nostro solido modello di business circolare, permettendoci di fornire più soluzioni sostenibili ai nostri clienti e alla società in generale, sostituendo la plastica, abbattendo le emissioni di CO2 dalla nostra supply chain e fornendo soluzioni di riciclo alternative". La strategia definisce quattro pilastri fondamentali, insieme a un impegno costante per ridurre le emissioni di CO2 del 30% rispetto al 2015 e a una tutela delle foreste e della biodiversità in cui opera. Chiusura del ciclo attraverso una migliore progettazione, entro il 2023 produrrà imballaggi riciclabili o riutilizzabili al 100% e il suo obiettivo è il riciclo o il riutilizzo di tutti i suoi imballaggi entro il 2030. Proteggere le risorse naturali sfruttando ogni fibra: entro il 2025, ottimizzerà l'uso della fibra per le singole catene di approvvigionamento nel 100% delle sue nuove soluzioni di imballaggio ed entro il 2030 mira a ottimizzare ogni fibra per tutte le catene di approvvigionamento. Ridurre rifiuti e inquinamento attraverso soluzioni circolari: entro il 2025 eliminerà 1 miliardo di pezzi di plastica dagli scaffali dei supermercati, toglierà 250.000 camion dalla strada e lavorerà con i partner per trovare soluzioni per gli imballaggi difficili da riciclare. Nel frattempo, entro il 2030 mira a utilizzare gli imballaggi e il riciclo per rendere possibile l'economia circolare, sostituendo plastica, riducendo le emissioni di carbonio dei clienti ed eliminando i rifiuti di imballaggio dei consumatori. Offrire strumenti alle persone per condurre la transizione verso un'economia circolare: entro il 2025 coinvolgerà il 100% del suo personale nell'economia circolare, ed entro il 2030 coinvolgerà 5 milioni di persone nell’adozione di stili di vita adeguati. "Per il presente e per il futuro", spiega Wouter van Tol, Head of Sustainability, Community and Government Affairs, "posiziona Ds Smith in prima linea nel settore del packaging e definisce una chiara tabella di marcia per affrontare le sfide immediate, lavorando allo stesso tempo per soddisfare le esigenze della prossima generazione, creando soluzioni in linea con i principi dell'economia circolare. Adottando un approccio di sistema completo, abbiamo un'enorme opportunità di compiere progressi significativi rispetto alle nostre responsabilità ambientali, sociali e di governance”. A seguito di progressi misurabili rispetto ai suoi nove obiettivi di sostenibilità a lungo termine, la strategia di sostenibilità "Per il presente e per il futuro" è stata introdotta come parte di una visione e di una revisione strategica per raggiungere il titolo di fornitore leader di imballaggi sostenibili. L'anno scorso, Ds Smith ha raggiunto una serie di traguardi di sostenibilità, tra cui una riduzione dell'11% delle emissioni nel 2019 rispetto al 2015 su base omogenea e il 100% di coinvolgimento nei programmi della comunità in tutto il suo sito che impiega più di 50 persone.  Ha prodotto oltre 17 miliardi di scatole nel 2019/20 ed è il più grande riciclatore di carta e cartone d'Europa, gestendo 6 milioni di tonnellate all'anno e riciclando più di quanto consumato. Ds Smith è uno dei 16 partner strategici della Ellen MacArthur Foundation, l'autorità globale riconosciuta sull'economia circolare.By Adn KronosFoto: Ds SmithVuoi pubblicare un articolo gratuitamente? Invia il testo e una foto qui.

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https://www.arezio.it/ - Radici Group Organizza due Webinar Informativi
Radici Group Organizza due Webinar Informativi
Martedì, 29 settembre 2020 | rNEWS

Radici Group comunica due date in cui verranno organizzati due webinar che avranno lo scopo di aggiornare i clienti sulle novità aziendali riguardanti le poliammide.RadiciGroup High Performance Polymers – multinazionale attiva nello sviluppo e nella produzione di polimeri per uso ingegneristico – presenta le sue ultime novità nel corso di due webinar, in collaborazione con la piattaforma digitale di UL Prospector. Durante la prima sessione (14 Ottobre), gli esperti di RadiciGroup si focalizzeranno sulle soluzioni innovative destinate all’e-mobility, sulle poliammidi ad alta temperatura e sulla progettazione di componenti strutturali avanzati. Il webinar in programma il 28 Ottobre sarà dedicato alla Sostenibilità, con una panoramica sui gradi di poliammide contenenti materie prime da riciclo post industrial. Inoltre, particolare attenzione sarà rivolta ai nuovi trend e alle sfide poste dal mercato elettrico/elettronico. Clicca qui per maggiori informazioni e per la registrazione ai webinar (in lingua inglese): Webinar 14 October 9.00 a.m. EDT (3.00 p.m. CEST) Innovative polymers solutions in a fast evolving market – Part one https://knowledge.ulprospector.com/10931/pe-webinar-innovative-polymers-solutions-in-a-fast-evolving-market-part-one/ Webinar 28 October 9.00 a.m. EDT (2.00 p.m. CET) Innovative polymers solutions in a fast evolving market – Part two https://knowledge.ulprospector.com/10992/pe-webinar-innovative-polymers-solutions-in-a-fast-evolving-market-part-two/Se desideri inviare un articolo per la pubblicazione clicca qui.

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https://www.arezio.it/ - Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
Martedì, 29 settembre 2020 | rNEWS

Il nuovo comunicato stampa da parte del gruppo Francese Total racchiude lo sforzo che la società dichiara di fare per creare un business con il minor impatto ambientale possibile e rispettoso delle leggi ambientali.Sullo sfondo dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Total, che è stata appena riconosciuta come Global Compact Lead dalle Nazioni Unite, si impegna a favore della biodiversità estendendo la sua ambizione in quattro aree principali: 1. Zone di esclusione volontaria: Total si impegna, in riconoscimento del valore universale dei siti del patrimonio naturale mondiale dell'UNESCO, a non condurre operazioni di esplorazione o estrazione di petrolio o gas in queste aree. Total si impegna inoltre a non condurre alcuna esplorazione petrolifera nel ghiaccio marino artico. 2. Nuovi progetti: saranno sviluppati piani d'azione per la biodiversità per qualsiasi nuovo sito situato in un'area di interesse per la biodiversità, ovvero le aree protette IUCN (International Union for the Conservation of Nature) da I a IV e le aree di Ramsar. Inoltre, il Gruppo si impegna ad attuare misure per produrre un impatto positivo netto sulla biodiversità per ogni nuovo progetto situato in un'area IUCN I o II o area Ramsar. 3. Siti esistenti: su ogni sito esistente significativo dal punto di vista ambientale (siti di produzione di esplorazione e produzione, raffinerie, siti petrolchimici, centrali elettriche a gas) che è certificato ISO 14001, verrà implementato un piano d'azione sulla biodiversità. Total riferirà la sua distribuzione alle varie parti interessate. Quando un sito interrompe il suo funzionamento, Total si impegna anche a considerare lo sviluppo di un'area dedicata ricca di biodiversità (ad esempio habitat di specie rare, santuari della biodiversità, ecc.) Come una delle opzioni per la sua riabilitazione. 4. Promozione della biodiversità: come parte del programma Climate, Coastal and Oceans della Total Foundation, Total sosterrà i programmi di sensibilizzazione relativi alla biodiversità, l'educazione dei giovani e le azioni di ricerca. Total si impegna inoltre a condividere i dati sulla biodiversità raccolti nell'ambito dei nostri studi ambientali per i progetti del Gruppo con la comunità scientifica e il pubblico in generale. "La ricca biodiversità del pianeta è minacciata. L'inclusione della biodiversità da parte di Total risale a qualche tempo fa, ma l'attuale degrado dell'ambiente è una realtà che richiede a tutti noi di fare un cambiamento importante, collettivamente e individualmente. Per questo motivo, Total sta facendo un passo indietro per aumentare le sue ambizioni e gli impegni in materia di biodiversità, e questo contribuirà all'ambizione del Gruppo di diventare il maggiore responsabile dell'energia ", ha annunciato Patrick Pouyanné, Presidente e CEO di Total. Total aveva adottato una politica sulla biodiversità entro il 2005, per concretizzare il riconoscimento globale di questi temi da parte del Gruppo. Nel 2016 il Gruppo si è impegnato a contribuire alla realizzazione degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite, compresi quelli legati alla biodiversità. Nel 2018 Total ha firmato l'iniziativa act4nature guidata dall'associazione imprenditoriale francese Association Française des Entreprises pour l'Environnement (EpE). Contatti Total:Relazioni con i media: +33 1 47 44 46 99 l presse@total.com l @TotalPress Relazioni con gli investitori: +44 (0) 207719 7962 l ir@total.com Immagine: by TOTALSe desideri inviare un articolo per la pubblicazione clicca qui.

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https://www.arezio.it/ - TOTAL acquisisce i punti di Ricarica Elettrici di Blue Point London
TOTAL acquisisce i punti di Ricarica Elettrici di Blue Point London
Martedì, 29 settembre 2020 | rNEWS

Blue Point London è stata ceduta alla società francese TOTAL secondo quanto dichiarato la stessa Total nell'ultima informativa del gruppo. Continua così la diversificazione dell'azienda di estrazione e trasformazione di idrocarburi nel campo delle energie rinnovabili e della sostenibilità.Total ha firmato l'acquisizione di "Blue Point London" dal Gruppo Bolloré. Con questa transazione, Total acquisisce la gestione e il funzionamento di Source London, la più grande rete di ricarica per veicoli elettrici in tutta la città, che comprende più di 1.600 punti di ricarica su strada. Lanciata nel 2010, l'attuale rete Source London è stata sviluppata in collaborazione con i London Boroughs e attualmente rappresenta più della metà dei punti di ricarica in funzione nella capitale. Le prospettive di crescita di Source London sono supportate dall'ambizione della City di Londra di essere una città a zero emissioni di carbonio entro il 2050, in particolare con l'obiettivo di aumentare di dieci volte il numero di punti di ricarica entro cinque anni.  Total si impegna inoltre ad alimentare questa rete di ricarica con energia elettrica garantita al 100% da fonti rinnovabili, che sarà fornita dalla sua controllata Total Gas & Power Limited.  Già attiva nell'installazione e gestione di reti di punti di ricarica nella regione metropolitana di Amsterdam (Paesi Bassi) e nella regione di Bruxelles-Capitale (Belgio), questa acquisizione nel Regno Unito rafforza la posizione di Total come attore chiave nella mobilità elettrica in Europa. Il Gruppo prosegue così il suo sviluppo nelle principali città europee, in linea con la sua ambizione di operare più di 150.000 punti di ricarica per veicoli elettrici entro il 2025.  "Combinando oggi queste infrastrutture esistenti con il know-how di Total in termini di installazione, funzionamento e gestione delle reti pubbliche di ricarica dei veicoli elettrici, stiamo iniziando una nuova fase, supportando l'espansione della mobilità elettrica a Londra". ha affermato Alexis Vovk, President, Marketing & Services di Total. "In collaborazione con i nostri partner e le autorità locali, saremo in grado di soddisfare sia la forte crescita della domanda di punti di ricarica su strada sia le esigenze di nuove soluzioni di mobilità degli utenti londinesi".  Questo trasferimento di attività non avrà alcun impatto per gli attuali utenti del servizio Source London. Questa transazione dovrebbe essere chiusa entro la fine dell'anno.  Informazioni su Total nel Regno Unito  Total è presente in tutta la catena del valore dell'energia nel Regno Unito. È presente nel Paese da oltre 50 anni e impiega oltre 2.000 persone.  A monte, Total è uno dei principali operatori di petrolio e gas del paese, con una produzione azionaria di 189.000 boe / giorno nel 2019. Proviene principalmente da giacimenti offshore operati in tre zone principali: l'area di Alwyn / Dunbar nel Mare del Nord settentrionale, l'Elgin / Aree di Franklin e Culzean nel Mare del Nord centrale e hub Laggan-Tormore nella zona ovest delle Shetland.  Total è anche entrata nel mercato delle energie rinnovabili eoliche offshore del Regno Unito, con Erebus al largo della costa del Galles e Seagreen al largo della costa scozzese.  A valle, Total è uno dei maggiori fornitori di gas ed elettricità del Regno Unito alle imprese e al settore pubblico. Il Gruppo è inoltre presente nella commercializzazione di prodotti petroliferi tra cui lubrificanti, carburante per aviazione, bitume e fluidi speciali. Contatti TOTAL: Relazioni con i media: +33 1 47 44 46 99 l presse@total.com l @TotalPress Relazioni con gli investitori: +44 (0) 207719 7962 l ir@total.comSe desideri inviare un articolo per la pubblicazione clicca qui.

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https://www.arezio.it/ - La Plastic Tax e le Quotazioni della Borsa
La Plastic Tax e le Quotazioni della Borsa
Martedì, 29 settembre 2020 | rNEWS

La Plastix Tax che entrerà in vigore in Europa nel corso del 2021 potrebbe creare un circolo virtuoso delle quotazioni in borsa delle società che si occupano di recupero e selezione dei rifiuti, ma un interrogativo per le altre azienda della filiera della plastica. Vediamo cosa ci suggerisce la redazione di FOL.Torna in auge l’argomento plastic tax che aveva tenuto a lungo banco lo scorso autunno. La plastic tax italiana partirà a gennaio 2021 prevede il pagamento di 45 centesimi ogni chilo di plastica di prodotti monouso venduti. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri lo scorso luglio ha puntualizzato in audizione alla Camera dei Deputati che la legge di Bilancio 2021 lavorerà in modo da evitare duplicazioni e oneri eccessivi per le imprese, ossia al fine di evitare una doppia tassazione tra plastic tax italiana e quella europea (anch’essa al via da gennaio 2021). Le ultime indicazioni stampa parlano della possibilità di un allargamento del perimetro della plastic tax anche ai grossisti. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il governo starebbe infatti lavorando all’ipotesi di allargare il perimetro di applicazione della plastic tax anche ai grossisti. Allo studio ci sarebbe anche l’ipotesi di includere gli esercenti dei depositi della grande distribuzione. Il quotidiano che fa capo a Confindustria spiega come nella prossima manovra finanziaria o in un decreto fiscale collegato si cercherà un equilibrio della struttura dell’imposta coerente con il mercato, la definizione univoca dei prodotti su cui applicarla e la riduzione delle procedure e degli oneri amministrativi. I titoli di Piazza Affari che guardano interessati Sviluppi guardati con interesse anche da alcuni player di Piazza Affari. L’applicazione della plastic tax è infatti un driver positivo per gli investimenti in impianti di trattamento e riciclo del rifiuto. Particolarmente esposta Hera (25% Ebitda) che, con l’acquisizione di Aliplast, svolge già da qualche anno attività di produzione plastiche e prodotti riciclati. “I prodotti di questo segmento avranno sempre maggior utilizzo – rimarcano gli esperti di Equita SIM – proprio in ragione dell’introduzione delle tassazioni specifiche che nei prossimi anni i saranno ulteriormente inasprite dalle direttive Europee (in Europa già prevista tassazione a 0,8 euro per Kg)”. Il governo Italiano dovrà inoltre emanare direttiva specifica sulla strategia nell‘economia circolare nei prossimi mesi “dalla quale ci attendiamo una spinta agli investimenti in impianti di trattamento del rifiuto”, aggiunge Equita che indica un’esposizione rilevante anche per A2A (24% Ebitda) ed IREN (18% Ebitda). Meno esposta Acea (5% Ebitda). Articolo dalla redazione di FOL Vuoi pubblicare un articolo gratuitamente? Invia il testo e una foto qui.

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https://www.arezio.it/ - Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
Lunedì, 28 settembre 2020 | Ambiente

Sembreremmo ormai entrati in una fase di sicuro interesse verso l’economia verde, di startup innovative che si occupano di agricoltura eco sostenibile, di scoperte per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, dei mari e dei suoli, di una mobilità con una bassa impronta carbonica… ma è proprio così?  Nonostante la Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen, abbia tracciato una strada chiara e univoca su un modello di sviluppo più compatibile con le esigenze della terra e, nonostante dall’altra parte dell’oceano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, stia remando in senso opposto ritirando addirittura il suo paese dall’accordo di Parigi sul clima, il mondo degli affari tiene il timone dritto decidendo come e dove investire il denaro a disposizione. Infatti, al di là dei proclami statali e dei movimenti di opinione della gente, i soldi si muovono nell’interesse del profitto che, a volte, si può incrociare con i gli interessi della politica e dell’opinione pubblica e a volte no. Non si può dire che il business sociale esista, in quanto i soldi vengono investiti oggi con orizzonti temporali sempre più corti rispetto agli anni, ai decenni o al secolo scorso. Complice l’informatizzazione dei sistemi economici, gli investitori scommettono su attività che si auspicano avere dei ritorni di profitto molto alti in tempi estremamente ristretti. Un esempio lo possiamo vedere osservando l’andamento di alcuni titoli tecnologici e di servizi legati al web, come Google, Apple, Amazon, Tesla, solo per citarne alcuni, che hanno incrementato il loro valore durante il periodo dell’esplosione del Covid in modo del tutto sorprendente, in uno spazio di tempo estremamente limitato, con valori di crescita a due cifre percentuali. Questo è difficile che succeda in un’economia tradizionale, ed è sempre più consueto vedere come i capitali mondiali si rivolgano a business con crescite esponenziali in periodi ristretti. Come è possibile attirare investimenti su progetti green che debbano cambiare o risolvere le anomalie produttive, di consumo o di mobilità che affliggono il nostro pianeta, i cui progetti hanno bisogno di anni o decenni per essere realizzati? Interessa a qualche investitore portare l’acqua potabile in alcune metropoli, come Mumbai, in cui il ritorno dell’investimento sarebbe assicurato ma a fronte della costruzione di una rete idrica i cui tempi sarebbero ovviamente lunghi? Sembrerebbe di no, infatti ogni giorno centinaia di camion portano l’acqua in città, emettendo tonnellate di Co2, ma non si trovano capitali per ammodernare la rete idrica e ridurre l’inquinamento atmosferico. Questo è solo un esempio del paradosso della finanza, che influisce sul mantenimento di sistemi inefficienti e inquinanti, nonostante si dispongano di risorse e di mezzi per risolvere i problemi ambientali.

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https://www.arezio.it/ -  E-waste: il riciclo della sopravvivenza
E-waste: il riciclo della sopravvivenza
Venerdì, 25 settembre 2020 | Economia circolare

Quando il lavoro pericoloso viene fatto dai poveri Computer, frigoriferi, televisori, telefonini, batterie, cavi, forni a microonde, condizionatori e schermi, sono questi i rifiuti elettronici da cui si ricavano i metalli preziosi per essere rivenduti. Ma per disfare questi oggetti in modo economico e senza vincoli ambientali si è creata un’economia clandestina fatta di persone alla soglia della sopravvivenza che per pochi soldi passano dalla disperazione ad una pericolosa quotidianità. Di siti sparsi nel mondo ce ne sono tanti, dai più vicini all’Europa come la Palestina ai più lontani come le periferie delle grandi città Africane o del sud est Asiatico. Il filo conduttore di questi traffici hanno motivi comuni, si creano piccole-ma numerose discariche abusive- che sfuggono al blando controllo delle autorità locali (in alcuni casi i controlli non esistono proprio), nelle quali vengono riversati questi oggetti provenienti dal consumismo moderno venendo smontati per recuperare ciò che di valore c’è all’interno. I metodi di lavoro sono arcaici e creano un tasso di inquinamento altissimo a causa della dispersione nel terreno degli acidi delle batterie, dei liquami che derivano dall’incenerimento dei cavi in plastica che avvolgono i trefoli di rame, dall’inquinamento dell’aria a causa di questi fumi che, giorno dopo giorno, oscurano i cieli in cui abitano le stesse famiglie dei lavoratori. Ma cosa si trova all’interno di un telefonino? – ABS 30% – Rame 15% – Resine epossidiche 8% – Ferro 3% – Silicone 10% – Ceramica 16% – Altro 18% Le popolazioni povere che vivono di questa economia sommersa subiscono l’incremento dei tumori, l’elevato tasso di piombo nel sangue, l’avvelenamento dei raccolti a causa di terreni ormai compromessi dagli agenti chimici sversati quotidianamente. I controlli da parte delle autorità in molti casi sono inesistenti in quanto la povertà di alcune zone del nostro pianeta sembra giustifichi un’economia corrotta e ammorbante, dove viene preposta la sopravvivenza immediata rispetto agli effetti di medio periodo dell’inquinamento sulle persone e sull’ambiente in cui abitano. La teoria del poter “mangiare oggi” sembrerebbe un placebo a tutti i mali, senza considerare che le tecniche e gli impianti per un riciclo corretto dell’e-waste evidentemente ci sono ma il mercato preferisce lucrare un prezzo di riciclo più basso sulle spalle della gente povera, senza ulteriori prospettive e soprattutto silenziosa.

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https://www.arezio.it/ - Come i clienti vedono la tua azienda: Corazzata o Barchino?
Come i clienti vedono la tua azienda: Corazzata o Barchino?
Lunedì, 14 settembre 2020 | Notizie Generali

Nelle piccole e medie aziende, dove il ruolo del proprietario o del manager preposto alla direzione sono il fulcro dell’attività, può essere facile avere una visione non del tutto precisa di come l’azienda viene vista dal mercato. Osservare la propria azienda dall’interno, tutti i giorni, nella sua globalità o attraverso le attività dei vari rami aziendali, si possono creare impressioni sul lavoro, sulla potenzialità, sul servizio, sulle relazioni con i clienti e fornitori, sul grado di apprezzamento delle attività e sulla fidelizzazione nel tempo, che potrebbero essere di parte e non del tutto obbiettive.  Quando si presentano problemi importanti in uno di questi settori, la direzione mette in moto tutta una serie di azioni, collaudate, che hanno lo scopo di risolvere la controversia o l’insoddisfazione palese che si è manifestata.  Ma le azioni che potrebbero migliorare, ogni giorno, l’importanza del marchio, incrementare le vendite, posizionare l’azienda su nuovi mercati, aumentare la soddisfazione della clientela, far crescere la fiducia da parte dei fornitori, quando non si palesano criticità, sono più difficili da intercettare e capire dall’interno.  E’ difficile rendersi conto del livello di gradimento che il mercato ha dei vari settori aziendali, in quanto raramente si mettono in pratica procedure di quantificazione della soddisfazione della clientela e dei fornitori, forse per la paura di ricevere critiche.  Risulta quindi di fondamentale importanza la collaborazione con un consulente, specializzato nel mercato di riferimento dell’azienda, il quale ha lo scopo di studiare il flusso di lavoro da una posizione esterna, che gli permette, conoscendo le dinamiche del mercato dalle due parti (fornitori e clienti), di capire in modo indipendente cosa si potrebbe migliorare all’interno dell’azienda.  Un’analisi dei vari settori aziendali permette di capire il grado di comunicazione interna, la qualità dei servizi offerti rispetto alle aspettative dei clienti verso l’azienda, l’esistenza e l’efficacia o meno della comunicazione esterna e la capacità di risolvere i problemi, che si generano lavorando, in modo costruttivo.  La consulenza su questi aspetti permette all’imprenditore di acquisire nozioni e proposte di miglioramento, da un punto di vista non influenzato dal ritmo quotidiano di lavoro e dall’abitudine dell’esecuzioni di procedure aziendali standard, ma cerca di portare una valutazione critica della valenza della società sul mercato.  La cosa peggiore è pensare di essere una corazzata e venire etichettati come un piccolo natante, senza saperlo.  

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https://www.arezio.it/ - Petrolio, metano, idrogeno: passato-presente-futuro
Petrolio, metano, idrogeno: passato-presente-futuro
Venerdì, 11 settembre 2020 | Energie Rinnovabili

Fonti Fossili: Come stiamo affrontando la transizione energetica? A guardarci intorno sembra che nulla stia cambiando, andiamo al distributore a riempire le nostre macchine di benzina o di gasolio, vediamo circolare qualche auto a metano, poche francamente, qualche rara auto elettrica. Ci sono ancora città che usano il gasolio per il riscaldamento e l’acqua calda, molte fabbriche che hanno processi industriali alimentati da fonti fossili e il trasporto su gomma divora gasolio come fosse un fiume in piena. I trasporti via mare e il traffico aereo dipendono dai derivati del petrolio e hanno un’incidenza nell’inquinamento dell’aria notevole. Ci sono centrali che producono energia elettrica che funzionano ancora a carbone e nonostante tutto, si parla tanto di energie rinnovabili ma, nel quotidiano, facciamo fatica a vederle espresse. In realtà il processo di de-carbonizzazione in alcune aree del mondo è partito, con le attività di conversione dalle fonti fossili verso quelle rinnovabili, un processo però che richiederà tempo e che avrà bisogno di investimenti. In passato c’era solo il petrolio, che forniva, una volta raffinato, tutta l’energia di cui avevamo bisogno. Inquina, si, lo abbiamo sempre saputo, ma abbiamo fatto sempre finta di niente, anzi, ancora oggi c’è chi sostiene che il cambiamento climatico non dipende anche dal petrolio. Il pericolo che temevamo, pronunciando la parola “Petrolio”, era che prima o poi potesse finire, dovendo quindi rinunciare ai nostri agi. Poi è arrivato il metano, non che lo avessimo chiamato al nostro capezzale per una questione ambientale, ma perché costava meno e quindi ci è stato subito simpatico. Agli esperti, introdotti nel settore petrolifero, non piacevano queste grandi simpatie e per evitare un travaso di clienti importante, che avrebbe minato la marginalità dell’industria petrolifera, hanno sostenuto che le riserve di gas erano molto limitate rispetto a quelle petrolifere, quindi il mercato del gas vide un’impennata dei prezzi così da mettere al sicuro il business del petrolio. Oggi le cose si sono ristabilite, in quanto la tutela dell’ambiente è sull’agenda di qualunque cittadino, quindi le cose si vedono in un modo meno unilaterale. Le riserve di gas stimate nel 2006 in 25 anni di disponibilità oggi sono arrivate a 200 anni, portando il prezzo del gas, per esempio negli Stati Uniti, ad un valore di dieci volte inferiore a quello del 2006. Rispetto al petrolio, il gas naturale costa oggi circa la metà, rendendo appetibili gli acquisti. L’allontanamento dal petrolio si sta concretizzando anche con l’aumento della produzione di bio-metano, che darà una grossa mano, sia in termini ambientali che di gestione dei rifiuti urbani, molto importante, aiutando la riconversione energetica. In questa ottica la fonte energetica per far funzionare il trasporto su gomma e su mare può essere progressivamente sostituita dal gas con risparmi in termini di CO2 considerevoli. Come per gli impianti di produzione di energia elettrica o i termovalorizzatori che potranno godere dell’uso di gas naturale o bio-gas per il loro funzionamento riducendo l’impronta carbonica. E il futuro quale è? Il futuro oggi si chiama Idrogeno, un elemento conosciuto da molti anni ma per ragioni politiche, economiche e tecniche non ha mai visto un’alba felice. Le speranze che questo elemento energetico venga usato in larga scala nei prossimi 10 anni è confortato dal fatto che le energie rinnovabili abbasseranno il prezzo della produzione dell’idrogeno, inoltre l’industrializzazione della produzione degli elettrolizzatori, che servono a ricavare l’idrogeno dall’energia elettrica scomponendo l’acqua, aiuterà questo processo. L’idrogeno si potrà utilizzare nei trasporti pesanti, nel settore residenziale, nel riscaldamento e in alcune attività industriali. Il matrimonio tra idrogeno e l’energia prodotta da fonti rinnovabili sarà la chiave di volta per la sua diffusione, infatti si devono progettare nuovi impianti che siano in grado di trasformare, per esempio l’energia del sole, in energia elettrica specificamente dedicata a questa produzione. L’Italia sta pensando con interesse all’area del nord Africa come fonte preferita per la produzione di energia solare dedicata, mentre l’Olanda pensa al mare del nord per l’utilizzo dell’eolico. C’è un gran fervore dietro le quinte, a breve, ci auguriamo, lo spettacolo possa iniziare anche per i consumatori.

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https://www.arezio.it/ - L’arte con lo scarto dei rifiuti
L’arte con lo scarto dei rifiuti
Lunedì, 7 settembre 2020 | Economia circolare

Zehra Dogan un artista che con il “nulla” ha creato un’arte espressiva, coinvolgente e terapeutica Per un artista e per la sua arte, i materiali sotto forma di colori, matite, tele, fogli, materiali da plasmare ed attrezzature per lavorarli, sono il mezzo scontato per esprimersi attraverso il proprio talento. Ma Zehra Dogan, artista Curda di nazionalità Turca, non aveva i mezzi scontati degli artisti, ma aveva l’arte di creare l’arte, con qualsiasi cosa che poteva lasciare un segno sulla carta di giornale, sulla stoffa di magliette rotte, su lenzuola da buttare, su cartoni da imballo e su tante altre cose consumate e senza vita, adatte alla discarica. Se non disponeva dei supporti tradizionali per esprimersi, non disponeva nemmeno dei mezzi tradizionali per disegnare o dipingere, niente matite, pennelli, carboncini, colori, diluenti, spatole e tutto quello che serve ad un artista per creare la propria arte. Ma come ha fatto Zehra Dogan dal nulla a creare la sua arte, che è una medicina per le menti di chi guarda le sue opere? Il desiderio espressivo dirompente, in condizioni di prigionia nelle carceri Turche, ha permesso all’artista di creare opere utilizzando i propri capelli, i resti del te, la curcuma, le bucce della frutta, la cenere delle sigarette, il mestruo, i fondi del caffè, il limone e molte altre cose che trovava tra i rifiuti del carcere. Molte opere di Zehra riguardano le donne, tutte le donne che vivono in condizioni di scarsa libertà, di scarsa indipendenza e di scarsa considerazione, riportando al centro dell’attenzione un femminismo positivo, attraverso il tentativo di valorizzare la figura della donna nella famiglia e nella società, ad un livello paritetico, ma differente, rispetto all’uomo. Il superamento del sessismo nella vita quotidiana, nell’arte, nei media e nel lavoro, lo vive attraverso l’impegno artistico e giornalistico con la prospettiva di dare voce alle donne che non l’hanno. Nata a Diyarbakir, in Turchia, nel 1989, ha frequentato la facoltà di arte e Design di Dicle, ottenendo il diploma, trovandosi ad esprimere i concetti del suo femminismo attraverso l’arte e il giornalismo, con l’intento di contribuire a migliorare le condizioni delle donne in una società maschilista. Dopo la condanna a 2 anni e 9 mesi terminata nel 2019, Zehira, lascia la Turchia e si trasferisce a Londra dove espone alla Tate Modern. Inoltre sta esponendo 60 opere presso il museo di Santa Giulia di Brescia (IT), prodotte proprio durante la sua carcerazione, intitolando la mostra “Avremo anche dei giorni migliori”.

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Giovedì, 3 settembre 2020 | Economia circolare

Togliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiuto Non è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.

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https://www.arezio.it/ - La Differenza tra Comunicare e Farsi Ascoltare nell’Era dell’Economia Circolare
La Differenza tra Comunicare e Farsi Ascoltare nell’Era dell’Economia Circolare
Giovedì, 3 settembre 2020 | Notizie Generali

Sopraffatti dai molteplici mezzi di comunicazione facciamo fatica a capire se il mercato ci ascolta L’avvento del Covid nel 2020 ha impresso un ulteriore accelerazione all’uso dei mezzi informatici per comunicare con il mercato e per creare transazioni commerciali, imprimendo una riduzione sostanziale del contatto umano alla base delle relazioni storiche tra aziende e clienti. Siamo quindi di fronte ad una svolta epocale, consumata in un lasso di tempo veramente ristretto, che ha cambiato le basi su cui si fondavano le relazioni commerciali e la comunicazione aziendale. Chi produce o distribuisce beni e servizi, specialmente nell’ambito dell’economia circolare, era fortemente impegnato sul campo per informare l’utenza che la propria azienda aveva le carte in regola per stare nel solco virtuoso dell’economia green. Un’attività, questa, che è ancora agli albori per molte aziende, dove, a volte, alcuni imprenditori non hanno realmente focalizzato come comunicare al mercato le potenzialità verdi della propria azienda, nonostante l’economia circolare sia l’aspetto ormai trainante del mercato. Con l’avvento del Covid sono saltati tutti gli schemi comunicativi tradizionali, lasciando grande spazio alla comunicazione on-line, che deve avere caratteristiche particolari in un mondo decisamente sovraffollato. I potenziali clienti si aspettano, come un dato acquisito, che i servizi o i prodotti che acquistano siano conformi ai principi dell’economia circolare, quindi non si aspettano che l’azienda dimostri di appartenere o meno a questo filone verde, ma si aspettano conferme e rassicurazioni che i beni o servizi venduti sposino ogni giorno, questa filosofia e che possano generare novità e migliorie in ottica ambientale. Per fare questo, le imprese che ancora non erano nel solco di un’economia verde, si dovranno adeguare velocemente al nuovo mercato e, in generale, le imprese si dovranno dotare di sistemi comunicativi “social” promossi e gestiti da consulenti specializzati nel settore dell’economia circolare. La differenza che fa, oggi, una comunicazione generalista, che potrebbe essere applicata ad un detersivo o ad una scarpa in modo indistinto, rispetto ad una comunicazione specializzata nel riciclo e nell’economia circolare, sta nel fatto che l’azione di comunicazione fatta da specialisti del settore, permette di imprimere, nelle vendite, una fiducia e una sicurezza verso il cliente verso l’azienda che diversamente sarebbe difficile da realizzare. Questo avviene attraverso il coinvolgimento del cliente o potenziale tale, nei processi tecnici che riguardano la filiera dell’economia circolare riferiti all’azienda, dandogli tranquillità e fiducia in merito al buon percorso produttivo “verde” dell’articolo che il cliente comprerà. Fiducia e sicurezza generano attaccamento al marchio e una maggiore velocità di diffusione dei prodotti o dei servizi spinti dai clienti stessi, creando un volano virtuoso. La specializzazione nel settore di chi è preposto alla comunicazione aziendale aiuta ad aumentare le possibilità di essere ascoltati, in modo critico e attivo, in un mercato dell’informazione che, a causa dei ritmi vorticosi di pubblicazione delle notizie, non rende semplice attenzionare l’utente. Marco Arezio

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https://www.arezio.it/ - Fibra elastica di poliuretano: storia, produzione ed applicazioni
Fibra elastica di poliuretano: storia, produzione ed applicazioni
Lunedì, 31 agosto 2020 | Informazioni Tecniche

Fibra elastica in poliuretano-Dagli anni 30 del secolo scorso alla chimica dell’abbigliamento elasticizzato moderno Se vogliamo dare una definizione di cosa sia la fibra di poliuretano possiamo dire che è una sostanza chimica sintetica caratterizzata da un comportamento simile alla gomma. Questa fibra è formata da una catena molecolare composta da segmenti molli, detti glicoli, intervallati da segmenti rigidi detti isocianati. La fibra di poliuretano nasce intorno al 1937 quando la tensione politica-militare in Europa rese più difficile il commercio delle materie prime, infatti fino ad allora gli elastomeri erano prevalentemente naturali, importati dal sud America e dal Sud Est Asiatico. Come si può leggere nell’articolo presente nelle NEWS di Plasticare sulla storia della gomma naturale, questa era un elemento conosciuto fin dai tempi dei Maya e utilizzato in tutto il mondo in diversi settori. La vera svolta nel campo dei tessuti avvenne nel 1823 quando Charles Macintosh, brevettò un composto fatto di gomma naturale e di oli, adatto all’impermeabilizzazione dei tessuti e, successivamente nel 1830, Thomas Hancock, sottopose il composto gommoso ad azioni meccaniche, mischiando additivi oleosi, cariche e pigmenti, così da rendere industrialmente lavorale in macchina il compound. Fu un tale successo che le esportazioni dal Brasile della gomma naturale aumentarono in modo esponenziale, passando da poche centinaia di tonnellate del 1846 a più di 10.000 nel 1880. Fu così che gli inglesi fiutarono il business e nel 1876 ottennero, da alcuni semi importati dal Brasile, duemila piantine di Hevea Brasilienis, che furono inviate poi nell’attuale Sri Lanka per essere ripiantate. Questo intervento botanico Inglese fece nascere una fiorente produzione, attiva ancora oggi, in Malaysia, Indonesia e Thailandia, area nella quale si produce oggi l’80% della gomma naturale. Negli anni 30 del secolo scorso, periodo nel quale la ricerca chimica stava facendo passi enormi, iniziarono i primi studi per creare una gomma sintetica replicabile in qualunque paese al mondo, senza dipendere dall’importazione della materia prima naturale. Gli studi più interessanti del periodo furono eseguiti dalla tedesca Bayer e fu così che nel 1939, Paul Schlack, sintetizò un polimero con alte proprietà elastiche, ma si dovette attendere la fine della seconda guerra mondiale per vedere la produzione, nel 1951, della prima fibra poliuretanica attraverso il processo di filatura ad umido. Anche negli Stati Uniti la ricerca portò l’azienda DuPont, a seguito di importanti investimenti fatti sulla fibra elastica in poliuretano, nel 1959, a produrre la fibra poliuretanica elastica, attraverso il processo di filatura a secco, che mise sul mercato nel 1962. La vera esplosione della produzione di questi filati avvenne alla fine degli anni 60 del secolo scorso, quando si diffuse la moda della minigonna e il relativo uso delle calze da donna. Come viene prodotta e lavorata la fibra in sintetica in Poliuretano? La fibra elastomerica sintetica è prodotta estrudendo il polimero poliuretano in soluzione o fuso, utilizzando una filiera di un impianto di filatura meccanica. Vi sono normalmente quattro metodologie per la produzione della fibra: Filatura a umido consiste nell’estrusione del polimero in bagno d’acqua calda, formando il filo per coagulazione, ed il successivo lavaggio, essiccazione, lubrificazione e avvolgimento in bobina. Filatura a secco è indubbiamente il sistema più usato al mondo e consiste nell’estrusione del polimero in una cella cilindrica verticale all’interno del quale è presente un gas caldo, che normalmente è azoto. Il filo passa dalla cella e viene successivamente lubrificato, con olio siliconico o stearato di magnesio e poi arrotolato su una bobina posta alla fine di essa. Filatura per fusione consiste nella plastificazione di granuli in un estrusore creando una messa fluida, la quale viene fatta passare attraverso una filiera in verticale che si incontra con un flusso di aria fredda che porta alla solidificazione della materia prima. Il filo in uscita, viene poi lubrificato e avvolto su bobine. La filatura per fusione, tra i quattro processi presentati, è sicuramente quello a più basso impatto ambientale in quanto non richiede solventi e ha una necessità minore di energia. Filatura reattiva consiste nell’estrusione del pre-polimero in un bagno di soluzione contenente ammine polifunzionali. Le parti di isocianato che costituiscono la materia prima reagiscono con le ammine formando un poliuretano a più alto peso molecolare. È una tecnologia oggi poco usata a causa delle basse caratteristiche elastiche del filo rispetti ad altri procedimenti produttivi. Quali sono le applicazioni principali della fibra in poliuretano? Gli utilizzi di questa fibra sono molteplici, quindi raccogliamo solo alcune indicazioni di produzione degli articoli: – Tovaglie – Copri divani – Calze per uso chirurgico – Bende elastiche – Calze a compressione graduata – Pannolini – Tute per attività sportiva – Mute da sub – Pantaloni da sci e pantacollant – Jeans e altri tessuti elasticizzati – Corsetteria – Calzini e collant – Nastri elastici – E molti altri articoli

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https://www.arezio.it/ - Plasticare: La Casa Delle Macchine E Degli Stampi Per La Plastica
Plasticare: La Casa Delle Macchine E Degli Stampi Per La Plastica
Martedì, 25 agosto 2020 | Notizie Generali

Marketing – PlastiCare – Portale della Plastica Riciclata -Articolo Sponsorizzato- Quello che offri e quello che cerchi passano da PlastiCare, il portale della plastica riciclata. PlastiCare, come dice il nome, “l’attenzione al mondo della plastica”, è la casa di tutti gli operatori della plastica riciclata, nel senso più ampio del termine, in cui si ritrovano i produttori di polimero, di macinati, di materia prima in balle, i produttori e i commercianti di macchine per la plastica, nuove o usate, i produttori e i commercianti di stampi, di prodotti finiti fatti in plastica riciclata, di aziende che mettono a disposizione i loro impianti per le lavorazioni dei loro clienti, ai consulenti tecnici, di manutenzione, commerciali e di marketing ed infine a coloro che cercano e offrono il lavoro nel settore. Crediamo fortemente che la plastica sia assolutamente una risorsa che accompagna la nostra vita, un prodotto dalle caratteristiche uniche che oggi, va difeso dall'ignoranza tecnica di alcune persone, nel pieno rispetto dell’ambiente, favorendo l’economia circolare che è alla base del nostro futuro. PlastiCare ti ricorda la possibilità di incontrare colleghi che si occupano di macchine per la plastica, quali: EstrusoriPresse per iniezione Macchine per il soffiaggio Filtri e sistemi filtranti Dosatori Accessori per macchine Stampi Mulini Impianti di lavaggio Densificatori Silos Impianti di raffreddamento Impianti di trasporto materiale Vagli meccanici Insaccatrici Imballatrici Selettori ottici E molto altro  Utilizzando la piattaforma attraverso i post di richiesta od offerta, o facendoti vedere attraverso il tuo banner aziendale nelle pagine di PlastiCare, entrerai in contatto con addetti di 154 paesi nel mondo, su una piattaforma multilingue con traduzione automatica. Ti aspetto su www.plasticare.biz 

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https://www.arezio.it/ - Energia dal carbone: perché la Cina continua a costruire nuove centrali?
Energia dal carbone: perché la Cina continua a costruire nuove centrali?
Lunedì, 24 agosto 2020 | Energie Rinnovabili

Energia dal carbone: Una pessima notizia per l’ambiente questo amore per il carbone. Non potevamo aprire nel peggiore dei modi questo 2020 ripensando al disastro, in termini ambientali, di un 2019 dove, nonostante le problematiche dei mutamenti climatici hanno campeggiato su tutti i giornali, media, social e piazze, queste non hanno ottenuto un minimo risultato positivo. Possiamo dire francamente che nella conferenza di Madrid di fine anno non solo non si sono fatti passi avanti, ma ne sono stati fatti molti indietro. Gli Stati Uniti che vogliono uscire dall’accordo sul clima, la Cina, l’India, il Brasile, la Russia e la Polonia che spingono per modificare, a loro modo, i punti dell’accordo di Parigi sul clima. Se prendiamo ad esempio la Cina, per la quale abbiamo speso parole di elogio negli ultimi anni per l’impegno che stava mettendo in campo ambientale, sembrava avviata ad una nuova leadership a seguito di numerose e coraggiose scelte prese dal governo. La sospensione dell’importazione dei rifiuti del mondo, la costruzione dei parchi solari, tra i più grandi mai visti, l’avvio della produzione di mega impianti a biomassa, l’accelerazione dei progetti per la costruzione delle centrali a fusione nucleare e i progetti sull’idrogeno, ci facevano ben sperare. La Cina sembrava diventata un laboratorio impegnato in molti campi, che aveva l’obbiettivo di produrre energia da fonti rinnovabili, potendo diventare un esempio per il mondo, sapendo di essere stato uno dei paesi più inquinati sulla terra. E il carbone? Sembrava anch’esso destinato ad essere travolto da questa nuova visione ecologista del governo di Pechino, confortati dal fatto che buona parte dei problemi ambientali che strozzavano le megalopoli Cinesi erano dati dal traffico e dall’uso del carbone nella produzione industriale, sul quale il governo era intervenuto con mano ferma. Forse ci siamo sbagliati, ma sembra che per il carbone ci sia una nuova vita, quindi non più un uso parcellizzato per la produzione di energia nelle singole unità produttive, ma impianti di grandi dimensioni che producano energia elettrica ad uso civile ed industriale. In parole semplici delocalizzare fuori dalle città l’inquinamento prodotto dal carbone. Ma purtroppo sappiamo che i Cinesi fanno sempre le cose in grande, infatti, secondo le indicazioni dell’organizzazione no-profit Global Energy Monitor, sono in via di costruzione nuove centrali a carbone per una potenza pari a 148 GigaWatt, che corrisponde alla potenza installata su tutto il continente Europeo. Se sommiamo questa nuova capacità inquinante a quella proveniente dalle vecchie centrali Cinesi già in funzione, che secondo le informazioni dell’International Energy Agency (IEA) ammontano a circa 1000 GigaWatt, ci dobbiamo preoccupare? Direi che la produzione di energia dal carbone è davvero una pessima scelta ambientale, in quanto a parità di rendimento energetico, il carbone produce il doppio dei gas serra rispetto ad un’altra fonte fossile come il gas naturale. Siamo portati quindi a pensare che, nonostante sia del tutto lecito per ogni paese decidere di adeguare la propria produzione energetica rispetto alla domanda interna, la scelta “green” della politica energetica cinese non sia troppo “green”, ma dettata da scelte puramente economiche e di trovare immediate soluzioni ai problemi. La costruzione di nuove centrali a carbone, è sicuramente meno impegnativa, dal punto di vista tecnico ed economico, rispetto alla riconversione a biomassa delle vecchie o alla costruzione di nuove centrali totalmente a biomassa, dove l’approvvigionamento ai rifiuti urbani comporta una organizzazione a monte molto importante. Ma quanto costa la riconversione di una vecchia centrale a carbone? Secondo le informazioni disponibili e considerando le tecnologie ora sul mercato, sembrerebbe che il costo si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari per ogni GigaWatt trattato. Quindi, avanti con la produzione di energia rinnovabile, ma avanti anche con l’utilizzo del carbone per soddisfare la crescente richiesta di energia, senza preoccuparsi troppo di trovare una nuova soluzione al problema del riscaldamento globale. Non è solo la Cina che non vuole lasciare il carbone, ma anche paesi Europei come la Polonia, la Grecia e la Repubblica Ceca che stanno facendo del problema, una questione di finanziamenti da parte della comunità Europea, giocando in una posizione comoda ed attendista. Ma se il denaro governa sulle scelte ambientali, nonostante le larghe proteste delle piazze, il continuo susseguirsi dei fallimenti nei vertici politici sull’ambiente, potrebbe ingenerare, nell’opinione pubblica una pericolosa rassegnazione. I livelli degli oceani che si alzano facendo intravedere, in un futuro vicino, la scomparsa di larghi territori abitati, la perdita di habitat naturali per molte specie causati dai cambiamenti climatici, le diffuse siccità in altre zone del continente che innescano povertà e migrazioni di massa, l’aumento di malattie legate al clima, l’inquinamento che è entrato a tutti i livelli nella nostra catena alimentare e che velocizza la cronicità di malattie ormai epidemiche, sono questioni all’ordine del giorno ma pare che nessuno voglia risolvere veramente. Tutti argomenti che la popolazione mondiale sembra ormai vedere come l’ineluttabile destino della specie, acquisendo una sfiducia verso la classe politica ed industriale che non vuole vedere l’evidenza delle cose. La gente si è resa conto che le associazioni ambientaliste, il movimento delle masse, come mai era avvenuto prima del 2019, non riescono ad aprire quel collo di bottiglia di burocrati legati agli interessi nazionali, quando la catastrofe ambientale riguarda tutto il mondo. Se subentra davvero la rassegnazione non avremo scampo.

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https://www.arezio.it/ - La Gomma da Masticare Compie 150 anni: Dai Maya a Greta Thunberg
La Gomma da Masticare Compie 150 anni: Dai Maya a Greta Thunberg
Sabato, 22 agosto 2020 | Storia

Gomma da masticare: Un prodotto storico, nato vegetale e diventato un mix di chimica poco amico dell’ambiente. Le prime tracce storiche della gomma da masticare risalgono ai Maya, che erano abituati a masticare delle palline di gomma dette Chicle, tratte da una pianta chiamata Manilkara Chicle. Successivamente si sono trovate altre tracce, in epoca più recente, attribuite al generale e presidente del Messico, Antonio Lopez de Santa Maria, chiamato il Napoleone dell’West, ( Xalapa, 21 febbraio 1794 – Città del Messico, 21 giugno 1876) militare e politico di lungo corso, al quale verrebbe attribuita l’invenzione della gomma da masticare moderna. Ma se parliamo di dati certi, circa l’origine del prodotto, dobbiamo allora far riferimento al brevetto depositato da William Semple il 28 Dicembre del 1869 negli Stai Uniti. Una ricetta messa in commercio due anni più tardi che non entusiasmò troppo i clienti in quanto, le palline, erano insapori e molli. Ma sulla scorta di questi insuccessi, Semple modificò più volte la ricetta, inserendo aromi e lavorando sulla consistenza della gomma, riuscendo a far crescere l’interesse per il prodotto verso la fine del decennio del secolo. Nel corso del XX secolo l’industria cambiò radicalmente la ricetta, utilizzando non più una gomma naturale ma una sintetica, il Poliisobutilene, relegando la lavorazione del Chicle ad una nicchia di mercato. Successivamente si era lavorato sulle proprietà elastiche del prodotto inserendo additivi, raggiungendo così la voluta viscosità attraverso l’aggiunta di una gomma di Xanthano. In Europa la conoscenza di questo articolo rimase sconosciuto fino all’avvento della seconda guerra mondiale quando i soldati americani, di stanza nel vecchio continente, lo fecero conoscere alla popolazione. Infatti lo stato maggiore dell’esercito aveva inserito nella cosiddetta “Razione K”, un mix di alimenti che ogni soldato aveva con sé sul campo di battaglia, la gomma da masticare per svariate ragioni. Si riteneva che masticare la gomma, additivata anche di caffeina, aiutasse i soldati a sopportare meglio le tensioni dei combattimenti, inoltre favoriva la pulizia del cavo orale in quelle situazioni in cui i soldati non potevano lavarsi i denti. Ma come viene prodotta, oggi, la gomma da masticare? L’impasto che compone la gomma da masticare contiene il Poliisobutilene, come composto base, poi lo zucchero gli additivi e gli aromi. Il Poliisobutilene o PIB, è una gomma sintetica, ricavato dalla polimerizzazione dell’Isobutilene e una piccola parte (2%) di Isoprene, prodotto dalla Basf per usi alimentari. Il Poliisobutilene, è un polimero vinilico e, dal punto di vista strutturale, assomiglia al comune Polipropilene Homopolimero e al Polietilene, fatta eccezione per il fatto che ogni altro atomo di carbonio è sostituito con due gruppi metilici. Possiede due caratteristiche importanti che sono l’elevata impermeabilità e un’eccellente flessibilità. Come viene impiegata la gomma da masticare? L’uso più comune si può dire sia stato, per moltissimi anni, paragonabile a quello delle caramelle, godendo durante la masticazione della gomma degli aromi che erano all’interno del prodotto. Ma nel corso degli anni, la gomma da masticare ha avuto anche un uso medico e farmaceutico. Infatti esistono sul mercato numerosi farmaci, sotto questa forma, che curano la nausea, le cefalee, la dipendenza da fumo, alcune malattie del cavo orale e sotto forma di integratori alimentari dalle tipologie più disparate. Ma la gomma da masticare si è rilevata un pessimo amico per l’ambiente, in quanto impiega almeno 5 anni per decomporsi, si appiccica alle superfici sulle quali viene posta, specialmente i marciapiedi nelle città. La pulizia delle superfici pedonabili sulle quali si è attaccata comporta l’uso di sostanze chimiche, adatte ad interrompere la solidarizzazione tra gomma e superficie di camminamento, l’acqua con getto ad alto potenziale e, dove questi sistemi non ottengono i risultati sperati, si deve fresare la superficie per togliere le macchie nere composte dalle gomme.

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https://www.arezio.it/ - La Musica come Impegno Ambientale e Testimonianza Sociale
La Musica come Impegno Ambientale e Testimonianza Sociale
Lunedì, 17 agosto 2020 | Storia

I musicisti, la musica e la filantropia musicale nella storia recente. Possiamo essere giovani o vecchi, di destra o di sinistra, filo musicali o anarchici dei suoni, classici o rock, freddi o partecipativi, ottimisti o pessimisti ma, se sentiamo la parola Woodstock credo che ci siano poche persone che chiedano: cos’è? Perché l’impegno dei musicisti verso le cause sociali iniziò proprio da quel concerto, nell’Agosto del 1969, nella cittadina Americana di Bethel dove si riunirono per tre giorni circa 400.00 giovani, c’è chi dice fino a 1 milione, richiamati da 32 musicisti che si sarebbero esibiti a rotazione. Erano gli idoli delle nuove generazioni: Joan Beaz, Santana, The Who, Neil Young, Grateful Dead, Jimi Hendrix solo per citarne alcuni che, attraverso un concerto oceanico, volevano protestare contro la segregazione razziale, la guerra in Vietnam e contro il sistema capitalista Americano. Woodstock fu certamente uno spartiacque storico, ma anche sociale dove nulla, dal punto di vista della comunicazione musicale, fu come prima e dove la gente si divise tra chi era pro o contro il sistema Woodstock. Chi vedeva in questa mobilitazione il mezzo per rompere i rigidi schemi morali dell’epoca, utilizzando un nuovo mezzo di comunicazione musicale, facendo trionfare apertamente la cultura Hippy, nonostante qualche eccesso, e dall’altra parte chi vedeva in questi rumorosi assembramenti di giovani un decadimento morale della società. Ma ormai il seme era stato gettato in un terreno fertile, così il 13 Luglio del 1985 venne organizzato un altro evento mondiale, il Live Aid, con la creazione di due palchi, uno a Philadelphia e l’altro a Londra, collegati in diretta mondiale attraverso la televisione. Era l’occasione per raccogliere fondi a favore dell’Etiopia che fù colpita da una tremenda carestia. La qualità degli artisti che si esibirono fu di grandissimo livello: i Queen, con Freddy Mercury che ipnotizò la platea, gli U2, David Bowie, i Led Zeppelin, Tina Turner, Madonna, Bob Dylan, i Rolling Stones e tanti altri. Il concerto fu visto in televisione da oltre un miliardo e mezzo di persone, raccogliendo 70 milioni di dollari, dimostrando che la musica era diventata a tutti gli effetti un fenomeno mediatico che poteva muovere le coscienze e avere un peso sociale da tenere in considerazione. Anche in questo caso ci furono polemiche, tra chi ne apprezzava la nuova forza dirompente di una espressione che veniva dalla gente, e chi vedeva in queste manifestazioni una vetrina narcisista degli artisti. Polemiche rinfocolate dopo che una parte dei fondi destinati all’Etiopia furono rubati da Mengistu Haile Mariam. Il modello Live Aid si ripropose in altri concerti tra il 1996 e il 2001 per la causa dell’indipendenza del Tibet. Le problematiche sociali nel corso degli anni e i concerti benefici si moltiplicarono, ricordiamo il concerto nel 2001 “a Tribute to Heros” che voleva ricordare i caduti delle Torri Gemelle a New York, dove i cantanti si esibirono su un palco spoglio, adornato solo di candele in ricordo delle vittime. Possiamo ricordare anche il concerto organizzato da George Clooney “Hope for Haiti” a seguito del devastante terremoto che colpì l’isola e trasmesso da Mtv. Non solo il Rock scorreva nelle vene dei cantanti che negli anni si sono trasformati in filantropi musicali, ma si cimentarono anche personaggi di primissimo livello come Pavarotti, che organizzò vari “Pavarotti and Friends”. Pavarotti, nel corso degli anni riunì molti personaggi famosi per diverse iniziative: il sostegno ai bambini bosniaci, la lotta alla talassemia, alle popolazioni Afghane e molte altre. Oggi, dove il problema dei cambiamenti climatici è di grande attualità, i musicisti vogliono testimoniare la loro preoccupazione e il loro sostegno alla causa ambientalista. Per esempio i Coldplay hanno deciso di interrompere tutti i concerti dal vivo finchè non si potesse trovare una soluzione per suonare ad impatto 0. Altri cantanti come Michael Stipe, ex R.E.M, ha diffuso in rete una nuova canzone “Drive To The Ocean” i cui proventi andranno all’associazione “Pathway To Paris”, associazione che riunisce diversi artisti che si battono per diffondere l’accordo sulla riduzione delle emissioni di CO2 deciso a Parigi. Non è possibile citare tutte le iniziative per l’ambiente che i musicisti stanno sostenendo oggi, ed è per questa impossibilità data dai numeri che fa capire il movimento musicale è sempre in prima linea a fianco delle cause che stanno a cuore alla gente.

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https://www.arezio.it/ - Vetroresina: il difficile cammino verso un’economia circolare del prodotto.
Vetroresina: il difficile cammino verso un’economia circolare del prodotto.
Venerdì, 14 agosto 2020 | Informazioni Tecniche

Vetroresina: storia, produzione, impiego e riciclo La vetroresina è sicuramente un prodotto che ha avuto un successo molto importante dato dalla flessibilità d’impiego, dalla relativa facilità di produzione e dalle caratteristiche tecniche dei manufatti prodotti che potevano sostituire o migliorare le prestazioni di altri materiali fino ad allora utilizzati. La vetroresina nasce negli anni 20, periodo in cui si stavano studiando materiali che avessero delle caratteristiche prestazionali simili a quelle dei metalli da costruzione (edilizia, aeronautica, navale) ma che si potesse aggiungere un vantaggio in termini di risparmio di peso. Nel corso degli anni 40 si era optato per il rinforzo del poliestere utilizzando la fibra di amianto, un materiale plastico composito con cui si costruivano, per esempio, i serbatoi supplementari per gli aerei. Durante gli anni 50 dello scorso secolo, l’incremento della produzione di fibra di vetro, ha portato ad una progressiva sostituzione della fibra di amianto, creando prodotti tecnicamente più avanzati ed ampliando il campo di applicazione. MA COS’E’ LA VETRORESINA? E’ una plastica composta rinforzata con vetro, detta anche VTR o GRP, utilizzando tessuti o feltri con fibre orientate casualmente e successivamente impregnate con resine termoindurenti, generalmente liquide, composte da poliestere o vinilestere o epossidiche, che induriscono e collegano le fibre stesse attraverso l’azione di catalizzatori ed acceleranti. Le principali caratteristiche dei prodotti realizzati in vetroresina sono: – Leggerezza – Elevate caratteristiche meccaniche – Durabilità – Resistenza alla corrosione – Resistenza agli agenti atmosferici – Ottimo isolamento elettrico – Comportamento al fuoco gestibile con specifici additivi – Buon isolamento termico – Scarsa manutenzione COME VENGONO PRODOTTI I MANUFATTI IN VETRORESINA? Premettendo che la vetroresina non è un composto plastico tradizionale che ha bisogno di calore e di una forza meccanica importante (estrusione, iniezione, soffiaggio) per realizzare i prodotti, ma si basa sul lavoro che svolge la resina polimerizzata che viene a contatto con le fibre di vetro. I processi principali di produzione sono i seguenti: “Hand Lay-Up” consiste nella spalmatura a pennello o rullo di resine, correttamente additivate con catalizzatori e acceleranti, che ne determinano la polimerizzazione anche a temperatura ambiente, su tessuti di vetro. La solidificazione delle resine permette l’inglobamento delle fibre di vetro presenti nello stampo creando l’articolo in vertroresina. “Filamnet Winding” consiste nell’applicare, su un cilindro rotante, normalmente metallico, un filo impregnato con resina catalizzata. Avvolgendo in continuo questo filo sullo stampo, che verrà poi sfilato una volta che la resina sarà indurita, si possono creare tubi o serbatoi cilindrici. “Resin Transfer Moulding” consiste nello spargere a secco, su un lato di uno stampo, una quantità stabilita di fibre di vetro, successivamente si richiude lo stampo con la sua copia e si inietta, a bassa pressione, la resina all’interno. Con questo sistema è possibile eseguire il procedimento di iniezione all’interno dello stampo anche sottovuoto. “Pultrusion” consiste in una produzione simile alla classica estrusione delle materie plastiche, adatta ai materiali compositi per la realizzazione di particolari profili. A QUALI SETTORI SONO DESTINATI E QUALI MANUFATTI IN VETRORESINA SI POSSONO REALIZZARE? Le ottime doti tecniche ed estetiche dei prodotti in vetroresina permettono di impiegarli in moltissimi campi con applicazioni molto ampie: Settore ferroviario Produzione energia Edilizia Fai da te Settore Nautico Settore delle opere sportive Mercato elettrotecnico I prodotti realizzati con la vetroresina sono veramente tanti e non è possibile citarli tutti, ma indicheremo i prodotti che, sul mercato, realizzano i volumi maggiori: Scafi e articoli per il settore nautico. Profili industriali e civili Serramenti e persiane Lucernari Lastre di copertura Pareti Rivestimenti per il settore della refrigerazione Scale e camminamenti Rivestimenti per il settore ferroviario Rivestimenti per il trasporto civile Impianti eolici IL RICICLO DELLE VETRORESINA La vetroresina, essendo un materiale composto, come abbiamo visto, sfugge dalle logiche del riciclo classico dei materiali plastici creando, quindi, varie e complesse problematiche per il suo riciclo. La prima problematica che possiamo ricordare è la presenza delle resine termoindurenti di cui è composto il manufatto, infatti, come sappiamo, la reazione di polimerizzazione è sempre irreversibile, questo significa che se trattassimo i prodotti macinati in vetroresina con il calore, come si fa in genere con altre materie plastiche, non saremmo in grado di riportare a forma liquida le resine impiegate. Il secondo problema riguarda le fibre in vetro che si utilizzano per armare la ricetta. Secondo studi epidemiologici condotti su animali in laboratorio, l’inalazione prolungata alla polvere proveniente da queste fibre, farebbe insorgere carcinomi e mesoteliomi. Nonostante non risultino riscontri sull’uomo dei tests fatti sugli animali, la Comunità Europea ha emesso una direttiva specifica, inserendo le fibre di vetro tra le sostanze pericolose soggette all’obbligo di etichettatura. Infatti le fibre di vetro utilizzate per la realizzazione di manufatti, sono considerate cancerogene di categoria 3 e devono riportare l’etichetta R40 che identifica la possibilità di effetti irreversibili sulla salute. Quindi, nell’ambito dei sistemi di riciclo dei manufatti a fine vita, possiamo riportare le principali destinazioni di smaltimento: Discarica Macinazione dei manufatti in polveri di varie dimensioni e il loro riutilizzo in settori come quello edile. Riciclo tramite pirolisi con la separazione tra fibre e resine Riciclo mediante digestione acida Tra i sistemi di smaltimento oggi impiegati, in termini di volumi, sicuramente la messa in discarica è ancora la più utilizzata, con tutti gli effetti negativi del caso. Per quanto riguarda la macinazione dei manufatti in polveri, risulta sicuramente la via più semplice, da punto di vista pratico, ma lascia aperti tutti i dubbi dal punto di vista sanitario che abbiamo sopra riportato. Mentre per quanto riguarda il riciclo tramite pirolisi o digestione acida non risulta, oggi, economicamente conveniente. E’ evidente che la strada per smaltire gli scarti dei prodotti in vetroresin, a fine vita potrebbe, essere quella del riutilizzo delle polveri macinate in miscele adatte alla produzione di prodotti finiti, ma l’operazione di riduzione volumetrica dei manufatti in vetroresina deve essere realizzata utilizzando attrezzature idonee, in camere isolate, quindi non semplici mulini di macinazione, che salvaguardino la salute dei lavoratori. Esiste inoltre sul mercato un metodo di riciclo degli scarti di vetroresina prodotti con resine ortoftaltica, isoftaltica o vinilestere definito come “recupero con trattamento termico-chimico”. Attraverso questo processo si arriverebbe a recuperare circa l’85% della resina madre, sotto forma di liquido e circa il 99% delle fibre che compongono l’armatura. Tests fatti dal produttore dimostrerebbero che la resina recuperata, che risulta carica di iodio, potrebbe essere rimessa in miscela, con la resina vergine, per la realizzazione di nuovi manufatti senza che vi siano decadimenti prestazionali. Per quanto riguarda le fibre recuperate con questo sistema, viene consigliato un trattamento di calcinazione su di esse, per eliminare i residui carboniosi presenti prima di essere riutilizzate.

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https://www.arezio.it/ - L’alba ecologica della Tanzania
L’alba ecologica della Tanzania
Sabato, 8 agosto 2020 | Ambiente

Tanzania: Il governo vieta i prodotti plastici monouso e promuove i centri ecologici Trentatrè, fin’ora, sono gli stati Africani che hanno vietato l’uso dei sacchetti di plastica per cercare di diminuire l’errato uso della plastica nella nostra vita. Dal 1° Giugno 2019 anche la Tanzania si è unito a questo piccolo esercito che tenta di fare qualche cosa per arginare il mare di plastica monouso che sta intasando l’ambiente.  Ma il paese sta anche cercando di fare qualche passo in più nell’ambito di un uso coerente e rispettoso della plastica, infatti sta anche studiando come fare a risolvere la problematica dello smaltimento di una produzione giornaliera ingente di rifiuti nelle proprie città. Il problema è così sentito che il governo ha coinvolto tutte le forze nazionali disponibili aprendo un canale di comunicazione anche con le associazioni giovanili ambientaliste. Lo sviluppo demografico delle città, come ad esempio Dar es Salaam, capitale culturale della Tanzania, che ha visto una rapida crescita negli ultimi anni, ed è ha una popolazione di circa 4,3 milioni di persone registrate nell’ultimo censimento nazionale, dispone di un servizio di raccolta dei rifiuti per solo il 30-40% dei suoi cittadini. Il paese produce circa 4.600 tonnellate di rifiuti al giorno con una previsione di salire a circa 12.000 entro il 2025, quindi si capisce che la messa al bando dei prodotti monouso, tra i quali ci sono i sacchetti in plastica, non potesse essere l’unica decisione da prendere in ambito ambientale. Il governo ha deciso di partire dalle scuole per far prendere coscienza ai giovani che i rifiuti, specialmente quelli plastici, siano una risorsa nel loro riutilizzo e che la loro dispersione nell’ambiente sia un lento suicidio collettivo. Inoltre i programmi didattici nelle scuole elementari vogliono valorizzare il giardinaggio, la piantumazione e ogni forma di conservazione dell’ambiente.

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https://www.arezio.it/ - Processo All’Operaio Del Settore Plastico: Sono Imputato Come Killer Del Pianeta
Processo All’Operaio Del Settore Plastico: Sono Imputato Come Killer Del Pianeta
Venerdì, 31 luglio 2020 | Notizie Generali

Killer della plastica: La difesa punta sulla prova della riciclabilità della plastica. Sarà assolto? Il giudice del processo all'operaio del settore plastico, in aula, di fronte alla giuria popolare che mi guardava con disprezzo, ipotizzando già la soluzione del caso attraverso un verdetto di condanna esemplare, mi chiese di raccontare come erano andati i fatti. “Signor Giudice”- disse l’operaio – “ho 54 anni e ho iniziato 34 anni fà lavorare in una fabbrica vicino a casa che stampava vaschette alimentari in polipropilene”, alla parola polipropilene si levarono dal banco della giuria popolare voci concitate di disappunto e di orrore. “Continui” lo esortò il giudice. “Dopo la scuola volevo trovare un lavoro, sà, avevo una fidanzata che si chiamava Elisabetta, che già lavorava in questa fabbrica e sapeva che stavano cercano un operaio per la produzione. Mi sono presentato pieno di buone speranze e di voglia di lavorare. Io non sapevo niente della plastica e del polipropilene, delle macchine e della fatica nelle notti di lavoro, ma volevo sposare Elisabetta e prenderci una casetta in affitto, quindi avevo bisogno di lavorare” Il giudice intervenì torvo: “Imputato! venga al dunque”. “Certo Signor Giudice, le stavo dicendo che mi assunsero e iniziai a lavorare in questa fabbrica che produceva le confezioni rigide per i formaggi, i dolci e per altri alimenti per le nostre tavole. Sono stati anni bellissimi, ci siamo sposati, abbiamo avuto una figlia meravigliosa, Paola, e ci siamo comprati anche una piccola macchina, per poter andare a fare qualche gita la domenica, ma quando non ero di turno”. “Mia moglie nel frattempo è stata a casa dal lavoro perché nostra figlia, avendo un problema di salute, doveva essere seguita”. L’avvocato del popolo si alzò dicendo: “Signor Giudice, mi oppongo, non siamo qui a parlare delle mielose situazioni familiari, ma siamo qui per decidere se l’imputato ha operato in questi anni come inquinare seriale”. Il giudice guardando attraverso gli occhiali borbottò: “Obbiezione Accolta”. “Imputato” -disse il giudice- “Si attenga ai fatti”. “Scusi Signor Giudice. Il mio lavoro continuò in questa fabbrica con molti sacrifici perché, sà, con uno stipendio da operaio, negli ultimi anni, non era facile riuscire a fare una vita dignitosa. Ma almeno io, Signor Giudice, avevo un lavoro.” “Due anni fa in fabbrica si cominciò a parlare di crisi, le confezioni in polipropilene degli alimenti erano messe in discussione sul mercato, la plastica è diventata il nemico numero 1 per la gente, i vicini di casa mi vedevano passare, quando finivo il turno di lavoro e bisbigliavano: è lui! E’ lui quello che inquina con la plastica.”“io non ci facevo caso, Signor Giudice, perché il mio posto di lavoro era importante per la mia famiglia e quindi sopportavo di essere additato con uno spacciatore, un assassino o uno stupratore dell’ambiente”. L’avvocato del popolo intervenne solerte: “ma quindi lei, imputato, non ha fatto niente, in tutti questi anni, per correggere il suo comportamento scellerato?” Il povero operaio non capì bene la domanda e si chiedeva come rispondere all'avvocato, che nel frattempo si stava accalorando perché tentennava e prendeva tempo. “Su, imputato, risponda!” sentenziò il Giudice”. “Veda, Signor Giudice, io mi sono preoccupato tutta la vita di fare bene il mio lavoro, così come il proprietario della fabbrica mi chiedeva, di non arrivare in ritardo, e di non uscire dalla fabbrica subito dopo la fine del mio turno, perché, sa, mi fermavo a dare una mano agli altri operai che entravano al lavoro. Ho sempre pensato allo stipendio che guadagnavo, perchè serviva alla nostra famiglia. Solo un giorno, Signor Giudice, ho iniziato a non capire bene cosa stesse succedendo in quanto mia figlia, a tavola, mi chiese: “Papà, a scuola mi dicono che tu sei un inquinatore seriale, un criminale, lavori la plastica. Io ho pianto in classe, non sapevo cosa dire”. “Doveva pensarci prima” gridò un signore di mezza età dal banco della giuria popolare. “Silenzio!” intervenne il Giudice. “Quindi, imputato”- disse il giudice -“lei conferma di aver prodotto milioni, se non miliardi di vaschette in.. ehm.. già eccolo..polipropilene, che sono finite poi nei nostri mari? Conferma che i prodotti che lei ha stampato si sono trasformati con il tempo in microplastiche e che sono stati poi ingerite dai pesci? Conferma che con il suo comportamento irresponsabile e criminale ha compromesso la catena alimentare? Conferma che i casi di malattie e dei decessi, tra la popolazione, avvenute negli ultimi anni a causa dell’ingerimento delle microplastiche presenti nell’acqua e nel cibo, provenienti dalle sue vaschette in polipropilene, sono causa della sua condotta? Conferma che il dolo è proseguito anche negli ultimi anni quando chiare evidenze scientifiche hanno dimostrato il nesso di causa tra la plastica presente nei mari e nei fiumi e il di danno per la salute? Conferma di aver perpetrato un attacco alla salute pubblica? Conferma di aver creato un danno incalcolabile alla fauna ittica?” L’operaio sudava copiosamente e non capiva bene tutto quel lungo discorso del giudice, quindi, si voltò verso il suo avvocato per chiedere cosa dovesse rispondere. L’avvocato si alzò in piedi e con fare insicuro, ma determinato, disse: “Signor Giudice, Signori della Corte, il qui presente imputato, operaio plastico, non può avere le responsabilità che gli attribuite, non può avere commesso delle azioni così delittuose, non può essersi macchiato di reati così gravi, non può essere considerato un inquinatore seriale, un killer dell’umanità, non può aver intrapreso una condotta criminale con la plastica” Dopo una pausa teatrale, in cui controllò che tutta la giuria popolare lo stesse guardando attenta, sentenziò: “tutto questo non costituisce reato in quanto la plastica è riciclabile e quindi non è da considerarsi un pericolo per la popolazione e la fauna”. A quel punto si alzarono grida di protesta dal pubblico e dalla giuria popolare che a stento il Giudice riusciva a controllare.  L’avvocato, a quel punto, puntò il dito verso la giuria popolare, gridando sopra le urla della folla e disse: “siete voi gli imputati che dovreste sedere su questa sedia, siete voi che disperdete la plastica dopo verla usata, nell’ambiente, siete voi che non vi preoccupate di raccoglierla e riciclarla, siete voi che disprezzate il riciclo perché è sinonimo di sporco, siete voi che andate al mare e vi lamentare dei rifiuti sulla spiaggia e poi spegnete i mozziconi di sigaretta nella sabbia e li lasciate li, siete voi che comprate le bottiglie in plastica invece di bere l’acqua del rubinetto…siete…” A questo punto il Giudice intervenne e, battendo in modo frenetico il martello sullo scranno, come fosse un fabbro che stesse piegando un ferro rovente e gridò: “polizia, arrestate l’avvocato per oltraggio alla corte e alla giuria popolare”. Il povero operaio plastico guardava senza capire, le manette ai polsi iniziavano a fargli male e dopo aver cercato più volte, tra la folla, uno sguardo amico o solo compassionevole, si rassegnò al suo destino come killer ambientale. Sarà assolto? Racconto di Orizio Luca

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https://www.arezio.it/ - L'Arte che Viene dalla Discarica.
L'Arte che Viene dalla Discarica.
Lunedì, 27 luglio 2020 | Notizie Generali

Il Rifiuto Diventa un Mezzo Espressivo Sin dagli albori del secolo scorso gli artisti hanno intrattenuto un rapporto particolare con gli oggetti che venivano considerati rifiuti. Nonostante i canoni estetici delle opere d'arte prodotte non considerassero ancora il loro utilizzo, gli artisti avevano cominciato a guardare con interesse agli oggetti più banali, i rifiuti, portatori di messaggi simbolici, come lo scorrere del tempo e le sue trasformazioni. Negli anni venti del novecento, con la spinta industriale e una meccanizzazione diffusa della produzione, si era cominciato a parlare di riuso ed ecologia con maggiore vigore rispetto al passato. La visione da parte degli artisti del rifiuto, come opera d'arte non era univoca. C'era chi considerava l'oggetto ??rifiuto? come un pezzo della vita, usata ed abbandonata, quindi come una visione intimistica dell'uomo, e chi aveva esposto scarti prodotti dall'uomo come fosse una sfida, un grido per un'arte senza confini. Al di là di ogni considerazione personale sulle attribuzioni del valore artistico delle singole manifestazioni espressive, non c'è dubbio che il rifiuto, sotto ogni forma, era diventato un mezzo espressivo, forte, dell'arte contemporanea. Dopo secoli di imposizioni, circa i canoni estetici da seguire, dove gli artisti erano spinti alla ricerca dei materiali più preziosi per le loro opere e allo sviluppo di abilità pittoriche e figurative di primissimo livello, qualche cosa cambiò. E' proprio all'inizio del secolo scorso che l'artista ricercava la liberazione da qualsiasi canone estetico classico, mettendo l'idea al centro del progetto e non più la qualità dell'opera espressa nella manualità dell'artista in senso classico. Di questo nuovo flusso artistico si fecero interpreti anche nomi illustri come Picasso e Braque, introducendo nelle loro opere, pezzi di oggetti reali con i quali formavano messaggi impressi sulle tele. Arrivarono poi i Futuristi di Marinetti che vedevano nell'industrializzazione e nel modernismo imprenditoriale e scientifico dell'epoca lo spartiacque anche artistico con il passato. Poi arrivarono i Dadaisti di Huelsenbeck, movimento che ha voluto combattere l'idea della rigidità estetica, della ragione artistica e dei canoni stingenti del passato. Una ricerca continua di un'arte nuova, provocatoria e irridente, dove l'opera non era confinata nella tela, attraverso il disegno e il colore, ma veniva materializzata attraverso oggetti e pensata come essa stessa un ambiente espositivo. Dopo i Futuristi, i Dadaisi e i Surrelaisti, altri movimenti artistici, guardarono con sempre maggiore interesse al rifiuto, oggetti da buttare che assumevano un significato artistico e un mezzo espressivo profondo. Le opere comprendevano piatti usati, bicchieri, posate, carrozzerie di auto, caloriferi, scope, perfino un mucchio di immondizia messa in una stanza, opera esposta a Parigi nel 1960 da Arman. I rifiuti in una stanza sono l'espressione della contemporaneità della nostra società, del consumismo e della produzione industriale imperante, che funge da linfa per il popolo ma che non convince gli artisti. Ci sono da citare molti artisti che hanno fatto opere da ricordare come Giovanni Anselmo, Michelangelo Pistoletto, Christian Boltanski e tanti altri che hanno utilizzato elementi di scarto per le loro opere, come giornali, stracci e rifiuti alimentari. La ricerca dell'espressione artistica, attraverso gli oggetti usati o destinati alla discarica, è continuata fino ai giorni nostri attraverso, per esempio, le opere di Vik Muniz, artista Brasiliano che è nato a San Paolo nel 1961. Muniz è venuto a contatto con i ??catadores?, gli uomini e le donne che frugano nella più grande discarica al Mondo, Jardim Gramacho, alle porte di Rio, in cui il rifiuto diventa mezzo di sostentamento famigliare e moneta per la sopravvivenza. La particolarità delle opere dell'artista stanno nel sontuoso mix tra disegno, oggettistica proveniente dai rifiuti e elementi della natura, ricordando la sua terra e l'Amazzonia martoriata.

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https://www.arezio.it/ - Piccoli suggerimenti per migliorare lo stampaggio a iniezione
Piccoli suggerimenti per migliorare lo stampaggio a iniezione
Venerdì, 24 luglio 2020 | Informazioni Tecniche

Abbiamo già affrontato negli articoli presenti sul sito, alcuni argomenti riguardanti i difetti che si creano in fase di stampaggio e le soluzioni che si suggeriscono sia per quanto riguarda la gestione degli stampi che per quanto riguarda i difetti che si possono riscontrare sul prodotto finito. Come sapete lo stampaggio delle materie plastiche è una scienza imperfetta in quanto il buon esito del lavoro di stampaggio è influenzato da una quantità davvero importante di fattori. Possiamo partire dalla tipologia della macchina, dai suoi componenti e dal loro stato di usura, dalla progettazione dello stampo e dal suo mantenimento in buone condizioni, dalle materie prime utilizzate, con particolare attenzione a quelle rigenerate, alla regolazione dei parametri macchina e stampo. Tutte queste cose messe insieme vanno, alla fine, ad influire sul buon esito del lavoro e, con esso, sul buon esito finanziario del vostro lavoro. Infatti, anche questo aspetto, che forse i tecnici puri trascurano, è da tenere in considerazione tanto quanto la qualità e la tecnica in produzione. Vediamo brevemente alcuni difetti che possono capitare frequentemente: Striature sulle pareti dei prodotti Sono dette anche linee di flusso che comprendono strisciate, macchie e colorazioni differenti che possono essere causate dal profilo di raffreddamento e del percorso che compie la plastica per raggiungere le parti dello stampo. Ci sono alcuni modi per ovviare a questo inconveniente che riguardano l'aumento della velocità di iniezione per migliorare il riempimento delle cavità, oppure lo smorzamento di alcune angolature dello stampo in cui passa il flusso. Piccole cavità sulle superfici dei prodotti Si formano normalmente sulle pareti dei prodotti delle piccole depressioni o avvallamenti specialmente nelle aree dove lo spessore è maggiore o dove il flusso subisce dei restringimenti. In questi casi si consiglia di ridurre la temperatura dello stampo, aumentare la pressione di iniezione e il tempo di stampaggio per migliorare la polimerizzazione e il raffreddamento. Se fosse possibile, al fine di migliorare il raffreddamento, si consiglia di ridurre lo spessore delle pareti ove il manufatto lo consenta. Vuoti Se precedentemente abbiamo parlato di piccole cavità o piccoli avvallamenti che si possono riscontrare sulle superfici qui possiamo parlare di veri e propri vuoti caratterizzati da un'incompleta finitura della parete. Il motivo per cui si creano questi vuoti possono essere molteplici. Normalmente sono originati da sacche d'aria che si oppongono al buon deflusso dell'impasto nello stampo, le cui cause si possono riscontrare in un'eccessiva presenza di gas all'interno, formato per esempio dalla degradazione del polimero nella vite della macchina, che non viene correttamente sfogato. Cosa che può capitare facilmente se si utilizzano polimeri composti, come il PP/PE e non si tiene in giusta considerazione il rapporto tra temperatura di estrusione e composizione del materiale. Un'altra causa potrebbe essere l'eccessiva viscosità della materia prima utilizzata su cui si può intervenire con una idonea scelta della fluidità del prodotto. Anche il mantenimento del corretto allineamento dello stampo in fase di iniezione può aiutare a ridurre queste problematiche. Delaminazione delle superfici. Può capitare che le pareti del prodotto stampato presentino piccoli strati che si possono sfogliare. Le cause sono da attribuire, tra gli altri, ad alcuni fattori quali l'eccessiva presenza di umidità o l'utilizzo di polimeri rigenerati nei quali sono presenti polimeri con gradi di fusione diversi dal principale. E'sempre consigliabile, specialmente se si usano granuli rigenerati, asciugarli in silos prima di metterli in macchina. Inoltre la corretta scelta dei granuli riciclati passa dalla conoscenza del DSC dei polimeri che si usano, in quanto, maggiore è la percentuale di polimeri con gradi di fusione diversa, maggiore è la possibilità di creare stress termici nei polimeri. Un altro consiglio è quello di aumentare la temperatura dello stampo. Linee di saldatura In prossimità delle linee di saldatura si possono creare imperfezioni estetiche a causa delle diverse direzioni di movimento della plastica liquida. In primo luogo la corretta chiusura di uno stampo permette una buona performace non solo del polimero all'interno ma anche una migliore finitura dei prodotti. Inoltre la corretta scelta della fluidità del prodotto e del tonnellaggio della macchina, in funzione del prodotto finale che si deve produrre, permette una produzione corretta senza sforzare ne lo stampaggio che il polimero, a tutto vantaggio della qualità dell'elemento stampato. Infine il design dello stampo che tiene conto dei corretti flussi del polimero in presenza della saldatura del prodotto sono da tener presente quando si dovessero verificare problemi estetici sulla saldatura e, in questo caso, valutare un intervento sullo stampo che possa essere risolutivo al problema.

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https://www.arezio.it/ - Donne Africane: Tutelano l'Ambiente e Sostengono la Famiglia.
Donne Africane: Tutelano l'Ambiente e Sostengono la Famiglia.
Giovedì, 23 luglio 2020 | Ambiente

Africa: mai come nei paesi poveri il ruolo delle donne è fondamentale e centrale nella società. La maggior parte dei paesi Africani sono costantemente sotto pressione a causa dei fenomeni che riguardano, le siccità, le migrazioni, l'iper urbanizzazione, la povertà, le malattie e la sicurezza sociale. Una parte di questi fenomeni, a volte concatenati tra loro, sono la conseguenza dei cambiamenti climatici e dell'inquinamento causati dall'evolversi, negativamente, dei fenomeni di industrializzazione mondiale e da un tenore di consumi che erode il pianeta, con tutte le conseguenze del caso. I cambiamenti climatici, in alcune aree Africane, comportano prolungate siccità, con conseguenti deficit alimentari per la popolazione, che si vede costretta a spostarsi nelle aree urbane o sub-urbane alla ricerca di ipotetiche migliori condizioni di vita. Secondo una stima delle Nazioni Unite vivrebbero, nelle aree urbane del mondo, circa 3 miliardi di persone e di loro, circa 1 miliardo, in quartieri periferici degradati, in assenza di servizi minimali per la persona. L'iper urbanizzazione comporta delle conseguenze di tipo sanitario, di sicurezza, di inquinamento e di problematiche di sostentamento per le famiglie emigrate. Tra i tanti problemi che questi agglomerati umani sono costretti ad affrontare, quello dei rifiuti autoprodotti è annoverato tra quelli di urgente soluzione. Le città metropolitane Africane non sono tutte dotate di servizi di raccolta dei rifiuti, che possano far fronte alla crescita costante dell'espansione delle città e non sono nemmeno pronte ad arginare e risolvere il fenomeno dell'aumento dei rifiuti plastici causati dal cambio di abitudine dei cittadini in sull'uso degli imballi. Infatti, quello che era, un tempo, di Juta, di metallo o di legno si è presto trasformato in contenitori di plastica usa e getta. Il mix esplosivo di problemi esistenti, si contorna di un'altra piaga sociale che è la disoccupazione dilagante con conseguenza legata alla sicurezza dei cittadini e al loro sostentamento. In questa situazione, in alcune città, le donne, che hanno l'effettiva responsabilità famigliare, aiutate da alcune organizzazioni di volontariato Europeo, hanno imparato a fare, dei rifiuti plastici, un mezzo di sostentamento della propria famiglia, dando un contributo sostanziale al decoro del loro quartiere e contenendo quei fenomeni di pericolo sanitario che l'inquinamento implica. Le associazioni di volontariato le hanno sostenute attraverso l'istruzione sulle tematiche lavorative e nella costituzione di cooperative di lavoro che si occupano della raccolta selettiva e della vendita dei rifiuti plastici. Una lezione per tutti. Hanno creato piccoli, ma diffusi centri di raccolta e dispongono di risorse per poter gestire il lavoro dando uno stipendio alle loro famiglie e creando la possibilità, non solo di sostegno alimentare, ma anche di scolarizzazione dei propri figli. Le donne coinvolte in questa attività erano considerate la parte fragile, emarginata, analfabeta della comunità, ma ora, hanno preso coscienza della loro forza, della loro importanza e della loro autodeterminazione, che vogliono trasferire ai propri figli, soprattutto alle figlie, in modo da costruire una vita migliore.

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https://www.arezio.it/ - La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
Martedì, 21 luglio 2020 | Economia circolare

I rifiuti che produciamo ogni giorno hanno un valore e in virtù di questo che dovrebbero essere ceduti Sembra che il ritiro del rifiuto plastico, del vetro, della carta, dei metalli e della frazione umida dalle nostre case sia un servizio gentile che i comuni organizzano per farci un favore, quello di liberare quotidianamente le nostre case dai rifiuti. Ma è proprio così? Incominciamo a dire che gratis oggi, probabilmente, non si fanno più nemmeno i favori, ma quello che i cittadini hanno in testa, in relazione al servizio di raccolta dei rifiuti, è un concetto non del tutto corretto. Non si vede spesso, nel mercato reale, una cessione di un bene senza un corrispettivo economico pagato da parte dell'acquirente e, probabilmente, ancora meno si vedono operazioni in cui il venditore debba pagare l'acquirente per cedere il suo prodotto. Nel mondo dei rifiuti capita invece con una certa frequenza e i motivi nascono da una visione distorta da parte della gente del concetto di rifiuto di nostra proprietà. Già la parola rifiuto è assimilato a tutti questi prodotti che, nelle nostre case o aziende, finiscono il ciclo di vita che gli abbiamo attribuito, diventando un impellente problema di spazio e di decoro. Con questo concetto, non riuscendo a intravedere nessun valore al prodotto a fine vita, siamo disposti a pagare purché venga portato via dal nostro ambito di vita. Le attività imprenditoriali che si occupano di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti ringraziano per la golosa opportunità offerta dai cittadini (sebbene le logiche delle aste delle materie prime a volte raffreddano questi entusiasmi) e i comuni, che hanno il compito di raccogliere i rifiuti, coprono i costi del servizio, lontani dalle logiche di mercato, attraverso i nostri soldi. In realtà, con questo sistema, il cittadino rimane beffato 3 volte: cede il rifiuto di sua proprietà senza ricavarne alcun vantaggio economico paga per la cessione e il ritiro del rifiuto presso la propria abitazione ricompra un bene che probabilmente è fatto con una quota dei rifiuti che ha ceduto in modo oneroso Molti anni fa quando i rifiuti domestici venivano prevalentemente sotterrati in discariche o bruciati passivamente, il contributo economico al ritiro e smaltimento poteva avere un senso logico in quanto, il comune, attraverso società specializzate, offriva un servizio al cittadino non remunerativo. Oggi, i rifiuti hanno un valore intrinseco in quanto producono, attraverso la loro lavorazione, sottoprodotti con cui si crea un nuovo valore. Il vetro, la carta, la plastica la frazione umida delle nostre cucine creano un circolo virtuoso espresso in materie prime seconde o in energia che vengono offerte nuovamente al mercato in una normale attività commerciale. Quindi può facilmente capitare che il rifiuto che noi abbiamo, forse ingenuamente pagato per liberarcene, lo ripagheremo una seconda volta quando andremo a comprare un flacone di detersivo fatto in plastica riciclata o accenderemo la luce a casa nostra, utilizzando l'energia realizzata con la frazione umida delle nostre cucine. In alcune parti del mondo si comincia a pensare che questo approccio alla cessione onerosa, da parte dei cittadini dei propri rifiuti, sia una cosa che ha poco senso e che la sua inversione potrebbe creare un'economia sociale importante e un concreto aiuto alla salvaguardia dell'ambiente. Ma come è possibile cambiare questa mentalità e quali vantaggi porterebbe? Vediamo alcuni punti: Si deve accompagnare il cittadino ad un cambiamento culturale radicale, spostando il concetto di rifiuto da un onere ad una risorsa per sé e per la propria famiglia. Acquistando un valore, il rifiuto domestico permette di creare un ulteriore introito al bilancio famigliare riducendo le tasse a suo carico, come già succede già in alcuni paesi, attenzionando il cittadino al corretto approccio alla raccolta differenziata. Si creerebbe una sostanziale riduzione dei rifiuti dispersi nell'ambiente in quanto si potrebbe generare una nuova economia che valorizza la raccolta e il riciclo. I maggiori oneri che le industrie del riciclo e i comuni saranno costretti a sostenere potrebbero essere compensati, da un aumento della quota di rifiuti lavorabili immessi sul mercato, da una riduzione degli oneri derivanti dalle bonifiche ambientali o dalle conseguenze economiche in relazione all'aumento del tasso di inquinamento circolare e dalla dipendenza dalle materie prime vergini. Pensateci, potrebbe fare bene a tutti.

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https://www.arezio.it/ - Emergenza Pfas nelle Materie Plastiche e negli Imballaggi: C'è una soluzione?
Emergenza Pfas nelle Materie Plastiche e negli Imballaggi: C'è una soluzione?
Lunedì, 20 luglio 2020 | Informazioni Tecniche

Pfas: Sono composti chimici non presenti in natura, non biodegradabili e nocivi alla salute. Come tutte le medaglie che si rispettano, anche i Pfas, acronimo delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, hanno il loro lato luccicante e il loro lato oscuro. I composti chimici di queste famiglie, che se ne contano circa 4700, sono stati creati in laboratorio e largamente utilizzati dagli anni 50 nell'industria del packaging alimentare, nei pesticidi, nelle padelle antiaderenti, nei contenitori di cartone, nelle schiume antincendio, negli shampoo, nelle vernici, nei prodotti antimacchia e in molte altre applicazioni. Nelle materie plastiche li troviamo sotto forma di elastomeri (Fluoruro di vinilidene, Fluorurati in generale, Tetrafluoroetilene) o nei materiali polimerici (Sale di magnesio-sodio-fluoruro dell'acido silicico). I vantaggi di queste sostanze, applicate ai prodotti finiti, sta nella loro idrorepellenza, oleo-repellenza e termo-resistenza, che ci permettono di rendere, per esempio, una giacca impermeabile, di non far attaccare un uovo alla padella, di non sporcarci si maionese o sostanze oleose quando mangiamo un panino imbottito contenuto in un involucro di carta e di non farci sporcare le mani al cinema quando mangiamo i popcorn. Il loro legame chimico composto dal fluoro e dal carbonio rende, la molecola risultante, un elemento oggi insostituibile nelle applicazioni industriali, ma lo rende anche non biodegradabile ed estremamente pericoloso, in quanto è inodore, insapore e incolore. Queste caratteristiche gli permettono di disperdersi facilmente nelle acque, nel suolo e nell'aria, rimanendo a danneggiare l'ambiente e la salute dell'uomo per molto tempo. Le piante assorbono i Pfas attraverso l'acqua di irrigazione, li cedono ai frutti e agli animali, di cui si cibano e così, magicamente finiscono sulle nostre tavole e nel nostro corpo. Dal punto di vista della salute molti studi hanno dimostrato che l'accumulo di queste sostanze nel corpo umano possono favorire aborti spontanei, alterare la fertilità, provocare cancro al testicolo, alla tiroide e ai reni. Quali sono i mezzi oggi a disposizione per difenderci dall'inquinamento subdolo degli Pfas? Allo stato attuale non sono molti: possiamo contare sui filtri a carboni attivi in cui la porosità del carbone filtrante ha dimostrato una certa efficacia nell'intercettare i Pfas, ma non è un sistema efficace su tutte le molecole. Ma ancora una volta, la biochimica, ci potrebbe dare una risposta al problema in quanto un team di ricercatori Americani ha scoperto un batterio, chiamato Acidimicrobium A6, che avrebbe la caratteristica di spezzare il legame tra il fluoro e il carbonio nei Pfas. Il batterio è stato scoperto in una palude Americana e studiato a lungo a seguito della sua capacità di scindere l'ammonio, sfruttando il ferro presente nel terreno, senza l'impiego di ossigeno. Questa reazione denominata, Feammox, è stata riprodotta in laboratorio, dopo aver coltivato nuovi ceppi di batteri e sottoponendo le nuove famiglie ad altri tests relativi alle sostanze presenti nelle acque reflue. Dopo 100 giorni di coltura in acque contenenti, tra gli altri, anche i Pfas, si è notato che il batterio aveva la capacità di scomporre i due leganti principali, il fluoro e il carbonio, riducendoli per il 60%. La scoperta potrebbe essere interessante, non solo nei liquidi reflui contaminati da Pfas, ma anche nei terreni in quanto il batterio agisce in condizioni ipossiche, cioè di scarso ossigeno.

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https://www.arezio.it/ - Sai quanta plastica bevi?
Sai quanta plastica bevi?
Sabato, 18 luglio 2020 | Ambiente

Pensi che l'acqua e le bibite in generale siano immuni alle microplastiche? Sembra incredibile ma ingeriamo mediamente 50.000 particelle di plastica ogni anno. Dalle bottiglie alle stoviglie, dai contenitori multiuso ai giocattoli per bambini, dalle borse alle scarpe e non solo, viviamo in un mondo di ??plastica?. Abituati come siamo alla cultura dell'usa e getta sembra difficile raccogliere i messaggi che ci arrivano per riuscire a cambiare le nostre abitudini e la cultura dello spreco che si è radicata in questo lasso temporale. La ??regola delle 3 R? riduci, riusa, ricicla a quanto sembra non è abbastanza applicata, ma un po' alla volta qualcosa si muove e iniziano ad arrivare risposte fattive. Sono diversi i comuni, le spiagge, le scuole e le mense che stanno diventando plastic free, convertendosi cosi all'utilizzo di materiali riciclati. Non è mai troppo tardi per iniziare a dare il buon esempio, purché si inizi e si riesca a invertire la rotta. Siamo arrivati a un punto di non ritorno ed è necessario intervenire per dare risposte certe in tempi altrettanto certi. Dal 1950 a oggi infatti la produzione di plastica nel mondo è aumentata di 200 volte e nei prossimi dieci anni ci potrebbe essere un incremento produttivo ancora più significativo, fino a 40 volte più grande. ? quanto emerge da uno studio pubblicato dall'Università di Newcastle secondo il quale le politiche adottate finora per il recupero, riuso e riciclo della plastica non sarebbero sufficienti per contenere l'impatto ambientale di questo prodotto e i suoi effetti sulla nostra salute. L'invasione della microplastica La plastica si trova ormai ovunque, perfino nell'acqua potabile che beviamo, dal rubinetto o dalla bottiglia, come anche nella birra e nelle bevande più diffuse. Dall'acqua però, le fibre di microplastiche filtrano fino ai derivati, arrivando così nella birra o in altre le bevande più diffuse (analcoliche, succhi di frutta, probabilmente anche nel vino), nel pesce (soprattutto crostacei) e nel sale. Stando ai dati della ricerca dell'Università del Newcastle fibre di microplastiche sarebbero presenti nel 72,2% dell'acqua potabile che beviamo e con cui cuciniamo di tutta Europa, a differenza degli Stati Uniti dove la presenza di plastica sale fino al 95%. L'università inglese oltre a evidenziare come dal 2000 la produzione di plastica sia in costante aumento con una percentuale par al 4% l'anno, ci comunica come ??ogni settimana?, tramite cibo e bevande, ciascuno di noi ingerisce circa 1.769 micro-particelle di plastica (circa 50.000 particelle di plastica in un anno). Insomma, siamo sommersi dalla plastica! La plastica sarebbe presente nelle acque sotterranee, come in quelle superficiali, e nell'acqua imbottigliata. Per ogni 500 ml di acqua potabile, la ricerca in questione rileva fibre plastiche nel 72,2% in Europa, riscontrando in altri paesi internazionali anche maggiori quantità in termini percentuali (nel Medio Oriente -nello specifico il Libano- risultano una contaminazione pari al 98% dei casi, negli Stati Uniti pari al 95%, in India pari all'82,4%, in Uganda all'81%, in Ecuador al 79%, in Indonesia al 76%). E' imprescindibile come l'acqua sia il principale costituente del corpo umano e rappresenti una percentuale consistente del peso corporeo di ogni essere umano, che deve necessariamente bere acqua per evitare una disidratazione. Alla luce dei dati emersi dallo studio e dei pericoli che ne derivano per la salute di ciascuno è fondamentale attivarsi per creare quel circolo virtuoso del riduci, riusa, ricicla con l'obiettivo e la speranza di riuscire a contribuire a salvare il nostro pianeta. La plastica non è biodegradabile, ma è riciclabile pertanto l'invito è quello di attivarci tutti quanto prima anche in via preventiva sprecando di meno.

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https://www.arezio.it/ - I Rifiuti Urbani Migliorano la Crescita dei Pomodori
I Rifiuti Urbani Migliorano la Crescita dei Pomodori
Lunedì, 13 luglio 2020 | Economia circolare

Con la CO2 recuperata dall'incenerimento dei rifiuti si favorisce il processo di fotosintesi. A Madrid, la scorsa settimana, è andato in scena l'ennesimo raduno oceanico di giovani e meno giovani, capeggiati da Greta, in concomitanza con la riunione Cop25, dal quale è emersa una sonora bocciatura delle aspirazioni ambientaliste, promosse dalla piazza, da parte di un gruppo dei paesi che hanno partecipato alla riunione. Con una serie di rinvii delle decisioni da prendere, in merito al taglio e ai crediti della CO2, al Fondo per i danni causati dai cambiamenti climatici e la ratificazione degli impegni presi in merito all'accordo di Parigi, si sono delineati alcuni blocchi composti da stati con visioni ambientali completamente diverse: Chi non vuole cambiare le cose, anzi, come gli Stati Uniti, vogliono uscire dall'accordo di Parigi per avere mano libera nella gestione del processo di inquinamento. In questo blocco possiamo includere anche l'Arabia Saudita, l'Australia, Brasile e la Russia che non vogliono ulteriori tagli sulle emissioni di CO2. Chi sta lavorando per il rispetto dei limiti imposti a Parigi, in primis l'Unione Europea, che sembra l'unica che si stia impegnando a prendere sul serio il problema del cambiamento climatico. All'interno del suo gruppo però, ci sono dei paesi del blocco dell'Est, capeggiati dalla Polonia, le cui economie sono ancora profondamente legate all'uso del carbone e che, quindi, sono ostili ad ulteriori revisioni al ribasso dei limiti sulle emissioni. Chi sta alla finestra senza prendere sostanziali decisioni, come la Cina e l'india, il cui mercato economico è fortemente legato alla gestione lassista delle normative ambientali (emissioni, rifiuti, riciclo, riuso, scarichi industriali e urbani). Nel frattempo l'Europa, chiaccherando forse meno, sotto la spinta delle direttive del parlamento in fatto ambientale, ha liberato una serie di energie propositive, sia imprenditoriali che accademiche, che vogliono studiate e sfruttare nuove idee nel campo della gestione dei rifiuti e del risparmio energetico. Una di queste prevede il recupero della CO2 che viene generata dall'incenerimento di quei rifiuti non riciclabili, per usi civili. Questa operazione ha degli indubbi vantaggi diretti ed indiretti: L'operazione di incenerimento di rifiuti, che andrebbero in discarica, non crea emissioni di CO2 in ambiente in quanto viene completamente recuperata e riutilizzata. Con l'attività di incenerimento si può fornire energia elettrica e riscaldamento alle città limitrofe all'impianto, risolvendo il problema dei rifiuti locali. La CO2 recuperata viene utilizzata, tra l'altro, per attività agricole, in certi periodi, dell'anno e per ridurre i costi della gestione dell'impianto. Ma come avviene questa applicazione nel campo agricolo? I fumi prodotti dalla combustione dei rifiuti urbani hanno un contenuto di anidride carbonica che oscilla tra il 5 e il 20%, oltre ad altre tipologie di gas come l'ossigeno, gli ossidi di zolfo, gli ossidi di azoto e varie frazioni di polvere. Questi fumi vengono convogliati in un impianto specifico che ha lo scopo di separare la CO2 dagli altri elementi, così da poter avviare il processo di sterilizzazione dell'anidride carbonica, che si otterrà alla fine del ciclo di trattamento, così da renderla utilizzabile per usi industriali e alimentari. Questa separazione avviene facendo passare i fumi in un solvente che ha lo scopo di assorbire la CO2 e respingere gli altri componenti. La soluzione, solvente+CO2, viene avviata in un altro impianto che ha lo scopo di far bollire la soluzione in modo da separare nuovamente il solvente, che rientrerà nel ciclo di produzione, dalla CO2 sotto forma di gas. L'anidride carbonica gassosa passerà in un altro impianto di purificazione e, attraverso una serie di filtri, terminerà il processo di purificazione del gas, passando poi alla fase di compressione della CO2 per portarla ad una consistenza liquida. Questo nuovo elemento liquido verrà poi stoccato e avviato nelle serre per facilitare il processo di crescita dei fiori, delle piante e dei frutti. Infatti questo processo è influenzato dalla temperatura, dalla luce, dall'acqua e dalla CO2 assorbita dalle piante. Ma tra tutti gli elementi sopra citati, è proprio l'aumento della concentrazione di CO2 che influenza in maniera drastica il processo di fotosintesi, infatti un incremento di anidride carbonica doppia rispetto alle concentrazioni naturali, porterà ad uno sviluppo maggiore della pianta di circa il 15-20%, a parità degli altri parametri nutrizionali. La concimazione carbonica, così chiamata, ingenera un incremento della crescita di molte specie vegetali, ma i risultai più evidenti si notano nell'aumento della qualità del prodotto e la riduzione dei cicli produttivi.

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https://www.arezio.it/ - Studio sulle conseguenze dell'inquinamento sui bambini
Studio sulle conseguenze dell'inquinamento sui bambini
Sabato, 11 luglio 2020 | Ambiente

Bambini e inquinamento: Facciamo qualche cosa prima che sia troppo tardi Uno studio sull'inquinamento ne ha sondato l'impatto sullo sviluppo cognitivo dei bambini. Le prime ripercussioni sono su attenzione e memoria. Come affermato dal biologo Eugene F. Stoermer, viviamo ormai da più di un secolo nell'epoca dell'Antropocene, termine che indica l'era geologica attuale, nella quale all'essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Viviamo anche in un momento storico dove le coscienze sembrano essersi svegliate nella lotta all' inquinamento e nella difesa della natura (come dimostrano le recenti manifestazioni per il clima Fridays for future e i risultati dei Verdi alle elezioni europee). Inquinamento: l'influenza sulla salute dei bambini Purtroppo, per vedere i cambiamenti concreti bisognerà aspettare ancora e ahimè, molti danni sono già stati fatti. Molti studi hanno già suggerito quanto l'esposizione all'inquinamento atmosferico nella prima infanzia possa essere collegato a disfunzioni cognitive. A questi si aggiunge una recente ricerca realizzata dal Barcelona Istitute for Global Health (ISGlobal). E' stato scoperto che bambini esposti a PM2.5 (particelle con un diametro inferiore a 2,5 μm) nell'utero e durante i primi anni di vita hanno un maggior rischio sviluppare deficit per quanto riguarda la memoria di lavoro (nei ragazzi) e l'attenzione esecutiva (sia nei ragazzi che nelle ragazze). Inquinamento: lo studio che ne indaga l'influenza sullo sviluppo cognitivo La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Health Perspectives, ha coinvolto 2.221 bambini (dai 7 ai 10 anni) che frequentano le scuole nella città di Barcellona. Le abilità cognitive dei bambini sono state valutate attraverso vari test computerizzati. L'esposizione all' inquinamento atmosferico, a casa durante la gravidanza e nel corso dell'infanzia, è stata stimata con un modello matematico utilizzando misurazioni reali. I ricercatori hanno scoperto che una maggiore esposizione ai PM 2.5 dalla gravidanza fino all'età di 7 anni era associata a punteggi di memoria di lavoro inferiori nei test cognitivi, in bambini tra i 7 e i 10 anni (riscontrato solo nei maschi). La memoria di lavoro è responsabile della memorizzazione temporanea delle informazioni per un ulteriore utilizzo e svolge un ruolo fondamentale nell'apprendimento, nel ragionamento, nella risoluzione dei problemi e nella comprensione del linguaggio. Inquinamento e sviluppo cognitivo dei bambini: i risultati dello studio Lo studio ha anche scoperto che ad una maggiore esposizione al particolato era associata a una riduzione dell'attenzione esecutiva sia nei ragazzi che nelle ragazze. L'attenzione esecutiva è una delle tre reti che costituiscono la capacità di attenzione di una persona. ? coinvolta in forme di attenzione di alto livello, nel rilevamento di errori, nell'inibizione della risposta e nella regolazione di pensieri e sentimenti. Questa pubblicazione rafforza le precedenti scoperte e conferma che l'esposizione all'inquinamento atmosferico all'inizio della vita e durante l'infanzia, può essere considerata una minaccia per lo sviluppo cognitivo ed un ostacolo che impedisce ai bambini di raggiungere il loro pieno potenziale. by Adriano Mauro Ellena  

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https://www.arezio.it/ - Ricambi per le auto prodotti con un compound contenente scarti di caffè
Ricambi per le auto prodotti con un compound contenente scarti di caffè
Venerdì, 10 luglio 2020 | Economia circolare

Ford e McDonald’s hanno creato una collaborazione ispirata all’economia circolare. Le due società attive nel settore della mobilità e della ristorazione hanno coinvolto la ditta Competitive Green Technology per realizzare un compound che potesse utilizzare alcuni scarti del del caffè, uniti al polipropilene, per produrre ricambi per auto. Lo scopo era studiare una ricetta che rendesse alcune parti delle auto più leggere e più robuste rispetto alle ricette tradizionali. Lo scarto, per evitare che si bruci, viene trattato in un ambiente a basso contenuto di ossigeno e poi mischiato con il polipropilene per la formazione dei granuli, che risulteranno più leggeri del polipropilene tradizionale e avranno bisogno di minor energia per lo stampaggio. Secondo il leader tecnico del team di ricerca dei nuovi materiali Ford, il Sig. Mielewski, lo scarto proveniente dalla torrefazione del caffè viene usato in sostituzione del talco che normalmente compone i compounds di polipropilene, apportando una riduzione di peso intorno al 20% e una buona resistenza alle alte temperature. Le prime applicazioni sono state fatte nella produzione di alloggiamenti per i fari, a seguito di prove nelle quali si è notata una maggiore resistenza alle temperature rispetto al pezzo fatto con il nuovo compound al tradizionale. Infatti, l’alloggiamento dei fari è una zona dove si crea molto calore e le proprietà tecnica del nuovo materiale è sembrata subito azzeccata a questo lavoro. Questi nuovi ambiti per i fari saranno costruiti dal fornitore Varroc Lighting Systems e saranno posizionati sulla berlina Lincon Continental a seguito delle nuove modifiche previste nel 2020. Secondo il team Ford, l’alloggiamento per i fari è solo l’inizio della produzione di articoli per la componentistica delle auto fatte con questa ricetta Green e con altre allo studio, come è successo per la schiuma di soia usata nei sedili della Mustang e che oggi si trovano in molte altre macchine dell’azienda. La ricerca e lo sviluppo di ricette che siano compatibili con la circolarità dei componenti impiegati, hanno lo scopo di utilizzare i pezzi prodotti in alcune vetture della gamma Ford e Lincon, con particolare attenzione a quegli elementi dove, all’interno dell’auto, vengono sviluppate alte temperature. Parliamo di involucri per batterie, sotto cofani e coperture per il motore. Ovviamente la fragranza del caffè, sui componenti da installare, viene tolta nella fase di produzione del compound per evitare che la vostra macchina abbia il profumo di una tazza di caffè appena versato.

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https://www.arezio.it/ - Plastic Free? Il Paradosso dell'Inquinamento da Plastica
Plastic Free? Il Paradosso dell'Inquinamento da Plastica
Giovedì, 9 luglio 2020 | Notizie Generali

Plastic Free: Una situazione incredibile Il paradosso dell'inquinamento da plastica è che non c'è abbastanza plastica riciclata sul mercato. Pensaci. I movimenti popolari hanno aumentato la domanda di materie prime rigenerate per produrre imballaggi ecologici. I produttori di granuli e macinati riciclati non sono più in grado di soddisfare le esigenze delle industrie dell'imballaggio poiché la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti di plastica sono di gran lunga inferiori alle richieste. La raccolta differenziata e il suo riciclaggio producono troppo poco materiale rispetto a quello che sarebbe necessario e quindi i rifiuti in plastica da riciclare sono lì ma finiscono principalmente nelle discariche o nell'ambiente. Una situazione incredibile.

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https://www.arezio.it/ - I robot ci salveranno dai rifiuti?
I robot ci salveranno dai rifiuti?
Sabato, 27 giugno 2020 | Notizie Generali

Dopo la svolta ecologista della Cina la tecnologia dei robot potrebbe aiutare l’uomo. Il mondo sta affondando nei rifiuti e non ci sono paesi che non possano temere questo lento annegamento nella palude dei nostri scarti. Forse i robot ci salveranno dai rifiuti? Vivevamo in un mondo comodo, dove i nostri rifiuti venivano facilmente ed economicamente spediti prevalentemente in Cina e nessuno, né il consumatore né le istituzioni politiche si sono mai preoccupate di che fine facessero tutta quella massa immensa di scarti che il benessere produceva ad un ritmo continuo e in quantità impressionante. Il giorno che il governo cinese ha detto stop, ci siamo svegliati dai nostri sonni felici e ci siamo ritrovare a precipitare in un baratro profondo. Non eravamo pronti per affrontare questa emergenza per due chiare ragioni: La prima, causata dello stop improvviso delle importazioni cinesi ci siamo accorti che dal punto di vista industriale non eravamo pronti a gestire una massa immensa di rifiuti contaminati. La seconda è di carattere tecnologico, in quanto i rifiuti che venivano inviate fuori dai paesi occidentali erano di una qualità bassa, con contaminazioni in termini di plastiche miste e poli-accoppiati che ne rendevano difficile il loro utilizzo commerciale. La soluzione potrebbe venire dalla tecnologia robotica che permetterebbe di incrementare e migliorare l’arduo compito che ci aspetta nella gestione in patria dei nostri rifiuti. I robot possono sostituire o implementare il lavoro gli operatori macchina proprio in quella parte del attività di selezione dei rifiuti dove l’incremento della quantità selezionata per giorno può accrescere il valore globale del rifiuto trattato. Inoltre possono incrementare la qualità della selezione, permettendo una selezione più precisa che unita all'aumento delle quantità dovrebbe portare un valore aggiunto al business, creando soluzioni compatibili con i costi di gestione dei rifiuti plastici attesi. Ovviamente i robot devono essere progettati per un lavoro per i quali non erano stati ancora impiegati, infatti, soprattutto negli Stati Uniti si stanno studiando terminali di presa dei prodotti in selezione attraverso l’incremento della tattilità delle mani meccaniche modificando con dei nuovi sensori persino la sensibilità alla tipologia di rifiuti che lavorano. Il loro funzionamento è semplice in quanto sono guidati da telecamere che puntano ai nastri di trasporto dei rifiuti da selezionare e interagiscono con i sensori posti sulle mani meccaniche. Inoltre ogni movimento che compiono permette di raccogliere dati specifici che possono essere gestiti per analizzare in modo matematico il lavoro svolto. C’è chi parla già di un miracolo della robotica che ci salverà dal problema dei rifiuti che sta strangolando le città in quanto velocità e qualità del rifiuto selezionato porterebbero alleggerire, nelle intenzioni degli addetti del settore, la pressioni sull'accumulo delle scorte dei rifiuti e porterebbe vantaggi economici indotti.

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https://www.arezio.it/ - In Europa il Carbone Uccide due Persone all'Ora
In Europa il Carbone Uccide due Persone all'Ora
Venerdì, 26 giugno 2020 | Energie Rinnovabili

Il combustibile plastico "End of West"è la soluzione al carbone? Il fumo che esce dalle ciminiere delle centrali elettriche alimentate a carbone, in Europa, ucciderebbe più di due persona l'ora secondo il rapporto "Silent Killers" Uno studio realizzato dall'università si Stoccarda, sulla base di una ricerca fatta, evidenzia gli impatti sanitari dell'inquinamento prodotto dall'utilizzo del carbone quale combustibile per produrre energia elettrica in Europa, evidenziando un numero pari a 22.300 morti premature, su base annua, che corrispondono alla perdita di 240.000 anni di vita. Inoltre le malattie legate all'inquinamento dell'aria prodotto dalle centrali a carbone, determinano una perdita di giornate lavorative pari a 5 milioni. Secondo questo studio, che ha analizzato anche i progetti per la realizzazione di 52 nuove centrali a carbone, progetti che sono in fase di realizzazione o di autorizzazione, l'impatto sulla salute se entrassero in funzione queste nuove centrali, corrisponderebbe alla perdita di ulteriori 32.000 anni di vita ogni anno. Tenendo in considerazione che la vita media di una centrale a carbone è normalmente di 40 anni, in prospettiva questi nuovi progetti porterebbero alla perdita di 1,3 milioni di anni di vita. L'università si Stoccarda, attraverso questo studio, ha riaffermato che il carbone pulito non esiste, e che questo tipo di combustibile è una delle principali cause di avvelenamento dell'aria. In Europa esistono circa 300 centrali a carbone funzionanti, le quali producono un quarto dell'energia elettrica consumata nell'unione, ma, nello stesso tempo, producono il 70% degli ossidi di zolfo e più del 40% degli ossidi di azoto provenienti dal settore elettrico. Queste centrali Europee sono la fonte di circa la metà di tutte le emissioni industriali di mercurio e un terzo di quelle di arsenico, ed emettono, infine, quasi un quarto del totale delle emissioni di CO2 di tutta l'Europa. In termini sanitari, i paesi maggiormente colpiti dalle emissioni inquinanti del carbone sono la Polonia (più di 5000 morti all'anno), la Germania, la Romania e la Bulgaria. Ma come potrebbe essere attenuato questo fenomeno doppiamente negativo, sia sotto l'aspetto dell'impatto sulla salute sia sotto l'aspetto della distruzione delle risorse ambientali? Un'alternativa che è presa in considerazione, ma forse non con le dovute attenzioni, è il combustibile che deriva dallo scarto di lavorazione dei rifiuti plastici e urbani, detto "End of west". Questo deriva appunto dalla lavorazione dei rifiuti civili non pericolosi e dei rifiuti speciali non pericolosi e si presenta sotto forma di macinato sfuso o in balle pressate. Il processo di lavorazione comprende: Triturazione del materialeAsportazioni delle parti metalliche attraverso separatori elettromagnetici e anche delle parti metalliche non ferroseDeumidificazioneAsportazioni delle frazioni inertiPalletizzazione in base alle esigenze degli impianti L'alto contenuto della componente plastica all'interno della ricetta permette il raggiungimento di un potere calorifico, molto importante. Il combustibile "end of weste" viene normalmente impiegato: CementificiInceneritoriCentrali termoeletticheImpianti di gassificazioneCentrali termiche per teleriscaldamento Questo combustibile può essere usato in impianti dedicati oppure in impianti che utilizzano normalmente altri tipi di combustibili, ma, in entrambi i casi, la struttura industriale deve dotarsi di tecnologie di combustione e depurazione dei fumi in grado di abbattere gli inquinanti emessi. Un caso particolare, che vedremo successivamente, riguarda l'utilizzo del combustibile "End of West" nelle cementerie in quanto c'è una corrente di pensiero che sostiene che i tradizionali forni per la produzione del clinker non siano in grado di evitare emissioni in atmosfera dannose.

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https://www.arezio.it/ - Uso della plastica riciclata: tanti articoli ma poca attenzione verso il settore
Uso della plastica riciclata: tanti articoli ma poca attenzione verso il settore
Venerdì, 26 giugno 2020 | Economia circolare

Come aiutare l’ambiente, riutilizzando la plastica di scarto, ma sentirsi un imprenditore di serie B. I produttori di articoli fatti con la plastica riciclata dovrebbero avere un riconoscimento sociale per l’uso che fanno della materia prima riciclata nei loro prodotti, la quale contribuisce, non solo a ridurre le quantità di rifiuto che giornalmente produciamo in tutto il mondo, ma permette di ridurre l’uso dei polimeri vergini di derivazione petrolifera. Un impegno verso l’ambiente in perfetta coerenza con i principi dell’economia circolare ma, che nel concreto non ha, fino ad ora, trovato grande sostegno tra i consumatori. La prima cosa che gli stati dovrebbero fare è quello di incentivare gli acquisti di prodotti fatti in plastica riciclata e scoraggiare quelli fatti con la materia prima vergine, così da dare una spinta importante in un’ottica ambientalista. Gli incentivi possono essere di varie forme: sgravi fiscali sugli acquisti, buoni spesa, prezzi calmierati, incentivi sull’uso dei polimeri rigenerati per le industrie in fase di produzione. Questi, sono solo alcuni esempi di tanti che si possono adottare, ma sono fondamentali per aiutare la riduzione della plastica di scarto. Non è la strada corretta quella di far credere alla gente che si possa vivere, nel breve, senza plastica, ma bisogna far capire che, più prodotti fatti in plastica riciclati vengono acquistati dai consumatori, più si consumano le grandi quantità di scarto plastico che i paesi producono quotidianamente e non sanno più dove mettere. Nello stesso senso, più si scelgono prodotti fatti con polimeri vergini, più si contribuisce ad aumentare i rifiuti plastici e si incentiva la trasformazione del petrolio in materia prima, con la conseguenza di aumentare l’effetto serra. L’incremento del riciclo è solo un anello di una catena di interventi che si devono fare per risolvere il problema dei rifiuti plastici, ma la sua importanza è tale da dover investire sulla cultura del riciclo e sul suo riutilizzo. Sapendo che l’adozione della “Plastic Free” è un’utopia, oggi, e lo sarà finchè la scienza non troverà un prodotto ecocompatibile che possa sostituire la plastica in termini di flessibilità d’uso, leggerezza, economicità e caratteristiche tecniche, dobbiamo qualificare il settore dei prodotti fatti in plastica riciclata. Andando al negozio, se volete bene all’ambiente e al proprio futuro, sarebbe auspicabile scegliere prodotti plastici fatti con materie prime riciclate cercando di non fare confusioni con certi messaggi sulle etichette dove viene riportato la dicitura “riciclabile” in quanto il prodotto potrebbe essere fatto con polimeri vergini. Se dovete comprare secchi,vasi, armadi, tavoli, sedie, cassette, flaconi, articoli per il giardino,grigliati, tubi e tanti altri prodotti, pensate all’ambiente, sempre.

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https://www.arezio.it/ - Shinrin-yoku Giapponese,  森林浴, o Forest Terapy
Shinrin-yoku Giapponese, 森林浴, o Forest Terapy
Venerdì, 19 giugno 2020 | Ambiente

Un’esperienza di immersione nella natura. Nata negli anni 80 in Giappone, lo Shinrin-yoku è la pratica del “bagno nella foresta” una forma di terapia che prevede l’immersione nei boschi per coinvolgere i 5 sensi di cui disponiamo. Non c’è bisogno di andare in Giappone per sentirsi coinvolti nella sensazione di benessere che i boschi danno, infatti è sufficiente passeggiare per un paio d’ore, a ritmo lento, sui sentieri tracciati per poter trarne beneficio. E’ stato scientificamente provato che l’immersione nella natura migliora il sistema immunitario ed influisce positivamente sugli stati di stress, abbassando i livelli di cortisolo, e ansia leggera. Il positivo effetto sembra venga dalle sostanze che rilasciano gli alberi, i monoterpeni, che sono idrocarburi alifatici e i fitoncidi, oli essenziali rilasciati dalle cortecce degli alberi, tanto che in Giappone hanno istituito un settore di medicina forestale.

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https://www.arezio.it/ - Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
Giovedì, 18 giugno 2020 | Economia circolare

A volte ci si chiede se lo sforzo di fare la raccolta differenziata in casa ne valga la pena Molte volte quando dividiamo la spazzatura ci chiediamo se il nostro impegno servirà a qualche cosa, se il materiale che noi dividiamo poi verrà effettivamente impiegato o finirà in discarica o peggio bruciato, se gli oneri che paghiamo, nonostante il nostro lavoro di pre-selezione, siano utili alla causa ambientalista. In casa, magari avendo a disposizione spazi ristretti, il dover selezionare la carta, il vetro, la plastica e gli scarti alimentari in contenitori diversi, comporta impegno, fatica mentale nella separazione e spazi sottratti ad altre cose. Se poi aggiungiamo che dobbiamo ricordarci anche in quali giorni del mese ritirano il sacchetto di uno o dell’altro prodotto, diventa un compito da organizzare con impegni da non dimenticare se non si vuole che la casa si riempia di spazzatura. Ogni tanto ricordiamo quanto era comodo buttare ogni cosa in un sacco unico e quando passava la raccolta dei rifiuti si doveva solo pensare a portare il sacco, con i rifiuti misti, fuori dalla porta di casa e non ci si pensava più. Abbiamo visto questa generale inerzia dove ci ha portato, ma forse avremmo anche il diritto di capire a cosa servano i nostri sforzi domestici nella separazione dei rifiuti. Quando compriamo i pomodori, le pesche o le fragole, ci vengono molte volte presentate in negozio dentro a scatolette in plastica trasparente, chiuse da un coperchio che protegge il prodotto deperibile. La portiamo a casa, mettiamo a tavola il contenuto e l’imballo, in questo caso in PET, viene subito buttato. Tutti questi imballi trasparenti in PET, attraverso la raccolta differenziata, possono rinascere a nuova vita evitando di utilizzare nuovo petrolio per fare altri prodotti. Si, ma come? La vaschetta, insieme alle altre compagne di viaggio, viene portata nei centri di selezione dei rifiuti dove verrà divisa dagli altri imballi in plastica ed avviata alla rigenerazione. Gli imballi alimentari in PET verranno macinati in pezzi dalle dimensioni di 10 mm. circa, poi lavati in modo da togliere le etichette presenti sulla confezione, separati per colore, se ci fossero vaschette colorate mischiate a quelle trasparenti e poi estrusi creando un granulo che costituirà la nuova materia prima per realizzare molti prodotti. Se la destinazione del nuovo granulo dovrà essere ancora quella alimentare, durante il processo che porta alla granulazione, il materiale verrà sanificato e igienizzato, potendo poi essere utilizzato per ricostruire imballi alimentari. Se invece la destinazione sarà in settori non alimentari, il granulo verrà imballato e venduto in molti settori produttivi. Vediamo quali: Il settore dell’arredamento utilizza il granulo di PET riciclato per fare la fibra che troveremo nei cuscini e nell’imbottitura dei divani e delle poltrone.L’industria tessile utilizza il granulo di PET riciclato per fare fibra adatta alla realizzazione di capi da abbigliamento e coperte.L’industria dell’imballaggio utilizza il granulo di PET riciclato per fare le regge per gli imballi che troviamo su molte confezioni o sui bancali di merce, con lo scopo di stabilizzare il materiale contenuto.L’industria della pulizia utilizza il granulo di PET riciclato per fare mono-filamenti per le scope domestiche e industriali e per realizzare spazzole per le macchine per la pulitura meccanica. Come vedete ogni nostro sforzo legato alla separazione domestica dei rifiuti è destinato a risparmiare CO2 nell’atmosfera, risorse naturali, a consumare inutilmente materie prime di origine fossile e a risolvere il problema degli imballi di plastica che non verranno più messi nelle discariche o peggio scaricati in mare.

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https://www.arezio.it/ - Cosa la storia del PET può insegnare al packaging flessibile
Cosa la storia del PET può insegnare al packaging flessibile
Mercoledì, 17 giugno 2020 | Notizie Generali

Conoscere le esperienze di altri settori plastici aiuta a risolvere i problemi in altri. E’ noto a tutti quanto siano comodi ed efficienti i packaging flessibili per alimenti che hanno negli anni sostituito altri imballaggi alimentari non plastici. Per anni si lodava l’efficienza, la comodità e l’economicità di questi imballi che davano, anche nella grande distribuzione, un risparmio di tempo e di spazio negli scaffali. Dopo anni di produzione e utilizzo di questi prodotti, ci siamo accorti che le milioni di confezioni che ogni giorno produciamo e utilizziamo nel mondo non trovano una corretta collocazione in quanto non sono riciclabili. Perché? Per il semplice motivo, che per garantire igiene, ottimo livello di conservazione e durabilità, i tecnici delle produzioni di imballaggi flessibili hanno studiato involucri multistrato e multi prodotto che non possono essere riciclati. Queste milioni di confezioni al giorno non possono che andare in discarica o nella peggiore delle ipotesi inquinare l’ambiente. Conoscere la storia è sempre importante per non ripetere gli errori del passato e per trarne un insegnamento, questo ci insegnavano a scuola alla prima lezione di storia. Se volessimo mettere in pratica questo insegnamento scolastico dovremmo guardarci intorno e vedere cosa la storia della plastica ci può insegnare sul problema della riciclabilità dei prodotti che produciamo. Infatti il problema non è sempre concentrarci su come riciclare un rifiuto che già c’è ma anche concentrarci nel trovare delle soluzioni industriali che possano produrre un imballo che sia in ogni caso riciclabile, al costo più basso, al consumo energetico minore e con lo scarto ridotto. La storia, come sempre, per chi vuole guardare, ci dice che già il settore del PET ha percorso questa strada trovando soluzioni che rispondessero a queste domande. Intorno agli anni 70 ci fu una rivoluzione culturale nel campo delle bottiglie per le bibite, passando dalle confezioni in vetro a quelle di “plastica”, che in realtà erano un miscuglio di varie plastiche, con tappi a vite in alluminio il cui vantaggio era sicuramente la leggerezza e il minor costo verso il vetro, ma di contro la totale impossibilità di riciclo. Questo oggi sarebbe stato un punto di sicuro insuccesso del lancio di un prodotto ma così non fu in quel periodo in cui si guardava più alla comodità e alla marginalità sulla confezione che ai problemi ambientali. In questa euforia generale si mise però di traverso uno studio che indicava l’acrilonitrile, elemento costituente la prevalenza della bottiglia, quale possibile prodotto cancerogeno, inoltre l’incenerimento di queste bottiglie inglobate nei rifiuti domestici producevano gas tossici. La Coca Cola, nel 1978, a seguito del brevetto depositato dalla DuPont, iniziò ad adottare il PET come materia prima per produrre le sue bottiglie ma, non sarebbe bastato un cambio di materiale per risolvere definitivamente tutti i problemi, a monte e a valle della filiera, se non avessero anche pensato cosa farne degli imballi utilizzati dai consumatori. La standardizzazione dell’utilizzo del PET nelle bibite portò alla grande diffusione del prodotto creando un flusso importante di materiale che poteva essere riciclato per creare prodotti alternativi come tessuti, fibre o corde, contribuendo all’utilizzo massiccio del materiale di scarto. Oggi ci troviamo davanti alla necessità di convertire la produzione degli imballaggi flessibili a barriera in elementi riciclabili che tengano conto delle esigenze dei prodotti alimentari ma anche del problema dello smaltimento. Sono stai avviati processi di produzione di imballi flessibili a barriera utilizzando i prodotti della famiglia delle poliolefine ma senza una riconversione industriale globale degli imballi non si può risolvere il problema dei rifiuti. L’industria del riciclaggio sta facendo grandi sforzi per aumentare le quantità di prodotti da riciclare ma esistono limiti tecnici che non permettono soluzioni convenienti. Queste possono essere prese a monte dall’industria della produzione che deve mettere sul mercato solo prodotti totalmente riciclabili. La storia del PET forse può insegnare qualche cosa.

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https://www.arezio.it/ - Giulio Natta: il Genio della Chimica Applicata alla Plastica
Giulio Natta: il Genio della Chimica Applicata alla Plastica
Martedì, 16 giugno 2020 | Storia

Ricevette il Premio Nobel per aver inventato il polipropilene | Conosciamolo meglio. Attraverso lo studio delle macromolecole e dei “catalizzatori dei polimeri” Giulio Natta intuì la potenzialità della chimica applicata alla plastica. Giulio Natta nacque a Porto Maurizio (I) il 26 Febbraio del 1903 da Francesco Maria, magistrato e da Elena Crespi che si adoperò per l’educazione di Giulio nella tenera età. Si diplomò con largo anticipo all’età di 16 anni al liceo classico di Genova specializzandosi successivamente in matematica. Nel 1921 si iscrisse alla facoltà di ingegneria industriale presso il Politecnico di Milano dove fu assistente del professor Bruni presso il dipartimento di chimica generale. Sempre in anticipo sui tempi nel 1924 si laureò a soli 21 anni. Accettò poi nel 1925 una borsa di studio a Friburgo in Germania, presso il laboratorio del professor Seemann, occupandosi di macromolecole. E’ qui che natta intuì l’importanza e la potenzialità delle macromolecole che continuò a studiare al suo ritorno a Milano studiando la struttura cristallina dei polimeri. Tra il 1925 e il 1932 fu professore di chimica al politecnico di Milano e nel 1933 vinse il concorso per diventare professore di chimica generale presso l’università di Pavia e nel 1935 passò a all’università La Sapienza di Roma e nel 1937 al Politecnico di Torino. L’anno successivo ritornò al Politecnico di Milano che lasciò dopo 35 anni nel 1973. Durante questa lunga carriera Natta poté sperimentare numerosi studi come la produzione di Butadiene, collaborò con la ditta Montecatini dedicandosi quasi esclusivamente alla chimica industriale. Dal 1952 Natta cominciò ad interessarsi alle scoperte di Karl Ziegler il quale nel 1953 riuscì a sintetizzare il polietilene lineare, mentre l’anno successivo Natta riuscì a produrre i primi campioni di polipropilene. La Montecatini a questo punto patrocinò la collaborazione tra i due scienziati portando alla creazione di un laboratorio internazionale che coinvolse molti studiosi che portò alla scoperta dei polimeri isotattici, registrati con il nome commerciale di Moplen. La scoperta dei catalizzatori Ziengler-Natta fruttò ad entrambi il premio Nobel per la chimica nel 1963. Ma cosa scoprirono esattamente i due scienziati tanto da vincere il premio Nobel? Nel 1953 Karl Ziegler scopri che una miscela di TiCl4 e AlEt3 (alluminio trietile) catalizzava la polimerizzazione dell’etilene in polietilene. Giulio Natta scoprì che questo catalizzatore non era utilizzabile per la produzione di polimeri del polipropilene, infatti, con questo catalizzatore si ottenevano solo oligomeri del propilene ad elevato contenuto atattico. Nel 1954 Natta e Ziegler scoprirono una nuova ricetta di Dietil Alluminio Cloruro e DEAC che dava una elevata resa di polipropilene isotattico. A questo punto la Montecatini iniziò la produzione industriale con un notevole successo commerciale.

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https://www.arezio.it/ - La fine dell’hdpe riciclato da soffiaggio. una morte annunciata.
La fine dell’hdpe riciclato da soffiaggio. una morte annunciata.
Lunedì, 15 giugno 2020 | Economia circolare

Come i produttori di polimeri vergini stanno disperdendo le competenze del settore delle materie plastiche riciclate. Vi racconto una storia che ha dell’incredibile agli occhi degli addetti del settore del riciclo delle materie plastiche, per cercare di far capire come è cambiato il mondo e cosa ancora ci dobbiamo aspettare dal futuro. C’era un tempo in cui il granulo in HDPE proveniente dai flaconi della detergenza non era preso in considerazione come materia prima da chi li produceva, ed era facile sentirsi dire sempre la stessa litania: “io uso il vergine e mai impiegherò materiali riciclati per i flaconi nella mia azienda”. Certo, di anni ne sono passati e il mondo della rigenerazione, con grande impegno e dedizione, ha creato prodotti impensabili, solo poco tempo fa, sia dal punto di vista della pulizia del materiale, della resistenza che danno al flacone, della tenuta delle saldature, delle tipologie di colore che spaziano dai più delicati a quelli più scuri, che nel campo della semi trasparenza in presenza di liquidi. Ma la cosa che ha creato maggiore soddisfazione tra i produttori di polimero in HDPE rigenerato per il soffiaggio è la possibilità di produrre flaconi, fino a 5 litri, al 100%, senza usare il polimero vergine. Finalmente il settore aveva dato una risposta inequivocabile alle esigenze della società in termini di economia circolare. Ma nel frattempo, i produttori di polimero vergine e alcuni grandi nomi del packaging, che fino a due o tre anni fa’ non consideravano il polimero riciclato come degno di nota, sono stati travolti dal sentimento popolare verso l’economia circolare, senza compromessi. Si è così verificata una situazione che non avevano previsto, cioè che la gente chiedesse a gran voce un packaging contenente materiale riciclato e non vergine, così da rispettare le regole che vogliono la totale circolarità della materia. Alle richieste della nuova corrente “green” non avevano risposte pronte da dare, perché il loro prodotto, da materia prima di élite, era diventato un reietto, con la conseguenza di temere la diminuzione delle vendite. L’assoluta necessità di dover far capire alla gente che le loro aziende si sono votate all’economia circolare e che le aspettative dei consumatori, in termini ambientali, sono le loro aspettative, che le preoccupazioni della società per l’inquinamento da plastica, sono le loro preoccupazioni, che la necessità di ridurre la produzione di prodotti raffinati dal petrolio per l’opinione pubblica è essenziale, così lo è anche per loro. Quello che non è a tutti evidente è come si stiano muovendo per cercare di dare ciò che la gente chiede e per creare dal nulla, improvvisamente, un prodotto apparentemente “green” che soddisfi tutti. In primo luogo hanno puntato su compound, la cui struttura primaria è fatta da polimeri vergini, aggiungendo dell’HDPE rigenerato all’interno della miscela in modo che il loro prodotto, che definiscono “ecologico”, non si discosti troppo, in produzione, dai parametri standard di un polimero vergine. Il marketing ne ha elogiato le qualità in termini di sostenibilità e lo ha sta proponendo al mercato alla stregua di un materiale riciclato, ma di una qualità superiore. A questo punto, l’ultimo tassello era vendere il compound, che non si può definire riciclato e nemmeno circolare, ad un prezzo che non era quello di un riciclato, ma nemmeno di un vergine, ma imponendo al mercato un prezzo così alto che è diventato un’affare irrinunciabile. Ma per non rinunciare a questo grande business, i produttori avevano bisogno di assicurarsi grandi quantità di materia prima riciclata, da poter metterla sui prodotti vergini come il parmigiano sugli spaghetti. Quindi hanno iniziato a comprare aziende impegnate nel riciclo del l’HDPE, in modo da assicurarsi, in modo continuativo, la fonte del polimero da post consumo. Questa situazione ha portato a due cose alquanto discutibili: La prima vede un aumento della concentrazione della disponibilità di HDPE riciclato in poche mani, e la dispersione di un’ immensa conoscenza tecnica acquisita dai riciclatori negli anni, in quanto l’obbiettivo dei produttori di vergine non è quello di migliorare la qualità del prodotto riciclato, investendo nella filiera del riciclo, ma è quello di assicurarsi solo di averlo, per poter dichiarare il loro compound “green”. La seconda porterà alla perdita della consapevolezza dei molti traguardi tecnici raggiunti con l’HDPE riciclato da parte delle aziende più dinamiche nell’ambito del riciclo, facendo invece credere al mercato che il prodotto sostenibile sia quello che si ottiene mischiando il vergine e il rigenerato. Questa politica monopolista sta iniziando anche sull’LDPE con accordi recentissimi tra produttori di granuli riciclati e trasformatori di derivati del petrolio, con il chiaro sentore che ci sia poca considerazione della filiera del riciclo costruita negli anni con tanta fatica. Dal punto di vista tecnico si potrebbe persino dire che, in certi ambiti, il compound vergine+rigenerato potrebbe avere una valenza, sui flaconi o sulle taniche oltre i 5 litri o si può obbiettare che il passaggio alla produzione diffusa di flaconi piccoli, solo con la materia prima rigenerata, non sarebbe proponibile a causa della scarsità dell’input da post consumo. Ma l’economia circolare dovrebbe andare nella direzione di incrementare il riciclo della plastica nel mondo, che è tragicamente ferma sotto il 10% di quella prodotta, invece che spingere su prodotti che di “green” hanno ben poco.

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https://www.arezio.it/ - Un nuovo nemico potrebbe sconfiggere la potenza cinese
Un nuovo nemico potrebbe sconfiggere la potenza cinese
Venerdì, 5 giugno 2020 | Ambiente

Cosa succederà dopo il lockdown all’inquinamento che stava soffocando la Cina? La Cina della grande muraglia, della rivoluzione industriale, della potenza militare, dello sviluppo iper-tecnologico, dell’espansionismo nei paesi del terzo mondo specialmente in Africa e Sud America, delle guerre commerciali, delle pressioni sull’area indocinese, non aveva fatto i conti con il suo iper liberismo che è partito ai tempi di Deng, catapultando il paese dal socialismo maoista, che assicurava una ciotola di riso per tutti, alla rincorsa frenata a condizioni di vita più agiate rispetto alla dignitosa povertà in cui il popolo cinese aveva vissuto fino agli anni della pre industrializzazione diffusa. Le emergenze nazionali sono rappresentate principalmente dall’inquinamento dell’aria e da quello delle acque che ha fatto risvegliare in modo violento la Cina da un beato sonno in cui si vedevano solo le cose positive create dallo sviluppo, mettendo sotto il tappeto le conseguenze negative.  Per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, secondo uno studio pubblicato della Berkeley Earth, in Cina muoiono circa 4000 persone al giorno per fenomeni legati a patologie che dipendono dall’inquinamento dell’aria. Gli scienziati attribuiscono la responsabilità dei decessi soprattutto alle emissioni delle centrali a carbone e in particolare alle minuscole particelle note come PM 2,5 che possono scatenare attacchi di cuore, ictus, cancro ai polmoni e asma e che , sempre secondo lo studio di Berkeley Earth, uccidono silenziosamente 1,5 milioni di persone all’anno, il 17% del livello di mortalità della Cina. Il governo cinese ha preso atto della situazione ambientale catastrofica assumendosi decisioni che stanno andando nella giusta direzione per cercare di risolvere la pericolosità dell’aria che viene respirata. Il prezzo da pagare non è stato basso, anzi i sistemi utilizzati dal governo sono stati piuttosto drastici. Oltre alla chiusura di tutte le fabbriche obsolete a carbone, è stato limitato l’uso di carbone e legna per il riscaldamento domestico nelle città. Inoltre il governo cinese ha puntato ingenti risorse sull’eolico e sul solare, iniziando la produzione di energia verde che contribuirà ad abbassare il livello degli inquinanti nell’aria nei prossimi anni. Per quanto riguarda il settore dei trasporti il governo prevede entro il 2020 la presenza sulle proprie strade di 200.000 veicoli elettrici e la messa al bando di 500 modelli di auto in circolazione considerati inquinanti. L’azione riformatrice del governo cinese non si esaurisce qui infatti sta cercando soluzioni anche contro la desertificazione e la de- ossigenazione dell’aria prevedendo la realizzazione di un piano di piantumazione ambizioso, infatti saranno messi a dimora circa 26 miliardi di piante nei prossimi 10 anni. Per quanto riguarda invece la situazione delle acque, attualmente, un terzo delle risorse idriche nel paese non è potabile e il 15% non è utilizzabile nemmeno per l’irrigazione o la produzione, in quanto è inquinata da pesticidi, scarichi industriali e fertilizzanti. Di conseguenza l’attività ittica è globalmente compromessa visto che il pescato presenta un grado di inquinamento altamente pericoloso per la salute. Alla luce di questo problema il governo ha costituito la figura del responsabile delle acque, che non è in ogni caso del tutto nuova, infatti questa posizione è nata già dal 2007, nell’area di Shanghai, quando accadde un grave incidente ambientale nel lago di Taihu, uno dei più grandi del paese, dove ci fu un’ invasione di alghe velenose. Circa 5 milioni di abitanti della città di Wuxi non avevano la possibilità di usufruire delle risorse idriche per la vita quotidiana e fu per questo che venne costituita la figura del responsabile delle acque che aveva il potere di sovraintendere le molte autorità sciogliendo finalmente l’ingorgo dei poteri e lo stallo decisionale.

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https://www.arezio.it/ - Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
Venerdì, 5 giugno 2020 | Economia circolare

Ipotesi di diminuzione del consumo dei derivati del petrolio per l’incremento delle tecnologie del riciclo La reazione che l’opinione pubblica mondiale sta avendo in merito al problema dell’inquinamento prodotto dai rifiuti plastici che, in modo incosciente viene rilasciato nell’ambiente, sta creando non solo una coscienza ambientalista che fino a pochi anni fa era veramente poco sentita nei vari strati della popolazione mondiale, ma sta creando conseguenze non previste solo 10 anni fa in merito alla produzione e vendita dei derivati dal petrolio. Il movimento di opinione che sta crescendo giorno dopo giorno contro la dispersione degli imballaggi plastici, soprattutto nei mari, ha spinto anche i grandi produttori di imballaggi a trovare alternative del loro standard produttivo. Questa nuova coscienza ha portato un gran numero di menti a ragionare sulla possibilità di riciclare la plastica in modo alternativo alla comune conoscenza, anche in merito alle normative Europee e Americane, sempre più stringenti, che impongono l’aumento delle % di riciclo delle materie plastiche. Uno di questi nuovi studi si sta concentrando sulla produzione di liquidi combustibili di derivazione del riciclo della plastica di uso comune, attraverso la produzione di cracking termico a 400° per ricreare un prodotto sintetico che risulta essere leggero e senza zolfo che può essere lavorato con altri oli in raffineria. Un altro studio utilizza sempre la tecnologia del cracking termico ma calibrata alla produzione di nafta e un distillato simile al diesel che viene miscelato con il normale gasolio da raffineria. Ci sono poi da considerare le acquisizioni avvenute sul mercato, da parte dei produttori di materie prime vergini (polimeri) derivanti dal petrolio, di riciclatori di materie plastiche al fine di controllare la lunga filiera della plastica e prevenire possibili perdite di fatturato con la diminuzione della vendita dei polimeri vergini. Questo fermento sul mondo del riciclo della plastica non riguarda solo l’America e l’Europa, ma anche l’Asia, dove i governi, tra cui Cina e Indonesia, stanno mettendo in campo complessi ed estesi programmi di riciclaggio per evitare problemi come quelli verificatisi in Indonesia dove è dovuto intervenire l’esercito per ripulire la plastica che ostruiva il fiume Citarum. Detto questo ci si attende che a breve la domanda di greggio possa venire influenzata dagli eventi in atto, infatti il presidente della società eChem, che si occupa della consulenza nel settore energetico, sostiene che se l’incremento del riciclo del polietilene e polipropilene dovesse continuare ai ritmi che ci si aspetta alla luce di tutte le tecnologie che stanno entrando in campo, questo potrebbe portare ad una perdita a medio termine di milioni di tonnellate di petrolio, annullando così la crescita della produzione che molte compagnie petrolifere si aspettavano. Inoltre il petrolio ha un altro forte concorrente che si chiama: liquidi da gas naturale. Infatti negli Stati uniti, l’etano sta attirando numerosi investimenti in particolare nelle regioni nord orientali.

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https://www.arezio.it/ - Un mondo senza plastica: no grazie, uso il mio cervello
Un mondo senza plastica: no grazie, uso il mio cervello
Venerdì, 5 giugno 2020 | Notizie Generali

Non farsi trascinare da slogan o da promesse senza fondamenta, restare aderenti alla realtà per migliorare le cose Se aprite internet e digitate “Plastic Free” troverete un fiume in piena di siti, social, blog, aziende, istituzioni che hanno una solo parola d’ordine: cancellare la plastica dalla faccia della terra. Ma come in tutti gli eserciti che si rispettano gli ordini si rispettano, non si discutono, anche se sono dati come “parole d’ordine”, non è lecito avere delle opinioni. Questo in modo romanzato e un po’ grottesco è quello che sta succedendo nel mondo globalizzato dove la gestione del potere non è più, apparentemente, in mano alle istituzioni, alla politica o al denaro, nei termini classici a cui eravamo abituati fino a poco tempo fa, ma comandano le masse che hanno il potere di influenzare il mercato e, con esso, la nostra vita. Ma dietro ogni massa, comunque, ci sono sempre i soliti motori delle lobbies, del denaro e della politica con un vestito nuovo. Viviamo nell’era della libertà più assoluta ma se ci fermiamo a pensare alla condizione umana notiamo che una parte della gente si sente sola e insicura per cui trova nell’associazionismo, reale o virtuale, il modo di appartenere e condividere temi e movimenti di cui conosce poco e di cui si interroga ancora meno, ma si sente parte di qualche cosa. “Plastic Free” o “Zero Plastic” sono movimenti che sono cresciuti dalle paure della gente, che identifica nella plastica dispersa in mare o nella natura, il nemico numero uno da combattere. Questi movimenti sono stati ripresi e usati da alcune aziende che attraverso le campagne di marketing hanno trovato nuovi futuri clienti o per lo meno nel tentativo di evitare i consumatori-nemici, da alcuni media che propongono campagne di liberazione della plastica dai mari senza assolvere al loro principale compito che è quello dell’informazione imparziale, dalle istituzioni, grandi e piccole, che si reggono sulla politica e sui voti della gente e, quindi, per lo stesso motivo delle aziende, non possono inimicarsi la popolazione. Ma in un modo libero è lecito che ognuno abbia la propria opinione e possa seguire le correnti di pensiero che crede e i movimenti in cui crede. Il punto fondamentale è che ogni persona dovrebbe fare delle scelte razionali e meditate perché oggi le masse si muovono in modo rapido, crescendo velocemente e sapendo che ogni spostamento avrà una conseguenza, anche se il singolo non ci pensa. Moltissime persone vogliono rinunciare alla plastica perché secondo loro inquina, è un demone e senza di essa, pensano, avranno un mondo migliore. Direi che si può accettare questa teoria, magari non condividerla, perché nessuno è sposato alla plastica, ma poi? Quali sono le alternative nel breve periodo? Con quali materiali ecologici la sostituiamo? La plastica non è fatta solo di bottiglie o di fustini del detersivo o di sacchetti di plastica che vediamo nei documentari dispersi in mare, la usiamo in ospedale per salvarci la vita, su ogni mezzo di trasporto che prendiamo, anche quelli più ecologici, nelle nostre case, sei nostri computer o telefonini o stampanti o televisioni, nell’industria che produce i beni più vari che compriamo tutti i giorni anche se siamo promotori del “Plastic Free”, nei mezzi di pagamento, nei vestiti, nelle scarpe.. Forse facciamo prima ad elencare cosa non produciamo con la plastica. Immaginiamo quindi di cancellare di colpo tutti questi prodotti e sostituirli con prodotti più ecologici seguendo il motto del “Plastic Free o Zero Plastic”. Dove sono i prodotti green, oggi, che possono compiere questo passo? Un conto è gridare no alla plastica, un conto, subito dopo, è trovare una soluzione per continuare a vivere in modo reale. Ci vuole tempo, competenze tecniche e volontà politica per portare avanti un cambiamento così radicale, anche solo parzialmente, ricordandoci che la plastica è un materiale con delle doti tecniche ed economiche difficilmente sostituibili con le conoscenze scientifiche oggi a nostra disposizione. Ma dal punto di vista tecnico abbiamo tutte le conoscenze e le informazioni per risolvere il problema dell’inquinamento che l’uomo, non la plastica in sè, ha creato nell’ambiente.  Vogliamo parlare, solo per fare un esempio tra i tanti che potremmo citare, delle proposte di sostituire le cannucce per bere o i pettini o gli spazzolini da denti con il bambù? Idea lodevole, ma anche se dal punto di vista del marketing può essere apprezzata, abbiamo considerato che una importante richiesta di materia prima per la produzione di questi articoli comporta l’inizio di nuove colture e quindi la ricerca di terre libere sulle quali coltivare le piante? Ci sono terre fertili attualmente libere o dobbiamo come sempre bruciare la foresta per fare spazio a nuove coltivazioni che richiederanno acqua e forse concimi, diserbanti e insetticidi chimici per sostenere il business? La plastica riciclata è una risorsa fondamentale per le nostre società, quindi vale la pena di elencarne alcuni aspetti premianti di questa importante funzione: – Il riciclo della plastica permette di ridurre l’uso di polimeri vergini, derivati dal petrolio, ogni volta che si produce un prodotto. 1 kg. di plastica rigenerata viene usata innumerevoli volte riducendo così la dipendenza dal petrolio. – Il riciclo della plastica permette la creazione di posti di lavoro specialmente in quei paesi dove il tessuto industriale è scarso, dando alle popolazioni una ulteriore possibilità di occupazione locale. – Il riciclo plastica salva l’ambiente da quello che i media ci fanno vedere tutti i giorni, l’inquinamento creato dai prodotti finiti buttati anziché riutilizzati. – La plastica può essere combustibile che serve per creare l’elettricità e combustibili liquidi riducendo la dipendenza dal petrolio e da altre fonti fossili molto inquinanti come il carbone. – Se alzassimo la % di plastica riciclata ogni anno nel mondo si instaurerebbe un circolo economico virtuoso e una riduzione sostanziale dell’inquinamento a tutti i livelli. Per imprimere una svolta che possa, in tempi rapidi risolvere il problema ambientale, si devono legare insieme vari settori che coprono i tasselli che compongono l’economia circolare: produzione, raccolta, riciclo e riuso. La produzione deve creare prodotti che siano più riciclabili di quelli che troviamo adesso sul mercato e non solo preoccuparsi di inserire nelle loro produzioni percentuali variabili di plastica riciclata. Le aziende devono essere coinvolte nel progetto sociale per cui riducano al minimo la produzione di articoli che a fine vita non potranno essere riciclati. La raccolta coinvolge le istituzioni governative che devono imporre ai cittadini un sistema chiaro e semplice per dividere i rifiuti plastici a fine vita, dando agli utenti informazioni non contraddittorie su come selezionare i rifiuti. Il cittadino deve prendere coscienza del compito sociale che gli è stato affidato nell’assolvere in modo corretto questo compito, anche e soprattutto per se stesso. I governi devono incrementare gli investimenti sul riciclo dei rifiuti, aiutando il mercato a trovare un equilibrio, anche economico, che permetta alle aziende che riciclano di avere una remunerazione corretta sul lavoro e sugli investimenti e un riconoscimento sociale del settore in cui operano. L’adozione di sistemi di vendita del rifiuto plastico post-raccolta, che vede i riciclatori schiacciati da prezzi delle materie prime nati a seguito di aste, sono un mezzo per frenare lo sviluppo del mercato a discapito della collettività. Inoltre la ricerca scientifica dovrebbe essere maggiormente supportata dai governi, in modo da arrivare ad attribuirgli una funzione di supporto tecnico circa i progetti per l’utilizzo delle plastiche non riciclabili come combustibili in sostituzione delle fonti fossili. Il riuso dei rifiuti plastici attraverso il processo di riciclo permette di ricreare valore al mercato dei prodotti senza attingere alle fonti naturali della terra chiudendo il circolo virtuoso dell’economia circolare. Ma tutto questo, senza una cultura generale sul mondo della plastica più ampia, è un compito veramente difficile. Un problema non parte mai dalla sua fine ma dal suo inizio, quindi non bisogna demonizzare la plastica perché è nei mari ma capire perché l’uomo la butta nell'ambiente e poi ce la troviamo nel mare. Se per magia nessuno disperdesse nell'ambiente i rifiuti ma capisse che questi sono risorse, a basso costo, equamente distribuite nel mondo, con le quali si può vivere sia dal punto di vista economico che ambientale, pensate che ci sarebbe ancora plastica nei mari? Stupidi a parte naturalmente.

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https://www.arezio.it/ - L’agente Defoliante “Orange” Continua ad Inquinare il Vietnam
L’agente Defoliante “Orange” Continua ad Inquinare il Vietnam
Giovedì, 4 giugno 2020 | Storia

Gli aerei degli Stati Uniti spruzzarono più di 20 milioni di litri di erbicidi Nel tentativo di piegare la tenace e caparbia resistenza dei soldati Nord Vietnamiti, gli aerei e gli elicotteri degli Stati Uniti, spruzzarono più di 20 milioni di litri di erbicidi, compreso l’Agente Orange che conteneva la diossina, sulle foreste pluviali del paese. Il conflitto tra gli Stati Uniti e il regime dei Viet Cong, spalleggiati dalla Cina e dalla Russia, ha devastato la nazione asiatica per quasi venti anni, causando milioni di morti soprattutto tra la popolazione civile. Nonostante siano trascorsi decine di anni dalla fine del conflitto, il Vietnam continua a subire gli effetti negativi di quella guerra. Gli erbicidi utilizzati dall’esercito americano continuano infatti a inquinare e avvelenare gli ecosistemi vietnamiti e le persone che li abitano. Ma perché gli Americani utilizzarono questi veleni in modo indiscriminato? L’esercito Statunitense subì pesanti perdite umane nel conflitto armato all’interno della giungla vietnamita, dove i soldati Viet Cong, oltre a conoscere meglio il territorio e la sua natura, creavano frequenti imboscate ai soldati americani i quali non potevano essere massicciamente supportati dall’artiglieria pesante o dalle incursioni aeree. Le strategie militari degli Stati Uniti, abituati a gestire battaglie campali su spazi aperti usufruendo dalla copertura aerea e dall’artiglieria pesante, erano quelle di cercare di attirare l’esercito Nord Vietnamita in campo aperto per sfruttare la schiacciante superiorità militare del loro esercito. Ma i Viet Cong si dimostrarono soldati astuti e tenaci tanto da indurre l’esercito americano ad entrare, suo malgrado, nella giungla o sulle colline boscose, specialmente vicino al confine cambogiano, per farli uscire allo scoperto. In questo ambiente aspro e solitario gli americani pagarono un prezzo altissimo in vite umane e raggiunsero scarsi risultati militari. La tattica dei militari nord Vietnamiti era definita “prendere il nemico per la cintura” che consisteva in imboscate frequenti all’interno della giungla o in ambienti fittamente boscosi, dove il combattimento corpo a corpo impediva agli americani di usare la più grande potenza di fuoco del loro esercito. Non riuscendo a piegare la resistenza del nemico, la US Army pensò così di distruggere sistematicamente, in modo preventivo, le foreste in cui dovevano avanzare i loro soldati, per evitare imboscate e poter godere, in ogni momento, del supporto armato dal cielo e dalla terra. Per questa operazione pensarono di irrorare, con agenti defolianti, la vegetazione in modo da distruggerla e, in alcuni casi, il napalm per bruciare a terra ogni cosa. L’utilizzo dell’agente defoliante Orange non ha solo distrutto le foreste, ma anche una parte delle colture alimentari del paese, a causa della presenza nel composto di un contaminante a base di diossina che colpì molti militari vietnamiti e statunitensi. Un articolo dell’Università dell’Illinois e dell’Iowa State University documenta gli effetti ambientali dell’agente Orange spruzzato in Vietnam, prendendo anche in considerazione, non solo gli effetti nel tempo del veleno sulla popolazione, ma anche la persistente azione che ancora oggi la diossina ha sulla catena alimentare. Ma cos’è l’Agente Orange? Olson e il co-autore Lois Wright Morton hanno spiegato che l’Agente Orange era una combinazione di due erbicidi, 2,4-D e 2,4,5-T, che, usati singolarmente in agricoltura, presentavano una vita utile non più a lunga di alcuni giorni o settimane in un ambiente esposto alla luce solare. Tuttavia, durante la produzione, la miscelazione dei due componenti per creare il nuovo erbicida chiamato Agente Orange, si formò un sottoprodotto tossico composto da diossina TCDD, la più tossica della famiglia delle diossine dei prodotti chimici. Una volta che la diossina TCDD entra nell’ambiente può rimanere in vita per decenni o addirittura secoli. Questo è quello che è successo nel territorio Vietnamita bombardato da questa sostanza. Quale è stato il meccanismo di contaminazione? I ricercatori hanno esaminato un rapporto USAID di 870 pagine, nonché una dozzina di altri rapporti di ricerca sui siti contaminati, per spiegare il comportamento della diossina sul lungo termine in tutte le campagne del Vietnam interessate all’evento. “Il percorso di contaminazione inizia con l’irrorazione dell’Agente Orange, l’assorbimento da parte delle foglie degli alberi e degli arbusti, la caduta delle foglie sulla superficie del suolo (insieme a qualche contatto diretto del composto velenoso con il terreno), quindi l’attaccamento della diossina TCDD alla sostanza organica del suolo con le particelle di argilla del terreno. Da lì, la diossina TCDD si è spostata con il deflusso superficiale delle acque, aggrappandosi a particelle di sedimenti e stabilendosi in zone umide, paludi, fiumi, laghi e stagni. Il sedimento contaminato da diossina TCDD era – e lo è tuttora – ingerito da pesci e gamberetti, accumulandosi nel loro tessuto adiposo e nella catena alimentare in molti altri pesci che costituiscono la base della dieta vietnamita. Anche se la pesca è ora vietata nella maggior parte dei siti contaminati, i divieti da parte delle autorità sono difficili da far rispettare e, di conseguenza, la TCDD della diossina sta ancora entrando nell’approvvigionamento alimentare umano a distanza di più di 50 anni dalla fine del conflitto. Il presidente Nixon ordinò alle forze armate statunitensi di interrompere l’irrorazione dell’agente Orange nel 1970 anche a causa della scoperta che gli stessi soldati statunitensi si ammalavano a causa della diossina dispersa nell’ambiente. 

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Henri Victor Regnault il Primo Padre del PVC
Giovedì, 4 giugno 2020 | Storia

Lo scoprì inconsapevolmente lavorando l’olio olandese riscaldato Henri Victor Regnault viene difficilmente associato alla scoperta del PVC la quale è stata attribuita nel 1872 al chimico tedesco Eugen Baumann riprendendo i suoi esperimenti. Lo scienziato francese nacque nacque il 21 luglio 1810 ad Aix-la-Chapelle, in Francia ed in tenera età perse entrambi i genitori. Lui e la sorella furono affidati ad una copia, amica dei genitori, che se ne prese cura e ne seguì le sorti scolastiche. Dopo gli studi universitari in chimica, Regnault decide di viaggiare in l’Europa per compiere studi ed esperimenti nei siti minerari della Svizzera, Germania e in Belgio tra gli anni 1834 e 1835. L’11 Dicembre del 1840 fu nominato dall’Accademia delle scienze Francesi professore di chimica, incarico che ricoprì per circa 30 anni. Lo scienziato si dedicò allo studio delle sostanze e delle loro miscele, creando in trent’anni una approfondita raccolta di dati relativi alle proprietà dei composti, come densità e compressibilità di gas e liquidi, capacità di calore e coefficienti di dilatazione di gas, pressioni di vapore e velocità del suono. Questi studi lo portano ad essere considerato come probabilmente il più grande sperimentatore del diciannovesimo secolo. Una tra le tante ricerche fatte, una in particolare riguardava lo studio di un liquido oleoso formato dalla clorazione dell’etilene (chiamato allora gas olefiante), che divenne famoso sotto il nome di liquore olandese. Questo composto venne per la prima volta scoperto dai chimici olandesi Johann Rudolph Deiman, Adrien Paets van Troostwijk, Nicolas Bondt e Anthoni Lauwerenburgh sulla quale in seguito ci lavorarono molti chimici del tempo. Regnault tentò di decomporre l’olio olandese riscaldandolo con una soluzione alcolica di idrossido di potassio, ottenendo il monomero di cloruro di vinile. Lo scienziato non aveva ancora ben chiaro dove i suoi studi lo stessero portando, quando annotava la realizzazione di una polvere bianca, che sarebbe stata successivamente identificata come polivinilcloruro (PVC), avendo lasciato il nuovo composto accidentalmente esposto alla luce solare. Nonostante la scoperta scientifica non fu attribuita allo scienziato Francese non vi è dubbio che questa posò le basi per le future ricerche e perfezione delle ricette del PVC. foto: Pollution chimique

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https://www.arezio.it/ - Gestione dei rifiuti urbani: interesse pubblico o privato?
Gestione dei rifiuti urbani: interesse pubblico o privato?
Mercoledì, 3 giugno 2020 | Economia circolare

A volte il capitalismo e l’imprenditoria privata non sono le risposte più adatte alla collettività La raccolta differenziata, nell’ambito delle linee guida sull’economia circolare, è un processo che in molti paesi ha assunto una chiave strettamente imprenditoriale, con una commistione tra pubblico e privato, allo scopo di trarre il massimo profitto possibile. Oggi questo sistema fa intravedere delle crepe evidenti. Da quando è stato istituito l’obbligo della raccolta differenziata, le famiglie e le imprese hanno imparato il valore (e l’onere) della responsabilizzazione ambientale tramite il lavoro di separazione grossolana dei rifiuti domestici. Un passo fondamentale che ha permesso l’avvio della separazione meccanica industriale dei rifiuti e la creazione di una nuova materia prima che potesse essere reimpiegata nell’industria per creare nuovi articoli senza l’impiego di materie prime vergini. Fino ad allora i rifiuti, non separati, venivamo conferiti in discarica o andavano all’incenerimento, perdendo preziosa materia prima, aumentando in maniera esponenziale l’inquinamento e non ricavando nessun vantaggio dalla combustione del rifiuto. Nel corso degli anni, si è affinata tutta la filiera del riciclo che riguardava la raccolta, la separazione, la vendita del rifiuto separato, la trasformazione in materia prima e l’impiego della stessa nelle produzioni di articoli di consumo. Il riciclo meccanico ha fatto così grossi passi avanti nelle tecnologie di separazione, di lavaggio, di triturazione e di granulazione, potendo incrementare i volumi complessivi, migliorare la qualità del rifiuto trasformato, ridurre lo scarto di quelli non separabili, trovare nuove vie di utilizzo della frazione non riciclabile come per esempio la creazione di energia elettrica tramite i termovalorizzatori e creare nuove materie prime più performanti. Il paradigma del business industriale vede, normalmente, negli enti statali preposti, la responsabilità della raccolta del rifiuto e la sua separazione per famiglie di prodotti, attraverso appalti con aziende private e la gestione della vendita, principalmente tramite aste, del materiale separato ed imballato. L’asta ha lo scopo di trarre il massimo profitto possibile dal rifiuto in vendita, il cui ricavato serve a finanziare a cascata le organizzazioni comunali che appaltano a privati la raccolta fisica dei rifiuti casa per casa. Una volta finita l’asta, i trasformatori che hanno partecipato, trasferiranno i rifiuti selezionati nei loro stabilimenti per trasformarli in materia prima. La cessione dei rifiuti selezionati da una struttura pubblica ad un’impresa privata permette l’inizio del business di trasformazione e vendita sul mercato della materia prima riciclata. Questo sodalizio apparente tra pubblico e privato rappresenta, a grandi linee, la colonna portante del sistema del riciclo dei prodotti provenienti dalla raccolta differenziata, soprattutto nel settore della plastica, assicurando lo svolgimento di un compito sociale che riguarda l’igiene pubblica e la sostenibilità ambientale e di un compito imprenditoriale che è quello di ricavare valore economico dall’attività connessa ai rifiuti. Nel corso degli anni questo matrimonio ha mostrato molte volte le sue debolezze e le sue contraddizioni, quando per esempio la parte pubblica operava in modo che le aste dei rifiuti potessero salire liberamente a dei prezzi talmente alti da non permettere agli acquirenti di avere una corretta remunerazione sull’attività di impresa. Oppure l’accesso al libero mercato internazionale dell’acquisto dei rifiuti, indebolendo molte volte l’industria di trasformazione nazionale, mettendo in competizione operatori privati di diverse nazioni i quali lavoravano con costi di produzione differenti. Logiche, queste, tipicamente da impresa privata di un soggetto a vocazione sociale che mal si conciliava con lo scopo e il principio generale dell’economia circolare. Oggi, questo matrimonio è entrato in crisi in quanto ha scoperto alcune inefficienze del sistema di cui si è sempre parlato, in particolare l’incentivazione o l’obbligatorietà dell’uso della materia prima riciclata per dare compimento alla circolarità del processo. Con il costo del greggio a livelli così bassi e la crescente richiesta da parte dei consumatori di prodotti più green, il costo delle materie prime vergini hanno raggiunto ribassi molto forti, nel tentativo di recuperare mercato a discapito di quelle riciclate. Se la situazione dovesse perdurare il sistema del riciclo può rallentare o fermarsi, come sta già succedendo nel settore della carta, in quanto l’anello finale della catena del riciclo, i produttori di materie prime riciclate, non avranno margini economici per competere con i prezzi delle materie prima vergini. Quindi, facendo il percorso a ritroso si può facilmente intuire come i riciclatori diminuiranno gli acquisti alle aste dei rifiuti e gli enti preposti alla raccolta domiciliare non potranno continuare a garantirla perché andranno in over stock. Se consideriamo la circolarità dei rifiuti come un’attività imprenditoriale possiamo dire che questo problema fa parte delle logiche di mercato, ma se la consideriamo un impegno sociale e morale nei confronti della popolazione contribuente, così strutturato il business non può funzionare. La gestione dei rifiuti dovrebbe essere un servizio pubblico, come l’istruzione, la sanità o la sicurezza in modo che la filiera possa produrre dei profitti o la copertura dei costi di servizio, ma possa anche garantire l’efficacia dell’economia circolare in presenza di oscillazioni importanti di mercato attraverso investimenti pubblici. La filiera a valle della raccolta dovrebbe avere la giusta remunerazione del lavoro svolto, accedendo all’acquisto dei rifiuti selezionati in una logica di continuità dei prezzi, escludendo le aste al rialzo che creano debolezze del sistema di trasformazione e mettono in pericolo la filiera.

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https://www.arezio.it/ - La comunicazione aziendale nel mondo del riciclo
La comunicazione aziendale nel mondo del riciclo
Mercoledì, 3 giugno 2020 | Notizie Generali

Una funzione aziendale molte volte sottovalutata dagli imprenditori del settore Non basta essere consci di fare un lavoro che rientra nelle attività comprese nell’economia circolare, non basta affinare la macchina produttiva che realizzi prodotti provenienti da materie prime riciclate, non basta certificarsi a livello aziendale e sul prodotto per appartenere alla filiera “green” e non basta nemmeno avere un sito internet in cui appendere, come un albero di natale, tutte le buone cose fatte dalla tua impresa. Bisogna comunicarlo in modo costante ed efficace ai clienti. Che siate piccole o medie imprese attive nel settore del riciclo, che vi siate costruiti pietra dopo pietra la vostra credibilità aziendale, che abbiate raggiunto un livello qualitativo ragguardevole in produzione, che rispettiate le leggi sui rifiuti e sul trattamento e trasformazione degli stessi, che spendiate in ricerca una parte importante delle vostre entrate per creare prodotti riciclati sempre più raffinati, che siate in ordine con il fisco, con i fornitori e con il rispetto delle leggi sul lavoro, che vi vogliate dare una visione internazionale dopo tanta gavetta nel vostro paese, che vi stiate impegnando per far crescere la vostra azienda coinvolgendo tutte le risorse umane a vostra disposizione, che crediate fermamente in quello che fate, tutto questo non basterà a navigare in tranquillità. Se tutte queste vostre prerogative non vengono trasmesse ai clienti, ai fornitori e al mercato, tanti sforzi fatti saranno vani. I mercati oggi sono così ampi e veloci che, nonostante le vostre qualità aziendali e umane, è facile scomparire dall’orizzonte dei potenziali clienti e perdere il mordente sui clienti acquisiti. La funzione della comunicazione aziendale ti permette di informare dettagliatamente e con scadenza regolare il tuo mercato di riferimento sulla tua azienda, i tuoi processi produttivi, la disponibilità dei prodotti, le novità nate nella tua struttura, le offerte particolari e la storia che ha consolidato il tuo cammino. La comunicazione serve anche a quelle aziende giovani o piccole che vogliono emergere e farsi conoscere al grande pubblico per aumentare le occasioni commerciali e diffondere la propria competenza imprenditoriale. Il delicato compito di informare è tanto più efficace quanto più chi si assume questa responsabilità conosca, non solo i mezzi di comunicazione moderni, ma anche il settore in cui operi in modo da permettere all’azienda di trarre il massimo beneficio. Un mix di articoli tecnici e commerciali sul blog aziendale creato appositamente, la gestione dei canali social adatti alla tua azienda, l’uso dei portali specializzati del settore e la promozione on line utilizzando una pubblicità mirata a basso impatto economico, creano la giusta ricetta per migliorare la presenza della tua azienda sul mercato. La consulenza sulla comunicazione nel settore del riciclo, gestita in un arco temporale corretto, rimette in moto la tua visibilità accrescendo le opportunità che cerchi. Siamo a disposizione per conoscere la tua azienda e fornirti il miglior preventivo possibile per una consulenza sulla comunicazione in base ai tuoi obbiettivi. Se desideri ulteriori informazioni scrivi a: info@arezio.itArezio Marco (Bergamo, Italia) consulente comunicazione sulle materie plastiche riciclate e l’economia circolare

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https://www.arezio.it/ - Il cambiamento climatico e i diritti umani
Il cambiamento climatico e i diritti umani
Lunedì, 1 giugno 2020 | Ambiente

Xenofobie, Nazionalismi e Violenze sono solo danni collaterali al progresso economico? Gli stati ricchi sono sordi agli avvertimenti degli scienziati sul riscaldamento globale e sulle conseguenze che esso imprime sull’ambiente e sulla popolazione. Quello che era considerato catastrofico qualche anno fa sembra sia un buon punto di partenza oggi. Se il riscaldamento globale attacca la filiera alimentare, da cui alcuni paesi sono abituati a rifornirsi, riducendo i quantitativi, poco male, cambiaeranno area geografica e fornitori, si tratterà di pagare un po’ di più.  Se il riscaldamento globale aumenta la temperatura media nelle città in cui vivono, poco male, aumenteranno l’uso dei condizionatori, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale riduce la disponibilità di acqua da bere e per l’uso domestico, poco male, si forniranno da fonti più lontane e la trasporteranno fino a casa, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale fa aumentare i livelli degli oceani e minaccia alcune aree costiere o zone turistiche, poco male, cambieranno i loro orizzonti di vacanza, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale incrementa le migrazioni che premono ai loro confini, poco male, spegneranno la televisione e si verseranno un buon bicchiere di vino, sapendo che sono in costruzione nuovi muri che li proteggeranno, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale aumenta i casi di malattie pandemiche e tradizionali, che minacciano le loro nazioni, poco male, l’assistenza sanitaria di alto livello e le protezioni individuali e i servizi a cui possono accedere ridurranno quasi a zero il rischio, si tratta di pagare un po’ di più.  Esatto, si tratta di pagare un po’ di più.  Ma c’è una consistente fetta della popolazione mondiale, alla quale non è imputabile, se non in maniera del tutto marginale, l’inquinamento che causa il riscaldamento globale, che non gode di tutte le difese che i paesi ricchi possono elargire ai propri cittadini.  Le popolazioni Africane, del sud est Asiatico e sud Americane, subiscono un impatto diretto dei cambiamenti climatici, come la mancanza di acqua, la mancanza di cibo causato dalla progressiva desertificazione dei terreni, il caldo estremo che non può essere mitigato da alloggi adeguati, un’assistenza sanitaria scarsa o scadente, che non permette loro di affrontare le malattie che si stanno diffondendo ripetutamente nel mondo. Quando si parla, anche nelle sedi più autorevoli, di diritti umani si è portati a pensare sempre a se stessi e di come sia giusto garantire i supporti di base alla vita delle persone. Poi, però, ci si dimentica di agire o lo si fa in maniera del tutto timida e inadeguata rispetto alle esigenze. A questo divario di risorse così vergognoso ci stiamo un po’ abituando, sembra sia una divisione divina tra ricchi e poveri, uno status quo che ci fa comodo mantenere, coccolandoci nella nostra quotidianità. Ma a parte i governi che non guardano più in là del loro naso, che negano i problemi ambientali, che negano le relazioni tra epidemie e cambiamenti climatici, che credono nella correttezza e nella validità degli slogan “prima noi”, i paesi più ricchi del mondo si dovranno a breve confrontare con la disperazione di masse sempre più grandi di popolazione che non hanno più niente, a causa del clima impazzito che abbiamo creato. Se abbiamo negato a milioni di uomini i diritti di base che sono l’alimentazione, la casa, l’assistenza sanitaria, il lavoro e l’istruzione, come possiamo pensare che questa rabbia, fatta di disperazione, non possa portare a rivolte sociali, guerre, terrorismo, nazionalismi, xenofobia che prima o poi riguarderanno tutti? Se adesso giudichiamo la negazione del diritto alla vita o ad una vita dignitosa, una grande fetta di popolazione mondiale, come un danno collaterale al progresso economico, quanto tempo pensiamo possa passare perché anche noi verremo coinvolti e stritolati dal disastro ambientale del pianeta che stiamo piano piano costruendo? I diritti fondamentali non sono mai unilaterali, valgono per tutti, sempre.  

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https://www.arezio.it/ - PlastiCare: cessione del portale sulla plastica riciclata
PlastiCare: cessione del portale sulla plastica riciclata
Lunedì, 1 giugno 2020 | Notizie Generali

La piattaforma passa di mano in un’ottica di riorganizzazione della comunicazione tecnica PlastiCare, nata nel 2018 come portale specializzato nel mondo della plastica riciclata, ha allargato i propri orizzonti privilegiando la comunicazione su ambiente, economia circolare, energie rinnovabili e articoli tecnici. Nel corso degli ultimi due anni PlastiCare ha assunto un ruolo centrale nel proprio business nel campo della comunicazione e della formazione sul mondo del riciclo, mondo che contemplava aspetti informativi generali, tecnici, applicazioni, ricerca e progettualità. Il portale PlastiCare era nato, inizialmente, come portale di interscambio di offerte e richieste sui polimeri, macchine, stampi, servizi conto terzi, prodotti fatti in plastica riciclata e lavoro, basato su una piattaforma multilingue in cui i clienti postavano le loro offerte e richieste nelle 5 principali lingue (I, ENG, D, F, ESP) e chi leggeva i posts lo faceva nella loro lingua madre, così da ridurre le barriere linguistiche e facilitare i rapporti cliente/fornitore. Nel corso del tempo le attività di comunicazione hanno incrementato il valore del portale diventando, per qualità e argomenti, prioritarie nell’interesse dell’utenza, potendo contare su migliaia di iscritti che usufruivano degli articoli presenti sulla parte delle NEWS. Una specializzazione che ha coinvolto la struttura aziendale nella creazione giornaliera di argomenti e di approfondimenti per un’utenza sempre più attenta alla qualità dell’informazione e alla competenza settoriale. PlastiCare si è quindi creato un target di lettori quotidiani, che è risultato lontano da quello per cui il portale è stato fondato nel 2018, cambiando così l’indirizzo del business e gli obbiettivi iniziali, sviluppando un’informazione specifica nel settore dell’economia circolare, della plastica riciclata, dell’ambiente e delle energie rinnovabili in 154 paesi nel mondo. La decisione dei soci è stata quella di cedere l’attività ad una società di consulenza e comunicazione nel medesimo settore, in modo che dall’unione delle utenze delle rispettive società si potesse creare un bacino informativo maggiore e un mantenimento degli standard del servizio. La cessione di PlastiCare alla società di consulenza e comunicazione sull’economia circolare e sulla plastica riciclata Arezio Marco, ne ha garantito la continuità comunicativa richiesta dai clienti. Il portale verrà, nei prossimi mesi, integrato con il sito della società di consulenza Arezio Marco, che porterà avanti i servizi di comunicazione e di informazione tipici dell’attività di PlastiCare. Per ogni ulteriore informazione scrivete a sales@plasticare.it o info@arezio.it

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https://www.arezio.it/ - Casse agricole: la scelta del polipropilene o dell’hdpe riciclato
Casse agricole: la scelta del polipropilene o dell’hdpe riciclato
Venerdì, 29 maggio 2020 | Economia circolare

Robustezza, visibilità, durabilità, sicurezza, resistenza alle temperature e riciclate, questo si chiede a una cassa agricola. In campagna quando c’è il periodo della raccolta della frutta e della verdura, che si svolge ancora prevalentemente a mano, i contenitori dei prodotti agricoli raccolti, per essere trasportati ai reparti di lavorazione e confezionamento, devono presentare caratteristiche particolari. Le casse agricole, dette da trasporto in quanto hanno la funzione di ricevere il frutto o la verdura tolta dalla pianta o dal campo, sono elementi generalmente in plastica adatti a contenere il prodotto per essere poi trasportato nei centri di lavorazione e confezionamento. In passato tutte le casse agricole da trasporto erano prodotte utilizzando polimeri vergini, ed realizzate utilizzando colorazioni sgargianti come il giallo, il rosso, il bianco per essere facilmente notabili nel campo. Questo tipo di imballo viene anche impiegato per il contenimento e la spedizione della frutta lavorata di elevato peso, che deve anche ricevere una conservazione alle basse temperature. Oggi la cassa agricola viene generalmente prodotta in materiale riciclato, che sia in PP o in HDPE, utilizzando materiali provenienti dalla raccolta differenziata. Si è cercato di dare una normativa alla filiera del prodotto che imponesse l’uso di materiali riciclati provenienti dalle sole casse agricole, ma in effetti la tracciabilità, nelle fasi di lavorazione della plastica attraverso la raccolta, macinatura, lavaggio ed eventuale granulazione, non permette che venga escluso un possibile contatto con altre tipologie di plastiche o contaminazioni. Questo perché, pur potendo disporre di imballi provenienti dalla sola agricoltura, i processi di trasformazione e riciclo in una nuova materia prima, sottopongono l’input al passaggio in macchine di triturazione e a impianti di lavaggio ed estrusione, nel caso dei granuli, che hanno lavorato anche altre materie prime. Sulla base di queste informazioni bisogna però dire che il prodotto raccolto nel campo ha già di per sé un grado di protezione che può essere la buccia, anch’essa tra l’altro, sottoposta all’irrorazione di insetticidi ed antifungini durante la fase di crescita del prodotto, i quali hanno un impatto decisamente più importante rispetto ad un contatto tra la frutta e con un prodotto inerte come la plastica riciclata. La scelta della plastica da utilizzare dipende dal ciclo di lavoro delle derrate alimentari che verranno contenute e dal tipo di logistica che si deve impiegare. Se la cassa ha una mera funzione di mobilità del raccolto dal campo fino allo stabilimento di lavorazione, non è di grande importanza la scelta se usare una cassa in polipropilene o in polietilene ad alta densità, ma se la frutta o la verdura devono essere conservate nelle celle frigorifere, la scelta cade sull’HDPE che ha un grado di resistenza alle basse temperature più importante rispetto al polipropilene. La produzione della materia prima, di entrambe le categorie plastiche, avviene attraverso l’uso dello scarto degli imballi che il sistema della raccolta differenziata può mettere a disposizione e tramite la riconversione a nuovo di magazzini di aziende delle bibite o della logistica, che periodicamente sostituiscono il loro parco contenitori. Vediamo le differenze di produzione della materia prima: Il Polipropilene viene generalmente prodotto dai rifiuti di imballi del settore alimentare, cassette agricole e industriali che vengono selezionati per provenienza, macinati in dimensioni di circa 10-12 mm., deferrizzati, lavati in impianti a rotazione e a decantazione in vasca, densificati per lacune tipologie di imballi e, se richiesto, avviati agli estrusori per la granulazione. La fluidità del prodotto realizzato, normalmente, si aggira intorno ad un range compreso tra 6 e 12 a 230°-2,16 kg. e può essere generalmente colorato con colori scuri. La materia prima gode di una certa abbondanza nei mercati della plastica e ha generalmente un prezzo contenuto sia per quanto riguarda il macinato che il granulo. Le casse risultano robuste, in quanto normalmente la percentuale di PP all’interno della ricetta è solitamente intorno al 90%, ma sono sconsigliate per un uso nelle celle frigorifere.Il Polietilene ad alta densità non gode della stessa facilità di reperimento sul mercato in quanto l’industria del packaging, soprattutto quella delle acque minerali e delle bibite, ha da tempo puntato su imballi in film plastici, lasciando il mercato del riciclo senza prodotto. Ci sono ancora aree di produzione nel mondo in cui si preferisce la realizzazione delle casse con materiali vergini, specialmente in alcuni settori alimentari in cui esiste un contatto diretto con il cibo non protetto, e questo genera un piccolo mercato del riciclo. Altre produzioni di casse con materia prima vergine vengono eseguite in paesi in cui i sistemi di separazione dei materiali e il successivo riciclo non sono così sviluppati da creare un ciclo di approvvigionamento sufficiente per chi costruisce questi imballi. In ogni caso, la produzione di un HDPE riciclato per la produzione di casse agricole passa dalla separazione per colore delle casse disponibili, così da poter impiegare la materia prima senza aggiungere coloranti in fase di stampaggio, la macinazione e la deferrizzazione del macinato in HDPE e il successivo lavaggio con il doppio passaggio come per il polipropilene. La fluidità varia da 6 a 8 a 190°/2,16 Kg. e il macinato può essere impiegato direttamente in macchina per produrre la cassa oppure passare alla fase di granulazione.

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https://www.arezio.it/ - Otto Rohm: il Pioniere del Mondo della Plastica
Otto Rohm: il Pioniere del Mondo della Plastica
Venerdì, 29 maggio 2020 | Storia

Il visionario che studiò le “PMMA” e brevettò il Plexiglas Come tutti i pionieri illustri nel mondo della plastica anche Otto Rohm è una figura che non si può circoscrivere alla figura di un geniale inventore di un prodotto che ha fatto epoca. La sua preparazione chimica e la sua determinazione alla conoscenza hanno caratterizzato la sua vita spingendolo a studiare e a capire in prima persona i misteri che allora aleggiavano nella chimica industriale. Otto Rohm nasce il 14 Marzo 1876 a Ohringen, nell’attuale Germania, compie i primi studi di base e poi all’età di 15 anni viene impiegato come aiutante presso una farmacia. Questa dura formazione lavorativa lo temprano sia nel rigore lavorativo sia nella curiosità e nella conoscenza della chimica di base. Consegue dopo alcuni anni l’abilitazione alla professione di farmacista che gli permette di iscriversi all’università di Tubinga, presso la facoltà di chimica, raggiungendo la laurea nel 1901, presentando la tesi “Sui prodotti di polimerizzazione degli acidi acrilici”. Nonostante l’interesse per i polimeri le sue prime esperienze lavorative e di ricerca furono fatte nel mondo della conceria con lo studio sugli enzimi, sviluppando un innovativo processo per la mordenzatura del cuoio. Produsse un prodotto chiamato Oropon che permetteva un processo più igienico e dai risultati migliori. Fu un risultato commerciale di grande livello che impegnò Otto Rohm nella costituzione di una società commerciale nel 1907 con il socio Otto Haas. Gli studi sugli enzimi continuano e ne scaturiscono soluzioni innovative applicate al mondo dei detersivi, delle bevande, dei cosmetici e dei preparati farmaceutici. Nello stesso periodo i suoi laboratori di ricerca stanno lavorando sugli acrilati e verso la fine degli anni 20 anche sui metacrilati. Il direttore del laboratorio Walter Bauer inizia gli studi e le sperimentazioni sull’uso dei metacrilati come vetro stratificato. Proprio attraverso questi studi che nasce il PMMA con le qualità, a lungo ricercate, di trasparenza e durezza al contrario degli acrilati, creando così il famoso Plexiglas. foto Evonik Industries AG

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https://www.arezio.it/ - Le bioplastiche compostabili saranno un’alternativa alla plastica tradizionale?
Le bioplastiche compostabili saranno un’alternativa alla plastica tradizionale?
Giovedì, 28 maggio 2020 | Economia circolare

Esistono molte correnti di pensiero che dicono che sono un ottimo fenomeno da laboratorio, niente di più Le bioplastiche compostabili, di derivazione vegetale, sembravano essere la panacea di tutti i mali attribuiti alla plastica di origine fossile ma, oggi, sono sorti molti dubbi su una loro efficacia e sostenibilità relativi ai modelli di produzione della componente vegetale. C’è una grande confusione sul mercato, causata anche dalle etichette sui prodotti in cui abbondano i suffissi “Bio”,“Biodegradabile”, e “Biocompostabile”, dove il consumatore rimane spiazzato e non sempre ne capisce le differenze. Su questa velata ignoranza si fonda spesso il fenomeno del greewashing che fa sembrare un prodotto eticamente “green” quando a volte non lo è del tutto. I prodotti che troviamo negli scaffali dei negozi con l’etichetta biodegradabile e compostabile sono generalmente prodotti che partono da una materia prima vegetale, come l’amido di mais, il frumento, la barbabietola, la canna da zucchero, la tapioca e le patate. Questi elementi naturali, debitamente processati, possono essere trasformati in polimeri, comparabili per qualità, caratteristiche tecniche e lavorabilità a polimeri di origine fossile che non sono compostabili. In realtà il consumatore deve sapere che la compostabilità, che trova espressa sulle etichette dell’imballo, riguarda principalmente una trasformazione industriale dello stesso e non la possibilità di inserirlo nel composter in giardino. Quella della materia prima che costituisce un imballo biodegradabile e compostabile è effettivamente un’ottima idea, in quanto permetterebbe di recuperare molti imballi che oggi non si riciclano, o si riciclano con uno scarso valore aggiunto proprio per i residui di cibo che rimangono all’interno delle confezioni. Ma dobbiamo fare un passo indietro per vedere la sostenibilità della filiera di queste materie prime compostabili di origine vegetale. I dubbi che sorgono in modo sempre più corposo riguardano la coltivazione dei prodotti vegetali quali canna da zucchero, patate, mais, barbabietole, frumento e molti altri prodotti, che vanno ad incidere negativamente sulla produzione di derrate alimentari, sull’occupazione del suolo coltivabile già messo sotto pressione dalla produzione di cereali per l’industria della carne, dal consumo di acqua, dall’impiego di concimi chimici e pesticidi e dalla deforestazione per creare nuove terre coltivabili. Ne vale la pena? Secondo il rapporto della FAO del Luglio 2019, oltre 2 miliardi di persone, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, non hanno accesso regolare ad alimenti salubri, nutrienti e sufficienti. Ciò richiede una profonda trasformazione dei sistemi alimentari affinché forniscano diete sane e prodotte in modo sostenibile alla popolazione mondiale in aumento. Numero di persone affamate nel mondo nel 2018 sono circa 821,6 milioni così divise: in Asia: 513,9 milioniin Africa: 256,1 milioniin America Latina e nei Caraibi: 42,5 milioniNumero di persone in stato di insicurezza alimentare moderata o grave: 2 miliardi (26,4%)Bambini con basso peso alla nascita: 20,5 milioni (1 su 7)Bambini al di sotto dei 5 anni affetti da rachitismo (bassa statura rispetto all’età): 148,9 milioni (21,9%)Bambini al di sotto dei 5 anni che soffrono di deperimento (scarso peso rispetto all’altezza): 49,5 milioni (7,3%) Un rapporto dell’UNICEF evidenzia gli scarsi progressi compiuti nella lotta agli effetti della malnutrizione infantile sullo sviluppo dell’infanzia. Nel 2017 sono stati 151 milioni i bambini sotto i cinque anni affetti da ritardo nell’altezza dovuto alla malnutrizione (stunting), rispetto ai 165 milioni del 2012. In Africa e Asia vivono rispettivamente il 39% e il 55% di tutti i bambini affetti da questa forma di ritardo. L’incidenza del deperimento infantile (wasting) rimane estremamente elevata in Asia, dove quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni ha un peso più basso del dovuto rispetto all’altezza: dieci volte più di quanto avvenga in America Latina e nei Caraibi, dove questa forma di malnutrizione colpisce solo 1 bambino su 100. Il rapporto bolla come “vergognoso” il fatto che una donna su tre in età fertile, nel mondo, sia affetta da anemia, circostanza che ha conseguenze pesanti sulla salute e sullo sviluppo sia per le donne stesse che per i loro bambini. Nessuna regione del pianeta ha mostrato negli ultimi anni un calo nella diffusione dell’anemia femminile, e l’incidenza del fenomeno fra le donne africane e asiatiche è quasi tripla rispetto alle donne nord-americane. Ma se l’aumento della richiesta di biopolimeri, di biocarburanti e di foraggio per l’industria della carne deve soddisfare l’aumento di una popolazione crescente, anno dopo anno, l’agricoltura non sarà in grado di produrre quanto richiesto dal mercato per soddisfare le esigenze alimentari umane. Si aggiunga inoltre che l’agricoltura, per via del cambiamento climatico, è strettamente dipendente dalle condizioni metereologiche che stanno diventando sempre più sfavorevoli con un aumento della desertificazione e della resistenza delle piante. In questo quadro, le scoperte dei biopolimeri sono sicuramente un passo avanti nella ricerca, ma se dovessimo pensare di sostituire, anche parzialmente la produzione di plastica con una bioplastica, le cui materie prime derivino da una coltivazione agricola, non credo che sia un processo in equilibrio con le esigenze globali.

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https://www.arezio.it/ - La Rinascita di Chernobyl: dal Nucleare al Solare
La Rinascita di Chernobyl: dal Nucleare al Solare
Mercoledì, 27 maggio 2020 | Energie Rinnovabili

Dopo decenni di sofferenze, depistaggi, omertà, malattie e morti, Chernobyl compie una svolta verde Il 26 Aprile 1986 ci fu un incidente spaventoso nella centrale atomica Ucraina, ancora sotto il dominio sovietico, che provocò morte e distruzione tra la popolazione vicino all'impianto. Le radiazioni nucleari accompagnarono la vita dei superstiti e dei loro discendenti portando malattie e menomazioni per lunghi anni. L'incidente nucleare alla centrale di Chernobyl fu classificato dall'IAEA a livello 7 della scala INES, il massimo valore possibile dell'indice, che indica l'evento come catastrofico. La storia ci dice che: le cause furono inputate alle gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigenziale, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e della sua errata gestione economica e amministrativa. Il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò così la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione e il riposizionamento in altre zone di circa 336 000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione decrescenti, toccando anche l'Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Quest'anno cade il 34° anniversario dell'incidente e le aree limitrofe alla centrale stanno cercando di voltare pagina attraverso nuovi progetti energetici. Nella cittadina di Slavutych, costruita nel 1986 a seguito della catastrofe nucleare, attraverso il progetto Solar Town, la popolazione ha costituito una cooperativa che si occupa di energia solare, un modo per far fronte alle esigenze economiche del paese e alle pressanti necessità di occupazione. Il sistema di gestione della rete distributiva e produttiva di energia elettrica in Ucraina appartiene normalmente ad aziende private, gestite da oligarchi, che hanno accentrato il controllo dell'energia in poche mani. All'inizio degli anni 2000, queste società private incorporarono le linee elettriche delle città, paesi e villaggi per cifre simboliche, creando, di fatto una sorta di monopolio. Le linee elettriche di Kiev, per esempio, appartengono alla società DTEK, il maggior gruppo energetico Ucraino, con a capo l'oligarca Rinat Akhmetov. Il progetto sviluppato a Slavutych è una vera eccezione nel paese in quanto permette l'indipendenza energetica della popolazione attraverso una forma di gestione democratica in una cooperativa. Il parco solare è stato realizzato con un finanziamento acquisito in rete, tramite un intervento di crowfunding, che ha permesso di raccogliere circa 150.000 euro in soli 4 mesi permettendo la costruzione di 3 centrali solari sui tetti piatti dei palazzi. Attraverso la gestione di queste piccole centrali solari, la popolazione del paese rivende l'energia non consumata e destina circa il 5% del ricavato alla comunità per migliorie sociali. Considerando anche il tasso di mortalità della popolazione, a causa dell'inquinamento causato dalle centrali a carbone, che è pari a 43 morti per milione di GJ di carbone utilizzato, contro per esempio la Germania, che conta il doppio della popolazione ma un tasso di mortalità di 1,6 per milione di GJ di carbone utilizzato, si può sperare che progetti come questi possano portare all'aumento della produzione di energie rinnovabili nel paese.

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https://www.arezio.it/ - Remanufacturing: una nuova forma di economia circolare
Remanufacturing: una nuova forma di economia circolare
Martedì, 26 maggio 2020 | Economia circolare

Prodotti e componenti industriali rigenerati da considerare come nuovi Il remanufactoring o rigenerazione, è la somma delle attività volte al recupero, smontaggio, riparazione, sanificazione del bene che, per qualità, prestazioni e durata possa essere paragonato ad un elemento nuovo. La rigenerazione dei componenti o parte di essi, in fase di produzione, permette di contribuire all’economia circolare attraverso l’aumento della durata degli elementi, risparmiando materie prime. L’economia mondiale ha passato diverse fasi di approccio alla produzione, dall’economia lineare dove vigeva il concetto “materie prime-produzione-rifiuto”, all’economia circolare in cui si è adottato un sistema di recupero e trattamento del rifiuto per farlo tornare materia prima. L’industria ha potuto aumentare la produttività lavorando sul costo della materia prima e sul costo del lavoro, attraverso i processi di automazione industriale, nuove tecnologie e tecniche di gestione. In un’ottica di globalizzazione dei mercati, le marginalità su determinate fasce di prodotti possono, con il tempo, ridursi in virtù del raggiungimento da parte dei concorrenti di buone performance di produttività dei materiali e del lavoro. Con l’obbiettivo di trovare nuovi spazi di remunerazione sui prodotti finiti, il concetto di economia circolare, che è ampiamente utilizzato in altri settori produttivi non complessi, è stato considerato come una necessità dalle industrie che realizzano prodotti composti per trovare nuove strade. Ma nell’industria automobilistica, spaziale, militare e in altre fasce produttive in cui il bene finale è realizzato da un insieme di migliaia o decine di migliaia di pezzi, l’applicazione del concetto di economia circolare che si utilizza facilmente, per esempio su un flacone di detersivo da riciclare, era un concetto difficile da gestire. L’industria ha così iniziato a considerare il concetto di remanufactoring, che consiste nel recuperare prodotti durevoli usati, smontarli, ripararli, sanificarli e collaudarli, applicando il processo ad un numero più alto possibile di componenti recuperati da un prodotto complesso, in modo che si possano utilizzare nuovamente nella produzione con la stessa qualità, prestazioni e durata di uno nuovo. Se fino adesso il concetto di economia circolare è stato applicato principalmente su prodotti semplici come carta, plastica, vetro, metalli e legno, raggiungendo percentuali di riciclo incoraggianti, i nuclei complessi di prodotti, come una macchina, non godono dello stesso automatismo di riciclo. Il remanufactoring è un’attività che promette grandi espansioni ed è adatto ad industrie che realizzano prodotti durevoli, ad alta intensità di capitale e con un ciclo di vita abbastanza lungo, quali il settore dell’automotive, spaziale, ferroviario, macchinari, elettronica, elettromedicale, periferiche di pc, mobili, per citarne solo alcuni. La Renault, nello stabilimento di Choisy-leRoi, ricostruisce i motori delle auto e molti accessori ad esso collegati, attraverso una rete di società attive nel recupero dei componenti automobilistici. La più importante tra esse e la società Indra che in Francia gestisce circa 400 demolitori che lavorano circa 100.000 auto all’anno con un tasso di riciclo del 95%. La BMW ha costituito una società specializzata, la Encory, che si occupa di consulenza nell’ambito del remanufactoring. La Bosh ha realizzato un programma chiamato Bosh Exchange, che ha lo scopo di diminuire l’approvvigionamento delle materie prime usate e mettere in commercio una gamma di prodotti riciclati e garantiti. La Knorr Bremse tedesca si occupa della vendita di sistemi frenanti rigenerati. Nel campo aerospaziale la società Airbus riesce a recuperare e riciclare circa il 90% della componentistica dei propri aeromobili. Il settore delle macchine fotografiche e da ufficio vede la Canon impegnata nel recupero dei suoi prodotti usati, rigenerandoli in prodotti di alta qualità, impiegandoli nuovamente in una percentuale vicina all’80%. I vantaggi della filiera possono essere qui riassunti: I produttori In un’ottica di economia circolare richiesta dai clienti, i grandi produttori come Genaral Elettric, Boeing, Caterpillar, Deere, Navistrar, Xerox e lati, hanno creato modelli di business in cui la componente della rigenerazione dei beni è parte integrante della strategia d’impresa. In misura attualmente minore anche il settore automobilistico sta intraprendendo questa strada, spinta probabilmente più da un’esigenza di marketing che da vantaggi di bilancio. I consumatori Il costo di vendita di un bene in cui sono stati utilizzati componenti riciclati, normalmente porta ad un prezzo più basso. Specialmente nella ricambistica auto di modelli fuori produzione permette di poter disporre di ricambi efficienti e collaudati. La stessa cosa può capitare con i componenti delle macchine da ufficio, per esempio per le cartucce ricondizionate. Il consumatore è sempre più attento all’aspetto ambientale causato dalla produzione e dallo smaltimento dei prodotti che acquistano o usano, quindi tendono a selezionare le imprese che seguono i concetti dell’economia circolare per contribuire al benessere dell’ambiente. La società Tra i tre soggetti che stiamo analizzando, quello della società è l’ambito in cui si possono vedere i maggiori benefici adottando le pratiche di remanufactoring. I vantaggi non sono solo valutabili direttamente sul prodotto, attraverso l’analisi della riduzione del consumo di energia per produrlo, ma anche sul risparmio delle materie prime di origine naturale. Il minor consumo di energia corrisponde direttamente a minori emissioni in atmosfera con un impatto sulla salute di tutti i cittadini. Per quanto riguarda le materie prime utilizzate per la produzione, la partenza del processo di realizzazione di un bene da un pezzo ricondizionato invece che dalla materia prima, permette un alleggerimento della pressione dei rifiuti prodotti e un miglioramento delle condizioni ambientali generali. Un altro aspetto importante da considerare è che le attività di remanufactoring non posso essere altamente robotizzate e, quindi, è richiesta una mano d’opera specializzata all’interno dei processi. Questo comporta, in un periodo in cui l’avvento dell’intelligenza artificiale sta diminuendo i posti di lavoro, di permettere il rientro in fabbrica o l’assunzione di figure ad alta manualità.

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https://www.arezio.it/ - Il disastro ecologico e umano nel delta del Niger
Il disastro ecologico e umano nel delta del Niger
Domenica, 24 maggio 2020 | Ambiente

Sversamenti di petrolio sui terreni, gas flaring, contaminazione di benzene delle falde e distruzione sociale La bellezza dei luoghi dove fiorivano le mangrovie, formando una foresta concatenata in cui si racchiudevano oasi naturali dove la popolazione locale viveva in piena sintonia con la natura e, da essa, traeva il sostentamento per una vita semplice. Poi, arrivò il petrolio e tutto cambiò.  Nel 1956 furono scoperti i primi giacimenti petroliferi che, agli ignari abitanti delle aree interessate alle estrazioni, facevano pensare ad un futuro di prosperità sociale con la possibilità di trovare lavoro e contare su introiti economici famigliari regolari.  Da quel lontano 1956 nel delta del Niger sono arrivate compagnie petrolifere come la Shell, la Total, la Chevron e l’Eni che hanno, di fatto, colonizzato il territorio senza distribuire lavoro agli abitanti che abitavano in prossimità dei giacimenti, in quanto non potevano offrire una manodopera specializzata. Nel delta del Niger vengono prodotti circa 2,4 milioni di barili al giorno di petrolio, in un’area di circa 70.000 Kmq. in cui vive una popolazione di 27 milioni di abitanti. Se nel passato la gente conduceva una vita sostenuta dalla natura in cui viveva, con il passare del tempo, il loro mezzo di sostentamento è stato distrutto anno dopo anno, gettando la popolazione nella miseria. Il petrolio spesso fuoriesce dalle condutture, inquinando i terreni e l’acqua, costringendo la popolazione a mangiare il pesce pescato in bacini inquinati e a prelevare l’acqua da bere e per l’uso domestico dalle falde contaminate dal benzene. La desertificazione e l’inquinamento delle zone agricole, causate dalla dispersione del petrolio nei terreni e nei corsi d’acqua, non è l’unico problema che la popolazione deve affrontare. Infatti subiscono anche il fenomeno del gas flaring, nonostante sia vietato dalla legge Nigeriana. Il Gas Flaring è l’emissione in atmosfera di residui gassosi infiammabili che vengono in superficie insieme al petrolio, che per comodità viene bruciato in atmosfera, emettendo sostanze pericolose per la salute umana come anidride carbonica, gli ossidi di zolfo ed azoto, il benzene il tuolene e lo xilene. I danni sanitari sulla popolazione si possono riassumere nelle malattie cardiorespiratorie, silicosi, cancro, malattie del sangue, disturbi gastrointestinali e leucemie che minano, non solo la popolazione che vivono a ridosso dei giacimenti, ma anche quella a decine di chilometri di distanza. Nonostante il gas flaring potrebbe essere recuperato e riutilizzato o reimmesso nel pozzo prima di essere liberato nell’ambiente, per la velocità di lavorazione e la riduzione dei costi di produzione, il gas viene smaltito nell’ambiente con tutte le conseguenze del caso. Nell’area esistono circa 100 pozzi che bruciano il gas di uscita, giorno e notte, dal 1960 circa. A fronte dell’esasperazione popolare che è costretta a vivere tra fame, malattie e nessun vantaggio sociale ad avere l’estrazione petrolifera vicino a casa, subisce anche il disinteresse del governo che non interviene contro le compagnie per far riparare ai danni ambientali da loro causati e nemmeno nella ridistribuzione a livello locale di una piccola parte dei proventi, permettendo di condurre una vita meno disastrata. Anzi, ogni accenno a rivolte popolari vengono repressi dalla polizia che non vogliono problemi con i petrolieri. Subisce, inoltre, il disinteressamento delle compagnie petrolifere ai problemi che loro stesse hanno causato, innescando forme di repressione verso episodi di disperazione creati da gruppi che tentano, con azioni dimostrative, di sabotare le condutture. Nonostante in Nigeria vi siano circa 606 pozzi petroliferi attivi, che costituiscono l’80% del PIL del paese, in 60 anni di continue estrazioni il paese è rimasto tra i più poveri dell’Africa, con una speranza di vita intorno ai 40 anni e un tasso di disoccupazione intorno al 75-80%.

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https://www.arezio.it/ - Le pale eoliche: un rifiuto difficile che può essere riciclato
Le pale eoliche: un rifiuto difficile che può essere riciclato
Giovedì, 21 maggio 2020 | Economia circolare

Una composizione di molti materiali solidamente ancorati tra loro ne rendeva impossibile il riciclo Il vento è un pilastro della produzione delle energie rinnovabili e, da anni, si sta sfruttando con sempre maggiore interesse costruendo ed installando turbine che possano intercettare il vento e creare energia elettrica. Nonostante la prima informazione che ci è giunta dal passato circa l’utilizzo del vento per scopi meccanici risale al I secolo D.C. ad opera dell’Ingegnere greco Erone di Alessandria, la forza del vento all’epoca veniva soprattutto sfruttata nel campo navale, per riempire le vele e creare il moto delle barche sull’acqua. Intorno al IX secolo D.C. si iniziò in India, Iran e in Cina, ad usare il vento per far girare delle pale telate che potevano imprimere una forza ad un sistema di trasmissione, attraverso il quale si potevano eseguire nuovi lavori meccanizzati, come macinare i cereali, pompare l’acqua o eseguire alcune attività nel campo edile. In Europa i mulini a vento si diffusero in maniera capillare, soprattutto in Olanda, utilizzandoli per pompare l’acqua dai terreni sotto il livello del mare. Questa operazione fu così importante nelle operazioni di bonifica, che il mulino a vento assunse una figura rappresentativa del paese. Per vedere l’uso del vento nella produzione di energia elettrica, abbiamo dovuto aspettare fino al 1887 quando il professor James Blyth costruì, nel suo guardino, la prima turbina eolica per dare la corrente al suo cottage. Il risultato fu così incoraggiante che nel 1891 depositò il brevetto. Negli anni successivi molti altri inventori e scienziati studiarono, testarono e brevettarono, migliorie sul numero di pale ideale per fruttare al meglio la forza del vento, il loro profilo, i sistemi meccanici dei rotori e le altezze corrette di installazione delle turbine. Le pale eoliche, non metalliche, sono formate da un agglomerato di prodotti la cui prevalenza è costituita da legno di balsa, plastica, fibra di vetro, ed in misura minore da fibre di carbonio e metalli vari. Il ciclo di vita di un parco eolico può essere considerato intorno ai 25 anni e, recentemente, si è presentata la prima ondata di turbine dismesse. Teniamo in considerazione che, nella sola Germania, si prevedono nel 2024 circa 15.000 pale da riciclare. La difficoltà di separare gli elementi che costituiscono il manufatto ha fatto mettere in moto l’istituto tedesco WKI, che hanno studiato come separare il legno di balsa dalle parti plastiche e dalla vetroresina, al fine di recuperare le parti in legno per costruire nuovi pannelli isolanti per edifici. In una lama del rotore può contenere fino a 15 metri cubi di balsa, un legno leggerissimo e molto resistente, ma essendo solidarizzato con la vetroresina e la plastica, era considerato un rifiuto non riciclabile e finiva negli impianti di incenerimento o nelle cementerie come combustibile. L’istituto WKI dopo vari tentativi, ha capito che i componenti si potevano separate sfruttando la loro tenacità, infatti inserendo il prodotto in un mulino a rotazione e scagliando il pezzo contro delle parti metalliche, la balsa si scomponeva dai pezzi in vetroresina e da quelli in plastica. La balsa recuperata veniva ceduta agli impianti di produzione di pannelli fonoisolanti ultraleggeri, infatti, questi, raggiungono una densità di circa 20 Kg. per metro cubo e le loro prestazioni sono paragonabili ai pannelli in polistirolo.

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https://www.arezio.it/ - Produci prodotti in plastica riciclata? plasticare non ti lascia solo
Produci prodotti in plastica riciclata? plasticare non ti lascia solo
Mercoledì, 20 maggio 2020 | Notizie Generali

Per valorizzare i tuoi prodotti in plastica riciclata hai a disposizione una vetrina in 154 paesi nel mondo Il mercato dei prodotti finiti è diventato una giungla, tra i sistemi di vendita tradizionali, il web marketing e le piattaforme on-line, valorizzare il tuo prodotto, che rispetta i principi dell’economia circolare è sempre più difficile. Perdere tempo e denaro, invece, è abbastanza facile. Articolo Sponsorizzato I metodi di distribuzione dei beni, negli ultimi anni, si sono modificati radicalmente lasciando sempre meno spazio all’interazione umana a favore di quella on-line, più spersonalizzata e molto più affollata. In passato la catena distributiva dei prodotti finiti in plastica era governata da regole precise, costituite dal produttore del bene, dalla struttura commerciale fatta di uomini diretti od agenti, dai distributori, dai negozi e dall’acquirente. Ogni passaggio era regolato dall’intervento umano che si occupava di una parte di questo sistema distributivo, la somma delle competenze e delle persone realizzava la filiera distributiva. Successivamente arrivarono le grandi catene di vendita che si proponevano sul mercato saltando la micro distribuzione locale, creando grandi contenitori di migliaia di articoli che avevano, agli occhi del cliente finale, lo scopo di riassumere in un solo punto tutti i negozi della zona. Prezzi bassi, accesso alla struttura semplice, grande scelta e tempi di acquisto veloci. Non c’è dubbio che la formula è stata vincente per molto tempo, specialmente nelle città, dove trovare quasi tutto, in un solo posto, non avendo problemi di parcheggio e con anche servizi di consegna a domicilio, se servivano, era un bel vantaggio. Il risvolto della medaglia, per i produttori di prodotti finiti, è stata la spersonalizzazione della promozione del proprio prodotto, dove il venditore preparato, che aveva il compito di far capire i vantaggi o le eccellenze dei prodotti che proponeva, si scontrava con un ufficio acquisti che, per forza di cose, non poteva conoscere nel dettaglio le migliaia di prodotti che comprava e, quindi, seguiva logiche di acquisto a volte slegate dalle caratteristiche del prodotto stesso. Venivano comprati principalmente i prodotti che più erano richiesti dai clienti, dove la potenza del marchio del prodotto aveva un canale preferenziale verso altri meno conosciuti, o, ancora più difficile da far conoscere. Lo step successivo, che ha ingigantito le opportunità di vendita dal punto di vista del numero di acquirenti e dal punto di vista geografico è avvenuto con le vendite on-line attraverso le piattaforme generaliste. Una lezione l’abbiamo avuta dai vari Amazon, EBay, Alibaba, solo per citarne alcuni, dove si è costituito un mercato in rete di dimensioni spaventose e, così affollato, dove è facile che il tuo prodotto si perda tra gli latri milioni di prodotti recensiti. Se poi vuoi puntare a distribuire prodotti riciclati che seguono le logiche dell’economia circolare cercando di proporti al cliente finale con un messaggio ecologico, di tutela ambientale e di risparmio di risorse, difficilmente riesci ad individuare il cliente sensibile a queste tematiche tra i milioni di potenziali clienti. Le piattaforme on-line specializzate, come PlastiCare, offrono invece una finestra sul mondo attraverso l’accettazione di prodotti in un settore di mercato, specifico e non generalista, che ti dà modo di valorizzare il tuo prodotto verso l’acquirente specializzato. Se produci o distribuisci prodotti fatti in plastica riciclata, puoi iscriverti gratuitamente su PlastiCare, la piattaforma web che si occupa di riciclo, economia circolare ed ambiente, postando le tue offerte o richieste, avendo il vantaggio di utilizzare un sistema di traduzioni automatiche in 5 lingue (IT, ESP, D, FR, ENG) che facilita l’abbattimento delle barriere linguistiche. PlastiCareè presente in 154 paesi nel mondo e ha un pubblico che si occupa di polimeri plastici, macchine, stampi, prodotti fatti in plastica riciclata, distributori, servizi conto terzi e lavoro. Puoi anche promuovere la tua azienda attraverso il tuo banner, le Newsletter, gli articoli sponsorizzati e il Re-Post delle tue offerte o richieste a circa 1 milioni di contatti.

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https://www.arezio.it/ - Granulo riciclato in pp/pe da post consumo: un matrimonio quasi perfetto
Granulo riciclato in pp/pe da post consumo: un matrimonio quasi perfetto
Martedì, 19 maggio 2020 | Informazioni Tecniche

Polipropilene e polietilene sembra non possano convivere, ma non è sempre così A volte anche le copie più diverse, con attitudini e caratteristiche lontane, con temperature caratteriali agli opposti, con tenacità e debolezze differenti, nella loro unione trovano un equilibrio. Anche il PP/PE questo equilibrio sembra averlo trovato. Nel campo dei polimeri che derivano dalla raccolta differenziata esistono delle famiglie che sono composte da due o più polimeri differenti, come per esempio l’unione tra il polietilene e il polipropilene. Apparentemente sembrano due mondi molto lontani tra loro che, per necessità di consumo dei rifiuti plastici, si è arrivati ad attribuire al nuovo compound una posizione nel mercato dei polimeri. La materia prima che costituisce questa unione, derivando dall’input della raccolta differenziata, si presenta normalmente già miscelata, ed è costituita da parti rigide e da parti flessibili dello scarto plastico domestico. Nel corso degli anni questo mix “naturale” si è molto modificato, in quanto è stato necessario estrarre dalle balle dei rifiuti, una quota sempre più lata di plastiche nono componenti, come il polipropilene, il polietilene di alta e bassa densità. Infatti si è puntato molto sull’estrazione della frazione di polipropilene per destinarlo ad un mercato autonomo. Quello che oggi è definito PO è la parte risultante dei processi di selezione degli scarti plastici derivanti dalla raccolta differenziata, ed è costituito da circa il 30-40% di polipropilene e la restante parte è prevalentemente LDPE. Rispetto ad una decina di anni fa, la base odierna del PO, o PP/PE, è sicuramente meno performante, in quanto il comportamento del polipropilene sulla componente di polietilene di bassa densità, è di difficile gestione, sia in fase di stampaggio che nel risultato estetico dei prodotti finali. Se partiamo dalla considerazione che ci suggerisce l’economia circolare, secondo la quale ai rifiuti plastici dobbiamo trovare, in ogni caso, una collocazione di riutilizzo, anche questo mix povero di PP/PE, con un po’ di buona volontà, può essere utilizzato in molti settori. Il polipropilene contenuto nel mix porta con sé essenzialmente le caratteristiche di rigidità e fluidità, mentre l’LDPE porta con sé la flessibilità e la fusione alle basse temperature. L’antagonismo delle loro caratteristiche avranno conseguenze in fase di stampaggio e di qualità del manufatto se non si interviene durante la produzione del granulo. Per creare una corretta famiglia di PP/PE adatta a molte applicazioni, che tenga conto di differenti fluidità richieste dal mercato, di corrette temperature sia in fase di estrusione del granulo che in fase di stampaggio, di buone resistenze in termini di modulo e IZOD, compatibilmente con il prodotto di qualità bassa di cui stiamo parlando, diventa necessario, a volte, modificare le ricette dei granuli: Il primo intervento che si dovrebbe fare è operare sul bilanciamento tra PP e LDPE, attraverso una quota di HDPE che mitiga la problematica della differenza di temperatura di fusione dei due materiali originari. Questo migliora la stampabilità ma anche la riduzione di possibili striature sulle superfici dei prodotti.Se si desidera aumentare la fluidità del compound che si vuole ottenere, la componente di PP può essere incrementata, in quanto il contributo delle frazioni di LDPE e HDPE da post consumo, in termini di MFI, rimarranno limitate. L’incremento della percentuale di PP all’interno della ricetta è comunque da monitorare, in quanto porta ad un aumento della vetrosità del prodotto finale e riduce la sua resistenza al freddo.Se si desidera aumentare la flessibilità a freddo si può giocare sulla componente LDPE/HDPE, considerando le giuste percentuali in funzione delle richieste estetiche, sul grado di flessibilità e sugli spessori dei prodotti da realizzare.Se si vogliono realizzare colorazioni del manufatto, di solito con tonalità scure, è sempre consigliabile aggiungere del masterbach, per i polimeri rigenerati, in fase di estrusione del granulo. Questo perché la dispersione del colorante in un estrusore con una vite lunga porta delle efficienze estetiche migliori. In questo caso dobbiamo considerare che la quota di LDPE, che è quella più a rischio per un’eventuale fenomeno di degradazione sotto l’effetto delle temperature di lavorazione, dovrebbe rimanere la più bassa possibile per evitare danni estetici alle colorazioni del prodotto. Per quanto riguarda l’uso dei masterbach, visto che anche questi prodotti possono essere a rischio di degradazione in fase di estrusione del granulo o durante lo stampaggio, è buona cura assicurarsi a quali temperature massime possono resistere senza alterarsi.Se si vuole aumentare la rigidità dei manufatti si può ricorrere alle cariche minerali, siano esse carbonato di calcio o talco, che possono dare una maggiore robustezza ai prodotti dal punto di vista della resistenza a compressione. Bisogna stare attenti però al comportamento a flessione, in quanto, già di per sé il PP/PE ha un basso valore di resistenza a flessione e l’aggiunta di percentuali eccessive ci cariche minerali ne peggiora la flessibilità. L’utilizzo di questa famiglia di compound in PP/PE ha trovato un largo consenso sul mercato per la produzione di manufatti non estetici e dal costo contenuto. I principali settori di utilizzo sono: Edilizia con la realizzazione di distanziatori per ferri di armatura, canaline non carrabili per l’acqua, protezione copri ferro, secchi, vespai in plastica, grigliati erbosi carrabili, cisterne componibili drenanti da interro e altri prodottiLa logistica con la produzione di bancali, casse da trasporto, armature per bancali, tappi per bidoni e altri prodotti.L’agricoltura con i ganci per l’orticultura, i vasi, le cassette monouso per la frutta e la verdura, pali per le culture e altri prodotti.L’arredo da giardino con la produzione di divani e poltrone in rattan plastico, piccoli mobili, sedie da esterno economiche e altri prodotti.Il settore della pulizia con il supporto per le setole delle scope, i secchielli di piccole dimensioni, le palette e altri prodotti.  

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https://www.arezio.it/ - Togliere l’aria al mercato delle materie plastiche: perchè?
Togliere l’aria al mercato delle materie plastiche: perchè?
Lunedì, 18 maggio 2020 | Notizie Generali

C’è chi spinge l’opinione pubblica e i governi in questa crociata Ci sono manovratori, adepti, teorici, finanzieri, governi assetati di tasse, tuttologi, odiatori, cannibali della rete, finti ambientalisti, uomini addetti al greenwashing, maleducati sociali, opportunisti e ignoranti. Tutti insieme pensano che speculare sulla plastica sia una giusta crociata. Nel 1095 Papa Urbano II, durante il concilio di Clermont, tenne un esplicito discorso in cui incoraggiava i fedeli ad unirsi militarmente all’Imperatore Alessio I che si stava battendo contro i Turchi in Anatolia. L’intento ufficiale del Papa era garantire il libero accesso dei fedeli Cristiani alla Terrasanta, ma gli studiosi attribuiscono a Urbano II un più ampio e segreto disegno, quello di poter annettere la chiesa orientale con quella occidentale, dopo lo il grande scisma del 1054, sotto il suo dominio. Mai niente di grande è sempre come lo si vede dall’esterno, chi si nasconde dietro alla crociata contro la plastica? Il mondo della plastica sta subendo da alcuni anni attacchi di una grande durezza, attribuendo all’elemento stesso, sotto forma di materia prima o prodotto finito, la bolla di untore ambientale. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio, dichiarando apertamente che l’invenzione della plastica è da annoverare tra le più grandi scoperte del secolo scorso, con un contributo quotidiano così tangibile, ad un osservatore attento, ma che può anche facilmente sfuggire alla gente comune in quanto fa parte della nostra vita come l’aria che respiriamo. Quale partita stiano giocando i sobillatori della teoria della “plastic free” e a quale scopo, nessuno dotato di ragione riesce a capirlo e nemmeno si può intuire come sia stato facile, attraverso i media, ingigantire un odio verso un prodotto indispensabile per la nostra vita. Non ci sono gli spazi in questo articolo per elencare i vantaggi dell’uso della plastica nella produzione di milioni di prodotti che usiamo ogni giorno, in termini di costo, di funzionalità, di risparmio di CO2 in fase di produzione e di trasporto dei prodotti finiti, in termini igienici, isolanti, protettivi, riciclabili, impermeabili, durevoli e molte altre cose. Ci vorrebbe un intero libro per fare questo, ma mi vorrei soffermare sul motivo, visibile ai nostri occhi, per il quale si è scatenato il mondo intero contro il settore della plastica e vorrei introdurmi nei labirinti dei motivi che non vediamo, che stanno sotto traccia. Ciò che vediamo è la dispersione dei rifiuti in plastica (non solo quelli) nei fiumi, nei mari e negli oceani, che stanno creando uno scempio ambientale e una minaccia per i pesci e per l’uomo tramite la catena alimentare. Un problema vero, del quale, ogni persona che pensa razionalmente alla propria sopravvivenza, dovrebbe, non solo indignarsene, ma farsi carico e agire per modificare questo stato assurdo delle cose, secondo le leggi. Ma su questo argomento non mi soffermerei tanto, nonostante sia l’unico motore delle proteste popolari che vengono strumentalizzate, perché una persona di un’intelligenza normale capisce che nei fiumi, nei mari e negli oceani, la plastica non ci va da sola e, quindi, è ridicolo prendersela con lei come causa del problema, dimenticandosi facilmente della responsabilità umana. La cosa che mi interessa di più è capire quali motivazioni recondite ci possano essere dietro questo odio sviscerato per la filiera della plastica. Vediamo alcuni comportamenti di soggetti attivi in queste campagne su cui ognuno può riflettere per conto proprio: I Media. Fenomenale strumento di diffusione di informazioni (e di fake news), dove spesso non conta analizzare in modo tecnico e scientifico il problema dell’inquinamento, ma fare notizia fine a se stessa, aumentare i likes. Scrivere su un post “plasticfree”, corredandolo con una foto che rappresenta le bottiglie di acqua che galleggiano nel mare o un pesce intrappolato in un pezzo di plastica, si ottiene solo di moltiplicare in modo esponenziale la disinformazione senza proporre nulla per risolverlo, se non attraverso una visione utopica di rinuncia alla plastica. Chi semina questo odio, indiscriminato, dovrebbe avere la coscienza pulita e iniziare una vita rinunciando alla plastica, cominciando da casa sua e dalle sue abitudini. Inoltre ci sono emittenti televisive di primo piano che creano spot di grande impatto, utilizzando immagini forti, raccogliendo fondi, non si sa bene per quali finalità, portando avanti la propria crociata. Tutto questo ha il sapore del greenwashing. Pechè? I Divulgatori. Siamo tutti diventati scienziati, ogni spazio comunicativo è presidiato da sedicenti esperti che saltano da una trasmissione all’altra, da un giornale all’altro, da un libro all’altro, da un social all’altro, parlando, parlando, parlando. Di cosa? Di quello che vedono tutti e quasi mai inserendo il problema in una cornice più ampia, per capire se esistono opinioni diverse, per sentire le loro proposte migliorative o mettendosi a disposizione per un confronto diretto con scienziati e tecnici preparati. Cosa vogliono ottenere? Non ha il sapore di una strumentalizzazione a fini pubblicitari? Stare alla finestra e guadagnare sui dolori degli altri? I Governi. Sono responsabili della nostra salute e dell’ambiente in cui viviamo e troppe volte, quasi sempre, si sono attivati, nei loro compiti istituzionali, dopo che sono stati sollecitati dall’opinione pubblica. Certamente la gente ha ragione a preoccuparsi nel vedere i mari riempirsi di plastica o avere il dubbio che il pesce che finisce sulle loro tavole sia pieno di micro e nano plastiche. Ma sono gli enti governativi che si devono attivare per creare un impianto normativo adeguato per gestire la problematica dei rifiuti, porgendo un orecchio alla gente e l’altro agli scienziati. Troppi ritardi, pochi investimenti e poca competenza governano questo mondo, che dovrebbe normare e soprattutto far rispettare le leggi, per tutti. Perché tassare in modo esagerato i settori vitali della nostra economia invece che premiare, dal punto di vista fiscale, il riciclo e la produzione di materiali che hanno un impatto ambientale minore rispetto ad altri? Quali sono i veri obbiettivi politico-finanziari? Se in molti paesi esiste una sanità pubblica, che cura le nostre malattie, perché non deve esistere una economia circolare pubblica, sulla quale nessun governo dovrebbe fare business, ma investire per tutelare, indirettamente, la nostra salute e la nostra vita? L’Istruzione. Senza conoscenza non si ha la capacità di fare delle corrette analisi autonome dei problemi che ci circondano. Perché le scuole non investono nella formazione degli studenti in campo ambientale, nella conoscenza dell’economia circolare e delle energie alternative, in modo da creare una coscienza che possa salvaguardare del loro futuro? Perchè i giovani partecipano alla vita sociale attraverso le manifestazioni sull’ambiente condividendo slogan senza avere una conoscenza più approfondita dei problemi? Che ruolo vogliono dare i governi all’istruzione? La cultura è solo nozionismo o una spinta per accompagnare i ragazzi nel mondo complicato che li aspetta, dotandogli di una ragione critica? Le Aziende del Packaging. Chi tira le file del mondo del packaging in plastica sono le multinazionali delle bibite, dei detersivi e dei prodotti per la cura della persona. Hanno sempre utilizzato milioni di tonnellate di materia prima vergine, per decenni, per produrre i loro imballi, sapendo che la plastica è durevole, nel bene e nel male. Hanno pensato sempre al loro business senza capire che i loro prodotti venivano smaltiti in modo scorretto e hanno lasciato che l’opinione pubblica si rivoltasse contro i loro imballi. Perché non hanno interpretato il malessere della gente molti anni fa e, oggi, si spendono in campagne green confondendo i consumatori, facendo a gara a chi è più amico dell’ambiente? Non ha, anche qui, un sapore di greenwhasing? I Petrolieri. Come per le multinazionali del packaging, la produzione dei polimeri plastici vergini andava a gonfie vele, mentre il mondo si riempiva di rifiuti plastici. Perché sono stati così miopi da non vedere che stavano rappresentando un prodotto che sarebbe entrato in conflitto con l’utilizzatore finale? Perché hanno trovato la soluzione più sbrigativa di acquisire i produttori e riciclatori di materia plastica riciclata per dare un nuovo aspetto ecologico al loro business? Perché non hanno sostenuto l’industria della plastica, i loro clienti, attraverso iniziative concrete che evitassero, insieme ai governi, il tracollo ecologico dei nostri mari con la concreta possibilità di mettere a rischio il loro business? Il mondo non può rinunciare alla filiera della plastica nonostante si siano fatti molti errori e molte speculazioni, di cui conosciamo solo alcuni risvolti, ma molto si può fare per migliorare le cose. Non possiamo più permetterci, che una risorsa così preziosa per il nostro pianeta sotto forma di rifiuto, sia dispersa nell’ambiente da incoscienti e ignoranti che, con le loro azioni mettono, in pericolo l’ecositema e la vita di tutti.

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https://www.arezio.it/ - Qualità del rifiuto in pvc per la produzione di un granulo riciclato
Qualità del rifiuto in pvc per la produzione di un granulo riciclato
Venerdì, 15 maggio 2020 | Informazioni Tecniche

Una buona selezione dell’input determina una migliore qualità dei raccordi stampati per i tubi Come accade per la produzione dei tubi lisci per il convogliamento dell’acqua fatti con granuli in PVC riciclato, anche la produzione dei raccordi dei tubi segue delle regole di produzione consigliabili. Tubi e raccordi in PVC, adatti per far defluire le acque dagli edifici, senza pressione, hanno un buon alleato che si sta rapidamente diffondendo nel mondo. Il materiale riciclato sta prendendo sempre più piede in questo campo dando una grande mano all’economia circolare e soprattutto all’ambiente. Il riutilizzare degli scarti in PVC per trasformarli in altri prodotti, non solo crea un’indipendenza dall’industria petrolifera che, per quanto utile, è la maggiore responsabile dell’effetto serra e del prosciugamento delle risorse naturali. Ove fosse possibile, l’evitare di sostenere ulteriormente l’industria dei polimeri vergini, di derivazione petrolifera, costituirebbe di certo un grande regalo all’ambiente e quindi a noi stessi. C’è poi da considerare l’aspetto dell’inquinamento creato dai rifiuti solidi, che la società produce ad un ritmo impressionante a causa di un consumismo senza freni. Questi rifiuti, attraverso i principi dell’economia circolare, sono da riutilizzare per ridurne il loro impatto sulla nostra vita. Nel mondo della produzione dei tubi e raccordi in PVC, gli scarti hanno assunto un ruolo importante in quanto, attraverso una corretta selezione di essi, si possono estrudere tubi ed iniettare raccordi senza utilizzare il materiale vergine. Per i raccordi, che vengono realizzati in forme e diametri differenti, gioca un ruolo molto importante l’origine del materiale che vogliamo riciclare e che destineremo alla produzione dei manufatti. Ci sono alcune tipologie di rifiuti che possono essere usati per questa tipologie di prodotto: I profili dei serramenti che devono essere completamente puliti da gomme, siliconi, guarnizioni e ogni parte metallica presente nelle finestre.Le tapparelle che devono presentare la completa asportazione dei meccanismi di movimento in metalloI tubi di scarico prodotti o raccolti, devono essere macinati senza essere mischiati con altri tubi (PP-LD o HD)Carte di credito come scarti di produzioneAnime per avvolgere prodotti in carta o film plasticiManufatti per la tornitura a forma cilindrica piena o con altre forme, risultanti dallo scarto di lavorazione da materiali vergini o riciclati La scelta di utilizzare sempre materiali altamente selezionati e provenienti da una filiera che non sia quella del post consumo, garantisce un vantaggio qualitativo alla fonte e, soprattutto, si evita il pericoloso problema dell’inquinamento dei macinati da estrusione o stampaggio con altre tipologie di plastiche che non sono distinguibili ad occhio nudo. Se non si dispone di un controllo diretto dell’input del PVC in entrata, ma si acquista il macinato o il granulo finito, prima di utilizzarlo è importante poter fare un’analisi di laboratorio per capire la composizione della materia prima in entrata. Sarebbe inoltre una buona regola disporre di un piccolo estrusore da laboratorio per simulare una produzione campione, verificando i comportamenti del materiale in fase di fusione.

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https://www.arezio.it/ - Alleanza tra i produttori di polimeri vergini: una lezione di greenwashing?
Alleanza tra i produttori di polimeri vergini: una lezione di greenwashing?
Venerdì, 15 maggio 2020 | Notizie Generali

Hanno contrastato e cercato di controllare il mercato del riciclo ed ora sembrano i professori dell’ambiente Il gruppo di società attive nella chimica derivante dal petrolio si sono riunite in un gruppo di lavoro e stanno utilizzando i canali di comunicazione attraverso i social e internet per divulgare il loro verbo. Come si sa, queste società, sono pesantemente contestate in tutto il mondo dagli ecologisti che le reputano le maggiori responsabili dello stato di profondo inquinamento in cui versa il pianeta e le principali devastatrici delle risorse naturali disponibili sulla terra. Sicuramente il punto di non ritorno che ha costretto l’Alleanza a darsi un’immagine diversa da quella che gli ecologisti gli hanno sempre attribuito è stato la nascita del movimento, diffuso in tutto il mondo, che ha sollevato il problema della situazione in cui versano gli oceani, i mari, i fiumi. Un inquinamento visibile alla popolazione a cui in qualche modo devono dare risposta essendo loro la fonte da cui parte il ciclo della plastica. Non tutti la pensano ovviamente come gli ecologisti e non tutti vedono le società che compongono l’Alleanza come il diavolo sulla terra. In realtà per dirla con un motto “non si può colpevolizzare la pianta del tabacco se ti è venuto un tumore ai polmoni fumando”. I produttori di polimero vergine hanno sicuramente creato una domanda sul mercato e hanno offerto prodotti che i consumatori hanno, per cinquant’anni, comprato volentieri in quanto la plastica dava degli indubbi vantaggi rispetto ad altri prodotti in circolazione. Restando a considerare il problema in un’area molto ampia possiamo dire che vi sono altri prodotti, considerati inquinanti o potenzialmente mortali, che conosciamo tutti, ai quali non stiamo facendo, a livello di opinione pubblica, una guerra senza quartiere. Mi riferisco, per esempio, ai carburanti fossili per la circolazione, o per la produzione di energia, che giorno dopo giorno uccidono a causa delle loro emissioni. La differenza sta che l’inquinamento dell’aria è molto meno visibile e comunicativo rispetto alle isole di plastica nei mari o agli animali che muoiono per la plastica ingerita. Probabilmente l’Alleanza vede questa operazione come una normale attività di marketing che porterà consenso o eviterà di non perderne troppo, al fine di consolidare i fatturati delle loro attività. Che ci sia da parte dell’Alleanza, interesse vero sulle conseguenze della plastica nei mari, sarà da vedere nel tempo. Quello che è certo che le aziende fanno business e non beneficenza, quindi, l’opinione pubblica si deve rendere conto che, con i propri comportamenti commerciali, può incidere sul fatturato delle stesse prima che ci impongano una linea sui consumi. Questo non è solo applicabile alle società dell’Alleanza ma a tutte quelle che possono incidere negativamente sull’ambiente, anche se in regola con le normative governative in fatto di inquinamento. Ghandi predicava la non violenza, ma con questo non si può dire che non sia stato un uomo determinato e testardo, infatti ha creato un movimento pacifista mondiale che aveva una capacità di pressione molto elevata. Se prendiamo spunto, con tutto il rispetto che si deve a Ghandi, dalla sua attività, provate a pensate se la popolazione mondiale un giorno si svegliasse e decidesse che un tale modello di auto, un bicchiere per il caffè, o la deforestazione per aumentare la produzione di carne, per fare solo alcuni esempi, non siano più onestamente in linea con i principi della conservazione del pianeta e della sopravvivenza naturale della vita. Cosa pensate che possa succedere se si dovessero sospendere i consumi di un prodotto o di un altro? Nessun politico può imporvi di bere il caffè in un bicchiere che non vi piace più, nessuna società può influenzare gli acquisti se la popolazione non vuole farlo. Siamo sicuramente noi padroni del nostro destino, quindi non serve fare la guerra a chi produce prodotti o servizi che comportano un danno alla salute di tutti, quindi anche alla tua, basta non comprate o non usare più quel prodotto/servizio. Senza estremizzare basterebbe ridurre i consumi in modo convincente per portare alla ragione chi non vuole ascoltare. Il problema dell’inquinamento, oggi, non è solo la plastica, quindi bisogna ripensare il nostro modello di vita e investire sicuramente in cultura ed istruzione per rendere autonome le menti delle persone che, per il loro stato culturale, sono gli elementi più influenzabili ai quali imporre scelte attraverso la persuasione o la bugia. Un altro detto: chi dorme è perduto.

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https://www.arezio.it/ - Il Socialismo Ecologico di Marx era Sbagliato?
Il Socialismo Ecologico di Marx era Sbagliato?
Giovedì, 14 maggio 2020 | Storia

Si parla in modo ricorrente dell’attualità di certe teorie marxiste alla luce delle precarie condizioni ambientali della terra In un’epoca in cui la sofferenza dell’ambiente e la diminuzione dell’equilibrio tra gli elementi della natura, come li abbiamo sempre conosciuti, stanno mettendo in difficoltà l’uomo e la sua sopravvivenza, si ricomincia a parlare di ecologia sociale. In questo periodo e nel recente passato, a causa della situazione ambientale compromessa, della crescita delle disuguaglianze economiche che creano sempre più poveri e migranti ecologici e del consumismo portato all’estremo, in cui la merce vale forse più del lavoro dell’uomo, il ritorno alla lettura della filosofia classica e dei grandi pensatori, come Platone, Gandhi e Karl Marx ci hanno fatto ritrovare riferimenti precisi sul rapporto tra l’uomo e la natura. Marx ne inizia a parlare prendendo spunto da una situazione precisa successa tra il 1830 e il 1870, periodo in cui sia in Europa che in Nord America si verificò una diffusa perdita di fertilità nei suoli coltivati. A sottolineare la gravità della situazione è il fatto che a partire dal 1835 iniziarono ad arrivare in Inghilterra le prime navi di grano per soccorrere la malata agricoltura Europea, arrivando ad importare nel 1847 ben 220.000 tonnellate. L’allarme creato da questa situazione non sfugge ad un accorto osservatore come Marx, che sviluppa una teoria sullo sfruttamento capitalistico dell’agricoltura, basato sull’impoverimento dei suoli senza preoccuparsi della loro rigenerazione e del loro equilibrio produttivo a sfavore delle generazioni future. Citando un passaggio estratto dal capitolo “Genesi della rendita fondiaria capitalistica” che fa parte del terzo libro del Capitale Marx dice: «La grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola al minimo, a una percentuale continuamente decrescente, e le contrappone una popolazione industriale in continua crescita e concentrata nelle grandi città; in tal modo crea condizioni che provocano una frattura incolmabile nel complesso equilibrio del metabolismo sociale prescritto dalle leggi naturali della vita. Crea così le condizioni che provocano lo spreco delle energie del suolo, spreco che il commercio trasferisce molto oltre le frontiere del paese considerato. La grande industria e la grande agricoltura industriale agiscono nello stesso senso. In origine si distinguono perché l’industria devasta e rovina soprattutto la forza lavoro e dunque la forza naturale dell’essere umano, mentre l’agricoltura rovina più direttamente la forza naturale della terra, ma poi, sviluppandosi, finiscono per darsi la mano: il sistema industriale in campagna finisce così per debilitare anche i lavoratori, e l’industria e il commercio, dal canto loro, forniscono all’agricoltura i mezzi per sfruttare il terreno.» Inoltre Marx fa un accenno anche alla mancata circolarità dell’economia, mettendo in rapporto la bassa fertilità delle campagne con l’avvelenamento dei fiumi perpetrato nelle grandi città. Infatti scrive:  «A Londra, per esempio, del letame prodotto da quattro milioni e mezzo di persone non si è trovato di meglio da fare che usarlo per avvelenare, con un costo enorme, il Tamigi.» «I residui derivanti dai processi fisiologici naturali degli esseri umani avrebbero potuto, come quelli della produzione industriale e del consumo, essere reintrodotti nel ciclo produttivo, chiudendo il ciclo metabolico». Marx parla più volte di un nuovo rapporto tra la natura e l’uomo, dove l’agricoltura non poteva subire un approccio di sfruttamento industriale e capitalistico basato sul profitto immediato, così da debilitare la terra senza preoccuparsi di creare una corretta armonia con essa. Nei suoi scritti troviamo una citazione in merito: «Il fatto di dipendere, per la coltivazione dei diversi prodotti del suolo, dalle fluttuazioni dei prezzi di mercato, che determinano un continuo cambiamento di quelle colture, e lo spirito stesso della produzione capitalistica, centrato sul profitto più immediato, sono in contraddizione con l’agricoltura, che deve gestire la produzione tenendo conto dell’insieme delle condizioni di esistenza permanenti delle generazioni umane che si susseguono.» L’aspetto della sostenibilità in chiave moderna la troviamo spesso quando Marx sottolinea che la terra non può appartenere all’uomo contemporaneo che si permette di operare uno sfruttamento intensivo a suo beneficio, ma deve pensare alle generazioni future. Questo aspetto viene trattato qui di seguito: «Uno sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le loro.» Per Marx, è necessario che la terra sia «trattata coscientemente e razionalmente come una proprietà perpetua della collettività, condizione inalienabile di esistenza e riproduzione della serie di generazioni successive.» Nonostante Marx abbia ricevuto sostenute critiche che sostenevano il suo disinteresse al valore della natura, lui stesso a più volte espresso il concetto che la vera ricchezza consiste nei valori d’uso, che caratterizzano la produzione in generale, al di là della sua forma capitalistica, di conseguenza la natura, che contribuisce alla produzione di valori d’uso, è una fonte di ricchezza quanto il lavoro.

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https://www.arezio.it/ -  Come riciclare i rifiuti edili: lastre ondulate di cartone bitumato
Come riciclare i rifiuti edili: lastre ondulate di cartone bitumato
Mercoledì, 13 maggio 2020 | Informazioni Tecniche

Per anni queste lastre per i tetti erano destinati alle discariche. Ora si possono riciclare Le lastre ondulate, composte da carta riciclata e bitume, impiegate per la copertura dei tetti o come elemento impermeabile da posizionare sotto le tegole e i coppi, una volta rimosse erano destinate allo smaltimento in discarica a causa del mix di componenti di cui erano composte. Le lastre fibro-bituminose sono nate in Francia nel 1944 per iniziative del Sig. Gaston Gromier che fondò la ditta OFIC S.A. Fino agli anni 60 il prodotto rimase sempre uguale a seguito della forte richiesta di coperture economiche per i tetti nel periodo post bellico. Successivamente il mercato internazionale si interessò alla tipologia di lastra da copertura apprezzandone le facilità di posa, le colorazioni e l’economicità, spingendo quindi l’azienda ad aumentare le tipologie, i colori e i formati. Ma come sono composte le lastre ondulate bituminose? Le materie prime che compongono il prodotto sono essenzialmente quattro: Carta da riciclo Additivi per la carta Bitume stradale 80/100 Pigmenti di superficie La carta da riciclo è normalmente composta da cartone da imballo e giornali non patinati, che creano un mix ideale tra fibre lunghe e corte. Deve essere utilizzata con una percentuale di umidità contenuta per evitare problemi di lavorazione. La carta da riciclo, nella lavorazione, costituirà l’ossatura della lastra ondulata. Il bitume utilizzato è generalmente quello classificato con un grado di penetrazione 80/100, che corrisponde al tipo che si utilizza anche nelle asfaltature stradali. Il bitume applicato a caldo avrà lo scopo di impermeabilizzare la lastra da copertura e proteggere la struttura in carta semirigida. I pigmenti cono colorazioni sintetiche che hanno sia la funzione di attribuire un colore particolare alla lastra in base all’utilizzo che se ne vuole fare, ma anche proteggere il bitume dagli effetti corrosivi dei raggi solari. Come vengono prodotte le lastre ondulate bituminose? La carta da macero (riciclata) viene selezionata seconda la ricetta della cartiera che produce il manufatto ed immessa in un impianto, chiamato pulper, che ha lo scopo, sotto l’effetto rotativo meccanico e dell’acqua, di smembrare il mix di carte, caricate nell’impianto, in modo da amalgamare le fibre che andranno a costituire la struttura portante del prodotto. Una volta terminata questa lavorazione la fibra di carta è pronta per essere conformata in una lastra ondulata. La realizzazione della struttura della lastra può avvenire: Per avvolgimento di più fogli in modo da comporre una lastra multistrato sottile Per pressione di una certa quantità di fibra in uno stampo costituendo una lastra più spessa Dopo la costituzione della lastra piana e umida, questa viene avviata ad un corrugatore attraverso il quale la lastra prenderà la forma ondulata desiderata. I corrugatori, con la lastra adagiata sopra di essi, verranno indirizzati in un forno a tunnel per l’essicazione e il successivo raffreddamento, il cui scopo è renderla semirigida. Il manufatto cartonato asciutto dovrà ora essere impermeabilizzato con il bitume liquido e, questo processo, sarà realizzato in due metodologie operative differenti: Per le lastre multistrato, avendo una densità specifica alta, è necessario provvedere all’impermeabilizzazione attraverso una bitumazione sottovuoto in autoclave. Per la lastra monostrato, l’impermeabilizzazione avverrà attraverso un bagno in una vasca di bitume caldo. L’ultima fase riguarda la colorazione dell’estradosso della lastra, che avverrà a spruzzo o ad immersione, in base alla destinazione finale del manufatto, con la scelta della miscela colorata corretta e dei protettivi anti U.V. necessari. Come si ricicla il prodotto a fine vita? Fino a pochi anni fa le lastre bitumate, una volta rimosse dai tetti per rotture, usura o altri motivi, finivano in discarica in quanto la composizione con materiali simbiotici non ne permetteva il riciclo. Se consideriamo che, solo in Europa, le lastre bitumate prodotte ogni anno si aggirano intorno ai 2 milioni di tonnellate, possiamo immaginare la quantità di rifiuti bituminosi da riciclare. Oggi il processo di riciclo è possibile in quanto, dopo diversi tests, si è identificato il canale più consono per dare una seconda vita a questo prodotto. Infatti, si è visto che il settore dei bitumi stradali, che già accoglie nelle sue ricette il macinato riciclato delle guaine bituminose a rotoli e degli pneumatici, ha trovato il giusto equilibrio per utilizzare anche le lastre ondulate bituminose. Considerando che mediamente una lastra da copertura contiene circa il 60% in peso di bitume stradale, ed essendo questo perfettamente compatibile con quello usato normalmente per gli asfalti e che la struttura di base formata dalla carta, se aggiunta nelle corrette percentuali, l’utilizzo del macinato da lastre bitumate da copertura non va ad inficiare le ricette finali dei bitumi stradali. Le lastre quindi vengono macinate in mulini appositi, asportando gli eventuali residui di chiodi per l’ancoraggio ancora presenti, creando un macinato di granulometrie differenti a seconda delle richieste del cliente. Con il macinato recuperato, i produttori di asfalti stradali possono realizzare miscele che rispettano la filosofia dell’economia circolare potendo impiegare prodotti riciclati, risparmiare l’uso di una parte di bitume naturale, ridurre i rifiuti destinati alla discarica e migliorare l’impatto ambientale.

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https://www.arezio.it/ - Montagne di rifiuti lasciati sull’Himalaya da sedicenti alpinisti
Montagne di rifiuti lasciati sull’Himalaya da sedicenti alpinisti
Lunedì, 11 maggio 2020 | Ambiente

L’alpinista è prima di tutto un fautore della conservazione integrale dell’ambiente. Chi sono questi “signori”? I Cinesi sono stati impegnati in una campagna di pulitura dei campi base dell’Everest dove una discarica faceva compagnia alle maestose pareti. Hanno raccolto 8,5 tonnellate di rifiuti lasciati sul posto dalle spedizioni commerciali, turisti alpini improvvisati, che si arrogano il diritto di violentare la natura per il solo fatto che hanno pagato per poter dire: c’ero anch’io. Si è molto parlato dei mari invasi dai rifiuti che vengono abbandonati dall’uomo sulle spiagge, dalle navi, nei fiumi e che arrivano tutti nei mari e negli oceani. Ci siamo molte volte indignati nel vedere le tartarughe impigliate nelle reti abbandonate, nelle plastiche trovate negli stomaci dei pesci, nel tappeto di microplastiche che galleggiano, formando isole infernali.  Ma poco si è parlato di un altro ecosistema sottoposto alla violenza e all’inquinamento: le montagne e in particolare le catena Himalayana, che viene percorsa ogni anno da un’orda di spedizioni commerciali che vengono organizzate per portare aspiranti alpinisti in vetta agli 8000. Queste spedizioni reclutano un numero sempre più consistente di partecipanti assicurando loro vitto e alloggio, trasporto dei pesi, il tracciamento della via verso la vetta, attrezzando tutta la salita e assistendoli con un “rinforzo” di ossigeno quando cominciano ad ansimare. La velocità delle spedizioni, data anche dalle finestre di tempo stabile, dai permessi concessi per salire le montagne, dalla convivenza degli spazi con altre spedizioni e dal reclutamento di nuovi partecipanti per nuove salite, ha comportato, negli anni, l’abbandono continuo di rifiuti di tutte le tipologie, da quelli umani a quelli tecnici a quelli di supporto logistico. I cinesi, che sono coinvolti per le salite dal loro versante, si sono posti il problema ambientale dei campi base ai piedi delle montagne. Hanno organizzato un gruppo di raccolta della spazzatura abbandonata che ha portato a valle 8,5 tonnellate di rifiuti. Di questa quantità 5,2 tonnellate erano rifiuti domestici, mentre 2,3 erano rappresentate da feci umane. Anche il Nepal e l’India si stanno ponendo il problema dell’inquinamento crescente nelle zone di alta quota, ma fanno fatica a rinunciare ai fiorenti compensi che derivano dai permessi delle scalate. Il Nepal ha imposto una cauzione di 4000 dollari, per spedizione, se i partecipanti non riportano a valle almeno 8 Kg. di rifiuti a testa, ma sinceramente, sono solo palliativi, in quanto il costo globale di una spedizione commerciale può assorbire senza il minimo trauma questa multa. Forse, a questo punto ci dobbiamo chiedere se la montagna deve essere per forza accessibile a tutti, con tutti i mezzi e, inoltre, chi è un alpinista? Le aree di alta quota sono state tra l’inizio degli anni 70 e la fine degli anni 80 del secolo scorso, il campo d’azione delle aspirazioni dei giovani alpinisti di allora, che sperimentavano, dopo l’epoca degli anni 50 e 60 fatto di un alpinismo “militare” e massicciamente organizzato, un confronto leale con la montagna e le sue estreme difficoltà, senza l’uso di centinaia di portatori, senza l’uso dell’ossigeno e senza l’uso di alpinisti che attrezzavano la salita a chi sarebbe andato in vetta. Si era sviluppato un alpinismo che rispettava le montagne, dove la misurazione dei propri limiti era leale e l’ambiente solitario e intonso, creava un nuovo mondo, fatto di riscatto personale e venerazione per le ultime aree sfuggite alla manipolazione umana. L’8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler hanno incarnato le speranze del nuovo alpinismo ecologista, raggiungendo la vetta dell’Everest senza ossigeno e con una spedizione leggera. “Ci dicevano che eravamo matti con tendenze suicide – ha ricordato in un’intervista all’Ansa Messner – con la nostra impresa abbiamo smentito la scienza, che sosteneva che oltre gli 8.500 metri fosse impossibile resistere, che saremmo di certo morti. Noi, invece, siamo saliti a quasi 8.900 metri, per poi scendere al campo base sani e salvi“ Messner continuò il suo alpinismo alla ricerca dei suoi limiti fisici e psicologici riuscendo, per primo, a salire tutte le vette oltre gli 8 mila, portando nel mondo un messaggio chiaro: con la montagna non si deve barare, la sfida è tra te e l’ambiente naturale, senza aiuti esterni. Le montagne in quota dovrebbero essere come le riserve naturali marine, chiuse al pubblico pagante, e accessibili solo ad esperti che ne ripettino la storia, l’ambiente e si preoccupino del loro futuro. Se vuoi vivere l’esperienza delle grandi montagne con Simone Moro, l’alpinista degli 8000 metri, puoi farlo con il libro fotografico 8000 metri di vita.

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https://www.arezio.it/ - Il Riciclo Industriale Iniziò nel XVIII° Secolo con le Prime Attività Produttive
Il Riciclo Industriale Iniziò nel XVIII° Secolo con le Prime Attività Produttive
Lunedì, 11 maggio 2020 | Storia

Le scoperte nel campo chimico avviarono produzioni industriali in molti campi e con esse la necessità di riutilizzare i rifiuti La rivoluzione chimica, che a partire dal 1700 interesserò le nazioni europee più progredite, pose in evidenza i primi problemi ambientali creati dagli scarti delle produzioni chimiche. Iniziò in quel periodo, insieme alle nuove scoperte, la ricerca di riutilizzo dei rifiuti prodotti dall’uomo. Il primo processo chimico industriale, in senso moderno, è stato quello inventato nel 1791, dal chimico francese Nicolas Leblanc (1742-1806), per la produzione del carbonato sodico in due passaggi. Leblanc ebbe, tuttavia, una vita lavorativa travagliata in quanto le sue ricerche furono finanziate inizialmente dal Duca di Orleans Filippo Egalité, con la speranza di poter vincere il premio messo in palio dall’Accademia delle Scienze Francesi per poter iniziare quindi una produzione industriale. Tuttavia nel 1793 il Duca venne giustiziato e i brevetti di Leblanc non furono riconosciuti validi, ricevendo anche la confisca dello stabilimento di produzione e il rifiuto del premio sperato. Nonostante Napoleone nel 1802 gli restituì la fabbrica, senza premio in denaro, Leblanc non ebbe le forze economiche per ripartire e nel 1806 di suicidò. La prima fase del processo di produzione del metodo Leblanc consisteva nel trattare il cloruro di sodio con acido solforico, il quale si formava in solfato di sodio, creando un rifiuto sotto forma di acido cloridrico gassoso, che per molto tempo fu rilasciato in atmosfera con gravi problemi verso le popolazioni che abitavano nelle vicinanze delle fabbriche e con la distruzione della vegetazione circostante. Il secondo passaggio consisteva nello scaldare il solfato di sodio con carbone e carbonato di calcio, miscela con la quale si otteneva il carbonato di sodio e il solfuro di calcio, poco solubile in acqua, che rappresentava il rifiuto solido del processo e veniva scartato costituendo mucchi all’aria aperta. Durante l’esposizione alle piogge, si liberava idrogeno solforato, gas nocivo e puzzolente. Gli abitanti iniziarono forme di protesta degne di nota contro l’inquinamento atmosferico, creando di fatto le prime contestazione ecologiche, che spinsero gli industriali della soda a cercare delle soluzioni al problema. In quell’occasione l’industria chimica scoprì che dai rifiuti era possibile recuperare qualcosa di utile e vendibile, infatti dall’acido cloridrico era possibile ottenere cloro, una merce che si capì che aveva un suo mercato finale e dal solfuro di calcio era possibile recuperare zolfo, che sarebbe stato vendibile alle fabbriche di acido solforico. Nel XIX° secolo, periodo in cui iniziò a fiorire l’industria pesante dell’acciaio, l’inventore francese Pierre Émile Martin (1824-1915) nel 1865 mise a punto un forno che poteva decarburare la ghisa su larga scala e poteva essere caricato con ghisa fusa ma anche con i rottami di ferro. Nel corso dell’Ottocento infatti, tali rottami si stavano accumulando a seguito della sostituzione dei vecchi macchinari con quelli nuovi, cosi questi rifiuti diventarono materie prime seconde, come le chiamiamo oggi. Il XX° secolo ha visto il progresso industriale crescere in modo continuo e vorticoso, passando da due guerre mondiali, una grande crisi economica-industriale, la conquista dello spazio, le nuove tecnologie, il benessere diffuso, la guerra fredda con la corsa alla creazione degli arsenali atomici, lo spostamento per lavoro e per turismo di grandi masse di persone attraverso l’industria aeronautica, lo sviluppo dei satelliti e le tecnologie legate alla comunicazione hanno alimentato un nuovo mercato di apparecchi, spinti anche dalla nuova intelligenza artificiale che ci fa comunicare attraverso i computers. Tutto questo progresso ha creato un numero crescente di rifiuti che nel passato erano abbandonati in modo superficiale nelle discariche, sulle quali venivano create graziose collinette cosparse di alberi, ma nel sottosuolo non ci si preoccupava di sapere se i rifiuti interrati continuassero a rilasciare i loro veleni. Si capì, più tardi, che molti rifiuti pericolosi continuavano a vivere e ad interagire negativamente con l’ambiente, per cui si iniziò a creare delle linee guide su come isolare le discariche da eventuali perdite di liquami tossici. Qualsiasi sforzo fatto per “nascondere” i rifiuti sembrava vano visto la continua crescita di merce dello scarto e, quindi, si iniziò a parlare di riciclo e termodistruzione. Se la strada di bruciare i rifiuti sembrava fosse comoda e “purificatrice”, ci si accorse ben presto che l’inquinamento espresso da un rifiuto solido pericoloso non sublimava con il fuoco, ma veniva solamente trasformato da solido in fumi, andando ad inquinare l’aria e, a cascata con le piogge, i terreni. Si dovette arrivare alle nuove generazioni di temovalorizzatori per risolvere questo problema ambientale e creando nello stesso modo energia elettrica rinnovabile. Il riciclo meccanico fu allora il solo mezzo per recuperare e riutilizzare i rifiuti che si accumulavano, ma ci volle molto tempo perché i governi e la popolazione capissero che si doveva iniziare con la raccolta differenziata e che l’industria aveva bisogno di normative precise per produrre arrecando i danni minori possibili all’ecosistema. Il futuro del riciclo si raggiungerà con l’integrazione tra processi meccanici, chimici, coadiuvati dalle energie rinnovabili. Immagine: Vernet, Claude Joseph – Seaport by Moonlight – 1771

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https://www.arezio.it/ - I grandi capitali mondiali puntano alla carne vegetale
I grandi capitali mondiali puntano alla carne vegetale
Giovedì, 7 maggio 2020 | Notizie Generali

Bill Gates, Google Ventures e Blue Horizon stanno investendo nel nuovo business sostenibile Che il settore degli allevamenti destinati alla produzione di carne siano additati come estremamente inquinanti a causa delle emissioni in atmosfera, al consumo di acqua e di suolo per il foraggio, è un fatto acclarato, ma che da questi problemi nascessero delle aziende, sostenute da grandi capitali, che hanno lanciato la sfida ad un mercato immenso e consolidato come quello della carne, era meno prevedibile. Le grandi sfide sono sempre piaciute ai grandi finanziatori che avevano deciso, anche questa volta, di investire in un settore che, qualche anno fa, era considerato non solo a grande rischio, ma probabilmente una pura follia imprenditoriale. Circa 8 anni fa quando la ditta Beyond Meat, spalleggiata dal fondatore di Microsoft, ha lanciato la prima produzione di hamburger vegetale, forse i tempi non erano maturi e i produttori di carne avevano visto, nell’operazione, una grande barzelletta destinata ad un clamoroso fallimento industriale e finanziario. Le intenzioni dell’azienda erano quelle di fornire un cibo, non solo simile nella forma, nel colore e nel sapore a quello di derivazione animale, ma si poneva anche l’obbiettivo di interrompere la catena di macellazione degli animali e l’avvio di una riconversione agricola che riducesse l’inquinamento causato dagli allevamenti intensivi. I produttori di carne dell’epoca erano molto divertiti dall’ambizioso progetto e sicuri del fatto che il sapore e il colore dei loro hamburgers, fosse inimitabile e non riproducibile con prodotti di derivazione vegetale. In effetti all’inizio della produzione degli hamburger vegetali, né il sapore ne l’aspetto del prodotto erano paragonabili alla carne animale, ma l’azienda continuò testardamente le sue ricerche per affinare gusto ed aspetto. Nel frattempo entrarono nel mercato altri tre attori: Impossible Food, che era sostenuto da Google Ventures, Livekindly supportata dagli Svizzeri di Blue Horizon e Temasek che si occupa di tutta la filiera produttiva dal campo al prodotto in tavola. Con il passare del tempo, i composti aromatici naturali inseriti negli hamburger vegetali e l’uso del pisello giallo, della soia e del succo di barbabietola per modificare il colore e il sapore, per renderlo simile all’Heme, il gruppo di molecole a base di ferro che dà alla carne animale il suo caratteristico sapore, ha avvicinato in modo sorprendente il prodotto vegetale da quello animale. Inoltre, negli ultimi anni, il sentimento ecologista che ha pervaso l’opinione pubblica, ha messo sotto un’altra luce sia il comparto della produzione di carne, in negativo, che quello della produzione vegetale di hamburger, considerando la nuova filiera e il nuovo prodotto del tutto in linea con le aspettative green dei consumatori. I capitali, nel frattempo, sono affluiti copiosi su questi progetti considerando che il mercato mondiale della carne bovina è stimato intorno in 2700 miliardi di dollari e che oggi, i produttori di proteine alternative coprono circa l’1% del mercato, ma con una crescita del 20% all’anno. Aziende come Beyond Meat, l’anno scorso, aveva un valore a Wall Street circa 12 miliardi di dollari e, le società del comparto, non fanno fatica a rastrellare finanziamenti visto la potenzialità di crescita del mercato.

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https://www.arezio.it/ - Le auto elettriche faranno ripartire l’automotive?
Le auto elettriche faranno ripartire l’automotive?
Mercoledì, 6 maggio 2020 | Energie Rinnovabili

Quali scegliere: Full Eletric, Plug-in Hybrid, Full Hybrid o Mild Hybrid Mentre l’industria automobilistica ha vissuto, probabilmente, il peggior bimestre della sua storia, c’è molta curiosità tra gli operatori, alla riapertura, per capire se il consumatore continuerà a preferire un mezzo elettrico rispetto ad una motorizzazione tradizionale. La catarsi Aritotelica che stiamo vivendo a seguito del Corona virus e del conseguente lockdown globalizzato, ci ha permesso probabilmente, di fare il punto sui grandi temi che assillano il nostro mondo e poter partecipare, attraverso le nostre azioni quotidiane, alla creazione di una più efficace sostenibilità ambientale. Il mondo della mobilità, secondo i dati diffusi a metà del 2019 dall’organizzazione internazionale indipendente Transport&Environment, prevedeva per il biennio 2020-2021, una definitiva svolta del mercato delle auto elettriche. Le case automobilistiche si erano definitivamente indirizzate nel canale della mobilità elettrica impegnandosi, non solo nella progettazione e riconversione delle fabbriche, ma anche nell’acquisto o nelle joint-venture con società specializzate nella produzione di batterie moderne, ed anche nella filiera mineraria per l’estrazione delle materie prime. Se guardiamo la consistente offerta dei modelli elettrici che sono arrivati sul mercato tra il 2018 e il 2020, possiamo notare quale importanza i costruttori di auto stiano dando al settore. Infatti, se nel 2018 i modelli in produzione in Europa erano circa 60, le previsioni per il 2020 sono di passare a 176, nel 2021 a 214 e nel 2025 a 333. Ma il favore dei consumatori verso la mobilità elettrica sarà confermata dopo il lockdown? Si presume che il settore abbia preso una strada irreversibile, dalla quale non ci sia intenzione e possibilità di fare marcia indietro, anche perché i consumatori sono sempre più attenti alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle loro città e ad un uso più ecologico dei mezzi di trasporto per i viaggi di medio raggio, quelli compresi tra 200 e 700 km. Il ruolo della macchina, da usare sulle medie percorrenze, non gode più quell’appeal che aveva prima, non solo per la questione del rapporto tra gli inquinanti emessi dalle auto per km. percorso rispetto al treno, ma anche per una nuova vivibilità durante il viaggio, in cui l’utente, sul treno, può riposare o lavorare come fosse in ufficio. L’auto elettrica, nell’ambito della fascia 1-200 km. resterà probabilmente il mezzo di trasporto meno inquinante in rapporto alla libertà di spostamento individuale. Ma come scegliere la nuova auto tra le proposte del mercato: Full Eletric, Full Hybrid, Plug-in Hybrid o Mild Hybrid ? Vediamo le differenze tra le varie motorizzazioni: Full Eletric: è un’auto la cui trazione avviene esclusivamente tramite un motore elettrico alimentato da una batteria ricaricabile tramite una sorgente esterna, domestica, wallbox o tramite una colonnina stradale. Non emettono CO2, hanno bisogno di una manutenzione molto limitata e non usano in nessun caso carburante fossile. Full Hybrid: sono veicoli che hanno un buon compromesso tra impatto ambientale, alta percorrenza kilometrica e consumi. Sono caratterizzate dall’installazione di due motori, uno elettrico e uno termico (a gasolio o a benzina), che convivono durante l’uso della vettura. Quando la macchina è in marcia, la ricarica delle batterie avviene attraverso il motore termico e le decelerazioni del veicolo. Normalmente si usa in modalità elettrica durante le basse percorrenze, come i circuiti cittadini o manualmente in altre circostanze. Plug-in Hybrid: sono auto di concezione simile alle Full Hybrid ma che hanno il vantaggio di poter essere ricaricate utilizzando anche una fonte di energia esterna attraverso un cavo. Mild Hybrid: sono veicoli dotati di un motore elettrico di potenza ridotta rispetto alle altre tre categorie che abbiamo visto, che entra in funzione solo in alcune circostanze, come l’accensione o la marcia a bassa velocità. Pur rientrando nella categoria dei motori ibridi ed essendo una soluzione più economica rispetto alle altre tipologia di trazione, è quella che però ha una minore efficacia in termini di consumi e sostenibilità.

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https://www.arezio.it/ - Abbiamo smarrito la coscienza ambientale?
Abbiamo smarrito la coscienza ambientale?
Martedì, 5 maggio 2020 | Ambiente

Sembra si sia formata un’assuefazione ai disastri ecologici attuali e futuri Qual’è l’impatto del tam-tam mediatico che da qualche anno ci sta avvolgendo e che rimarca una situazione ecologica globale disperata? Abbiamo smarrito la coscienza? A discapito di quello che si pensa, il sentimento nei confronti delle informazioni sull’ambiente che ci giungono, sempre più gravi, documentate con dovizia di particolari da una comunicazione efficiente e puntuale, non coinvolge tutti allo stesso modo e con la stessa enfasi.  Diamo per scontato che sia del tutto superfluo, come qualcuno ha l’ardire di sottolineare, discutere se la proporzione del disastro ecologico in cui viviamo sia degna di nota o meno, perché vorrei eliminare quella frangia di persone che tendono a non considerare il problema. Non parliamo solo di gente comune, ma di politici, in posizioni apicali, che ironizzano sull’esistenza del problema ecologico, sui cambiamenti climatici e sulle loro conseguenze per la vita di tutti, utilizzando i social quale mezzo di persuasioni delle coscienze influenzabili, dimostrando una cultura scientifica, oltre che morale, del tutto discutibile. La situazione ambientale a cui siamo arrivati è un intreccio così complicato di fili, che rappresentano l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei rifiuti e dello scempio delle risorse naturali, i quali si stanno trasformando nella corda che si sta stringendo docilmente al nostro collo. I modesti cambiamenti che i movimenti ecologici e le autorità competenti stanno cercando di apportare al ciclo dei consumi, sono del tutto lodevoli nelle intenzioni e nell’impegno profuso, ma ancora poca cosa rispetto alla situazione globale che necessiterebbe di ben altre decisioni in tempi molto più ristretti. Le notizie sulle multinazionali che si alleano per diffondere un messaggio ecologico sul ciclo della loro produzione, fanno sicuramente piacere, ma questo mi porta a pensare che oggi, incalzate dall’opinione pubblica e con il rischio di essere etichettate come inquinatori seriali, si stiano muovendo per correggere qualche comportamento che va contro la logica ambientale. Razionalmente però, non possiamo immaginare che le industrie, basate sul business, quindi sul profitto ad ogni costo richiesto dagli azionisti, diventino paladine dell’ambiente. Certamente oggi hanno capito che un messaggio di marketing che sposi il filone “verde” potrebbe far acquisire nuove fette di mercato, o nel peggiore delle ipotesi, potrebbe evitare la perdita di clienti. Sono le istituzioni politiche a livello mondiale, supportati dalle menti scientifiche, non colluse con il business economico, che devono imporre a tutti noi, quindi anche al mondo della produzione, regole comportamentali che fermino il proliferare dell’inquinamento a tutti i livelli e inizino a ridurre il disastro ambientale in cui viviamo. Lo dobbiamo fare per noi. Certo, le scelte non sono semplici e implicano una visione molto più allargata di quello che si possa pensare. Io credo che, tra le altre cose, si debba anche considerare chi non si pone questi problemi, non per ignoranza o bieco calcolo, ma perché non può porseli, in quanto stretti tra esigenze quotidiane molto più opprimenti e immediate che pensare alla fine del modo. Come si può pensare di interagire ai fini ambientali con una popolazione povera, distribuita in molte aree del mondo, che deve pensare alla sopravvivenza quotidiana e non al futuro. Come possiamo pensare di incidere sulle coscienze delle persone che subiscono le disuguaglianze economiche trasformandoli in paladini ecologici. La coscienza ambientale, la produzione, i consumi eco-sostenibili, l’economia circolare e il corretto rapporto sulle risorse ambientali, rischiano di apparire un lusso, un ulteriore privilegio di chi può permettersi l’auto elettrica, l’acquisto di cibi bio o vestirsi con costosi abiti griffati provenienti da fonti riciclate. Abbiamo prima di tutto smarrito la coscienza, non solo ambientale, ma anche quella umana, anteponendo l’effimero risultato economico al benessere generale.

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https://www.arezio.it/ - Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
Martedì, 5 maggio 2020 | Economia circolare

Nell’ottica dell’economia circolare sono state identificate alcune tipologie utilizzabili, ma lo smaltimento rimane complesso. Sembra una lotta già vista in altri settori tra i prodotti eco compatibili e quelli di derivazione industriale che tanto ha interessato la popolazione e un po’ meno la politica. Come per la plastica, il vetro, il legno, la carta e metalli, esiste una competizione sotto traccia tra prodotto “vergine” e prodotto da riuso. Il fango di depurazione è un altro esempio della complicata normativa che regge il mercato dei rifiuti rispetto alle esigenze sul territorio degli operatori del settore. Esistono, in alcune aree, divieti assoluti nell’utilizzo di questi fanghi trattati e libertà di utilizzo in altre, complice anche una normativa che in alcuni paesi è ancora del secolo scorso. Ma cosa è il fango da depurazione? Le cosiddette acque nere delle reti fognarie che confluiscono nei depuratori cittadini, vengono trattate meccanicamente, biologicamente e chimicamente in modo da rendere il fluido di risulta adatto alla reimmissione in natura senza creare alterazioni nell’ecosistema. Queste operazioni creano uno scarto di lavorazione che è composto da un fango contenente parti organiche e inorganiche in gran parte biodegradabili. I fanghi si dividono in fanghi primari e secondari. I primari sono costituiti prevalentemente in: Organici, quali la cellulosa gli zuccheri i lipidi e le proteine, che sono facilmente biodegradabili Inorganici, quali la sabbia gli ossidi metallici e i carbonati Organici non facilmente biodegradabili, come le fibre le gomme e semi I fanghi secondari sono costituiti prevalentemente da: Solidi sospesi che non sono stati trattenuti dalla sedimentazione primaria Solidi prodotti direttamente dall’impianto, quali sostanze che non vengono attaccate dai batteri e solidi disciolti biodegradabili che vengono attaccate dai batteri. Senza entrare nello specifico delle differenze chimiche dei fanghi primari e secondari e sul loro diverso trattamento in un impianto di depurazione possiamo dire che i fanghi secondari sono i più ricchi di nutrienti, come l’azoto e il fosforo rispetto ai primari, quindi più adatti ad un uso in agricoltura. Quelli primari, invece, hanno un potere calorifico maggiore dei secondari biologici e quindi più indicati allo smaltimento per incenerimento. In realtà, per le difficoltà che le normative ambientali stanno ponendo, una consistente frazione di fanghi, che potrebbero essere utilizzati in agricoltura, si sta accumulando nei depositi in quanto non trovano uno sbocco commerciale. Se consideriamo che la produzione dei fanghi da depurazione non si ferma mai, in quanto le acque nere confluiscono ogni giorno nei depuratori, l’enigma di dove collocarli aumenta sempre più ogni giorno. Il problema non è solo per gli impianti di depurazione, ma coinvolge anche gli agricoltori che sono costretti ad usare concimi chimici quando la natura ci dà le stesse sostanze che necessita la terra sotto forma di liquami trattati. I metodi per affrontare questa emergenza vede la reazione degli operatori divisi tra passivi e attivi. Per passivi intendiamo le soluzioni tecniche che mirano, attraverso metodi di gestione del ciclo di depurazione, alla riduzione della quantità di fango di risulta. Tra quelli attivi troviamo proposte per trasformare il fango in “gesso di defecazione” ottenendo un prodotto che non è più da considerare rifiuto, ma come un additivo che può essere utilizzato in agricoltura come correttivo delle ricette di concimazione. Un altro progetto è la “carbonizzazione accelerata del fango” attraverso la permanenza dei fanghi in un’autoclave ad alta pressione (18 bar) e ad alta temperatura (190°). Così facendo si genera una trasformazione dei fanghi in un prodotto definito “biocarbone”. Una ulteriore linea di smaltimento è quella di mischiare i fanghi di depurazione, attraverso un impianto di iniezione dei fanghi disidratati, ai processi di combustione dei rifiuti, creando una co-combustione che utilizzerebbe una percentuale di fanghi tra il 7 e 8% rispetto ai rifiuti immessi.

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https://www.arezio.it/ - Densificazione del polipropilene da post consumo: quali accortezze
Densificazione del polipropilene da post consumo: quali accortezze
Martedì, 5 maggio 2020 | Informazioni Tecniche

La riduzione dell’umidità del prodotto deve tener conto delle problematiche di imballo e stoccaggio La densificazione del polipropilene proveniente dalla raccolta differenziata, è un’operazione che permette di utilizzare uno scarto composto prevalentemente da imballi alimentari, in cui la componente media di polipropilene sopra l’85% permette la produzione di molti prodotti finiti non estetici. La raccolta differenziata che viene realizzata nelle nostre case, comporta la separazione delle plastiche miste dalla carta, dal vetro, dai metalli e dalla carta. La plastica mista viene avviata agli impianti di selezione dei materiali che hanno il compito di separare le varie tipologie di plastiche presenti nei sacchi raccolti. Le preponderanti quantità sono rappresentate dall’HDPE, dal PET, dal Polipropilene, dalle plastiche miste e dal Polistirolo. La separazione avviene attraverso il caricamento sui nastri trasportatori del contenuto dei sacchi, che viene avviato alla separazione attraverso macchine a lettura ottica, permettono una divisione per famiglia di plastiche omogenee. Una di queste famiglie è rappresentata dagli imballi alimentari in polipropilene che vengono separati dagli altri materiali ed avviati alla fase di riciclo. Queste operazioni contemplano la triturazione del materiale e il successivo lavaggio, attraverso la centrifugazione e la decantazione in vasca del polipropilene, con lo scopo di separare per azione meccanica e per gravità inquinanti o plastiche differenti non intercettare dai lettori ottici. La fase successiva è rappresentata dalla densificazione del materiale che ha lo scopo di ridurre drasticamente la quantità di acqua presente nel polipropilene macinato, con la conseguenza di permettere l’estrusione del materiale ma anche una riduzione del peso complessivo al metro cubo. La densificazione del polipropilene avviene attraverso la frizione sulle coclee o viti controrotanti, che svolgono un’azione di plastificazione e di asciugatura e asciugatura, se non è previsto un impianto dedicato per questo scopo, e la successiva fase di bricchettatura del materiale. Se il materiale densificato non viene incanalato automaticamente in un estrusore per produrre granulo, ma viene insaccato in Big Bags per un uso successivo o perché il densificato verrà venduto tal quale, è importante seguire alcuni accorgimenti: Se il materiale venisse venduto per fare compounds, la dimensione della pezzatura dovrebbe essere, preferibilmente, tra i 10 e i 12 mm., permettendo così una più semplice azione di miscelazione con altri polipropileni sotto forma di densificati o macinati. Questo potrebbe comportare una rimacinazione del densificato per ridurne le dimensioni.Bisogna stare molto attenti a misurare la temperatura del densificato prima di insaccarlo, in quanto è facile che un’operazione di riempimento dei Big Bags con materiale caldo, possa indurre a fenomeni di autocombustione interna del materiale. Questo fenomeno può capitare in quanto il cuore del materiale nel Big Bag difficilmente si raffredda, anzi, tende ad accumulare calore rischiando di entrare nella fase di autocombustione. Per evitare questo fenomeno è importante che all’uscita del densificatore si provveda ad un raffreddamento ad aria del materiale e, se possibile, evitare l’insaccatura diretta finché il materiale non si è raffreddato tutto in modo uniforme.La giusta percentuale di umidità media di ogni Big Bag dovrebbe essere misurata con il materiale freddo ed apparentemente asciutto, se la destinazione del polipropilene è quella di essere venduto per fare i compounds. Non è solo una questione di peso, infatti ad una percentuale più alta di umidità corrisponde un peso maggiore del carico non gradito al cliente, ma, cosa molto più importante, una maggiore umidità potrebbe comportare problemi in fase di estrusione e possibili difetti estetici dei prodotti finiti realizzati.Un’ultima accortezza riguarda la percentuale di polipropilene che dovrà avere il vostro densificato, in quanto la selezione del materiale a monte nei centri di selezione dei rifiuti, ne determinerà il valore. Se il cliente ha esigenze particolari in termini di percentuali minime di polipropilene nel densificato che acquisterà, è importante verificare regolarmente questo valore attraverso la prova del DSC delle varie partite di rifiuti selezionati ricevute. Il densificato in polipropilene da post consumo può essere, come abbiamo visto, utilizzato per la produzione dei granuli con il prodotto tal quale, per la realizzazione di compounds in granuli, mischiando scarti post industriali, ed infine può essere impiegato anche per lo stampaggio diretto, per prodotti non estetici, attraverso stampi con punti di iniezione adatti alla dimensione delle scaglie.

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https://www.arezio.it/ - L’assorbimento dell’umidità nei polimeri
L’assorbimento dell’umidità nei polimeri
Martedì, 5 maggio 2020 | Informazioni Tecniche

Materiali Igroscopici e non Igroscopici Tutte le materie polimeriche durante la fase di sintesi, di trasporto e di stoccaggio hanno la tendenza a trattenere l’umidità, raggiungendo un valore di equilibrio con l’ambiente, che dipende dal tipo di polimero, dall’umidità e dalla temperatura dell’aria, dalle dimensioni del granulo e da molti altri fattori che si studieranno dettagliatamente nel prossimo capitolo. In base alla capacità di assorbire le molecole d’acqua presenti nell’ambiente circostante, le materie plastiche si possono suddividere in: igroscopiche e non igroscopiche. Nei polimeri igroscopici l’acqua è assorbita all’interno del granulo plastico e si lega chimicamente con il materiale stesso. Appartengono a questo gruppo polimeri ingegneristici come poliammide (PA), policarbonato (PC), polimetilmetacrilato (PMMA), polietilentereftalato (PET), acrilonitrile-butadiene-stirene (ABS). Nei polimeri non igroscopici, invece, l’acqua non penetra all’interno del materiale ma si deposita solo sulla superficie. Polietilene (PE), polipropilene (PP), polistirene (PS) sono polimeri di questo tipo. Il processo di asportazione dell’umidità superficiale nei materiali non igroscopici risulta essere semplice e veloce e richiede l’utilizzo di essiccatori ad aria calda. Nel caso dei polimeri igroscopici, invece, la rimozione dell’umidità residua è più difficoltosa e richiede l’utilizzo di deumidificatori nei quali l’aria calda, insufflata per asportare l’acqua contenuta nei granulati polimerici, è preventivamente deumidificata. Molti polimeri tecnici (chiamati anche “tecnopolimeri” o “polimeri ingegneristici”) sono igroscopici e sono caratterizzati da una determinata percentuale di umidità che li rende saturi e da una precisa velocità di assorbimento. Quando un polimero igroscopico è esposto all’atmosfera, le molecole d’acqua diffondono all’interno della struttura polimerica legandosi alle catene molecolari e causando la riduzione dei legami intermolecolari e aumentando la mobilità delle molecole, fungendo da plastificante. In generale l’igroscopicità di un polimero è legata alla polarità della struttura chimica delle macromolecole del polimero stesso. Un’importante caratteristica dell’acqua è data dalla polarità della sua molecola, con momento di dipolo molecolare pari a 1,847 D. La molecola dell’acqua forma un angolo di 104,5º con l’atomo di ossigeno al vertice e i due atomi di idrogeno alle due estremità. Dato che l’ossigeno ha una elettronegatività maggiore, il vertice della molecola ospita una parziale carica elettrica negativa, mentre le estremità recano una parziale carica elettrica positiva. Una molecola che presenta questo squilibrio di cariche elettriche è detta essere un dipolo elettrico. Nella struttura molecolare di molti polimeri igroscopici è presente il gruppo carbonilico, che è un gruppo funzionale costituito da un atomo di carbonio e uno d’ossigeno legati da un doppio legame. La particolarità di questo gruppo è che l’ossigeno è molto elettronegativo e conferisce una polarità al legame. Dato che l’ossigeno ha una elettronegatività maggiore, esso ospita una parziale carica elettrica negativa, mentre al carbonio rimane una parziale carica elettrica positiva. Polimeri che contengono molti gruppi carbonilici presentano, quindi, una carica negativa sull’ossigeno che attrae la carica positiva presente sull’atomo di idrogeno della molecola d’acqua. L’attrazione tra la carica positiva e quella negativa genera un legame debole chiamato a ponte d’idrogeno. Il gruppo carbonilico è presente in molti polimeri igroscopici come policarbonato (PC), polietilentereftalato (PET) e polibutilentereftalato (PBT). I legami a ponte d’idrogeno sono deboli rispetto ai forti legami presenti nella catena polimerica, ma sono forti abbastanza da provocare l’adsorbimento delle molecole d’acqua fino ad un valore d’equilibrio che è caratteristico per ogni tipo diverso di polimero. Nelle poliammidi l’idrogeno legato all’azoto ha una debole carica positiva, poiché l’atomo di azoto è molto più elettronegativo dell’atomo di idrogeno, e una volta attratto dalla carica negativa dell’ossigeno della molecola d’acqua forma un legame a ponte d’idrogeno. Inoltre anche nelle poliammidi è presente il gruppo carbonilico che forma legami deboli con l’idrogeno presente nelle molecole d’acqua. L’igroscopicità dei polimeri, quindi, è legata alla struttura delle macromolecole e alla formazione di legami a ponte d’idrogeno che provocano l’adsorbimento dell’umidità. Infatti polimeri che contengono il gruppo carbonilico e polimeri come le poliammidi sono igroscopici ed assorbono umidità attraverso la formazione di legami ad idrogeno. I polimeri non polari, invece, come le poliolefine (polipropilene e polietilene) e polistirene non assorbono umidità attraverso legami a idrogeno.

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https://www.arezio.it/ -  8000 Metri di Vita: In Alta Montagna con Simone Moro
8000 Metri di Vita: In Alta Montagna con Simone Moro
Lunedì, 4 maggio 2020 | eBook

Sono quattordici le cime che superano questa quota, “la zona della morte” 8000 Metri di Vita -Simone Moro- Milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia, pareti verticali, creste scintillanti che si elevano fino alla quota di volo di un jumbo, sopra gli 8000 metri. Sono quattordici le cime che superano questa quota, “la zona della morte”, oltre la quale la sopravvivenza umana è possibile solo per alcune interminabili e gelide ore. Simone Moro, alpinista di fama internazionale, ha voluto mostrare il volto di ogni versante di queste piramidi naturali e ha riportato uno ad uno gli itinerari di salita e le storie di vita alpinistica trascorse sull’orlo dell’abisso. Per Simone “scalare le montagne del mondo è il mezzo per scoprire limiti e virtù personali ma anche le culture, i popoli, i problemi del mondo”. Lasciamoci accompagnare da questo suo modo di intendere il mondo verticale, sfogliando questo volume con le migliori immagini di silenziosi e possenti scenari naturali scattate ad alta quota dall’autore e da alcuni suoi compagni d’avventura. Versione Italiana e Inglese. Se desideri acquistare il libro: 8000 Metri di Vita scrivi a: info@arezio.it

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https://www.arezio.it/ - Intelligenza artificiale, robotica e biotecnologie: molti resteranno indietro
Intelligenza artificiale, robotica e biotecnologie: molti resteranno indietro
Lunedì, 4 maggio 2020 | Notizie Generali

E’ probabile che il progresso tecnologico aumenterà ulteriormente il divario tra ricchi e poveri Stiamo vivendo in un periodo di profonda trasformazione sociale dove ci siamo improvvisamente accorti che la terra, su cui viviamo, potrebbe collassare sotto l’incalzante e forsennato delirio di sfruttamento a cui l’abbiamo sottoposta. Da una parte esiste l’accecante luccichio del denaro e dall’altra la ragionevolezza che ci dice che dobbiamo cambiare il nostro modello di vita. Ricordo che nel 2015 gli stati membri delle Nazioni Unite avevano raggiunto un accordo per rispettare una serie di obbiettivi di sviluppo sostenibile al fine di invertire la tendenza al riscaldamento globale. Oggi si è fatto poco o niente e il 2030, anno entro il quale si sarebbero dovuti raggiungere questi obbiettivi, è così vicino rispetto alle trasformazioni che si devono fare. L’impegno per le emissioni zero entro il 2030 imporrebbe il ripensamento della mobilità su gomma, delle reti energetiche, dell’industria pesante, dell’alimentazione, della gestione dei rifiuti, della tipologia di costruzione degli edifici e dell’uso della chimica pulita. Questo vuol dire una rivoluzione globale, epocale e uno stile di vita completamente diverso da quello di oggi, che, sembra, negli ultimi quattro anni trascorsi, non abbiamo minimamente modificato. Infatti il riscaldamento globale non si è mai ridotto, la CO2 non è diminuita, le morti a causate delle complicazioni sanitarie dell’inquinamento non sono sotto controllo, la distruzione della biodiversità e delle foreste continua nei paesi che le conservano e, infine, il problema dei rifiuti, in particolare quelli plastici, non ha trovato ancora una soluzione corretta e condivisa. Viviamo in un periodo di inerzia, affascinati dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale, dalle quali ci aspettiamo soluzioni ai nostri problemi. L’era digitale che è da poco cominciata, ha la prospettiva di migliorare la vita delle persone, attraverso l’elaborazione, ad alta velocità, di dati raccolti e immagazzinati, che possono aiutare a prendere decisioni più corrette, a far crescere nuovi business, che sarebbero stati impensabili fino a poco tempo fà e a potenziare la ricerca per far nascere nuovi prodotti e risolvere problemi tecnici. Il contributo dell’intelligenza artificiale, della robotica, delle biotecnologie lo potremo vedere in uno sterminato numero di settori che vanno dalla medicina, attraverso nuove apparecchiatura di diagnostica, ma anche attraverso all’interpretazione dei dati provenienti dalle analisi di laboratorio e strumentali, che possono aiutare i medici a ridurre gli errori in fase di diagnosi. Potremo trovare l’intelligenza artificiale avanzata nei nuovi sistemi di commercializzazione dei beni e servizi, nelle tecnologie legate alla gestione dei rifiuti, nei sistemi di immagazzinamento dell’energia pulita, nelle nuove frontiere delle biotecnologie applicate all’agricoltura e alla meccanizzazione intelligente del lavoro. Ci sono ottime speranze che la nuova era tecnologica ci possa aiutare a risolvere i problemi di cui il mondo sta ancora soffrendo ma, se da una parte la strada è segnata e l’applicazione dell’intelligenza artificiale e della tecnologia crescerà sempre più, portando miglioramenti nelle condizioni di vita dei cittadini rispetto ai problemi che abbiamo visto prima, dall’altra segnerà, probabilmente, un solco profondo tra nuovo e vecchio mondo. La comprensione della nuova era digitale, a cui saranno collegate tutte le attività vitali, necessita di scolarizzazione medio-alta per poter usufruire delle nuove tecnologie. Ma forse ci dimentichiamo che al mondo esistono circa un miliardo di persone che non sanno nè leggere nè scrivere, che un numero cospicuo di popolazione ha una scolarità così elementare che non sarebbe in grado di capire, oggi, il nuovo mondo in arrivo, che queste persone, bambini compresi, hanno problematiche di sopravvivenza fisica ed economica come priorità per la loro vita. Che una buona parte della popolazione, specie in Africa, non ha accesso alla corrente elettrica, all’acqua, non può usufruire di strade e vive di sussidi o muore di fame. Loro si alzano alla mattina e pensano come poter arrivare a sera, per sé stessi e per le loro famiglie, nessun altro ragionamento accademico o scientifico. Inoltre il fenomeno delle migrazioni di massa dai paesi sud Americani o Africani, che tanto inorridisce le nostre società evolute, sono un campanello dall’allarme di ciò che la gente è disposta a fare per trovare una vita dignitosa in cui si possa assicurare i beni essenziali per vivere. Nella parte di mondo in cui il benessere invece è più diffuso, l’intelligenza artificiale e la robotica porterà alla distruzione di un tessuto sociale produttivo fatto da persone di età media che non è e non sarà in grado di gestire e interpretare le trasformazioni tecnologiche e soprattutto, perderà il posto di lavoro proprio a seguito dell’efficienza ed economicità dei sistemi. Di questo nessuno se ne preoccupa, non ci sono reti sociali pubbliche che pensino di proteggere i più deboli dalle sfide che ci aspettano. Nessuno si sta preoccupando della piaga della disoccupazione che potrebbe avanzare velocemente andando ad intaccare anche i bilanci statali. Credo sia un dovere per tutti che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale non lascino indietro nessuno.

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https://www.arezio.it/ - A Rai news 24 si parla di plastica riciclata con Arezio Marco
A Rai news 24 si parla di plastica riciclata con Arezio Marco
Mercoledì, 29 aprile 2020 | Notizie Generali

Intervista al consulente della plastica riciclata e dell’economia circolare L’argomento di interesse durante l’intervista riguarda la gestione del rifiuto plastico che diventa un bene nell’ottica dell’economia circolare e non un problema, come lo si vede normalmente La plastica oggi, oggettivamente, fa parte della nostra vita e, se volessimo di colpo rinunciarvi faremmo un salto indietro di 100 anni, bloccando completamente la nostra vita e la nostra economia. Non più cellulari, computer, macchine, elettrodomestici, presidi sanitari sterili, componenti d’arredo, imballi e molte altre cose. Certo, non si può dire che non si possa trovare un’alternativa, ma ci vuole tempo, risorse e la verifica che queste alternative trovate siano ad impatto zero, altrimenti non ne vale la pena. La plastica è economica, leggera, resistente, duttile, resistente, durevole, estetica, isolante, riciclabile e.. molte altre cose. Sicuramente dobbiamo impegnarci di più per assicurarci che il rifiuto, a fine vita, non venga buttato stupidamente nell’ambiente anziché nei centri di raccolta e selezione, per potergli dare una nuova vita senza dipendere dalla natura. Perché è questo il problema: è l’uomo incivile, non la plastica che inquina. Nell’intervista, di cui potrete sentire uno stralcio, si parla proprio dell’economia circolare della plastica, definendo il percorso dei prodotti realizzati “dalla culla alla culla” in quanto una volta realizzato un elemento in plastica di uso comune, se ne segue il percorso fino alla fine del suo utilizzo. Quando diventa rifiuto il compito del prodotto non è finito, in quanto attraverso il riciclo, meccanico o chimico, diventa ancora materia prima per la sua rinascita, infinite volte. E’ questa l’importanza e la bellezza dell’economia circolare, riutilizzare i prodotti che diventano spazzatura per non attingere alle risorse naturali limitate del nostro pianeta.

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https://www.arezio.it/ - L’ultima moda in cucina: cucinare con la lavastoviglie
L’ultima moda in cucina: cucinare con la lavastoviglie
Mercoledì, 29 aprile 2020 | Notizie Generali

I cibi possono essere cotti, in appositi contenitori, durante il lavaggio dei piatti per risparmiare energia Non c’è bisogno di fare grandi progetti per seguire i principi dell’economia circolare e della tutela dell’ambiente, ma l’attenzione agli sprechi della nostra vita quotidiana, moltiplicati ed ampliati dal numero della popolazione, incideranno sul benessere del nostro pianeta. Avete mai pensato che l’utilizzo dell’acqua più o meno calda incide su consumi e inquinamento? Pensate che per riscaldare 60 litri d’acqua servono 2,17 kw/h, mentre per 20 ne sono sufficienti appena 0,72 (una lavastoviglie con il programma Eco consuma appena tra gli 0,8 e 1,5 kw/h). Ecco perché è nata l’dea di sfruttare ancora di più il microclima che si produce nella lavastoviglie durante il lavaggio, utilizzando le alte temperature per cuocere dei cibi. Come avviene la cottura dei cibi nella lavastoviglie? Durante il lavaggio, all’interno della macchina si sviluppa un vapore caldo che è paragonabile a quello della cottura a vapore utilizzata per moltissimi tipi di cibi, nella cucina più salutista. Ecco che allora, inserendo nella lavastoviglie appositi contenitori rigorosamente a chiusura ermetica (per non rovinare i cibi con il contatto diretto con l’acqua) è possibile cuocerli in maniera naturale, mentre nel frattempo lavate i piatti del pranzo. In base al tipo di lavaggio potete ovviamente scegliere la temperatura di cottura. Ormai sul web spopolano anche i ricettari per la cottura in lavastoviglie. Quale è il rapporto tra la temperatura del lavaggio e quella della cottura? Lavaggio eco = cottura a bassa temperatura (50° – 55° C) Lavaggio normale = cottura a media temperatura (60° – 65° C) Lavaggio intensivo = cottura a medio alta temperatura (70° – 75° C). Per la cottura potete anche utilizzare gli appositi sacchetti per il sottovuoto, che siano adatti anche alla cottura. Badate che così come i vasetti ermetici, anche i sacchetti siano lavabili e riutilizzabili, così da fare un vero servizio per l’ambiente. Se volete provare subito con quello che avete in casa, mettetevi alla prova con cibi semplici che cuociono a basse temperature. Potete provare con qualsiasi alimento: carni, pesci, molluschi, frutta, ortaggi. Quali sono gli alimenti sconsigliati per la cottura nella lavastoviglie? Naturalmente prediligete per la cottura in lavastoviglie solo i cibi che richiedono cotture brevi e a basse temperature. Evitate cibi come riso o legumi, che richiedono lunghe cotture e temperature elevate. Risparmio di acqua, di corrente e di gas sono i contributi giornalieri che possiamo dare attraverso l’uso corretto delle fonti energetiche in casa nostra.

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https://www.arezio.it/ - Quale futuro per il mercato dei polimeri da post consumo?
Quale futuro per il mercato dei polimeri da post consumo?
Lunedì, 27 aprile 2020 | Economia circolare

L’economia circolare che cresce in molti paesi nel mondo, i prezzi del petrolio, la concorrenza dei polimeri vergini La raccolta differenziata ci restituiva, dopo la trasformazione, una materia prima per la produzione di granuli, macinati e densificati adatti alla produzione di prodotti plastici, consentendoci di chiudere il cerchio dell’economia circolare. Ora il mondo sta cambiando e dobbiamo ripensare ad un modello produttivo e distributivo che non consideri più la Cina come mercato prevalente e che possa trovare una soluzione verso la competizione con i prezzi delle materie prime vergini. Un tempo c’era la Cina, che fagocitava tutto lo scarto di basso valore delle materie prime in balle provenienti dalla raccolta differenziata mondiale, lasciando, a noi occidentali, l’illusione che avessimo fatto tutto il dovuto per creare un circolo virtuoso sui rifiuti. Raccolta, selezione, impiego dei materiali da post consumo più nobili attraverso la produzione di polimeri, vendita in Cina dello scarto non utilizzato e distribuzione dei polimeri “vendibili” nei mercati remunerativi: questo era il lavoro delle economie del riciclo occidentali. Fino al 2017 la nostra economia circolare ruotava intorno a questo paradigma e ci siamo illusi di poter creare un business verde e remunerativo con questo sistema. Ma quando la Cina ha deciso di non acquistare più le balle di rifiuti plastici, i riciclatori si sono divisi in due categorie: Chi raccoglieva dal mercato il rifiuto post consumo e post industriale, vendendolo come materia prima non lavorata, ha subito compreso la pericolosità commerciale e le conseguenze che questo stop poteva creare nel futuro. Infatti in pochi mesi i mercati occidentali si sono riempiti di rifiuti plastici di scarsa qualità che non avevano più una immediata collocazione. Chi si occupava della lavorazione dei rifiuti da post consumo, acquistando prevalentemente alle aste nazionali il rifiuto sotto forma di plastica mista che proveniva dalle nostre città. Approfittando del blocco delle importazioni Cinesi dei rifiuti plastici hanno iniziato a vendere lo stesso prodotto sotto forma di granulo. Tutti, chi più chi meno, hanno approfittato delle opportunità che questo mercato offriva, sotto forma di importanti contratti in termini di tonnellate vendute mensilmente e pagamenti in anticipo, facendo la felicità degli imprenditori. Pochi hanno pensato che la festa potesse finire e, quindi, non si sono posti il problema di investire per qualificare il prodotto, in quanto oggettivamente, sia l’LDPE, che il PP o PP/PE, miscele composte dagli scarti del post consumo, sono molto sensibili e instabili nella qualità. Inoltre, in alcuni casi, il mercato cinese ricercava granuli di valore molto basso, con l’obbiettivo di comprimere il più possibile il prezzo, in modo da poter dare spazio a tutti gli intermediari commerciali. Una parte dello scarto delle lavorazioni del post consumo veniva “aggiunta” nel granulo per ridurre gli scarti da portare in discarica e abbassare il costo del granulo. Un prodotto così squalificato che prospettive può avere oggi? Forse abbiamo perso tempo prezioso perché oggi si intravedono alcuni problemi non facili da risolvere: Il mercato cinese probabilmente non tornerà indietro, accettando di diventare ancora la pattumiera del mondo, né sotto forma di balle di materie plastiche né di polimeri riciclati da post consumo di bassa qualità. Con il passare degli anni, Pechino aumenterà la quota di raccolta differenziata e avrà a disposizione sempre più materia prima per produrre i polimeri da post consumo che ha sempre comprato in Occidente sotto forma di rifiuto, macinato o granulo. Il governo sta andando verso una politica di economia circolare in tutti i settori sociali, che sia nell’ambito dei rifiuti, delle energie rinnovabili e del controllo dell’inquinamento. I produttori occidentali non hanno investito abbastanza e in tempo per aumentare la qualità dei polimeri da post consumo, attraverso ricette, metodi selettivi, accordi tecnici con i produttori di prodotti del packaging, che riducessero i problemi prestazionali che l’input da genera, puntando solo a minimizzare i costi di produzione, per avere un prezzo sempre più competitivo che svuotasse ogni mese il loro magazzino delle materie prime. Si è considerata quasi esclusivamente l’importanza della quantità e ben poco alla qualità del prodotto. L’economia circolare funziona se le materie plastiche riciclate potranno competere sempre più con quelle vergini nell’uso su larga scala, ma se la qualità rimane molto distante, non c’è prezzo o obbligo nell’uso che ne permetta una grande diffusione. Finché il rating, che il mercato dà ai polimeri realizzati con il materiale da post consumo, rimane a livello “spazzatura”, sarà difficile ipotizzare un vero incremento dei consumi. La variabile del prezzo del greggio, con i ribassi mai visti fino ad oggi che sembrerebbe possano mantenersi nel breve periodo, spinge la competizione economica tra le materie prime vergini e le materie riciclate, portando ad una forte discriminante all’uso di quest’ultima. Nemmeno i polimeri da post consumo di più alta qualità, come per esempio l’HDPE da soffiaggio o estrusione, riuscirebbero a reggere un confronto commerciale con i polimeri vergini, se non ci fosse, in alcuni casi per questioni di marketing, l’obbligo all’uso delle materie prime riciclate.

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https://www.arezio.it/ - Transizione energetica: dal carbone alla biomassa-carbone
Transizione energetica: dal carbone alla biomassa-carbone
Sabato, 25 aprile 2020 | Energie Rinnovabili

Gli obiettivi di riduzione della CO2, a fronte dell’aumento della richiesta di energia, richiede la rimodulazione delle produzioni Nonostante sia da anni che si parla di decarbonizzazione, la produzione di energia elettrica, nel mondo, attraverso l’utilizzo delle centrali a carbone, ricopre ancora un ruolo fondamentale. Infatti fino al 2017 non risultavano dismissioni di impianti anzi, c’è stato un incremento della produzione di energia di oltre 250 TWh. La conseguenza di questo comportamento si può vedere dall’incremento delle emissioni di CO2 in atmosfera che, a livello globale, è stato pari all’1,4% e la frazione di competenza delle centrali a carbone nella produzione dell’energia elettrica si attesta intorno al 45%. Nonostante l’avanzamento delle fonti rinnovabili si stima che la produzione di energia elettrica dal carbone vedrà solo una leggera flessione a partire dal 2021, flessione che da sola non da nessun vantaggio apprezzabile a livello ambientale. I più grandi utilizzatori di carbone per la produzione di energia sono: In Asia: la Cina e l’India In Europa: La Germania, la Polonia, la Turchia, la Grecia e il Regno Unito In America: gli Stati Uniti Per invertire la tendenza e contenere l’inquinamento dell’aria che i cittadini respirano e per rientrare negli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi nel 2015, in cui si sono fissati percorsi di sviluppo delle energie rinnovabili come le biomasse, il solare, l’eolico, l’idroelettrico, la geotermica e la marina, si deve intervenire sulla riduzione dell’uso del carbone nelle centrali ancora in funzione. Tra le fonti sopra citate, la biomassa può avere un’affinità industriale con il carbone per creare produzioni di energia elettrica, attraverso la co-combustione tra la frazione composta di carbone e quella naturale, con lo scopo di mantenere l’efficienza di produzione e la riduzione degli inquinanti in atmosfera. Attraverso la co-combustione si sono rilevate efficienze produttive maggiori rispetto all’uso della biomassa al 100%, un costo di riconversione delle centrali a carbone inferiore rispetto a costruire nuovi impianti funzionanti solo a biomassa e un allungamento della vita delle centrali a carbone, finchè la transizione energetica possa dare uno stop a questo tipo di attività. Dal punto di vista economico la co-combustione non dà risparmi rispetto alla produzione tradizionale con il solo carbone e non è sempre semplice abbinare l’eterogeneità della biomassa durante la fase produttiva con la lignite, ma di certo, dal punto di vista ambientale ci sono degli indubbi vantaggi. Ma per rendere appetibile la riconversione delle centrali a carbone è necessario che gli stati creino forme di incentivazione economica per abbassare il costo dell’energia prodotta senza far rimpiangere la produzione tradizionale. Ci sono paesi che stanno producendo regolarmente attraverso il processo di co-combustione e che, nello stesso tempo, hanno strutturato fondi per la sostenibilità economica della produzione, come la Danimarca, i Paesi Bassi e il Regno Unito. Ci sono invece altri paesi, come la Germania, l’Italia, la Francia e la Finlandia, dove esistono impianti similari, in cui questa forma di produzione di energia non riceve piani di incentivazione preferendo investire le risorse disponibili in fonti totalmente rinnovabili. Ci sono invece paesi, soprattutto nell’est dell’Europa, come la Repubblica Ceca, la Polonia la Bulgaria, ma anche il Kossovo e la Grecia dove l’energia elettrica viene principalmente prodotta attraverso la lignite e una prima riconversione ad un’attività di co-combustione, in attesa che si affermino le energie rinnovabili, creerebbe un miglioramento ambientale importante per la popolazione. Nei paesi extraeuropei il maggiore consumatore di carbone per la produzione di energia è sicuramente la Cina, la quale ha avviato una massiccia riconversione della produzione inserendo le biomasse nelle proprie centrali a carbone con lo scopo di combattere lo spaventoso problema dell’inquinamento ambientale. Infine, negli Stati Uniti, in Australia e in Sud Africa, nonostante abbiano a disposizione abbondanti fonti di biomassa (Stati Uniti) e di carbone (Australia e Sud Africa) questo tipo di tecnologia non si è sviluppata a causa della mancanza di incentivi statali. C’è anche da tenere in considerazione che il processo di utilizzo del carbone nelle centrali porta alla produzione di scarti, sotto forma di ceneri, che costituisce un rifiuto solido da smaltire. Attualmente il 50% circa delle ceneri di scarto finiscono nelle discariche e questo sta diventando un problema in quanto le normative internazionali spingono alla disincentivazione dell’uso delle discariche. Sono quindi nati dei progetti che impiegano le polveri di scarto delle centrali a carbone, come la creazione di zeoliti, minerali microporosi di conformazione tridimensionale, che, in virtù della loro struttura ramificata e inglobante, vengono utilizzati nella bonifica dei suoli e di acque contaminate. Un’altra applicazione la possiamo trovare nell’ambito delle piastrelle, in particolare nel gres porcellanato, dove la polvere del carbone viene impiegata in miscela risparmiando materia prima naturale.

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https://www.arezio.it/ - Il dalai lama si candida alle presidenziali degli stati uniti con i democratici
Il dalai lama si candida alle presidenziali degli stati uniti con i democratici
Sabato, 25 aprile 2020 | Notizie Generali

Il programma è incentrato sull’ambiente, l’economia circolare, i diritti delle minoranze, la riforma sanitaria, militare e diplomatica. Sarà forse stata la pandemia che ha duramente colpito gli Stati Uniti o forse i diritti violati delle minoranze ispaniche o forse la segregazione razziale che continua anche se sotto altre forme o l’enorme disuguaglianza sociale ed economica che esiste tra la popolazione o forse il disprezzo per l’ambiente o forse la mancanza del diritto alle cure mediche per la popolazione a basso reddito o forse…tutte queste cose insieme hanno spinto il Dalai Lama a concorrere per la presidenza degli Stati Uniti. Nessuno sa se la decisione del Dalai Lama di correre per la più alta posizione politica negli Stati Uniti venga da una compassione per la situazione in cui versa il paese più ricco e potente del pianeta o se sia l’ultimo atto politico di un leader internazionale, un atto d’amore verso gli americani, a cui non si poteva sottrarre. Secondo gli uomini più vicini al Dalai Lama il programma sarebbe sintetico ma efficace: Tutela dell’ambiente: progressiva riduzione dei finanziamenti alle attività di estrazione e raffineria del settore petrolifero, sotto ogni forma. Incentivazione con sussidi statali alla centralità dell’uso delle energie rinnovabili. Riconversione del parco auto, camion, treni circolante ad energia elettrica, purchè l’utilizzo dell’energia avvenga tramite elettricità sostenibile. Imposizione dei limiti di emissioni al traffico aereo. Dismissione delle centrali a carbone ed investimenti per la conversione delle centrali nucleari dalla tecnologia a fissione verso quella a fusione.Economia circolare: investimenti pubblici nel settore del riciclo con attenzione alla raccolta differenziata, al riciclo meccanico, chimico, alla termovalorizzazione per la produzione di energia e alla produzione di biogas dalla frazione umida. Apertura di un tavolo di discussione con le aziende che producono imballi per imporre un decalogo per la produzione di confezioni totalmente riciclabili. Imposizione dell’uso dei polimeri riciclati nei prodotti finiti, ad eccezione di quelli sanitari o in nel settore alimentare a contatto con il prodotto contenuto. Riciclo controllato dei rifiuti elettrici e degli scarti inquinanti e pericolosi. Divieto di esportazione dei rifiuti non trattati. Diritti delle minoranze: autorizzazione alla permanenza nel paese a chi ha un lavoro stabile e la famiglia, gestione dei flussi migratori attraverso le ricongiunzioni famigliari che siano economicamente sostenibili per la famiglia che accoglierà. Creazione di quote si solidarietà verso i nuclei famigliari che arrivano alle frontiere. Aiuti agli stati di partenza dei profughi per ridurre le pressioni alle frontiere. Parificazione morale, sociale e lavorative alle minoranze afro-americane e alle altre presenti sul territorio, accesso alle scuole con sussidi scolastici in base al reddito famigliare.Riforma sanitaria: diritto alla salute per tutti gli abitanti con contribuzione al costo dello stato da parte dei più abbienti. Rafforzamento della riforma Obamacare in tutti gli stati con investimenti statali sulle polizze sanitarie. Diritto degli americani a vivere in salute rispettando la dignità delle persone.Spese militari: l’esercito americano drena, dalle risorse dello stato, cifre enormi e, come per le lobbies del petrolio, anche quello delle armi spinge per un consumo continuo di apparati bellici. Fermo restando il diritto della difesa del proprio paese, una radicale riforma che ridimensioni l’esercito alla protezione del proprio territorio e non all’internazionalizzazione del business delle armi, facendo confluire i risparmi per migliorare le condizioni sociali dei cittadini americani. Cambio delle relazioni internazionali con distensione e relazioni diplomatiche paritarie con tutti i paesi del mondo. Cancellazione della supremazia psicologia nei confronti dei paesi esteri e collaborazioni per creare progetti comuni. Poi, è suonata la sveglia e mi sono accorto che stavo sognando.

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https://www.arezio.it/ - Interruzione del flusso di informazioni ed esasperata competizione
Interruzione del flusso di informazioni ed esasperata competizione
Venerdì, 24 aprile 2020 | Notizie Generali

Una sana rivalità all’interno dell’azienda è auspicabile ma gli eccessi sono da capire in tempo. Che venga spinta dai managers o che si alimenti in modo autonomo, la competizione tra gli addetti dei vari reparti aziendali ha una sua efficacia finché rimane una spinta costruttiva nel raggiungere gli obbiettivi comuni. Se gli impulsi competitivi diventano eccessivi possono essere destabilizzanti. La famosa frase “Divide et Impera” che il passato ci ha tramandato e che bene si plasma in ogni situazione di conflittualità, sembra sia da attribuire a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che riuscì militarmente a riunire la Grecia a discapito delle innumerevoli tribù e fazioni militari presenti sul territorio. Nel mondo moderno la strategia vuole esprimere un sistema di potere tenuto volutamente frammentato, in una condizione di eterno equilibrio tra conflitti interni e spinte per prevalere, al fine di mettersi in luce verso il gradino gerarchico superiore. Dal punto di vista manageriale, avere un team composto da elementi competitivi che detengono piccole aree di potere, frazionate tra loro, può essere, se ben gestito, una forza importante nel raggiungimento degli obbiettivi comuni. Ma i problemi possono nascere quando la competizione, tra i componenti del team, travalica in uno stato strisciante di lotte intestine, celate dalla ragione di raggiungere l’obbiettivo del team, che potrebbe essere un budget o la finalizzazione di altri traguardi. Il team nato per essere un ariete nel mercato, che dovrebbe essere composto da intelligenza, costanza, cuore, affidabilità, lealtà e spirito di squadra, potrebbe iniziare la sua lenta trasformazione con la creazione di fazioni interne che hanno come scopo primario quello di correre da sole e di screditare gli altri membri del team. La prima cosa che può capitare è la creazione di una nuova squadra all’interno del gruppo, arruolando i “fedeli” da una parte e dall’altra, interrompendo subito le linee di comunicazione. Le fazioni non si parlano più di cose professionalmente rilevanti, cercando di mantenere un comportamento sociale normale, creando un clima da moti carbonari dove apparentemente il clima di lavoro all’interno del team appare tranquillo. Ogni componente delle fazioni infonde molte più energie psico-fisiche nel lavoro, ma non sempre riesce a trasformarle in efficiente operatività in quanto la catena informativa può essere frammentaria o volutamente non completa o corretta. I motivi che spingono i lavoratori ad assumere comportamenti iper-competitivi tra loro possono essere molteplici: Una precisa strategia da parte del manager responsabile che, non sicuro delle proprie qualità professionali, spinge i sottoposti ad evitare forme di coalizione che potrebbero metterlo in difficoltà. Un’abitudine del responsabile del team che, incarnando la sua voglia di emergere, accetta la competizione diretta e la crescente tensione tra le fazioni, nella speranza che generino maggior profitto in termini di risultati rispetto ad un team coeso ma meno competitivo. Una mancanza di coinvolgimento da parte del manager nella vita quotidiana del team potrebbe portare ad una sottile forma di anarchia, in cui ogni capo fazione si sente manager del progetto. La mancanza di carisma del responsabile del team potrebbe indurre i componenti a cercare, attraverso azioni e comportamenti a volte spregiudicati, nuovi spazi per la lotta alla successione. Una marcata disomogeneità delle qualità e competenze dei componenti del team potrebbero portare ad una selezione naturale, con la creazione di squadre di serie A e di serie B, creando sentimenti di astio e forme di ostacolo nei lavori. E’ indiscusso che un buon livello di competizione interna alle squadre di lavoro sono una cosa del tutto positiva per raggiungere gli obbiettivi aziendali, ma la gestione di una squadra di lavoro comporta il coinvolgimento diretto del responsabile, non tanto come elemento superiore della scala gerarchica, ma come alleato in cui l’autorevolezza del leader possa galvanizzare in modo positivo la squadra. La circolazione delle informazioni deve essere obbiettiva e completa ed equamente distribuite a tutti in modo che ognuno possa elaborarle e dare il proprio contributo nell’interpretarle per generare una migliore strategie d’intervento.

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https://www.arezio.it/ - La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?
La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?
Mercoledì, 22 aprile 2020 | Ambiente

Se i Termovalorizzatori nascono per utilizzare correttamente l’End of Waste, le cementerie lasciano molti dubbi. Nell’ottica dell’economia circolare, lo scarto dei prodotti del riciclo plastico, che per sua composizione chimica non può essere utilizzato, ha una valenza termica come combustibile. Ma se l’End of Waste non può essere riciclato è perché è composto da un mix di scarti plastici che, se bruciati nei forni, determinano l’emissione di sostanze tossiche che non devono essere immesse in atmosfera. Per questo sono nati i termovalorizzatori. Gli impianti di termovalorizzazione sono progettati, costruiti e destinati alla combustione dell’End of Waste, tenendo in considerazione il processo chimico di trasformazione delle varie plastiche sotto l’effetto del calore.  Questo processo comporta la produzione di fumi nei quali sono contenute sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente che, un impianto nato per questo lavoro, gestisce in modo corretto, con l’obbiettivo di abbattere le sostanze dannose. E’ una pratica comune però, destinare una parte dell’End of Waste anche agli impianti di produzione del cemento, che lo utilizza come comburente per i propri forni a prezzi contenuti, ma attraverso impianti che non sono stati progettati specificatamente per lo smaltimento dei rifiuti. Ma cos’è l’End of Waste? Nelle corrette politiche di gestione dei rifiuti urbani ci sono due categorie di scarti che vengono raccolti e trattati in modo diverso e con scopi diversi: I rifiuti organici, che produciamo quotidianamente nell’ambito domestico, che vengono conferiti nei centri di raccolta dei rifiuti differenziati. Questi prodotti vengono trattati per la produzione di biogas, fertilizzante, anidride carbonica per uso anche alimentare ed energia elettrica. I rifiuti urbani, sotto forma di plastiche miste, che vengono selezionati per tipologia di plastica e avviati al riciclo trasformandoli in scaglie, densificati e polimeri. Nell’ambito della selezione delle frazioni di plastica emergono alcune famiglie, le cui caratteristiche non si prestano ad una selezione meccanica come, per esempio, i poli accoppiati, plastiche formate da famiglie di polimeri differenti tra loro ed incompatibili. Quando una plastica, alla fine del suo ciclo non è recuperabile in modo meccanico, può assumere una importante valenza termica creando un materiale comburente, di caratteristiche caloriche decisamente apprezzabili, che aiuta, attraverso il suo utilizzo, a continuare il cammino dell’economia circolare.  Infatti, oltre a non mandare in discarica questa frazione di plastiche miste, che in termini di volume annuo è decisamente importante, possiamo risparmiare l’utilizzo di risorse naturali derivanti dal petrolio. Con l’End of Waste si alimentano oggi principalmente centrali elettriche e cementifici. L’utilizzo di questo rifiuto nelle centrali elettriche ha ridotto la dipendenza anche verso il carbone, carburante fossile con un tenore di inquinamento molto elevato e responsabile di problemi legati alla salute dei cittadini che vivono nelle vicinanze delle centrali. La produzione di energia elettrica, attraverso l’End of Waste, ha permesso di calibrare la progettazione degli impianti rispetto al prodotto che serve come combustibile, creando un’alta efficienza ecologica rispetto ad altri sistemi. Nel nord Europa la produzione di energia attraverso la combustione di rifiuti plastici non riciclabili, risulta un buon compromesso tra risultato tecnico e ambientale. Il secondo ambito di utilizzo del carburante derivato dall’ End of Waste riguarda l’uso nelle cementerie, che lo impiegano per alimentare i forni per la produzione di clinker. Secondo uno studio fatto Agostino di Ciaula, gli impianti per la produzione di clinker/cemento non sarebbero adeguati, dal punto sanitario, ad impiegare questo tipo di rifiuto plastico. In base a queste ricerche, l’impiego dell’End of Waste nei cementifici, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili, causa la produzione e l’emissione di metalli pesanti, tossici per l’ambiente e dannosi per la salute umana. Queste sostanze quando emesse nell’ambiente, sono in grado di determinare un aumento del rischio sanitario per i residenti a causa della loro non biodegradabilità (persistenza nell’ambiente), della capacità di trasferirsi con la catena alimentare e di accumularsi progressivamente in tessuti biologici (vegetali, animali, umani). È stato dimostrato che, per alcuni metalli pesanti (soprattutto quelli dotati di maggiore volatilità), il fattore di trasferimento di queste sostanze dal combustibile derivato da rifiuti alle emissioni dell’impianto, è di gran lunga maggiore nel caso dei cementifici, quando confrontati con gli inceneritori classici. Questo valore è significativamente superiore a quello rilevabile in seguito all’utilizzo di End of Waste in impianti progettati per questo scopo (Termovalorizzatori) e, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili. Questo impiego è in grado di incrementare le emissioni nell’ambiente di diossine, PCB e altri composti tossici clorurati persistenti con conseguenze negative sulla salute umana. Fattori di trasferimento considerevolmente maggiori per i cementifici sono anche evidenti nel caso del cadmio, sostanza riconosciuta come cancerogeno certo (emissioni percentuali 3.7 volte maggiori nel caso dei cementifici) e del piombo (fattore di trasferimento percentuale 203 volte maggiore nel caso dei cementifici). Nonostante le misure tecnologiche di limitazione delle emissioni adottate dai cementifici, considerato l’elevato volume di fumi emessi da tali impianti, la quantità totale di Hg che raggiungerà l’ambiente sarà, comunque, tale da incrementare in maniera significativa il rischio sanitario dei residenti nei territori limitrofi. Limitando l’analisi al solo mercurio, è stato calcolato che ogni anno in Europa nascono oltre due milioni di bambini con livelli di mercurio oltre il limite considerato “di sicurezza” dall’OMS. Pur tralasciando l’incremento del rischio sanitario da emissione di metalli pesanti cancerogeni presenti nell’End of Waste (arsenico, cadmio, cromo, nichel), problemi altrettanto rilevanti derivano dalla presenza, concessa nel rifiuto stesso, di quantità rilevanti di piombo. Il fattore di trasferimento del piombo, dall’End of Waste alle emissioni, è circa 203 volte maggiore nei cementifici, rispetto agli inceneritori tradizionali, e i valori emissivi sono resi, nel caso dei cementifici, ancora più problematici da un volume medio di fumi emessi, circa cinque volte maggiore nei cementifici rispetto agli inceneritori classici. Anche per il piombo, come per gli altri metalli pesanti, il rispetto dei limiti di legge non è in grado di tutelare adeguatamente l’età pediatrica. L’esposizione a piombo, infatti, come quella da mercurio, inizia durante la vita fetale (in utero) e comporta un accumulo progressivo e irreversibile nell’organismo. Per limitarsi all’assunzione di piombo attraverso l’acqua potabile, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’assunzione di acqua con concentrazioni di piombo pari a soli 5 μg/L comporta un apporto totale di piombo che varia da 3.8 μg/giorno in età pediatrica a 10 μg/giorno per un adulto. Un altro problema riscontrato sono le emissioni di diossina, che anche se contenute all’1% è pur sempre una quantità da considerarsi ad alto rischio per la formazione e la conseguente emissione in atmosfera di diossine, (delle quali il cloro è precursore) e altri composti tossici clorurati, da parte dei cementifici che impieghino la co-combustione dell’End of Waste in sostituzione dei combustibili fossili. Le alte temperature presenti in alcuni punti del ciclo produttivo di questi impianti favoriscono la disgregazione delle diossine. Tuttavia, evidenze scientifiche mostrano con chiarezza come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento, (nella parte finale del ciclo produttivo la temperatura scende sino a circa 300°C) esse si riaggregano e si riformano, comparendo di conseguenza nelle emissioni. Rapporti SINTEF e pubblicazioni scientifiche internazionali, documentano la produzione di diossine e di naftaleni policlorurati da parte di cementifici con pratiche di co-combustione e, un recente studio, ha dimostrato quantità considerevoli di diossine nella polvere domestica di case localizzate nei territori limitrofi a cementifici con co-combustione di rifiuti. La Convenzione di Stoccolma richiede la messa in atto di tutte le misure possibili utili a ridurre o eliminare il rilascio nell’ambiente di composti organici clorurati (POPs) e, i cementifici con co-combustione, di rifiuti sono esplicitamente menzionati in essa. Inoltre, anche quando le emissioni di diossine siano quantitativamente contenute, l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti plastici, può generare la produzione e l’emissione di ingenti quantità di PCB (concentrazioni migliaia di volte superiori), composti simili alle diossine in termini di pericolosità ambientale e sanitaria. Le diossine sono composti non biodegradabili, persistenti nell’ambiente con una lunga emivita (che per alcuni congeneri arriva a superare il secolo), trasmissibili con la catena alimentare e, soprattutto, bio-accumulabili.  La Environmental Protection Agency (USA EPA) ha recentemente ricalcolato il livello giornaliero di esposizione a diossine considerato non a rischio per l’organismo umano, che è pari a 0.7pg (0.0007ng) di diossine per Kg di peso corporeo.

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https://www.arezio.it/ - L’economia circolare sarà messa in ginocchio dalla caduta del prezzo del petrolio?
L’economia circolare sarà messa in ginocchio dalla caduta del prezzo del petrolio?
Mercoledì, 22 aprile 2020 | Economia circolare

Ci sono relazioni tra ambiente, economia circolare ed energie rinnovabili con le quotazioni del barile. Il mondo, negli ultimi anni, ha fortemente spinto per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, che sono tra le cause principali dell’inquinamento, del degrado della salute umana, della distruzione dell’ecosistema, dei cambiamenti climatici, di un potere economico concentrato in poche mani che influenza la vita di miliardi di persone. Ma ora, potrebbero cambiare gli equilibri e il lavoro fatto fino a oggi. Non si era mai visto, da quando si era iniziato il monitoraggio delle quotazioni petrolifere, che il prezzo del WTI, il greggio che viene prodotto negli Stati Uniti, avesse un valore di mercato negativo: – 37,63 dollari. Si, non c’è un errore, è proprio così. Il mercato americano del petrolio, in questo momento, sarebbe disposto a pagare i clienti che potessero ridurre le sue scorte, avendo oggi un oggettivo problema di stoccaggio se la domanda di greggio dovesse rimanere sulle quantità odierne. Non fanno festa, però, nemmeno in Europa dove la quotazione del Brent del mare del nord è intorno a 27 dollari al barile e le prospettive per i prossimi mesi, a sentire gli esperi energetici, non sono delle più rosee. In effetti il blocco delle auto, delle navi, degli aerei e delle fabbriche nel mondo, a causa del coronavirus, ha distrutto la domanda di greggio facendo salire in modo esponenziale le scorte, con la conseguenza di non sapere più dove mettere le nuove produzioni di greggio. Inoltre, il taglio della produzione di 10 milioni di barili al giorno, deciso dai paesi aderenti all’OPEC +, non ha dato i frutti sperati in quanto il calo della domanda è risultata superiore ai tagli. In questo scenario complesso, oltre alla crisi del comparto petrolifero, che vede remunerativo il costo minimo del greggio tra i 30 e i 60 dollari al barile, in base alea tipologie di estrazione che impiegano, il comparto dell’economia circolare, delle energie rinnovabili e dell’ambiente intravede all’orizzonte dei seri problemi. Possiamo citarne alcuni: In molti paesi, a causa della pandemia, sono ritornati in uso i prodotti plastici monouso, che vanno dai sacchetti, ai piatti, ai bicchieri e alle posate. Questi prodotti, se dispersi nell’ambiente, sono imputati quali una tra le principali cause della formazione di micro e nano plastiche che vengono dispersi negli oceani, nei fiumi e nei mari, entrando, attraverso la catena alimentare nei nostri corpi con tutte le conseguenze sanitarie che implicano. L’industria automobilistica è stata duramente colpita dalla pandemia. Il blocco delle produzioni in tutto il mondo, ha causato il crollo delle entrate finanziarie ai produttori di auto, camion e machine industriali. Negli ultimi anni le aziende si stavano dedicando al delicato passaggio della produzione dai motori termici a quelli elettrici, con grandi investimenti programmati. Questi investimenti erano necessari per rientrare nei valori massimi di emissioni decise dai governi, soprattutto quelli Europei, al fine di contenere il riscaldamento globale. Ora, il settore auto si sta chiedendo se non sia il caso di spostare di 5 anni almeno la data per il raggiungimento, dal punto di vista industriale, di questi valori. Il mercato del riciclo delle materie plastiche ha già vissuto un anno difficile nel 2019, con una netta concorrenza sui prezzi da parte del comparto delle materie prime vergini. Nonostante molti stati nel mondo stiano adoperandosi per promuovere il riciclo dei rifiuti plastici che quotidianamente si producono, questo non si traduce in supporti reali all’industria del riciclo. La competizione che esiste tra i prezzi delle materie prime plastiche vergini con quelle rigenerate non è educativa, socialmente utile ed economicamente vantaggiosa per i governi, che hanno la responsabilità di gestire e trovare soluzioni corrette allo smaltimento dei rifiuti. Con il crollo dei prezzi del petrolio che stiamo vedendo in questi giorni, ci si può aspettare che le quotazioni dei polimeri vergini diventino, definitivamente e in ogni settore, più competitivi di quelle dei polimeri rigenerati. Questo bloccherebbe il mercato della lavorazione dei rifiuti plastici con la creazione di un enorme problema ambientale ed economico. Il grande sforzo fatto per incrementare la produzione delle energie rinnovabili, quale il solare, l’eolico, le biomasse, il geotermico e tutte le altre fonti in fase di studio e progettazione (energie dalle maree, dalle onde, dalle differenze di temperature dell’acqua, dall’idrogeno, dalla fusione nucleare e altre fonti) si potrebbero impattare con dei conti economici di produzione non più in linea rispetto al costo attuale del greggio. Pur sapendo che la lungimiranza tecnico-politica direbbe che le energie alternative al petrolio, in quanto rinnovabili, rimarranno nella nostra vita senza mai esaurirsi, le lobbies potrebbero giocare un ruolo determinante in questi periodi, per rallentare la spinta verso le energie rinnovabili. Ci auguriamo che il buon senso possa far capire che l’economia circolare, l’ambiente e le energie rinnovabili sono i pilastri della nostra vita su cui non si dovrebbe discutere per metterli in difficoltà.

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https://www.arezio.it/ - La Gestione dei Rifiuti nel Medioevo
La Gestione dei Rifiuti nel Medioevo
Martedì, 21 aprile 2020 | Storia

A partire dal 1200 d.C. nacque l’esigenza di regolare nelle città il problema degli scarti domestici e produttivi A partire dal Medioevo gli agglomerati urbani che crescevano sulla spinta di interessi commerciali, religiosi, produttivi o politici, iniziavano ad affrontare il problema della gestione dei rifiuti, in città di piccole dimensioni ma molto popolose. In “fai da te” non era più una soluzione accettabile. Quando parliamo di rifiuti ci vengono in mente subito immagini come la plastica, la carta, il vetro, il metallo delle lattine e gli scarti alimentari, che costituiscono il mix dei consumi degli imballi moderni. Niente di tutto questo nel medioevo, in quanto, per le tipologie di materie prime a disposizione e per l’abitudine ad usare un modello di economia circolare, che noi stiamo riscoprendo solo ora, che puntava al riutilizzo di tutto quello che si poteva riutilizzare, i rifiuti erano differenti. In cucina si buttava veramente poco, sia come materie prime fresche che come cibi avanzati, i quali, erano ricomposti abilmente in altre forme di alimentazione. Da qui nasce la caratterizzazione della “cucina povera” fatti di elementi freschi che venivano dalla campagna, che seguivano le stagioni, con cui si realizzano piatti non raffinati ma essenziali. Le materie prime di cui disponevano le persone erano fatte principalmente di legno, ceramica, stoffe, coccio, rame per le pentole e ferro per altre attrezzature. Tutte queste tipologie di materiali, a fine vita andavamo eliminate. Inoltre, in quel periodo, esisteva anche il problema dello smaltimento delle deiezioni, che costituivano un pericolo principalmente di tipo sanitario oltre che di decoro. Nelle città, per un certo periodo, si producevano anche prodotti come il pellame e il cuoio che creavano scarti solidi e liquidi altamente inquinanti e maleodoranti i quali creavano grandi problemi igienico-sanitari, tanto che poi, come vedremo più avanti, si decise di delocalizzare queste attività fuori dai centri urbani. Tutti questi rifiuti solidi venivano abbandonati lungo le strade, giorno dopo giorno, creando problemi per la salute della popolazione residente e di decoro per le città che incominciavano ad attrarre viandanti per affari o pellegrini per attività religiose. I rifiuti liquidi delle attività artigianali venivano smaltiti nei fossi, nei fiumi o nei campi direttamente senza troppi riguardi. A partire dal XII secolo d.C. la crescita demografica e artigianale delle città faceva nascere la voglia di primeggiare dal punto di vista dell’importanza sociale e della bellezza architettonica, mettendo in competizione una città con l’altra. Il miglioramento dell’aspetto estetico dei centri abitati doveva passare anche sulla riqualificazione delle strade cittadine che non potevano più ospitare ogni sorta di liquame, rifiuto e scarto di cui la cittadinanza si voleva disfare. Nasce così a Siena, per esempio, l’ufficio della “Nettezza Pubblica”, situato in piazza del Campo che, a partire dal 9 Ottobre 1296, iniziò ad appaltare la pulizia delle aree cittadine per la durata di un anno. L’appalto consisteva, non solo della pulizia delle strade con il diritto di trattenere tutti i rifiuti considerati in qualche modo riutilizzabili, ma anche la pulizia delle aree dei mercati con l’acquisizione della proprietà delle granaglie di scarto. Inoltre il comune affidava all’appaltatore una scrofa con i suoi piccoli, che lo aiutassero nella pulizia di ciò che era commestibile per i maiali. Per quanto riguarda le attività artigianali, la prima forma di regolamentazione della gestione dei rifiuti produttivi la troviamo nelle Costituzioni di Melfi, emanate nel 1231 da Federico II, che costituivano la prima raccolta di leggi in materia sanitaria. In particolare imponeva lo spostamento di produzioni nocive per la popolazione, come la concia delle pelli o la produzione di cuoio, all’esterno delle aree abitate. In altre zone geografiche, come a Friburgo, città medioevale fondata nel 1120, importante centro dell’area Germanica, vennero realizzati numerosi canali in cui era severamente vietato riversare immondizie da parte dei cittadini. Gli scarti solidi, prodotti dalle case e dalle attività artigianali, dovevano essere conferiti ai centri di raccolta stabiliti dalle autorità che, poi, provvedevano allo smaltimento gettandoli nel fiume Dreisam. Il sistema però, non sembrava realmente funzionare, in quanto i cittadini, il più delle volte gettavano i rifiuti nei vari canali evitandosi la strada verso i centri di raccolta.

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https://www.arezio.it/ - Il metallo che conduce elettricità ma non il calore
Il metallo che conduce elettricità ma non il calore
Lunedì, 20 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

VO2 – è l’abbreviazione chimica del biossido di vanadio metallico, un super metallo che apre nuove applicazioni. Il biossido di vanadio metallico (definito come il metallo che conduce elettricità) non è un composto scoperto di recente, in quanto la sua conoscenza è da attribuire al mineralogista Andrés Manuel che nel 1801, a città del Messico, lo classificò come sale di piombo e non come elemento chimico. Fù solo nel 1830 che lo svedese Sefstrom lo riconobbe come elemento, dandogli poi il nome di Vinadio, ispirandosi alla dea Scandiva della bellezza, in relazione alle colorazioni che il composto aveva. Ma bisognò aspettare fino al 1869 quando l’inglese Roscoe realizzò il metallo riducendo il cloruro di vanadio attraverso l’idrogeno. Negli ultimi anni si è riaccesa l’attenzione per questo composto in quanto si è studiato, in modo più scientifico e con apparecchiature di ricerca più moderne, il principio di trasmissione dell’elettricità attraverso il metallo e della sua scarsa trasmissione del calore. I due fattori sono sempre stati legati e regolati dalla legge Wiedemann-Franz, che afferma che i conduttori di elettricità sono normalmente anche conduttori di calore, cosa che si evince quando si usa un elettrodomestico, notando il riscaldamento dell’apparecchio in prossimità del motore suo elettrico. Attraverso gli studi di un team di ricercatori americani si è potuto stabilire scientificamente come il biossido di titanio metallico non rispetti questa teoria, in quanto ha la capacità di passare da un isolante ad un elemento conduttivo a determinate temperature. Lo studio si è concentrato sulle implicazioni che potrebbe portare questa nuova conoscenza nel comportamento elettronico dei conduttori. Le conoscenze che si hanno nel campo dei conduttori sono rimesse in parte in discussione da questo nuovo composto, ma soprattutto si sono aperti nuovi scenari di impiego che potrebbero essere molto utili. Pensiamo alla possibile conversione del calore disperso dei motori elettrici in elettricità o migliorare l’isolamento termico degli infissi. Infatti, la caratteristica del biossido di vanadio è quella di diventare conduttore a temperature superiori a quelle dell’ambiente, perciò si è voluto analizzare il principio secondo cui gli elettroni si muovono all’interno del reticolo cristallino del prodotto, verificandone anche la quantità di calore prodotto. Questo test ha potuto dimostrare che la conducibilità termica degli elettroni nel composto fosse di circa 10 volte più bassa rispetto a quello che la legge Wiedemann-Franz avrebbe previsto. Ulteriori tests sono stati fatti con lo scopo di capire quali e quanti materiali si possano unire al biossido di vanadio per modificare la quantità di calore e di elettricità che, il nuovo composto ottenuto, potrebbe esprimere. Nelle possibili nuove applicazioni che si possono immaginare attraverso l’uso di questo prodotto, c’è da tenere presente che il biossido di vanadio ha la caratteristica di essere trasparente fino ad una temperatura di circa 85° e riflettendo la luce infrarossa a dai 140°. Nel campo della costruzione di edifici, che tengano in considerazione il risparmio energetico, l’emissione contenuta di C02 e il risparmio di corrente, si può ipotizzare di utilizzare il biossido di vanadio per il rivestimento di infissi dove l’alta conduttività termica sarà apprezzata d’estate, in quanto terrà freschi gli ambienti e la bassa conduttività termica, in presenza delle basse temperature, aiuterà l’isolamento degli edifici.

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https://www.arezio.it/ - Come saldare le materie plastiche riciclate
Come saldare le materie plastiche riciclate
Lunedì, 20 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

Sistemi, attrezzature e materiali utilizzati per la saldatura di due articoli plastici. Dal punto di vista normativo la saldatura delle materie plastiche avviene nel collegamento di materiali termoplastici attraverso il calore, la pressione e, in certi casi, l’uso di materiali atti a favorire la saldatura. Dal punto di vista paratico l’operazione si svolge attraverso il riscaldamento delle due superfici da saldare, ad una temperatura leggermente superiore a quella di fusione dei materiali da unire, applicando una certa forza per collegare le due parti, in modo che i punti scelti per la saldatura diventino i più omogenei possibili. I materiali più adatti a questa operazione sono i termoplastici e i termoelastomeri, mentre i termoindurenti e gli elastomeri presentano alcune difficoltà nel creare le giuste condizioni termiche per le saldature a caldo. E’ possibile unire, in qualche caso, anche materiali diversi tra loro, avendo cura di accertarsi che abbiamo una compatibilità chimica e di temperature di fusione. Vediamo quali sono i principali sistemi di saldatura delle materie plastiche: Riscaldamento diretto con attrezzo caldo, si intende il collegamento delle due superfici da unire, esercitando una leggera pressione, attraverso l’uso di attrezzi metallici che inducono calore ad una temperatura stabilita. Una volta riscaldate le due superfici deputate alla saldatura si uniscono con una pressione in modo che il materiale fuso faccia da collante tra le due parti. Saldatura a gas caldo, avviene attraverso l’utilizzo di aria calda, con temperature comprese tra gli 80 e i 500° a secondo dei materiali da unire, utilizzando un filo di saldatura. L’applicazione d questa tecnologia può avvenire manualmente o attraverso apposite macchine. Le saldature possono definirsi a “ventaglio”, tipicamente una saldatura manuale, a “trascinamento a gas caldo”, attraverso l’uso di macchine, a “estrusione”, che è un’evoluzione del precedente metodo e si usa per saldature di grandi quantità. Saldatura ad ultrasuoni, avviene attraverso l’uso di onde sonore, con una frequenza tra 20 e 25 kHz, che creano un attrito tra le superfici e il conseguente riscaldamento delle parti da unire, creando le condizioni ideali di saldatura per elementi rigidi in tempi molto ristretti. Saldatura ad alta frequenza, si intende la creazione di un campo elettrico alternato ad alta frequenza all’interno del quale, con una dovuta pressione, si possono saldare plastiche come il PVC, EVA, PET, ABS PUR. Questi materiali hanno un fattore di perdita dielettrico abbastanza elevato quindi si consiglia il preriscaldamento degli elementi da unire. Saldatura a laser, detta anche saldatura penetrante, colpisce le superfici delle materie plastiche e successivamente queste trasmettono il calore al loro interno per alcuni millimetri di spessore. Questo sistema ha dei vantaggi di utilizzo dati dalla velocità di esecuzione, dalla possibilità di saldare in punti poco accessibili e con elementi non perfettamente uniti. Lo svantaggio sono gli alti costi e quindi viene utilizzata quando si vogliono realizzare saldature in tempi molto rapidi o quando gli altri sistemi tradizionali non sono efficaci. Una volta eseguite le saldature secondo il miglior metodo scelto è raccomandabile e in alcuni casi obbligatorio, eseguire prove di laboratorio per verificare la buona riuscita del lavoro. A seconda del tipo di saldatura e del tipo di manufatto su cui si è fatto l’intervento di unione, vengono eseguite prove di laboratorio che ne certifichino la qualità dell’intervento. Queste possono esser prove di tenuta stagna, per esempio su manufatti quali tubi, sacchetti, contenitori ed imballaggi, e prove meccaniche. Le prove indicate sono quelle a flessione, trazione, flessione con piegatura e flessione con urto, oppure all’urto per trazione. Per quanto riguarda i tubi si possono effettuare prove di scorrimento e di resistenza alla pressione delle saldature.

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https://www.arezio.it/ - Valutazione sull’efficienza dell’economia circolare in europa
Valutazione sull’efficienza dell’economia circolare in europa
Sabato, 18 aprile 2020 | Economia circolare

Plastica, vetro, legno, metalli, carta, gomma. Prima di addentrarci nella valutazione dello stato di salute dell’economia circolare in Europa , è buona cosa ricordarci come la Comunità Europea è arrivata, negli anni, a promulgare norme sempre più ambiziose per spingere l’economia circolare. Dobbiamo partire dal 1975 quando la CEE emanò la prima direttiva relativa alla gestione dei rifiuti che aveva lo scopo, non tanto di responsabilizzare i cittadini Europei al riciclo e riuso, ma di tutelare la competitività commerciale del mercato in relazione alle diverse normative nazionali sullo smaltimento dei rifiuti. Si cercava quindi di impedire che un minore onere nazionale nello smaltimento dei propri rifiuti potesse generare un vantaggio economico sui prodotti finiti, con conseguenze di alterare principio della libera e corretta concorrenza. In quel momento, nonostante già si sapesse delle conseguenze sanitarie ed ambientali che comportava una gestione non oculata dei rifiuti, si preferiva considerare l’aspetto meramente commerciale del mercato. Ma fu solo nel 2008 che la Comunità Europea, attraverso una specifica direttiva, la numero 98, ha disciplinato la corretta gestione dei rifiuti in funzione alla sostenibilità ambientale e al principio di circolarità, con lo scopo di tutelare la salute, l’ambiente e le risorse naturali. Inoltre, nel 2018, è stata aggiornata la direttiva del 2008 innalzando gli obbiettivi di riciclo, ampliando la famiglia dei prodotti da riciclare, migliorando la prevenzione, varando piani di sostegno finanziario al mercato della circolarità, regolando la frazione dei rifiuti avviati allo smaltimento e al recupero energetico e molti altri punti. Per quanto riguarda l’evoluzione, in termini numerici, della circolarità dell’economia Europea negli utimi 10 anni, si è notato che la produzione complessiva dei rifiuti è rimasta abbastanza stabile, con un valore di circa 2,5 Mldt, ma è cresciuto del 7% la frazione di materiale recuperato, passando da 1029 a 1102 Mt. Esistono differenze di performance, tra le varie famiglie di prodotti che compongono il paniere delle attività circolari, in cui vediamo i rifiuti da imballaggio crescere del 27% dal 2006, portando il tasso di riciclo, rispetto all’immesso sul mercato nell’UE28 dal 57 al 67%, perfettamente in linea con le aspettative Europee pari al 65% per il 2025. I paesi con i più alti tassi di riciclo degli imballi sono la Germania con il 71%, seguono la Spagna con il 70% e l’Italia. Vediamo nel dettaglio le varie famiglie: Carta e Cartone. A livello Europeo la percentuale di riciclo della carta e del cartone, rispetto al valore di merce immessa sul mercato, è passata dall’83% del 2009 all’85% del 2017, la cui lenta crescita è frutto di una buona attività di recupero avvenuta già negli anni scorsi, portando il comparto a superare gli obbiettivi previsti per il 2025. Ci sono sicuramente anche delle zone d’ombra per il futuro, in quanto il settore deve risolvere l’impatto sugli alti costi energetici che le cartiere devono sostenere e la gestione dello scarto del riciclo. Vetro Il tasso di riciclo degli imballaggi in vetro, a livello Europeo, rispetto al valore del prodotto immesso sul mercato, è passato dal 68% del 2009 al 74% del 2017, ponendo la Germania in testa in termini di volumi, seguita dalla Francia e dall’Italia. Anche in questo settore, come in quello della carta, la possibilità di ampliare la raccolta e il recupero della materia prima passa dall’incremento e dall’ammodernamento degli impianti di trattamento del vetro e dalla soluzione della gestione degli scarti di produzione che vengono generati durante il riciclo. Plastica Per quanto riguarda la plastica i dati di riciclo a livello Europeo ci dicono che la raccolta è passata dal 32% del 2009 al 42% del 2017, ponendo la Germania in testa con la Spagna a 48% seguita dall’Italia. La crescita negli ultimi periodi è stata molto importante, ma è assolutamente necessario risolvere la questione delle plastiche miste che oggi pongono un freno al settore e incrementare l’uso dei polimeri rigenerati che derivano dalle attività di riciclo, verso prodotti che permettono il loro utilizzo. In merito a questo problema si sono emanate alcune normative che impongono l’uso dei polimeri rigenerati, come il PET, nelle bottiglie con capacità fino a 3 litri, e che limitano la produzione e la vendita di prodotti monouso. Ma molto ancora resta da fare in altri ambiti produttivi, dove si potrebbe imporre l’uso di una certa % di materiale rigenerato in quei prodotti che non hanno una valenza sanitaria o alimentare. Legno Il tasso di riciclo Europeo del legno non configura valori di crescita molto elevati, passando dal 38% del 2009 al 40% del 2017, infatti il comparto soffre ancora della cattiva gestione della separazione del legno rispetto ad altri prodotti avviati alla discarica. Si sta comunque lavorando per riuscire a separarlo in modo più mirato, durante la raccolta differenziata, con l’obbiettivo di ridurre in modo sostanziale l’approvvigionamento industriale da risorse naturali. Metalli Per quanto riguarda l’alluminio la crescita del riciclo dei rottami è stata del 44%, passando da 683 Kt del 2009 a 981 Kt nel 2018, mentre per quanto riguarda il riciclo degli imballi si è superato l’obbiettivo del 2030. I settori di interesse riguardano gli scarti dei processi di laminazione, i rottami pre-consumo e post-consumo e gli imballaggi. In merito al riciclo dei rottami d’acciaio, si può notare un aumento da 12,8 Mt del 2009 a 12,9 Mt del 2019. Per gli imballi si evidenzia una buona performance pari all’8% rispetto al volume immesso. Anche in questo settore, nonostante gli obbiettivi del 2025 siano già stati superati, permangono difficoltà da affrontare come la necessità di raccogliere separatamente, in maniera qualitativa gli imballaggi e l’incremento dei prodotti realizzati con materiale riciclato. Gomma I dati relativi al riciclo della gomma e degli pneumatici esausti ha visto un incremento pari al 29%, passando da 136 Kt del 2013 a 176 Kt nel 2018. Da quando si è inserito il principio della “responsabilità estesa del produttore” la raccolta e l’avvio al riciclo degli pneumatici è aumentata riducendo il fenomeno dell’abbandono degli scarti nell’ambiente, fenomeno che tuttavia ancora persiste in alcune nazioni.

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Il tuo estrusore si lamenta? prova un cambia filtri in continuo
Venerdì, 17 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

La pulizia delle impurità nella produzione di granuli plastici da post consumo è diventata una sfida interessante Come abbiamo avuto modo di affrontare in altri articoli, la qualità dell’input della plastica proveniente dalla raccolta differenziata, ha subito negli ultimi anni un generale peggioramento, anche a causa della chiusura delle importazioni sul mercato cinese della fine del 2017. L’aumento della presenza di plastiche miste, come i poli accoppiati, il PVC o le contaminazioni di altre plastiche all’interno della balla di scarti da post consumo che arriva agli impianti di lavorazione delle materie plastiche, mette in difficoltà il produttore di polimeri sul mantenimento di un’idonea qualità dei polimeri da produrre. Mai come in questi periodi la qualità degli impianti di lavaggio degli scarti, sono un fatto fondamentale per selezionare, pulire e limitare, parti non facilmente lavorabili negli estrusori. Meno materiale incompatibile con quello principale da lavorare, come l’HDPE, il PP l’LDPE, l’MDPE, il PS e altri, più ne guadagna la produzione, in termini di velocità, qualità e costi. Il processo di lavaggio deve essere ben progettato in funzione dell’input da lavorare e, il suo utilizzo, non deve essere spinto per massimizzare la produzione, in quanto il ciclo di lavorazione degli scarti all’interno delle vasche prevede corretti tempi di passaggio del materiale, di movimentazione e una lunghezza sufficiente del percorso in acqua per la giusta decantazione del materiale. Non sempre si può disporre di impianti di lavaggio corretti e, non sempre a monte di questi, si può disporre di moderni impianti di selezione ottica dei materiali plastici in entrata, che possono dividere le plastiche per famiglie omogenee di prodotti. Quando il binomio tecnico, selezione automatica efficiente e lavaggi correttamente dimensionati, non sono disponibili o sono sottodimensionati, l’utilizzo del materiale da post consumo per la produzione di granuli riciclati potrebbe comportare molte difficoltà di produzione dei granuli. Sul mercato esistono degli impianti di filtrazione delle impurità che si abbinano agli estrusori e che possono sostituire i tradizionali filtri a cassetta, permettendo di dare alla produzione un aiuto in termini di qualità del granulo realizzato, riduzione degli scarti e velocità di produzione. Stiamo parlando dei cambia filtri automatici che prevedono un sistema di auto pulizia in continuo dei residui sui filtri, provvedendo all’espulsone delle parti di scarto, il mantenimento della pressione dell’estrusore, con perdite valutabili in 5-10 Bar e una modularità sulla capacità di filtrazione fino a 50 micron. I cambia filtri automatici possono essere impiegati anche per plastiche con instabilità di fluidità all’interno dell’estrusione, come il PET e il Naylon. Per quanto siano ottimi strumenti per migliorare il processo produttivo delle plastiche da post consumo, non bisogna dimenticare che questo tipo di rifiuti, in quanto provenienti da un mix eterogeneo di plastiche miste, avrebbero bisogno di un’attenta filiera di lavorazione che contempla tutti i passaggi inerenti al riciclo meccanico.

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https://www.arezio.it/ - Coronavirus: cosa succederà alla sharing economy?
Coronavirus: cosa succederà alla sharing economy?
Venerdì, 17 aprile 2020 | Notizie Generali

La condivisione delle macchine, bici, case e delle attrezzature nel periodo della post pandemia Arrivare in aereo in una città, alloggiare in una stanza in casa di una persona non conosciuta, uscire prendendo una macchina in car sharing o una bici, ci sembrerà strano? Probabilmente si, tutto quello che era una conquista è divento improvvisamente un problema. Vivevamo nel mondo della condivisione dei beni, dove il valore del servizio che si otteneva era il metro di valutazione dell’organizzazione della nostra giornata, un passaggio, un’auto per qualche ora, un monopattino, una stanza per una notte. Niente più proprietà del bene in uso, niente costi da sostenere in periodi in cui non viene utilizzato, niente ostentazione di una presunta ricchezza, libertà di cambiare lo strumento del servizio ogni giorno, costi bassi e poche responsabilità. Veniamo da anni in cui ogni cosa veniva acquistata, conservata, usata, a volte pochissimo e poi buttata, non perché non funzionasse più, ma perché vecchia e magari i ricambi erano fuori produzione. Al vertice di questi usi limitati c’era il sogno di tutti, l’auto, che veniva parcheggiata nel garage, mediamente, per il 90% del tempo della sua vita, ma si preferiva averla in quanto garantiva una sensazione di libertà e indipendenza di circolazione. E come dimenticare la dote di ogni bravo padre di famiglia aveva: il trapano. Quanti ne sono stati comprati per famiglia e quanti buchi sono stati fatti nel muro? Pochissimi. Ma al grido << senza trapano come fai? >> i produttori di questi elettrodomestici hanno venduto milioni di pezzi. Oggi, dove la mentalità è cambiata e si privilegia l’uso alla proprietà, per questioni ambientali, di economia circolare, di razionalizzazione del traffico, spingendo ad usare l’auto, per esempio, solo nell’ultimo breve tratto del tuo viaggio, suggerendo alla gente viaggiare in treno per le medie distanze. Si è quindi sviluppata negli ultimi anni, un’economia nuova, fatta di flotte di auto, spesso elettriche, motorini, bici, monopattini e, inoltre, anche nel settore dell’alloggio, si prenotano camere nelle case di comuni cittadini che ti ospitano, scavalcando gli alberghi, per ridurre il costo del pernottamento e per conoscere gente nuova. Ma in questo periodo in cui la pandemia da Coronavirus ci espone facilmente al contagio, dove il distanziamento sociale oggi è un requisito fondamentale, dove non si sa ancora quanto questo virus possa rimanere nel tempo sulle superfici toccate da una persona positiva, dove le abitazioni e le auto dovrebbero essere sanificate completamente dopo ogni utilizzo, ci chiediamo come comportarci in questo periodo sospeso. Ci auguriamo, che con l’avvento del vaccino, tutte queste perplessità rimangano un brutto ricordo, in quanto la Sharing Economy è un pilastro fondamentale dell’economia circolare e della tutela dell’ambiente e, mai si potrà pensare di adottare un modello di economia come quella passata, dove si continuava a produrre oggetti che non si usavano pienamente.

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https://www.arezio.it/ - L’economia circolare bussa in ufficio
L’economia circolare bussa in ufficio
Giovedì, 16 aprile 2020 | Economia circolare

Sedie, tavoli, armadi, lampade, scaffali in plastica, legno, metallo, sughero tutti riciclati In Ufficio ha bussato da tempo l’economia circolare, sotto forma di progettazione e costruzione di collezioni di arredo per l’ufficio e la casa che siano pienamente in linea con il rispetto dell’ambiente e il riciclo dei rifiuti che produciamo. Le collezioni di arredamento per gli uffici erano sempre partite dall’utilizzo di materiali vergini, sia in plastica, che in metallo, che in legno che in altri materiali, senza preoccuparsi dell’impatto che queste materie prime avevano sull’ambiente, in fase di produzione, né cosa succedesse al termine del loro ciclo di vita come rifiuto. Le cose negli ultimi anni sono molto cambiate e i clienti che vogliono comprare sedie, tavoli, lampade, scaffali, pareti fonoassorbenti e altri accessori, sono attenti a ricercare prodotti che siano ecologicamente sostenibili. Preso atto di queste richieste del mercato, i progettisti e l’industria del settore dei mobili hanno cambiato la loro mentalità progettuale e produttiva, mettendo le materie prime riciclate al centro dei loro progetti. L’inizio è sicuramente stato un po’ timido, in quanto i produttori hanno iniziato a sostituire, per esempio in alcune sedie, le strutture interne degli schienali e delle sedute, stando ben attenti a inglobare, quasi nascondere, le parti riciclate alla vista dei clienti. Dichiaravano che i prodotti erano fatti con l’ausilio di parti in materie plastiche riciclate, ma avevano paura che l’abbinamento del loro prodotto ad una materia prima riciclata potesse sminuirne la forza commerciale o la qualità del marchio. Successivamente la richiesta da parte del mercato di componenti riciclati si è fatta sempre più forte, spingendo così i designers a firmare collezioni con espressa evidenza contribuiva dei prodotti riciclati. Si sono adottati quindi plastiche provenienti dal post consumo per i pezzi non estetici, come il PP, l’HDPE e i mix PP/PE, mentre per le parti estetiche si è optato per le plastiche provenienti dagli scarti post industriali come l’ABS, il PA 6 e 66, il PS, il PC e il PP. Una gamma di prodotti che possono soddisfare in pieno le esigenze dei clienti in termini di robustezza, qualità estetica e rispetto per l’ambiente, in un’ottica di economia circolare. Mentre i compounds realizzati con le plastiche da post consumo non si prestano in modo spinto alla variazione delle performance tecniche, come l’MFI, il Modulo, l’Izod e le colorazioni chiare, i compounds realizzati con gli scarti post industriali possono replicare facilmente le esigenze tecniche ed estetiche ottenute con le materie prime vergini. Queste tipologie di plastiche riciclate possono provenire dalla raccolta differenziata domestica, dalla pulizia della plastica presente negli oceani o nei fiumi e dagli scarti delle lavorazioni industriali, potendole utilizzare anche nella costruzione, non solo di sedie, ma anche di scrivanie, tavoli, lampade, scaffali, archivi e pannelli divisori isolanti. Nell’ottica dell’economia circolare, non esiste solo la plastica riciclata come elemento costruttivo per l’arredo dell’ufficio, ma anche il legno, specialmente quello naturalmente caduto o frutto di una coltivazione a ciclo continuo, oppure il metallo che proviene dalla raccolta dei rifiuti ferrosi e non ferrosi rimessi in circolo e il sughero. I designers ci hanno abituato anche a sfide estreme, come il progetto realizzato dall’architetto Danese NikolajThrane Carlsen che ha progettato e fatto costruire sedie di arredo e da ufficio, attraverso l’uso delle alghe del mare. Oppure il progetto dell’architetto Islandese Solvi Kristjansson che ha progettato una sedia utilizzando sughero e alluminio rigorosamente riciclato.

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https://www.arezio.it/ - India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
Mercoledì, 15 aprile 2020 | Ambiente

Assediate dall’inquinamento le città Indiane vivono immerse in una caligine permanente Un poco invidiabile record di inquinamento è detenuto dall’india che, a causa della sua numerosa popolazione, dagli assembramenti urbani e da una politica ambientale non eccelsa, è annoverato tra i paesi che producono maggiore inquinamento atmosferico al mondo. Forse è un fatto di cultura che il problema dell’ambiente non sia molto sentito nel paese, così che le fonti di inquinamento fanno parte della vita quotidiana della popolazione.  L’uso della carbonella per cucinare, il traffico impazzito composto da mezzi di trasporto che non hanno impianti per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, l’abitudine a bruciare la spazzatura specialmente la plastica, le centrali a carbone che sostengono la produzione di energia elettrica, l’incenerimento in campagna delle stoppie per preparare le nuove colture e le emissioni in atmosfera delle fabbriche. In questo momento la Cina, considerata il paese che produceva più inquinamento al mondo, si sta attrezzando per far fronte a un problema che è diventato anche sociale, di salute pubblica, lasciando il triste primato all’India. Le morti per inquinamento sono aumentate da 740.000 decessi del 1990 a 1.100.000 nel 2015, ricoprendo la quarta causa di morte in India, con una progressione in crescita che non vede la fine, in quanto, per ora, un progetto complessivo di riduzione delle fonti inquinanti non si vede ancora. Nonostante sia stato lanciato il progetto Ncap, che prevede la riduzione nelle aree metropolitane del PM 2,5 e PM 10, i risultati attualmente non sono visibili e valutabili. Nel frattempo è arrivato il Coronavirus, che ha imposto il lockdown per alcune settimane facendo chiudere, fabbriche, bloccando i voli aerei, il traffico su gomma, le metropolitane, dando così una tregua ambientale al paese. A seguito di queste restrizioni totali, nel giro di due settimane si è verificato una drastica riduzione delle polveri sottili e degli altri inquinanti solitamente presenti nei cieli Indiani, facendo scoprire nuovi aspetti della natura. In alcune aree del paese, a distanza di centinaia di chilometri, si è tornata ad ammirare la catena Himalayana che, secondo gli abitanti del Panjab, non si vedeva da 20 anni. I bambini hanno potuto godere di una vista meravigliosa su una catena montuosa di cui conoscevano l’esistenza solo sui libri.

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https://www.arezio.it/ - L’ambiente salubre e’ un nostro dovere
L’ambiente salubre e’ un nostro dovere
Mercoledì, 15 aprile 2020 | Ambiente

Dall’antropocentrismo dei diritti a quello dei doveri Dal punto di vista giuridico, possiamo garantire lo sviluppo sostenibile solo affermando che la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare a quelle future un pianeta non deteriorato. L’ambiente è saldamente in cima all’agenda della politica e al centro dell’attenzione dei mass media e delle persone comuni.  Surriscaldamento globale, Accordo di Parigi, Enciclica del Papa Laudato si’, caso Urgenda, economia circolare: sotto la pressione mediatica e avvinti dalla preoccupazione che nasce dalla percezione soggettiva del climate change, nessuno può oggi chiamarsi fuori dalle discussioni sull’ambiente. Tutti rivendicano la pretesa di vivere in un ambiente salubre e anche il diritto, nelle sue varie articolazioni, si sforza di dare corpo a una tale situazione giuridica, anche per renderla giustiziabile.  Ma davvero possiamo accampare diritti e pretese nei confronti della natura?  Eventi come i frequenti disastri naturali dimostrano che è un’illusione profonda quella di pretendere giuridicamente di vivere in un particolare contesto naturale (ché questo, tecnicamente, significa essere titolari di un diritto), che sia appunto salubre.  E quando l’ambiente o i suoi elementi non sono “salubri” (si pensi agli animali pericolosi), la prospettiva del diritto soggettivo appare insufficiente, né questo deficit di tutela può essere compensato accedendo all’ipocrisia del diritto degli animali: il diritto è una costruzione culturale dell’uomo e l’uomo ne è il protagonista (l’albero può forse agire in giudizio? Chi può ergersi a suo rappresentante?). Guardando il problema dal punto di vista giuridico non possiamo abbandonare l’antropocentrismo. Il problema nasce dal fatto che l’antropocentrismo del diritto all’ambiente salubre non ci soddisfa: rischia di essere un meccanismo un po’ ipocrita, irrigidisce la trama giuridica e appare svuotato di capacità di aggredire i problemi reali o uno strumento troppo forte in mano a pochi eletti. Su di un piano più generale, poi, riflette l’idea di un uomo – dominatore che accampa la pretesa di sfruttare la natura e finisce con il dequotare tutto ciò che non è strumentale al benessere del titolare.  La verità è molto più semplice.  L’ambiente, per l’uomo, anche giuridicamente, è l’oggetto non già di un diritto, ma di un dovere di protezione, in un’ottica di responsabilità.  Basta guardare ai principi della materia ambientale per rendersi conto che essi esprimono un contenuto evidentissimo di doverosità. Anche la protezione degli animali può essere meglio assicurata valorizzando le nostre responsabilità, piuttosto che invocando vuote pretese giuridiche di chi non le potrà mai esercitare. La disciplina di settore, poi, è letteralmente zeppa di doveri. Il principio base di tutti gli altri, lo sviluppo sostenibile, infine, conferma la correttezza di questa prospettiva e mostra che il vero baricentro della disciplina giuridica in materia di ambiente è il dovere di protezione del genere umano: la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare alle generazioni future un contesto ambientale non peggiore di quello ereditato. Occorre passare dall’antropocentrismo dei diritti all’antropocentrismo dei doveri.  Si tratta di uno scarto soprattutto culturale, che ha l’obiettivo di evidenziare le nostre responsabilità, di vittime o di aggressori.  Di fronte all’incertezza scientifica e alla straordinaria complessità del problema, questo atteggiamento impone di agire con saggezza e con estrema prudenza, ciascuno nel proprio specifico ambito di azione: i temi ambientali non possono essere risolti soltanto dall’economia, dall’etica, dalla scienza o dal diritto, imponendosi invece uno sforzo congiunto. Un atteggiamento forse da recuperare dopo l’esaltazione anche deresponsabilizzante dei diritti degli ultimi decenni e che suggerisce di valutare con una certa diffidenza chi, proponendo certezze assolute, pretende di semplificare una questione intrisa di inestricabili valenze etiche e assiologiche. A proposito di rispetto per le generazioni future: come il più contiene il meno, occorre attenzione e cautela anche nei confronti di quella attuale, sicché non convince la prospettiva di indicare qualche suo esponente come il portavoce privilegiato – ma quanto consapevole? dell’ambiente o delle generazioni future, dimensioni che non hanno bisogno di rappresentanti, ma che pretendono sofferto rispetto (voluto è ogni riferimento al caso Thunberg). Fabrizio Fracchia, ordinario presso il Dipartimento di studi giuridici dell’Università Bocconi di Milano

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https://www.arezio.it/ - Come migliorare la fidelizzazione del cliente nella vendita dei polimeri riciclati
Come migliorare la fidelizzazione del cliente nella vendita dei polimeri riciclati
Mercoledì, 15 aprile 2020 | Notizie Generali

Le competenze tecniche sul ciclo produttivo, sulla selezione dei rifiuti e sulla chimica dei prodotti migliorano la fiducia del cliente Il mercato della vendita dei polimeri rigenerati, siano essi granuli o macinati, ha una storia che parte da lontano e inizia dall’approccio della forza vendita dei polimeri vergini verso prodotti rigenerati, negli stessi mercati e sugli stessi clienti. I prodotti, all’inizio, sono stati visti solo come un ripiego economico, conveniente, alla richiesta del mercato di ridurre i costi dei prodotti finiti, creando una sorta di jolly da spendere quando le condizioni le ritenessero necessarie. Come poi si è visto con l’andare del tempo, la vendita dei polimeri vergini rispetto a quelli rigenerati necessita di approcci completamente diversi, in quanto la stabilità tecnica, qualitativa, produttiva e cromatica di un polimero vergine è diversa, o completamente diversa, da un prodotto rigenerato di cui è necessario conoscerne la storia. Questo approccio alla vendita ha portato in molti casi a problematiche tecniche ed economiche molto rilevanti che, nel passato, non hanno costituito problemi importanti per via dell’esigua quantità di polimero rigenerato che si produceva e si vendeva. Tuttavia, con il passare degli anni, è diventata sempre più una problematica importante a fronte di un deciso incremento della produzione e dell’uso dei materiali rigenerati sul mercato. Teniamo in considerazione che questo trend di consumo aumenterà sempre di più e le problematiche di gestione dei rifiuti, da cui hanno origine i rigenerati, saranno sempre più complessi per via dell’aumento sul mercato, di plastiche difficili da separare e riutilizzare in modo tecnicamente corretto. Fatte queste premesse l’approccio alla vendita di un granulo o macinato rigenerato deve partire dalla preparazione del venditore su vari aspetti del processo dei polimeri e del loro impiego, in particolare: Conoscenza della struttura chimica dei polimeri Conoscenza del ciclo di raccolta e separazione dei rifiuti Conoscenza del ciclo di rigenerazione, che comprende la macinazione, la vagliatura, il lavaggio, la selezione e l’estrusione del granulo Conoscenza dei limiti di queste lavorazioni in funzioni dell’input a disposizione Una volta acquisite queste informazioni è necessario avere le informazioni tecniche per valutare le differenze della qualità dei prodotti, granulati o macinati realizzati, quale base fondamentale per l’approccio corretto alla vendita, evitando errori che comporterebbero la perdita di fiducia del cliente e un costo economico non indifferente in alcuni casi. Le informazioni principali che la nostra rete di vendita dovrebbe acquisire sono: Conoscenza del funzionamento di un laboratorioe l’importanza della sistematicità delle prove dei lotti Conoscenza, dei materiali di largo consumo come il PP, HDPE, LDPE, MDPE e PVC, che non comportano necessariamente la creazione di ricette complesse, ma di alcune prove base come la densità, il DSC, l’MFI, il contenuto di ceneri, l’IZOD e il modulo. Sarebbe buona cosa sapere fare fisicamente le prove ma, se non si dispone di un laboratorio, capire come vengono fatte. Saper interpretare i risultai delle stesse per capire la qualità del prodotto che si vuole vendere Raccolte, interpretate e capite le informazioni che vengono dai tests di laboratorio, è importante capire quali interazioni i polimeri possono avere tra di loro e quali saranno le reazioni chimiche e fisiche durante la lavorazione e nella vita del prodotto stesso. Proporre al cliente un polimero solo attraverso l’identificazione di un parametro generico, per esempio solo l’MFI o la Densità, è una cosa non professionale e molto pericolosa. Nel mondo di oggi, in cui la velocità e la fluidità delle relazioni è un fatto imperante e la conclusione di una vendita è anche frutto di pressioni sia da parte di chi compra sia da parte di chi vende, la fretta non è un buon modo per fidelizzare il cliente, in quanto i polimeri riciclati hanno bisogno di un’attenta analisi sul prodotto finito che il cliente deve realizzare con i polimeri riciclati. Qui rientra in gioco una fondamentale competenza, che è quella di conoscere le interazioni e i comportamenti che le varie famiglie di polimeri hanno tra loro e tra e altre sostanze inglobate durante il riciclo dei rifiuti, in particolare: Comportamento chimico-fisico tra HD e PP per esempio nel soffiaggio di flaconi o nel film Comportamento chimico-fisico tra HD e PP per esempio nel nell’estrusione di tubi o profili Comportamento fisico tra PP e PE nello stampaggio soprattutto in relazione alla qualità delle superfici Comportamento chimico e fisico tra LD e PP e LLD per la produzione di film Comportamento fisico dei polimeri in presenza di gas o umidità Comportamento meccanico e limiti tecnici sulla presenza di cariche minerali nei vari polimeri Comportamento meccanico e limiti tecnici nell’impiego di PVC di diversa composizione per tubi, raccordi e profili Per ultimo, ma non tale per la rilevanza delle implicazioni connesse, è importante che chi si approccia alla vendita conosca il comportamento dei prodotti rigenerati, specialmente da post consumo, nell’ambito della produzione e le conseguenze, sulla qualità dei prodotti finiti, di scelte d’impiego di polimeri non idonei. Vorrei fare solo alcuni esempi esaustivi: Prevenzione dei difetti della superficie nella produzione di tubi lisci in HD, MD, PVC e LD Prevenzione dei difetti della superficie sugli anelli dei tubi corrugati in HD e PP Prevenzione dei difetti della superficie interna di tubi corrugati doppia parete Conoscenza delle tecniche di rafforzamento meccanico dei tubi corrugati utilizzando granuli da post consumo Conoscenza delle tecniche di protezione dagli agenti atmosferici e prolungamento della vita dei prodotti Conoscenza delle problematiche di soffiaggio di flaconi e taniche utilizzando materiali rigenerati, in relazione alla qualità della superficie, resistenza alla saldatura, allo schiacciamento, al colore e alla compressione verticale nel tempo. Conoscenza del comportamento in macchina e sul prodotto finito dell’uso di LD e HD, post consumo o misto, per la produzione del film di spessori differenti, in particolare l’evitare problemi di qualità della superficie, resistenza allo strappo, elasticità e brillantezza del colore Conoscenza del comportamento durante lo stampaggio e sui prodotti finiti di polimeri con componenti miste anche in piccola quantità Conoscenza dei comportamenti di bilanciamento delle ricette tra post consumo-post industriale e polimeri vergini in virtù di miglioramenti del ciclo produttivo e della qualità estetica e meccanica dei prodotti finiti.La conoscenza dei materiali rigenerati è sicuramente un motivo di auto fiducia nelle fasi di vendita, ma lo è anche per il cliente che acquista, in quanto si minimizzano errori che hanno sempre un costo.  

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https://www.arezio.it/ - Perchè qualcuno intravede la fine delle aziende familiari della plastica?
Perchè qualcuno intravede la fine delle aziende familiari della plastica?
Venerdì, 10 aprile 2020 | Notizie Generali

Alcuni imprenditori concentrano su se stessi il business senza far crescere l’azienda. Il problema degli yes-man e dei familiari all’interno Non c’è dubbio che il mercato si è fatto complicato e che le aziende per sopravvivere devono dotarsi di una struttura manageriale indipendente, qualificata e slegata dalla famiglia, che abbia una visione internazionale e che abbia potere decisionale per valutare le migliori prospettive per l’azienda prima che per l’imprenditore. Molte aziende familiari, che si occupano di riciclo, stanno vivendo una fase di forte trasformazione a causa dei cambiamenti del mercato, i quali sono maggiormente rappresentati dall’ingresso di società strutturate che si occupavano fino a poco tempo prima di business correlati ma differenti. Il mondo del riciclo delle materie plastiche si è sviluppato agli inizi degli anni 80 del secolo scorso, un po’ in sordina, sotto forma di piccole imprese che raccoglievano la plastica di scarto e ne seguivano la lavorazione, a volte anche con metodi un po’ artigianali. Il loro sviluppo, negli anni successivi, a seconda della collocazione geografica Europea, seguiva i sistemi imprenditoriali nazionali che si basavano, al nord, più facilmente sulla creazione di medie e grandi imprese, mentre nel Sud Europa, il più delle volte, basate sulla crescita di piccole e medie imprese che sfruttavano le opportunità che il mercato poteva offrire. Agli inizi degli anni duemila, il trend di crescita del mercato del riciclo delle materie plastiche e del suo indotto, ha avuto una grande accelerazione, con il passaggio delle aziende a dimensioni di fatturato e produttività sempre maggiori. A partire da questo periodo, il mercato del Sud Europa, contrariamente a quello che è successo nel Nord Europa, si è caratterizzato da un importante numero di piccole imprese che si sono trasformate in medie e grandi società produttrici di polimeri plastici, attrezzature per il riciclo o di servizi per il mercato. Inoltre, molte micro imprese artigianali si sono trasformate in piccole e medie aziende di produzione nell’ambito della plastica. Molti fondatori di queste società, specialmente quelle medio-grandi, hanno seguito passo dopo passo in prima persona, lo sviluppo delle proprie creature dalla loro fondazione, con un successo a volte crescente nel tempo e diventando l’unico punto di riferimento all’interno della società. L’incarnazione del successo commerciale e produttivo in un mercato nel corso degli anni in continua crescita, non ha generalmente creato situazioni in cui ci si potesse fermare per capire se il modello di business, varato dal proprietario-imprenditore, fosse corretto con l’evoluzione dei mercati. Nel frattempo, molte cose sono cambiate, in un mondo sempre più globalizzato e competitivo, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche sulle materie prime, sulle innovazioni tecniche, sulla necessaria rapidità nel prendere decisioni e sulla qualità del management necessario per la dimensione aziendale. Alcuni imprenditori, vivendo sui successi passati, non hanno affrontato in modo lucido ed imparziale l’evoluzione del mercato, continuando con un modello di gestione che ruotava, o ruota ancora oggi, intorno a loro, creando un soldato solo sul campo di battaglia. Ci sono delle situazioni cruciali che hanno inciso o incideranno sul destino di queste aziende: Una struttura gestionale sotto dimensionata rispetto al fatturato aziendale Una piramide di valori non indirizzata verso l’attenzione al cliente Una non obbiettiva valutazione delle qualità professionali dei familiari inseriti in azienda a cui si attribuiscono responsabilità e poteri decisionali Una propensione nella creazione di collaboratori yes-man in ruoli chiave Difficoltà nel delegare ai collaboratori compiti specialistici e delicati Incapacità di creare un team manageriale che possa acquisire la gestione di aree aziendali Incapacità di mettersi in discussione Incapacità di dare fiducia Limitazione della professionalità e delle opportunità di carriera dei collaboratori Paura dell’effetto ombra, che alcuni dipendenti potrebbero creare sui parenti che lavorano in azienda Internazionalizzazione non prioritaria Mancata presa di coscienza dei raggiunti limiti di età dei fondatori-manager Mancanza di una strategia aziendale per la successione del leader Oggi, molte di queste aziende, sono frenate e in difficoltà per i motivi sopra descritti e, inoltre, per il rallentamento aziendale dovuto all’eccessiva concentrazione decisionale nelle mani dell’imprenditore che non ha più il tempo e, forse, tutte le capacità legate ai molti ambiti aziendali in evoluzione, anche sotto l’aspetto tecnologico, di seguire il vorticoso flusso del mercato attuale. Si aggiunga inoltre che, da quando la domanda di avere all’interno dei prodotti finiti quote sempre maggiori di materiale plastico riciclato, le grandi aziende, strutturate e lungimiranti, stanno acquisendo quote di mercato attraverso l’incorporazione di riciclatori, che possono garantisre la filiera della materia prima seconda. Una parte di questi imprenditori ha capito quanto il mercato stia diventando competitivo, anche per la sproporzione delle disponibilità finanziarie che i nuovi concorrenti possono mettere in campo, ma soprattutto per la capacità di fare rete e di cogliere tutte le opportunità che il mercato concede, quindi decide di cedere l’azienda con l’obbiettivo di rilanciarla oppure per ritirarsi. Un’altra parte di imprenditori crede fermamente nella storia della propria società, facendo conto su se stesso e sulla tradizione che ha contraddistinto il loro cammino, in una sorta di immutabilità delle cose, con la speranza un giorno, il più lontano possibile per loro, che i propri figli indossino la loro corona e diventino i re del loro piccolo regno.

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https://www.arezio.it/ - Dall’economia circolare nasce il nuovo gasolio rinnovabile
Dall’economia circolare nasce il nuovo gasolio rinnovabile
Giovedì, 9 aprile 2020 | Economia circolare

La mobilità attenta all’ambiente potrà puntare su nuovi carburanti dai rifiuti Niente si butta, tutto si trasforma. Potremmo sintetizzare così i principi per cui si è arrivati a progettare un biocarburante che fosse più ecologico e più performante del biodiesel di derivazione vegetale, creando un prodotto che utilizzasse anche i grassi e gli oli di scarto. C’è un detto che recita: è nata prima la gallina o l’uovo? Nel caso del Diesel potremmo chiederci se è nato prima il biodiesel o il Diesel dagli Idrocarburi. La risposta non è così scontata come sembra, perché la storia ci dice che è nato prima il biodiesel, attraverso gli studi degli scienziati E. Duffy e J. Patrick che compirono, nel 1853 la prima transesterificazione dell’olio vegetale per far funzionare il primo motore diesel. Il 10 Agosto del 1893 Rudolf Diesel accese per la prima volta un motore alimentato a biodiesel e, successivamente, lo presentò all’esposizione internazionale di Parigi nel 1893, prevedendo un’alimentazione con biocombustibile prodotto dall’olio di arachidi. Nel corso degli anni 20 del secolo scorso, i produttori dei motori per autotrazione modificarono i loro prodotti per poter utilizzare il nuovo diesel di derivazione petrolifera, con lo scopo di sfruttare la minore viscosità del diesel petrolifero a discapito di quello vegetale. Inoltre, le industrie petrolifere puntarono sul mercato dell’autotrazione riuscendo a produrre un carburante più economico di quello vegetale, decretando la fine del biocarburante. Da qualche anno, le preoccupazioni di carattere ambientale e la riduzione della differenza di prezzo tra il prodotto vegetale e quello fossile, hanno riportato all’attenzione del mercato i prodotti di origine non fossile. Oggi si è fatto un ulteriore passo avanti progettando un carburante, che non solo non proveniente da fonti fossili, ma contempla nella sua ricetta anche derivanti dagli scarti dei grassi e degli oli. Ma quali sono le differenze tra il biodiesel e il diesel rinnovabile? Il biodiesel viene ottenuto attraverso la lavorazione dell’olio di girasole, di colza o di altre tipologie di piante, e presenta una viscosità comparabile con il gasolio di origine fossile. Il suo utilizzo, normalmente non prevede un uso al 100% nel motore, ma viene impiegato attraverso una miscela con il gasolio tradizionale, questo a causa del maggior potere solvente che metterebbe a rischio alcune guarnizioni all’interno dei motori più vecchi. Nelle zone in cui il clima è particolarmente rigido, l’uso del biodiesel, a causa degli esteri contenuti, che aumentano il punto di fusione della miscela, necessita il riscaldamento dei serbatoi. Dal punto di vista ambientale vi sono luci ed ombre sul prodotto, rispetto al gasolio di derivazione fossile, che potremmo riassumere in questi punti: Riduce le emissioni di monossido di carbonio (CO) del 50% circa Non contiene idrocarburi aromatici Non emette diossido di zolfo (SO2) Riduce le emissioni delle polveri sottili Produce più emissioni di ossidi di azoto (NOx) con i motori attuali Utilizza le terre coltivabili che vengono quindi sottratte all’agricoltura destinate all’alimentazione Crea insicurezza alimentare soprattutto nei paesi più poveri Se le coltivazioni sono monocolturali esiste un problema di riduzione della biodiversità Secondo le indicazioni della FAO, la disponibilità di 0.11 ettari pro capite di terreno coltivabile è insufficiente per sfamare la popolazione mondiale, allevare i bovini da carne e produrre anche biocarburante. Il passo avanti fatto con la creazione del gasolio rinnovabile sta, non solo sull’utilizzo di materiali considerati rifiuti, ma anche nel suo processo produttivo. Il gasolio rinnovabile, a differenza del biodiesel tradizionale che viene prodotto per esterificazione, utilizza il processo di produzione chiamato idrogenazione. Questo processo consiste nella raffinazione dei grassi ed oli di scarto attraverso l’uso dell’idrogeno, dopo aver rimosso l’acqua, i sali e altre impurità presenti negli scarti. Successivamente il prodotto viene sottoposto a isomerizzazione dei legami chimici creando un mix composto da gas e liquidi. I gas, a questo punto, vengono estratti recuperando l’idrogeno, che verrà riutilizzato nel processo successivo, mentre le parti liquide vengono distillate per creare il gasolio rinnovabile. Vediamo i vantaggi di questo prodotto rispetto al biodiesel: Ha una migliore qualità di combustione che porterebbe a migliori prestazioni del motore Non ha limiti di miscelazione come il biodiesel, quindi può essere previsto un impiego integrale nei motori moderni Utilizza materiali di scarto che diversamente andrebbero persi nell’ambiente, rientrando nella circolarità dei rifiuti Può essere utilizzato in diverse unità produttive per recuperare gli oli e i grassi di scarto

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https://www.arezio.it/ - Perchè oggi sono così importanti i tests sui polimeri riciclati?
Perchè oggi sono così importanti i tests sui polimeri riciclati?
Giovedì, 9 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

Le condizioni di acquisto e vendita della plastica riciclata sono cambiate dopo lo stop della Cina Il mondo dei controlli sulla qualità sui polimeri riciclati ha vissuto due epoche storiche: il prima e il dopo rispetto al blocco delle importazioni dei rifiuti da parte della Cina. Vediamo perché. Fino al 2017 i materiali plastici di scarto, specialmente quelli più difficili da trattare o quelli non riciclabili con gli impianti di trattamento dei rifiuti di tipo meccanico, trovavano un semplice sbocco sul mercato cinese, senza quindi doversi preoccupare di investire in ricerca e sviluppo sul riciclo di questa tipologia di prodotti. La conseguenza dell’afflusso nel mercato cinese di questi materiali, era la minor presenza sui mercati mondiali di materia prima di bassa o bassissima qualità, in quanto i riciclatori occidentali trattenevano presso le proprie fabbriche i materiali riciclati nobili o nobilissimi, per creare un commercio diretto. Questi scarti plastici qualitativi venivano rivenduti sotto forma di balle, macinati o granuli per poter produrre prodotti riciclati di buona qualità. Nel momento in cui la Cina ha iniziato a rifiutare la “spazzatura” plastica che arrivava ai loro porti, i riciclatori mondiali si sono trovati di fronte ad un grave problema circa il loro smaltimento su mercati alternativi. In un primo momento hanno trovato strade alternative verso i paesi vicino alla Cina, come la Thailandia, il Vietnam, le Filippine, il Laos, la Cambogia e altri, ma nel giro di breve tempo i governi locali, sommersi dai rifiuti, hanno adottato un sistema di respingimento cinese. Anche l’Africa è stata interessata in questo fenomeno di smaltimento internazionale dei rifiuti, ma anche in questo continente stanno aumentando le opposizioni a questo traffico. Con l’aumento della presenza dei rifiuti plastici scadenti nei paesi di produzione, è iniziata a peggiorare la qualità media dei prodotti di base che contemplavano il paniere delle plastiche di derivazione della raccolta differenziata. Si sono verificati fenomeni di mix di materiali tecnicamente non lavorabili, che peggioravano in modo evidente le qualità delle materie prime riciclate, creando un fenomeno di maggior attenzione e di necessari controlli tecnici sulle partite in acquisto o in vendita. L’esplosione poi delle transazioni on line sui polimeri riciclati e sugli scarti da parte dei portali specializzati, ha reso necessario un nuovo approccio all’acquisto e alla vendita dei prodotti plastici. Si è reso indispensabile, prima dell’acquisto, alcune analisi minimali per la definizione della qualità del prodotto proposto per evitare acquisti incauti. I tre tests basilari sono il Melt Index, il DSC e la Densità, che si possono chiedere sia per il campione in arrivo, che sul carico consegnato, per controllare la corrispondenza della qualità tra i due tests e legare il pagamento all’esito delle prove fatte da un laboratorio indipendente. PlastiCare si occupa di questi servizi on-line, attraverso un laboratorio indipendente, per facilitare le transazioni tra i soggetti interessati. Tra i tre tests di base, necessari per identificare un polimero riciclato, troviamo la prova della fluidità del materiale che viene fatta su un campione che può essere rappresentato da un granulo, ma può essere anche realizzato su un prodotto macinato. Il valore del Melt Flow Index (MFI) è un valore necessario per indentificare la fluidità del materiale all’interno di un cilindro, sotto l’effetto di un peso, ad una determinata temperatura e per un preciso intervallo di tempo. Siccome esiste un chiaro rapporto tra la fluidità e la viscosità dei polimeri immessi nella macchina, si può genericamente affermare che più un polimero è fluido e meno è viscoso, e viceversa. Il valore dell’MFI è importante per capire il comportamento fluidodinamico del materiale nelle fasi estrusione, soffiaggio o stampaggio e, anche, per poter combinare altre tipologie di materiali nell’ambito dei compounds polimerici. La prova dell’MFI può anche dare alcune altre indicazioni collaterali osservando gli spaghetti che escono dalla macchina, infatti se gli spaghetti in uscita diventano progressivamente più pesanti, si può dedurre che il materiale sia in fase di degradazione sotto l’effetto della temperatura. Se invece lo spaghetto diventasse più leggero e ruvido, questo può indicare che il materiale sia in fase di reticolazione che ne riduce lo scorrimento. Il calcolo dell’MFI può essere fatto secondo il metodo gravimetrico o volumetrico. Nel caso della prova secondo il principio gravimetrico, il polimero viene caricato in un cilindro riscaldato ad una temperatura stabilità, esercitando poi una forza costante che spinge il polimero fuso attraverso un ugello calibrato. La massa che attraversa questo ugello, per un tempo stabilito, determina il valore dell’MFI. La temperatura di riscaldamento del cilindro e il peso da esercitare sul polimero dipendono dalla tipologia di plastica da provare. Nel caso della prova secondo il principio volumetrico, l’impianto è anche dotato di un accessorio che può stabilire quanti cm3 di materiale passeranno dall’ugello calibrato in un determinato intervallo di tempo. Il valore dell’MFI ci indicherà anche il volume di materia che sarà transitata dall’ugello, in base al peso e al tempo stabilito in prova, indicandoci una stima del peso molecolare medio.

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https://www.arezio.it/ - La tutela dell’ambiente nelle indicazioni delle religioni monoteiste
La tutela dell’ambiente nelle indicazioni delle religioni monoteiste
Mercoledì, 8 aprile 2020 | Ambiente

Cristiani, Buddisti, Islamici, Induisti ed Ebrei, in forme diverse, uniti per preservare il mondo La tutela dell’ambiente è entrata prepotentemente negli obbiettivi divulgativi delle principali religioni monoteiste mondiali, non che sia una novità da trattare in un tempo di pericolo per il nostro pianeta, ma una forma di rinnovo degli antichi insegnamenti sul rapporto tra l’uomo e la terra. Le forme comunicative possono essere diverse, le prospettive per guardare i problemi possono mutare, gli argomenti possono essere esposti partendo da più lontano o da più vicino, ma il punto comune delle principali religioni monoteiste è il rispetto per il creato.  Cinque anni fa, Papa Francesco, diffondeva l’Enciclica Laudato Si, che è interamente dedicata alla custodia del pianeta, riprendendo il Cantico delle Creature scritto da San Francesco in ammirazione del creato. Trattando gli argomenti in maniera pastorale e non scientifica, nell’enciclica si parla di inquinamento e cambiamenti climatici, del rapporto con l’acqua, della biodiversità, della degradazione sociale, dell’iniquità, della debolezza nelle reazioni e della diversità di opinioni. Nelle religioni orientali, Buddiste ed Induiste, a differenza delle altre, il concetto della logica cosmica contempla l’uomo come parte del creato, con un rapporto paritetico ed interdipendente con la natura e quindi, in una logica ambientalista, la tutela dell’habitat è parte integrante della vita dei fedeli. Per gli Induisti il rispetto e la cura dell’ambiente sono prima di tutto una questione spirituale di approccio alla vita, ed in seconda istanza una questione etico-morale di natura sociale e civile. La spiritualità individuale induista trae linfa dal contesto naturale in cui il fedele vive e, l’ambiente, è uno dei mezzi che portano il fedele alla conoscenza della felicità. Per i Buddisti ogni entità, animale, umana o vegetale, non è rappresentabile come essere indipendente da ciò che la circonda, perché tutti i fenomeni esistenziali sono interdipendenti fra di loro. I Buddismo nega ogni forma di violenza su qualsiasi essere e proclama il rispetto per la vita sotto tutte le forme in cui si manifesta. L’Ebraismo interviene in maniera determinante nelle politiche sociali per quanto riguarda il rispetto della natura in cui si vive, che è rappresentata all’interno della Torah, la dottrina scritta tremila anni fa, in cui si insegnava a vivere nel rispetto delle risorse naturali ed in armonia con l’ambiente. Gli ebrei sono attenti a non abbattere alberi, deviare il corso dei fiumi, istallare produzioni vicino ai centri abitati che possano creare inquinamento, sprecare l’acqua e altre restrizioni. La religione Islamica, attraverso la legge morale, porta il fedele alla sensibilizzazione del riciclo dell’acqua, alla condivisione dei mezzi di trasporto, alla consumazione di cibo locale, l’uso dei pannelli solari sulle moschee, alla stampa del Corano anche su carta riciclata e ad altri indirizzi ecologici. Nel Corano ricorrono spesso metafore, come quella dell’acqua, dove Dio chiede conto agli uomini dei loro comportamenti nei confronti dell’ambiente che ha creato, ed essendo l’uomo un messaggero di Dio, deve sentirsi in obbligo di conservare quanto a ricevuto. Inoltre consiglia il pellegrinaggio alla Mecca, a cui ogni mussulmano una volta nella vita deve arrivare, attraverso un viaggio eco sostenibile. Alla Mecca ogni anno si prevedono circa 2 milioni di Fedeli e le indicazioni che vengono fornite ai fedeli riguardano anche l’attenzione alle bottiglie di plastica e gli incarti per gli alimenti consumati. In generale possiamo dire che l’aspetto ecologico permea ogni area ecclesiologica e dogmatica, in quanto l’aspetto spirituale e la sua dimensione non può prescindere da un corretto rapporto con il creato.

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https://www.arezio.it/ - Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
Martedì, 7 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

Lo Pseudomonas è un batterio, che potrebbe decomporre i legami della resina termoindurente Tra le varie attività di studio, sulle strade alternative nella gestione dei rifiuti, la microbiologia si sta sforzando di trovare e testare batteri per scomporre quei legami chimici definiti irreversibili, come quelli del poliuretano. Le resine termoindurenti, di cui fa parte il poliuretano, è un materiale molto rigido costituito da polimeri reticolati nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente limitato dall’elevato numero di reticolazioni esistenti. Durante il riscaldamento subiscono una modificazione chimica irreversibile. Le resine di questo tipo, sotto l’azione del calore nella fase iniziale, rammolliscono (diventano plastiche) e, successivamente, solidificano. Contrariamente alle resine termoplastiche, non presentano la possibilità di subire numerosi processi di formatura durante il loro utilizzo. Le resine termoindurenti, sono materiali nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente vincolato da un numero elevato di reticolazioni esistenti. Infatti, durante il processo di produzione, subiscono modifiche chimiche irreversibili associate alla creazione di legami covalenti trasversali tra le catene dei pre-polimeri di partenza. La densità delle interconnessioni e la natura dipendono dalle condizioni di polimerizzazione e dalla natura dei precursori: generalmente essi sono sistemi liquidi, o facilmente liquefacibili a caldo, costituiti da composti organici a basso peso molecolare, spesso multifunzionali, chimicamente reattivi, a volte in presenza di iniziatori o catalizzatori. Il poliuretano è un composto largamente usato come isolante termico, nel settore dell’edilizia, dell’industria dell’auto, negli elettrodomestici, nelle celle frigorifere, nel settore navale e ferroviario, nei mobili, nel settore calzaturiero e in molti altri settori industriali. Ogni anno, nella sola Europa, si producono circa 3,5 milioni di tonnellate di poliuretano che, alla fine del ciclo di vita, non trova una corretta destinazione nel settore del riciclo e vanno a finire normalmente in discarica. La difficoltà che oggi incontra questa tipologia di rifiuto plastico nel processo di riconversione, finchè il riciclo chimico non avrà preso piede, hanno spinto le ricerche biologiche a tracciare nuove strade. Un gruppo di ricerca Europeo chiamato P4SB sta studiando materiali provenienti dalla biologia sintetica che siano in grado, tramite dei catalizzatori batterici, di creare bio enzimi che possano depolimerizzare il poliuretano, ma anche il PET. Lo studio ha identificato un batterio, chiamato Psneudomonas, che opportunamente ingegnerizzato, sia in grado di metabolizzare i componenti del poliuretano, che verranno poi resi, all’interno della massa batterica, sotto forma di bio plastica. Questo batterio ha la capacità di sopravvivere in condizioni estreme ed è molto resistente alle sostanze tossiche, infatti è un nemico per eccellenza nel campo medico in quanto resiste facilmente agli antibiotici. Fa parte della famiglia dei batteri gram-negativi che colpisce normalmente le persone con barriere immunitarie basse o con problemi alla pelle e alle mucose. Il batterio nell’uomo scatena malattie associate alle infezioni, come i problemi respiratori, la polmonite, l’endocardite, meningiti, problemi agli occhi, alle articolazioni, gastrointestinali, dermatologici e altre forme di reazione del corpo. Questo dimostra che è un batterio da prendere sul serio e il suo utilizzo nel campo microbiologico, applicato al riciclo delle plastiche come il poliuretano, fa capire il grado di colonizzazione e decomposizione che potrebbe mettere in campo se trattato con le dovute attenzioni.

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https://www.arezio.it/ - Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
Lunedì, 6 aprile 2020 | Economia circolare

Perché si sono scelti alcuni colori che impongono l’uso della plastica non riciclata? E’ davvero un controsenso, un cortocircuito verso i principi dell’economia circolare la scelta di fabbricare pattumiere per i rifiuti domestici di colori come il giallo, il rosso, l’azzurro, il bianco o il silver, per citarne alcuni, che difficilmente possono essere fatte con la plastica riciclata. I rifiuti domestici, che tanto diligentemente i cittadini separano in casa, servono alla collettività per essere trasformati, secondo i principi dell’economia circolare, in nuovi materiali di uso quotidiano, evitando di utilizzare risorse naturali, come il petrolio, per costruire prodotti che si possono fare con quello che noi scartiamo. Tra questi rifiuti, nelle case viene separata la plastica dal vetro, dal metallo e dalla carta, che prendono percorsi di riciclo diversi in modo da essere lavorati e offerti nuovamente sul mercato come materie prime seconde. La plastica viene raccolta dai comuni ed inviata ai centri di selezione che sono incaricati di dividere il contenuto dei sacchetti della raccolta domestica, nelle varie tipologie di plastiche che vengono raccolte all’interno della casa. Vediamo alcuni impieghi dei rifiuti plastici raccolti: Le bottiglie dell’acqua e delle bibite in PET saranno lavorate per creare nuovo granulo per la produzione di altre bottiglie, di fibra per i vestiti e per l’imbottitura dei divani, per le regge adatte al confezionamento degli imballi industriali, per fare le vaschette alimentari trasparenti. I flaconi dei detersivi in HDPE vengono lavorati per produrre materia prima con cui si ottengono altri flaconi per i detersivi o gli oli industriali, taniche per la benzina, prodotti per l’edilizia, film da copertura per i bancali di prodotti, tubi rigidi di irrigazione per l’agricoltura, raccordi idraulici per l’irrigazione, membrane di protezione, grigliati erbosi carrabili, reti di segnalazione e contenimento. Con gli imballi rigidi in PP si possono fabbricare pattumiere, cassette da trasporto, sedie e tavoli per il giardino, divani e poltrone tipo rattan, palette e scope, armadi da esterno, bauli per il giardino o per la casa, secchi per la pulizia, carrelli e imballi vari. Con la plastica flessibile degli imballi in LDPE, selezionata per tipologia, si possono creare altri sacchetti per la pattumiera, film da copertura agricola, tubi flessibili per l’irrigazione in agricoltura o per il giardino, teli da copertura per l’edilizia, vasi, supporti per le reti dei letti, secchi, lastre in legno polimero, pannelli divisori per pareti, camminamenti agricoli. Abbiamo quindi visto alcuni esempi di come i materiali che provengono dal riciclo domestico possono, e devono, essere riutilizzati per produrre nuovi prodotti senza sfruttare le risorse della terra. Tecnicamente, si possono reimpiegare i rifiuti urbani, creando prodotti utili alla comunità, di buona qualità tecnica e con un buon impatto estetico, il quale, però, non dovrebbe mai essere una discriminante nella scelta del consumatore, in quanto, se una pattumiera è marrone scuro invece che gialla, non credo che per contenere dei rifiuti possa fare la differenza in casa. In realtà, su questo inutile valore estetico, i consumatori, o chi sceglie per loro, consegnandogli la pattumiera per la raccolta differenziata, fanno una differenza sostanziale se contribuire al ciclo dell’economia circolare o vanificare gli sforzi di separazione dei rifiuti che non verranno riutilizzati. Infatti, pattumiere in polipropilene con colori sgargianti, quali il bianco, il rosso, il celeste, il giallo, il colore panna, il silver, l’azzurro o il verde chiaro, solo per citarne alcuni, difficilmente possono essere prodotte utilizzando la plastica riciclata in quanto, questa, provenendo da un mix di colori degli imballi raccolti, non permette solitamente di arrivare a colori così chiari. Di conseguenza, o vengono prodotti con materiali vergini, quindi granuli di derivazione petrolifera e non riciclati, o il produttore deve fare delle miscele nelle quali inserire una piccola percentuale di materiale riciclato e poi aggiungere del materiale vergine. Le pattumiere fatte con il granulo proveniente dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata, sono sostanzialmente prodotte con colori scuri, quali il nero, il verde, il marrone, il blu e il grigio scuro. A chi interessa la perfezione estetica di un prodotto destinato ai rifiuti se questo comporta problemi all’ambiente?

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https://www.arezio.it/ - Epidemie: Occuparsi del Pianeta per Difendere la Nostra Salute
Epidemie: Occuparsi del Pianeta per Difendere la Nostra Salute
Sabato, 4 aprile 2020 | Ambiente

La distruzione e lo sfruttamento intensivo degli ecosistemi nel mondo ha una connessione diretta anche con l’ultima pandemia da Coronavirus E’ sempre più chiaro e dimostrato scientificamente che le epidemie, che hanno afflitto molte zone della terra nel recente passato, e oggi, attraverso il coronavirus siamo entrati in una fase pandemica, siano la conseguenza diretta di comportamenti antropici dell’uomo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nel mondo avvengano, ogni anno, circa 4,2 milioni di morti direttamente conducibili all’inquinamento atmosferico e ai cambiamenti climatici in atto. Numeri spaventosi che hanno lasciato l’opinione pubblica, rammaricata, ma poco coinvolta, finché i paesi occidentali più ricchi sono stati travolti dal coronavirus e hanno potuto testare, direttamente, la pericolosità e la mortalità portata da questi virus nelle società moderne. Non sono più notizie ascoltate in televisione provenienti da paesi lontani, dove si pensa che l’igiene o la malnutrizione o la promiscuità ambientale possa favorire questi tipi di virus. Malaria, Ebola, Sars, Hendra, Lyme, Mers sembrano ai più, nomi esotici di malattie sviluppatisi in paesi con cui non abbiamo normalmente contatti. Per i virus non ci sono confini, paesi di serie A o di serie B, ma siamo tutti esposti al possibile contagio, ed è proprio per questo che dobbiamo capire, una volta per tutte, che dobbiamo cambiare il rapporto con la natura. L’aumento della popolazione in modo incontrollato, la deforestazione, la distruzione degli ecosistemi abitati dagli animali, lo sfruttamento delle aree deforestate per la produzione di mangimi o per il commercio del legno, gli allevamenti intensivi, lo sfruttamento indiscriminato delle acque dolci, le emissioni in atmosfera di gas serra per produrre sempre più energia, i trasporti basati sulle fonti fossili che uniscono tutte le attività industriali, l’aumento dell’urbanizzazione a discapito delle aree verdi e il problema dei rifiuti, sono tra i problemi di cui dobbiamo occuparci subito, ma seriamente. I comportamenti dell’uomo che insegue un benessere sempre più ampio, ha creato degli squilibri così evidenti che la pandemia da coronavirus ci impone di capire. Gli habitat di molte specie di animali sono stati colonizzati dall’uomo e dalle sue attività, creando una commistione abitativa che ha nel tempo creato problemi sanitari. Molti animali che sono normalmente portatori di cariche virali, sono entrati in contatto con l’uomo attraverso la sua catena alimentare, permettendo il cosiddetto salto di specie, che seppur difficile, abbiamo visto che non è impossibile. E’ infatti risaputo che circa il 75% delle malattie infettive emergenti che interessano l’uomo sono di origine animale e che il 60% circa di tutti i patogeni che attaccano l’uomo sono di origine zoologica. Inoltre, il cambiamento climatico accentuerà la trasmissione degli elementi patogeni a causa dell’aumento del riscaldamento globale, con inverni più miti e stagioni più uniformi e lunghe, che portano alle migrazioni di alcune specie di animali, vettori di malattie. Bisogna iniziare a prendere sul serio l’aspetto sanitario del pianeta e correggere quelle situazioni che comportano un pericolo imminente per la nostra specie, smettendola di far credere alla popolazione povere che il miglioramento delle loro condizioni di vita e prosperità economiche, debbano passare dallo sfruttamento incontrollato del territorio. Inoltre, il mondo occidentale deve interrompere l’inseguimento di una mentalità consumistica suicida, dove i soldi sono l’obbiettivo primario di ogni decisione sociale e politica. Chi pensa che se ne possa parlare domani, può essere che non ci sia più per parlane.

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https://www.arezio.it/ - Pneumatici riciclati per l’isolamento acustico
Pneumatici riciclati per l’isolamento acustico
Venerdì, 3 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

Anche l’edilizia punta sull’economia circolare. Pareti e pavimenti isolati con gomme riciclate L’isolamento acustico, insieme a quello termico, sono due pilasti fondamentali nella metodologia edilizia moderna, dopo decenni di compensazioni termiche (caldo e freddo) nelle nostre case, attraverso lo spreco di molta energia, con la generazione di inquinamento e dopo l’impossibilità di raggiungere una privacy acustica confortevole, si sono finalmente realizzati presidi corretti in linea con l’economia circolare. Le tecnologie costruttive a nostra disposizione, coniugate con lo studio di modelli progettuali collaudati e da normative precise, ci ha posto nelle condizioni di poter abitare in case che hanno un confort termico elevato, proteggendoci dal caldo estivo e dai rigori dell’inverno e consumando la minor quantità di energia possibile. Inoltre il perfezionamento dello studio sull’acustica, ci ha permesso di vivere in città all’interno di abitazioni in cui il potere di attenuare o cancellare il rumore esterno, veicolare o aereo, sia significativo per un confort elevato all’interno delle nostre vite. Si può sottolineare come la progettazione e l’utilizzo di barriere fono assorbenti o fono isolanti tra unità abitative all’interno dei condomini, abbia creato una privacy acustica che migliora la vivibilità comunitaria. Oggi, si è fatto un’ulteriore passo avanti, attraverso la progettazione e l’istallazione di isolanti acustici che sposino le indicazioni dell’economia circolare, impiegando quindi prodotti che provengono dal riciclo di materiali a fine vita. E’ il caso degli pneumatici riciclati, che vengono trasformati in materia prima da impiegare nella produzione di materassini, granulati e altri prodotti utilizzabili nel campo edile, per migliorare l’isolamento acustico delle case. Come già descritto in un articolo precedente, gli pneumatici vengono raccolti e sottoposti al riciclo scegliendo tra tre tipologie di intervento differenti: Triturazione Meccanica Il processo prevede la triturazione grossolana degli pneumatici con pezzature intorno a 70 o 100 mm. per lato, passando poi attraverso il processo di asportazioni delle parti metalliche, la granulazione, con un’ulteriore pulizia e il processo finale di micronizzazione in cui il prodotto risulterà, pulito e diviso in differenti granulometrie. Processo Criogenico Il processo prevede una prima fase di triturazione grossolana degli pneumatici con relativa asportazione delle parti metalliche. Successivamente il macinato viene sottoposto ad un raffreddamento con azoto liquido, in modo da ricreare una struttura cristallina e fragile che permette facilmente una nuova triturazione fine. Il materiale di risulta viene poi trattato attraverso il processo di polverizzazione con mulini a martelli o dischi. Processo Elettrotermico Il processo prevede la prima riduzione meccanica dimensionale del prodotto per poi essere inseriti in forni verticali ad induzione magnetica. In questi forni avviene il distaccamento delle parti metalliche dalla gomma sotto l’effetto di una temperatura di circa 700 gradi. Alla fine di questa operazione, la parte di gomma viene raccolta ed avviata alla de-vulcanizzazione che consiste nel riportare, l’elemento recuperato, ad una forma chimica simile all’elastomero originale, attraverso processi termochimici in autoclavi. Tra le tre tipologie di riciclo, la triturazione meccanica è quella largamente più usata per la creazione di una materia prima idonea alla produzione dei manufatti per l’isolamento acustico. La scelta tecnica nell’uso di un materassino fono isolante, composto da gomma riciclata, comporta molti vantaggi, intrinsechi nelle sue proprietà: Elevata elasticità Buona resistenza agli urti Resistenza alla muffa Resistenza alle temperature Resistenza all’umidità Resistenza ai raggi U.V. Resistenza agli acidi Mantenimento delle prestazioni nel tempo La materia prima riciclata, in base alla granulometria scelta, viene normalmente miscelata con resine poliuretaniche e, successivamente, estruse in diversi spessori e densità a seconda della tipologia di intervento da eseguire. Le superfici dei rotoli o delle lastre possono presentare facce lisce, ruvide o goffrate in base al tipo di fono assorbenza o fono impedenza richiesta. I più comuni prodotti di isolamento composti con la gomma riciclata sono: Rotoli o lastre per l’isolamento da calpestio tra i solai, da inglobare nei massetti dei pavimenti. Rotoli o lastre da inserire nelle pareti divisorie come mono o multistrato. Impasti in granuli adatti alla copertura e l’isolamento di elementi di difficile copertura con i materiali preformati. Fasce antivibranti per smorzare i fenomeni di vibrazione dei macchinari in movimento o di impianti idraulici. I prodotti in gomma riciclata sono elementi estremamente malleabili in base alla tipologia costruttiva richiesta, quindi non sono solo impiegabili nelle abitazioni nuove, ma sono facilmente utilizzabili anche in fase di ristrutturazione. Infatti, si sposano perfettamente anche con le lastre in cartongesso per interventi non invasivi di separazione acustica. Come altri prodotti sul mercato, il grado di fono assorbenza o fono impedenza, viene calcolato all’interno del pacchetto costruttivo realizzato, infatti, il potere isolante non si calcola sul singolo elemento ma sulla somma delle prestazioni, in caso di una parete, degli intonaci, degli elementi portanti, dell’eventuale intercapedine e dell’elemento isolante. Così vale anche per il valore di isolamento da calpestio in cui le prestazioni acustiche vengono calcolate considerando la struttura portante del solaio, del massetto, dell’elemento isolante e del pavimento finale. Dal punto di vista economico, i prodotti acustici realizzati in gomma riciclata sono generalmente più costosi, per esempio, rispetto ai materassini in polietilene espanso, ma in un’ottica di economia circolare si dovrebbe sempre preferire, nei capitolati costruttivi, elementi che derivano dal riciclo dei rifiuti, considerando inoltre che i prodotti in gomma riciclata, rispetto ad altri prodotti in commercio, mantengono inalterate nel tempo le loro caratteristiche senza un decadimento prestazionale.

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare: il rifiuto del rifiuto va “in cenere”?
Economia circolare: il rifiuto del rifiuto va “in cenere”?
Giovedì, 2 aprile 2020 | Economia circolare

Niente si scarta nei termovalorizzatori moderni. Dopo la produzione di corrente e di calore per il riscaldamento, anche la cenere ha una sua collocazione La cenere che viene prodotta attraverso l’incenerimento dei rifiuti nei termovalorizzatori, può avere una collocazione nell’ambito dell’economia circolare, in base a come si identifica il rifiuto dei forni e in base alle legislazioni nazionali vigenti in materia ambientale e di riutilizzo del materiale. La termovalorizzazione dello scarto non riciclabile dei rifiuti non è mai da vedere come una opzione al sistema di separazione e riciclo dei rifiuti, ma bensì un sistema integrativo al riciclo meccanico che intercetta e gestisce quella parte dei rifiuti non più riutilizzabili. L’incenerimento di questo scarto genera normalmente energia elettrica e calore per il riscaldamento delle nostre abitazioni, oltre ad essere impegnato in altri ambiti industriali come carburante alternativo alle fonti fossili. Quelle che vengono definite “Bottom Ashes” in campo internazionale, riguardano le ceneri residuali del processo di combustione dei rifiuti, che sono rappresentate dagli scarti incombusti delle masse poste nei forni. La composizione delle ceneri incombuste contempla residui di vetro, minerali, metalli ferrosi e non ferrosi e ceramiche, nella misura del 20-25% per ogni tonnellata immessa nel forno, secondo le indicazioni dell’ISWA (International Solid Waste Organization) che si occupa di promuovere e sviluppare la gestione sostenibile e professionale dei rifiuti in tutto il mondo. Le ceneri residuali vengono estratte dai forni attraverso un processo in cui si usa l’acqua per raffreddarle e per evitare che si creino polveri potenzialmente dannose, quindi la loro rimozione dagli impianti avviene sotto forma di agglomerati umidi e compatti. Fino a qualche anno fa, generalmente, le ceneri estratte non avevano una collocazione diversa da quello della discarica, ma con l’avvento dei processi dell’economia circolare, si è iniziato a considerare la possibilità di riutilizzarle. Considerando che i composti chimici contenuti nelle ceneri sono mediamente composti da Sodio, Alluminio, Potassio, Magnesio, Ferro, Calcio e Silicio, possiamo dire che la prevalenza dei componenti è normalmente è costituita da silicio, calcio e ferro. In merito alle analisi chimiche medie che ogni impianto fornisce, molti paesi si sono dotati di una legislazione per classificare queste ceneri e ne hanno consigliato i trattamenti e gli utilizzi. Vediamo quali indicazioni vengono da alcuni paesi: In Italia, in base al decreto n° 22 del 5 Febbraio 1997, le ceneri provenienti dagli impianti di incenerimento possono essere riutilizzate, se non contengono sostanze nocive, come inerte cementizio, ma solo dopo essere state opportunamente trattate. In realtà il loro utilizzo nel paese rimane ancora limitato rispetto alla produzione. L’Olanda regola la gestione delle ceneri all’interno del piano nazionale della gestione dei rifiuti (LAP) in cui compaiono, tra le altre, alcune indicazioni in merito all’uso del materiale di scarto dove trova largo impiego come componente dei terrapieni. In Danimarca, già nel 1987, il governo aveva permesso l’utilizzo delle ceneri prodotte dagli impianti di incenerimento come inerte per la costruzione delle strade, con l’obbiettivo di trovare un impiego per almeno l’85% dello scarto prodotto. Inoltre ne ha permesso l’utilizzo anche nell’edilizia civile abitativa solo a seguito del parere di carattere ambientale dell’Environmental Protecion Act. La Francia ha deciso di classificare le ceneri residuali attraverso analisi che possano identificare tre categorie ben distinte: V, M es S, attribuendo a queste tre categorie la percentuale di ceneri (50%, 30% e 20%) ammesse all’interno dei composti utilizzabili. In Spagna la maggior parte delle ceneri viene ancora inviata alle discariche anche se si sta promuovendo un uso, quale inerte, per la costruzione delle strade. In Finlandia l’uso degli inceneritori non è una priorità per il governo che preferisce seguire la strada dello smaltimento dei rifiuti tramite i gassificatori, quindi, indirizza le basse quantità di ceneri prodotte in discarica. La Germania dal 2006 permette l’utilizzo delle ceneri nella costruzione di strade, sempre che le analisi chimiche non individuino elementi potenzialmente dannosi per l’ambiente. Insieme all’Olanda, la Danimarca e la Francia, la Germania è il paese che riutilizza maggiormente questo scarto. L’impiego delle ceneri che provengono dagli impianti di incenerimento dei rifiuti, ove possibile, costituisce la piena circolarità delle materie prime, utilizzando integralmente ogni parte dei rifiuti attraverso i processi di riciclo, produzione di energia e riutilizzo degli scarti finali.

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https://www.arezio.it/ - Le cariche nel polipropilene rigenerato
Le cariche nel polipropilene rigenerato
Giovedì, 2 aprile 2020 | Informazioni Tecniche

Vantaggi e svantaggi nell’uso delle cariche per il polipropilene Il polipropilene proveniente dalla lavorazione dello scarto rigido e semirigido da post consumo porta con sé una presenza più o meno marginale di altre plastiche, specialmente il polietilene, che non vengono intercettate completamente durante la fase di separazione degli imballi. Inoltre, a seconda della provenienza dell’input, possiamo trovare anche cariche minerali che possono essere composte da talco, carbonato di calcio, fibre di vetro e altre tipologie di cariche di minor uso. La base della ricetta, che proviene dallo scarto eterogeneo selezionato che andrà a costituire il granulo in PP da post consumo, può essere modificata additivando nella fase di realizzazione del granulo con cariche minerali per variare il comportamento delle performance del polipropilene e di conseguenza del manufatto. Il talco è una delle cariche minerali più usate nella modifica delle ricette del polipropilene rigenerato in quanto migliora la rigidità e la stabilità dimensionale, la resistenza al calore e il comportamento di scorrimento. Ci sono però alcuni svantaggi da soppesare quando si decide di additivare un polipropilene con una carica di talco, infatti dobbiamo registrare una diminuzione della resistenza agli urti alle basse temperature, la diminuzione della saldabilità e la formazione di superfici opache. Il carbonato di calcio agisce come il talco ma presenta alcuni indiscussi vantaggi: migliore capacità di dispersione, migliore scorrimento della massa fusa, maggiore stabilità ai raggi U.V., minore usura nel tempo del manufatto realizzato e minor tempo di ciclo durante la fase di stampaggio a parità di percentuale di cariche aggiunte. Le fibre di vetro possono essere mischiate nella ricetta sotto forma di macinato o fibre tagliate e si distinguono in fibre corte e lunghe. Utilizzando quelle corte aumenteremo la rigidità e la tenacità del manufatto, mentre utilizzando quelle lunghe aumentano oltremodo la resistenza del prodotto e la resistenza di scorrimento. C’è però da tenere in considerazione che le fibre molto lunghe aumentano il comportamento anisotropo dovuto all’orientamento delle fibre, con pericolo di distorsione, superfici opache e maggiore usura del manufatto. Per ovviare al problema della distorsione, si può aggiungere in miscela una certa percentuale di sfere di fibra di vetro che contribuiscono ad accrescere la resistenza a compressione e la rigidità, contrapponendosi efficacemente al fenomeno della distorsione. Il vantaggio dell’impiego delle fibre di vetro in polipropileni rigenerati è anche la tendenza a contribuire alla riduzione dell’odore tipico di questa famiglia di prodotti. Altre fibre, meno utilizzate, sono la mica, che ha il vantaggio di raggiungere la stessa rigidità di un polipropilene caricato in fibra di vetro al 30% con un utilizzo di una percentuale al 40 di mica ad un prezzo inferiore. Inoltre la farina di legno migliora l’isolamento acustico, i silicati di calcio migliorano le proprietà elettriche e termiche, mentre l’ossido di zinco protegge dai microrganismi e aumenta la resistenza ai raggi U.V.

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https://www.arezio.it/ - Greenwashing: come confondere i consumatori
Greenwashing: come confondere i consumatori
Giovedì, 2 aprile 2020 | Notizie Generali

Pratiche di marketing per costruire informazioni ingannevoli od omissive sui prodotti Il Greenwashing è il marketing mirato alla costruzione di un’immagine vicino alle aspettative del cliente, in fatto di ambiente o altre tendenze, che attribuisce al prodotto o al servizio valori che in realtà non ha. La storia di questa parola, Greenwashing, nasce negli Stati negli anni 60 del secolo scorso quando iniziò il dibattito pubblico in merito all’ecologia e ad una vita più in sintonia con la natura. In quel periodo alcune aziende, cavalcando l’onda ecologista, si diedero in modo artefatto, un’immagine green senza comunque modificare processi e prodotti. L’espero pubblicitario Jerry Mander definì questa pratica come “ecopornografia” in quanto riteneva esserci una similitudine di comportamenti, nei confronti delle persone, tra ciò che si proponeva rispetto a ciò che in realtà veniva offerto. Ma fu a partire dagli anni novanta che, all’interno delle politiche e delle strategie di marketing, si affermò l’uso di una comunicazione che, talvolta, era meno veritiera ed esaustiva sul al prodotto o servizio stesso, ma più mirata a far apparire ciò che si voleva offrire vicino a ciò che la gente si sarebbe aspettata di ricevere. Il greenwashing non è stato applicato solo all’industria o al commercio, ma se ne è impossessato anche la politica, attraverso slogan e marchi che, per esempio, raffigurassero la tutela dell’ambiente, del lavoro, della sicurezza o di altri messaggi. A partire dal 2012 la FederalTrade Commission ha emanato negli Stati Uniti precise norme a tutela dei consumatori, nel tentativo di prevenire queste pratiche di marketing scorrette. In Italia, per esempio, l’antitrust ha sanzionato l’Eni con una multa di 5 milioni per la promozione pubblicitaria, ritenuta ingannevole ed omissiva, sulle qualità bio, presunte, del proprio carburante EniDiesel+. Le pratiche di greenwashing sono numerose e rivolte a canali differenti, acquisendo appellativi differenti: Greenwashing: indica una strategia di alcune imprese, organizzazioni o istituzioni politiche che mirano a costruire un’immagine diversa da quella che è in realtà, incline alla tutela per l’ambiente, seguendo le esigenze della gente a cui si rivolge. Pinkwashing: indica una comunicazione che tende ad ammaliare un pubblico femminile lanciando un messaggio quale l’emancipazione femminile, distogliendo l’attenzione del consumatore sulle qualità dei prodotti stressi. Genderwashing: indica una comunicazione che tende a coinvolgere il pubblico maschile con chiari riferimenti all’abbattimento di differenze di genere, allontanando il consumatore sul giudizio del prodotto stesso. Raibowwashing: indica una comunicazione che tende a proporre prodotti sostanzialmente simili alla concorrenza sui quali vengono esercitati messaggi forti che mettono in secondo piano il prodotto stesso. Nel campo del packaging un esempio lo possiamo vedere sul marketing dei flaconi del detersivo. Fatti da sempre con HDPE vergine, negli ultimi tempi abbiamo visto comparire sulle etichette parole come “riciclabile” o “green” quando il flacone è sempre fatto con materie prime da fonti fossili e non usando materiali riciclati. Ovviamente il flacone è riciclabile, ma lo era anche prima, quindi il messaggio è un greenwashing. Tuttavia, queste pratiche, in generale, non sono applicabili solo a ai prodotti o ai messaggi politici, ma trova largo impiego anche nelle comunicazioni societarie, in cui i numeri, i valori e l’immagine dell’azienda, per esempio, di carattere ambientale, potrebbe incidere sul valore della società stessa. Crearsi un’immagine “green” in modo artificioso, vicino a ciò che il cliente richiede, ha grandi impatti sui consumatori, sugli azionisti e sul mercato.

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https://www.arezio.it/ - Marketing di prodotto: ripensare i canoni estetici per i prodotti fatti in plastica riciclata da post consumo.
Marketing di prodotto: ripensare i canoni estetici per i prodotti fatti in plastica riciclata da post consumo.
Mercoledì, 1 aprile 2020 | Notizie Generali

Marketing di prodotto-Aspettative elevate sui prodotti fatti in plastica riciclata minano l’economia circolare. Non ci siamo mai chiesti come mai molti prodotti, specialmente nel campo dell’imballaggio, continuano a essere prodotti con materia prima vergine? Esistono delle esigenze estetiche, apparentemente non derogabili, stabilite dai protocolli di marketing che vogliono un prodotto dall’aspetto perfetto, nei colori, nella trama e nella finitura, figli di una produzione fatta con materie prime vergini, che hanno lo scopo di soddisfare l’occhio del cliente. Ma è proprio questo che il cliente chiede ad un prodotto per il packaging o altri prodotti addirittura che hanno una funzione tecnica e non estetica, come per esempio i tubi da interro o dei bancali in plastica, o altri prodotti simili? Non credo. Vediamo alcuni esempi in cui sui potrebbe usare il granulo riciclato da post consumo al 100% e invece si continua con la materia prima vergine o in alcuni casi più virtuosi si usa un compound misto. – Tubi per irrigazione in HDPE e LDPE: spesso accade che un prodotto destinato al campo, che verrà, nel corso del tempo, aggredito dal sole con conseguente peggioramento della struttura esterna, riduzione di colore e ricopertura di ampie porzioni da parte della terra o del fango, possa diventare oggetto di una contestazione perché il granulo da post consumo, che potrebbe avere all’interno un po’ di gas o umidità residua, porta a creare piccole bollicine sulla superficie del tubo.  Questo non comporta difetti qualitativi del manufatto, ma solo estetici, ma sufficienti a spingere il produttore a fare compounds con il vergine o con granuli post indutriali. – Cassette industriali in HDPE e PP: le casette vengono usate per la logistica di movimento o all’interno di magazzini di attività produttive, quindi non hanno lo scopo di essere messe sul mercato della vendita, ma rimangono un mezzo di lavoro all’interno delle aziende. Sono fatte normalmente in HDPE o PP in vari colori. I più diffusi sono il rosso, il blu e il grigio.  L’uso del granulo da post consumo, colorato, potrebbe portare con sé, piccole imperfezioni estetiche che si manifestano in leggere sfiammature sul colore, possibili saltuari puntini neri sulla superficie o piccole zone opacizzate. Facile incorrere nel rifiuto da parte del produttore di cassette, del granulo post consumo come se l’estetica perfetta sia importante per la funzione della cassetta che rimane in un magazzino.  Normalmente si preferisce usare una materia prima proveniente da scarti post industriali o un compound misto con materie prime vergini. – Flaconi per il detersivo o liquidi industriali e agricoli: la materia prima normalmente utilizzata è l’HDPE, il PP o il PET. Sul mercato del soffiaggio possiamo dire che una timida apertura al riciclato da post consumo sta avvenendo negli ultimi anni, sulla spinta dei movimenti per l’ambiente, che vedono tutti i giorni i flaconi del detersivo in negozio. L’impressione è che questa attenzione per il riciclato da parte dei produttori di flaconi sia dettata da precise scelte compiacere i propri clienti piuttosto che un’attenzione all’ambiente. Sono comunque scelte un po’ zoppe, in quanto l’industria della produzione del granulo da post consumo ha raggiunto una qualità tale da poter offrire una materia prima che consente di produrre flaconi da 0,5 a 5 litri al 100%, ma ancora oggi si punta a compounds contenenti solo il 30% -50% di materiale riciclato. Questo vale solo su alcuni flaconi e con alcuni colori, perché la maggior parte vengono ancora fatti con il materiale vergine. La produzione dei flaconi con il granulo riciclato da post consumo, specialmente in HDPE, potrebbe a volte lasciare, sul flacone, piccole zone di opacità nel colore, l’assenza di brillantezza tipica dell’uso della materia prima vergine e una presenza di profumo di detersivo tipica del granulo da post consumo proveniente dalla raccolta differenziata. I produttori di flaconi, considerando i numeri generali di consumo delle materie prime, continuano a preferire il granulo vergine, specialmente in questo periodo in cui il costo di questo è inferiore al costo del granulo rigenerato, ma sono spinti dal mercato ad impegnarne una percentuale per questioni di immagine aziendale “green”.  Potremmo andare avanti con molti altri esempi sulle opportunità perse di utilizzo della materia prima proveniente dai rifiuti domestici al posto del granulo vergine, ma i canoni estetici che gli esperti di marketing esigono per i loro prodotti a volte sono incompatibili con l’esigenza di utilizzo dei rifiuti plastici e di protezione dell’ambiente.

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https://www.arezio.it/ - La crisi delle forniture al settore dell’auto
La crisi delle forniture al settore dell’auto
Mercoledì, 1 aprile 2020 | Notizie Generali

Quali sfide devono affrontare le case automobilistiche per superare la crisi odierna. E’ finita un’epoca felice? L’industria dell’auto è stata fin dal dopoguerra una tra le più ammirate ed invidiate attività imprenditoriali, suscitando nei loro clienti, passione, dinamismo, libertà e senso di affermazione. Tra le prime aziende veramente globalizzate e globalizzanti. Oggi però le cose stanno cambiando. Avere un’auto negli anni 60’ era, generalmente, per la gente comune, un traguardo piuttosto elevato, che dava, a molti, il senso del benessere della propria famiglia e una rivincita sociale dopo gli anni bui della guerra. Negli anni successivi la macchina assunse simboli differenti: lotta sociale e di classe, passione per un marchio come una squadra di calcio, mezzo di un lavoro in trasformazione, strumento per l’emancipazione femminile e mezzo per l’indipendenza giovanile. Per ogni periodo della nostra vita l’industria automobilistica, più di altre, ha saputo interpretare i bisogni sociali, le aspettative e i sogni dei propri clienti, diventando impresa planetaria, con un crescendo di vendite ad un ritmo tale da sostenere finanziariamente le continue evoluzioni del settore. Negli ultimi periodi molte nubi si sono addensate sopra questa industria, a causa di forti cambiamenti che potrebbero minare la stabilità dei colossi automobilistici. Vediamone alcuni: Le sempre più stringenti normative anti inquinamento che hanno portato le cause automobilistiche a iniziare la riconversione dei motori da termici verso quelli elettrici, compiendo investimenti enormi in ricerca, strutture e acquisizioni di aziende inserite nella filiera dell’elettrificazione. La digitalizzazione dei sistemi di guida ha innescato una concorrenza spietata, all’interno del sistema auto, che ha richiesto ingenti risorse finanziarie. Inoltre, si sono affacciati sul mercato, nuovi concorrenti indiretti, che stanno sviluppando i sistemi di guida assistita, le cui aziende vedono l’auto solo come un mezzo per veicolare i loro prodotti. Il car sharing sta riducendo in modo importante le richieste di acquisto da parte dei clienti, soprattutto nelle grandi città, dove la condivisione dell’auto è un sistema che permette di ottimizzare i costi e il tempo dell’uso del mezzo. Lo stravolgimento del concetto di possesso dell’auto, come valore personale e sociale, specialmente tra i giovani, che non vedono nella proprietà un elemento importante su cui investire del denaro. La recente crisi epidemica di Coronavirus che ha imposto uno stop globalizzato delle industrie automobilistiche e una conseguente riduzione della domanda internazionale. La confusione dal punto di vista normativo sulle alimentazioni (benzina o diesel), in rapporto alle misure anti inquinamento e alle possibili defiscalizzazioni, a creato un clima di incertezza tra gli utenti. A fronte di tutto ciò le industrie automobilistiche stanno ripensando il loro scenario futuro mettendo in discussione alcune previsioni precedenti. Il rispetto stringente delle normative ambientali imposte da molti stati, non ultimo l’Europa, aveva imposto una rapida transizione verso l’auto elettrica, che oggi è messa in forte dubbio a causa di un mercato decisamente in calo, che non permette di generare introiti in linea con gli investimenti programmati. Quindi, rimandare il completamento dei progetti legati alla mobilità elettrica, che aveva posto le case automobilistiche difronte a scelte onerose ma ambiziose, sta mettendo a dura prova non solo il comparto primario, ma anche l’indotto, composto dalle forniture delle materie prime, i ricambi, l’impiantistica, la logistica, la distribuzione, le strutture finanziarie, l’ingegneristica. Inoltre si potrebbe verificare una contrazione della mano d’opera del comparto valutabile, secondo l’ACEA, che rappresenta l’associazione dei costruttori Europei, in 14 milioni di unità in Europa. Un problema sociale prima che industriale.

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https://www.arezio.it/ - La moda abbraccia l’ambiente e il riciclo
La moda abbraccia l’ambiente e il riciclo
Martedì, 31 marzo 2020 | Economia circolare

Produzioni di filati riciclati e verso una moda ad impatto zero La moda non poteva esimersi dal proporre novità estetiche e nuovi tessuti per tutte le donne che hanno un’innata inclinazione all’ambiente e alla natura. Nascono così capi fatti con filati eco-compatibili. I primi stilisti che avevano proposto tessuti provenienti dalla lavorazione di stoffe usate non erano stati identificati come precursori del movimento ambientalista nel settore della moda, ma più come l’espressione di un capriccio di creatori ed innovatori artistici. In realtà queste idee non si erano poi tramutate in ricerche più approfondite o addirittura in elementi costituenti collezioni di moda o produzioni industriali per capi di livello più popolare. Oggi, dove tutte le aziende stanno puntando all’impatto zero, si sono veramente e concretamente studiate soluzione per il riuso degli scarti di produzione adatti alla realizzazione di nuovi capi di abbigliamento. Per esempio la GoldenLady, nota casa produttrice di intimo, che possiede un ciclo industriale che spazia dalla produzione del filato fino alla confezione dei capi per l’intimo, punta all’impatto zero attraverso nuovi filati riciclati e fatti in casa. Parliamo di polimeri in PA 6 e 66, che provengono dal riciclo meccanico dei materiali di scarto della produzione degli stabilimenti aziendali, i quali mantengono caratteristiche del tutto simili ai polimeri vergini normalmente impiegati. L’idea dell’azienda non è solo quella di un autoconsumo, ma è anche allo studio un progetto per vendere sul mercato la produzione di filo riciclato prodotto internamente. L’azienda sta anche studiando filati che provengono dalle biomasse, attraverso l’utilizzo delle piante di mais, barbabietole, canna da zucchero e grano, che manterrebbero le qualità tecniche del filo necessario per creare i capi di abbigliamento. Esistono sul mercato altre realtà imprenditoriali che seguono una strada totalmente naturale per creare fibre tessili, in particolare una Start Up chiamata Orange Fiber, attraverso una collaborazione universitaria con il Politecnico di Milano, hanno studiato una fibra proveniente dagli scarti della filiera agricola delle arance. Considerando che l’industria di trasformazione agrumicola, solo in Italia, produce circa 700.000 tonnellate di sottoprodotto all’anno, creando considerevoli costi di smaltimento, l’azienda ha quindi pensato come utilizzare questa materia prima per l’industria tessile. Il principio della produzione di tessuto dagli scarti delle arance sfrutta la trasformazione delle bucce in cellulosa che, successivamente possa essere filata, per poi produrre fiocco o filo per gli indumenti

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https://www.arezio.it/ - Comunicazione: come uscire dall’anonimato con poche risorse
Comunicazione: come uscire dall’anonimato con poche risorse
Domenica, 29 marzo 2020 | Notizie Generali

Le possibilità per artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e consulenti In un mondo iper-competitivo, dove la comunicazione è diventata un’arma dirompente, chi ha le capacità e le risorse finanziarie per imporsi sul mercato, può fare la differenza. E le piccole aziende? Le attività di comunicazione, nel mondo interconnesso di oggi, possono fare la differenza tra chi le utilizza e chi no. Le piccole aziende, strettamente impegnate nel business quotidiano, non hanno a volte il tempo per promuovere la propria attività, far conoscere le capacità di creare valore aggiunto al proprio lavoro. Le dimensioni stesse dell’impresa non contemplano, spesso, la presenza di una figura che si occupi di mettere in luce le prerogative aziendali, attraverso le quali attirare nuovi potenziali clienti ed avere una programmazione del lavoro su un più lungo orizzonte. Inoltre, il flusso finanziario, tipico delle micro o piccole aziende, spesso non permette di assumere una risorsa umana interna che si occupi della promozione dell’attività. Ma per l’artigiano, il parrucchiere, l’estetista, il bar, il piccolo produttore, il consulente, l’impresa di pulizie e, potremmo andare avanti a citare mille altre figure professionali, emergere dall’anonimato o vincere la concorrenza, diventa sempre più un’esigenza di sopravvivenza e di rilancio. Ma come si raggiunge l’obbiettivo? La comunicazione è un’attività che punta a creare empatia con i potenziali clienti e un mezzo per fidelizzare quelli già acquisiti dall’impresa. L’empatia è quello stato d’animo, da parte del potenziale acquirente, che sceglie te invece che un tuo concorrente vicino o viene a conoscenza della tua attività e decide che potrebbe essere interessante provare a servirsi da te invece che dal suo solito fornitore. Nell’empatia sono racchiuse molte sensazioni che non dipendono direttamente dal prodotto che vendi o dal servizio che offri, ma è un insieme di valori trasmessi al potenziale cliente che fanno pendere la scelta verso la tua attività. La comunicazione non deve mai essere considerata un mezzo di vendita diretta, finalizzata nel breve periodo ad aumentare il fatturato, ma un’attività che favorisce la fidelizzazione del cliente sul lungo periodo, la cui conseguenza potrà essere l’aumento del fatturato. Perché ordinate una coca cola e non un’altra bibita con il caramello del tutto simile? Il prezzo? La qualità? Non credo proprio. La suggestione del prodotto che crea la giusta empatia in ognuno di noi. Perché una persona deve venire a comprare il pane al tuo negozio o andare a riparare il telefonino da te e non dalla grande catena distributiva o fare realizzare le tende per il la tua casa nel tuo negozio invece che da un altro o affidarsi ad un consulente finanziario invece che al suo concorrente? E’ una questione di empatia che, attraverso la comunicazione locale o su ampia scala, porta a compiere delle scelte che esulano dal prodotto, dando per scontato che si abbia una qualità attesa e non inferiore a quella del tuo concorrente, ma non per forza migliore. Questo vale anche nelle forniture all’ingrosso, dove un piccolo imprenditore può produrre ombrelloni o vasi o appendini o pattumiere o reti ortopediche, per fare alcuni esempi, a parità di qualità di prodotto e servizio, deve poter creare una chiave per farsi preferire e per farsi conoscere da una platea più vasta. Ma creare l’empatia non è come comprare o vendere un prodotto di uso comune, non raggiunge lo scopo in un lasso di tempo breve, è un percorso che necessita tempo ma soprattutto costanza. Chi sposa la comunicazione per far crescere la propria azienda deve essere soprattutto costante nel tempo, sia che le cose, nel breve periodo, vadano male o meglio. Con quali risorse e come fare? La costruzione di un percorso comunicativo oggi non necessita di investimenti onerosi, in quanto si può affittare il lavoro e calibrare le ore settimanali del consulente in base alle esigenze e le disponibilità finanziarie dell’azienda. Ogni attività ha una sua storia, un suo ambito, una sua situazione finanziaria e un suo obbiettivo. Partendo dall’analisi di queste informazioni si costruisce, con l’imprenditore, un piano di lavoro che permetta a lui di dedicarsi al proprio lavoro e al consulente di far emergere l’azienda e creare quell’empatia necessaria per far preferire un’azienda ad un’altra. Se desideri ulteriori informazioni scrivi a: info@arezio.it o visita il sito internet www.arezio.it

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https://www.arezio.it/ - Quando la plastica ti salva la vita
Quando la plastica ti salva la vita
Venerdì, 27 marzo 2020 | Notizie Generali

Un nuovo approccio al mondo della plastica, senza preconcetti e condizionamenti Quante parole si sono dette nei dibattiti televisivi, sui social, nelle News di tutto il mondo, sull’inquinamento della plastica, quanta gente ha seguito l’onda emotiva di quello che vedeva e sentiva senza capire fino in fondo il problema. Ma quante persone hanno fatto un bilancio obbiettivo e indipendente del fenomeno? La plastica non è solo la bottiglia di acqua o il fustino del detersivo che qualche irresponsabile, o comunità, abbandona nei fiumi, nei mari o a bordo delle strade. Non è rappresentata nemmeno dai sacchetti della spesa che vengono buttati nell’ambiente e che vanno a finire nello stomaco dei pesci. Non si può dire che sia identificata negli oggetti monouso che servono come strumenti sterili per la nostra vita e che possono diventare micro o nanoplastiche se abbandonati in mare, entrando nella catena alimentare. La plastica non è questo, ma purtroppo è quello che rappresenta nel subconscio della gente, senza capire che sono le conseguenze negative della sua gestione a portare ai fenomeni descritti. Sono quindi le carenti o improvvide gestioni del prodotto che creano il problema ambientale non il prodotto stesso. Certamente se partiamo dal presupposto che, tolti i denti doloranti ci togliamo il dolore, mi chiedo con cosa poi mangeremo? Forse ci facciamo una nuova dentiera di resina plastica. Non è colpa della plastica se l’uomo ha prodotto, dagli anni 60 del secolo scorso ad oggi, circa 8 miliardi di tonnellate di prodotto non biodegradabile, di cui si ricicla mediamente il 9% e che il 12% viene impiegato nei termovalorizzatori, mentre circa l’80% va disperso nell’ambiente. Non è colpa della plastica se nel mondo non vengono organizzati, in modo capillare, i sistemi di raccolta per i rifiuti, non vengono costruiti, in quantità sufficiente, gli impianti per la selezione e lo smaltimento, e i rifiuti stessi non vengono convertiti in energia rinnovabile e carburante. Non è colpa della plastica se l’uomo, nonostante abbia scoperto sistemi di riciclo che hanno superato il vecchio sistema meccanico, permettendo, attraverso processi chimici, di utilizzare ogni parte dei rifiuti plastici raccolti, ma non li promuove sul territorio attraverso investimenti pubblici. Non è colpa della plastica se l’uomo, inventandola, ha fatto una scoperta di una portata tale da migliorare la nostra vita quotidiana, impiegandola poi in un innumerevole quantità di prodotti di uso comune. Se avete dubbi guardatevi in giro, tra le vostre cose e fatevene un’idea. Oggi, la tanto vituperata plastica, ci può salvare la vita, con il polipropilene, il poliestere o altre plastiche per le mascherine, i camici degli operatori sanitari, i prodotti monouso sterili, i contenitori dei rifiuti ospedalieri pericolosi. Il movimento contro la plastica nasce da razioni impulsive, su episodi le cui immagini toccano la coscienza della gente, ma dopo la comprensibile disapprovazione, bisogna riavvolgere il filo e capire l’origine del problema. È una questione di cultura e conoscenza, che deve essere assimilata dalla gente in modo che abbia le informazioni obbiettive e indipendenti per giudicare e prendere una propria posizione, senza essere influenzata da protagonismi, fazioni politiche o lobbies. La plastica del futuro dovrà essere quella del passato, possiamo farlo.

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https://www.arezio.it/ - Perchè la viscosità e il peso molecolare sono così importanti nel pet?
Perchè la viscosità e il peso molecolare sono così importanti nel pet?
Giovedì, 26 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Nel PET riciclato i due valori possono determinare la lavorabilità e la qualità del manufatto Nell’utilizzo di una resina in PET riciclata, sia per stampaggio che per soffiaggio che per termoformatura, è importante capire quali relazioni esistano tra il peso molecolare e la viscosità del materiale. Parlando di viscosità e di peso molecolare, bisogna ritornare con la mente al grande fisico Isaac Newton che si occupò, tra le altre innumerevoli attività scientifiche, anche dello studio della dinamica dei fluidi. Ed è proprio la dinamica dei fluidi che in qualche modo interagisce anche con alcune regole di comportamento nella lavorazione del PET, quando osserviamo il cambiamento dallo stato solido a quello semifluido della materia prima riscaldata. Infatti nella produzione di un oggetto in PET, che sia per termoformatura, stampaggio o soffiaggio, la massa fusa che viene trasformata in un estrusore, crea dei parametri di flusso in cui il peso molecolare ha una grande importanza. Questo valore, in un polimero, è da tenere nella massima considerazione in quanto determina alcune proprietà meccaniche quali la rigidità, la resistenza, la tenacità, la viscosità e la viscoelasticità. Se il valore del peso molecolare fosse troppo basso, le proprietà meccaniche del prodotto in PET che volete realizzare sarebbero probabilmente insufficienti per realizzare una qualità appropriata. La modifica della lunghezza della catena porta ad un peso molecolare più elevato, con la conseguenza di un aumento della relazione delle singole molecole di polimero e della loro viscosità, che incideranno sulla lavorazione e sulla qualità del manufatto. Se vogliamo prendere un esempio nel campo del soffiaggio, possiamo dire che la variazione del peso molecolare del polimero porterà ad una maggiore o minore facilità nella formazione del Parison o della preforma. Come abbiamo visto, esiste un altro parametro strettamente legato con il valore del peso molecolare, che è la viscosità del polimero fuso, o anche detto resistenza al flusso. Ad un aumento del peso molecolare corrisponde generalmente un aumento della viscosità in relazione alla temperatura. La presenza di calore, che serve per creare il flusso di polimero, incidendo tramite un estrusore od un iniettore sul materiale, permette alla plastica di ammorbidirsi aumentando di volume e riducendo la sua densità. Questo comporta la separazione delle molecole che si muoveranno a velocità differenti, quelle al centro del fuso che non incontrando particolari ostacoli, avranno una velocità diversa di quelle periferiche che entreranno in contatto con le pareti che le contengono, creando così delle forze di taglio (stress da taglio) causate dalla differenza di velocità. Possiamo quindi dire che la viscosità di un materiale è influenzata anche dalla sua velocità, in quanto le materie plastiche, alle base temperature, si presentano come elementi aggrovigliati tra loro e, all’accrescere della velocità del flusso, si creerà un maggiore orientamento delle molecole con una riduzione della viscosità. Questo tipo di comportamento inserisce la plastica in quei fluidi detti “non Newtoniani”, a differenza dell’acqua che mantiene inalterata la propria viscosità anche all’aumentare della velocità, rientrando dei fluidi definiti “Newtoniani”. Questo ci fa capire cosa succede ad un fluido di PET che passa da una testa, da una preforma o da un Parison, cambiando la propria viscosità, riducendo il flusso d’uscita ed aumentando le forze di taglio.

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https://www.arezio.it/ - Quali alternative al riciclo meccanico dei rifiuti da post consumo?
Quali alternative al riciclo meccanico dei rifiuti da post consumo?
Mercoledì, 25 marzo 2020 | Economia circolare

Un sistema che non risponde più alle stringenti esigenze dell’economia circolare Da quando il mondo si è accorto che la plastica veniva riciclata in quantità del tutto marginale rispetto a quanta ne veniva prodotta e, che la parte non riciclata, circa il 90% finiva nell’ambiente e negli oceani, ci si è interrogati sulle tecnologie disponibili e sul futuro del riciclo. I dati sono del tutto allarmanti, nonostante la buona volontà di istituire, nei vari paesi, flussi di riciclo secondo i principi dell’economia circolare, almeno partendo da quelli urbani che contano una quota rilevante di plastica, si rimane però preoccupanti per la quantità di rifiuti plastici che possono essere riciclati e reimpiegati. Non è più sufficiente capire che la vaschetta del prosciutto o la bottiglia di acqua o il vassoio dei pomodori in polistirolo debbano essere raccolti, separati, ritirati dagli operatori e avviati agli impianti di riciclo, ma risulta oggi necessario capire, come e quanto ed a che prezzo si possono riciclare tutti i rifiuti domestici che produciamo. Perché in questo periodo ci dobbiamo chiedere, con più insistenza, come mai dobbiamo analizzare così accuratamente il problema? Fino ad un paio di anni fa, riciclare i rifiuti urbani, il così detto granulo da post consumo, era un esercizio industriale dove contavano soprattutto i numeri e poco la qualità del prodotto, quindi si produceva per liberarsi, dai magazzini, gli stock di rifiuti. Naturalmente si separavano i rifiuti per tipologie, si macinavano, si lavavano e si estrudevano secondo un ciclo collaudato del riciclo meccanico. Ma ogni operazione era finalizzata alla velocità degli impianti, al volume prodotto Ton/ora, con l’obbiettivo di minimizzare lo scarto, in quanto i costi di discarica erano molto alti, quindi si cercava di non buttare niente. Ma tutto questo aveva una valenza fino a quando la Cina importava qualsiasi tipologia di granulo, di macinato e di rifiuto, quindi c’era posto per tutti alla festa. I produttori di granulo da post consumo si erano abituati a comporre ogni tipologia di granulo, riuscendo a raccogliere e trasformare granuli di qualità medio-bassa e di qualità “immondizia”. Tutto andava bene, finché la Cina ha detto basta. Oggi ci troviamo a considerare che l’enorme quantità di rifiuti che dobbiamo gestire nei nostri paesi, non ci permette di dare risposte al mercato né in termini tecnici, né in termini ambientali e né in termini economici. Ci troviamo con le infrastrutture del riciclo carenti in termini quantitativi, tecnologicamente non adeguate a gestire i flussi di poli-accoppiati che si mandavano in Cina, non sappiamo come gestire lo scarto della frazione delle plastiche non riciclabili, esiste un’avversità diffusa dell’opinione pubblica verso i termovalorizzatori e le discariche. Nel frattempo il nostro trend di consumi, che genera imballi plastici anche complessi, non diminuisce, le aziende che producono i packaging non hanno ancora fatto un passo determinante per avere imballi completamente riciclabili e i governi nazionali sono ancora un po’ latitanti nell’ imprimere cambiamenti radicali (ad eccezione della Comunità Europea). La situazione potrebbe avere una soluzione se si verificassero alcune situazioni: Incremento del riciclo chimico delle plastiche complesse da post consumo e riduzione di quello meccanico, che genera prodotti scadenti e di difficile utilizzo. Cambiamento dei parametri sulla qualità estetica attesa sui prodotti, utilizzando granuli riciclati. Miglioramento della separazione dei rifiuti, a partire dall’abitazione, per utilizzare solo quelle plastiche che non si contaminano con altri materiali (la bottiglia di PET per esempio). Incremento della disponibilità di termovalorizzatori per utilizzare la frazione di plastiche, che conviene non riciclare, come carburante. Incremento degli impianti per la creazione di biogas ed energia elettrica dagli scarti alimentari domestici. Imposizioni all’industria per produrre imballi più riciclabili possibilmente con mono plastiche. Aumento della coltura della durabilità della plastica contro il concetto del monouso. Aumento dell’utilizzo di energia rinnovabile per i processi produttivi. Ascoltare più i giovani e le donne che sono i più coinvolti nella tutela ambientale sia con nuove idee e comportamenti, sia nelle scelte di acquisto.

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https://www.arezio.it/ - Il Disboscamento Illegale in Romania
Il Disboscamento Illegale in Romania
Lunedì, 23 marzo 2020 | Ambiente

Un disastro ecologico nell’Amazzonia Europea. Stiamo a guardare ancora? Le foreste della Romania, di proprietà dello stato, ammontano a 3,13 milioni di ettari, cifra che rappresenta il 48% delle superfici boschive del paese. In questi territori l’abbattimento illegale delle piante sta alimentando il mercato nero del legno e provoca un danno ambientale enorme. Secondo i dati forniti da Recorder.ro il disboscamento illegale in Romania ammonta ogni anno a circa 20 milioni di metri cubi di legname su un totale di 18 milioni autorizzati legalmente dallo Stato. Considerando un prezzo medio del legno di circa 50 euro/mc, si può notare che il business illegale frutta circa 1 miliardo di euro l’anno. In realtà, sono anni che il fenomeno va avanti, probabilmente coperto da funzionari dello stato che fanno finta di non vedere il problema, ma recentemente è tornato prepotentemente alla ribalta in quanto sono stati uccisi due guardia parco, che stavano onestamente lavorando per la tutela del patrimonio forestale dello stato. Si è parlato di forme mafiose di gestione del business del legno dolce, cosa che ha fatto muovere anche la Commissione Europea, che ha imposto allo stato Romeno, una verifica della situazione attraverso la creazione di una commissione di controllo sui numeri e sulle procedure di disboscamento. Secondo le indicazioni di Recorder.co, il rapporto elaborato, dopo aver sentito gli operatori dei controlli sul campo, coadiuvati da esperti formati in Francia, Svizzera e Finlandia, ha dimostrato che il disboscamento illegale rappresenta circa 20 milioni di mc/anno. Tuttavia, il rapporto sembra essere stato censurato dalle autorità che lo hanno ricevuto, in quanto non rappresenterebbe la reale situazione, in base ai rilevamenti autonomi di Romsilva, società che gestisce il patrimonio boschivo statale. Secondo i dati di questa società, il volume del disboscamento illegale si aggirerebbe tra i 40 e i 50.000 metri cubi annui e ipotizza che la commissione incaricata al controllo, su pressione della Comunità Europea, potrebbe aver commesso degli errori di calcolo. In una conferenza pubblica in cui hanno partecipato, sia il capo di Romsilva, sia i responsabili del progetto IFN, National Forest Inventory che ha eseguito i rilevamenti, è emerso che i numeri contenuti nel rapporto IFN, siano stati supportati da consulenti indipendenti Europei, ma che l’ente statale della protezione delle foreste insiste apertamente nel crederlo inattendibile, lasciando il problema in un pericoloso limbo. Come succede solitamente negli affari gestiti dalla malavita, il fenomeno dell’intimidazione, dell’omertà e della corruzione, unge un ingranaggio ben collaudato a tutti i livelli, con l’unico scopo di tenere le attività illegali al riparo dei clamori della cronaca, in modo da continuare in modo discreto e le operazioni. Si è tanto criticato Bolsonaro per il mancato contrasto alla deforestazione dell’Amazzonia, ma poco si è parlato della deforestazione illegale in Romania.

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https://www.arezio.it/ - Esiste una relazione tra l’aspirina e la plastica riciclata?
Esiste una relazione tra l’aspirina e la plastica riciclata?
Lunedì, 23 marzo 2020 | Notizie Generali

I ricercatori hanno scoperto evidenze tra i prodotti. Vediamo quali sono. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che l’idrolisi acida di un polimero vinilico riciclato induce ad una scomposizione chimica in acido salicilico e acido acetico. Questi acidi, debitamente trattati, sono i componenti per l’aspirina. Siamo pervasi ormai ogni giorno da notizie sull’inquinamento della plastica, sulla difficoltà di riciclare tutta quella che viene giornalmente prodotta, sulle difficoltà tecniche del processo di recupero meccanico delle varie tipologie di polimeri che troviamo nei prodotti e vediamo con speranza le nuove forme di riciclo non meccanico che si stanno studiando e testando. Esistono polimeri decisamente difficili da riciclare, dove le tecnologie molecolari di scomposizione dei componenti chimici potranno dare speranze industriali, per risolvere i vari problemi tecnici che comportano una percentuale di riciclo così bassa nel mondo. La via più sbrigativa, secondo alcune scuole di pensiero attuali, sarebbe quella di seguire le ideologie del movimento PlasticFree, che segue l’utopia di vivere senza plastica. Oggi, se ci guardiamo intorno, capiamo che nel breve periodo sembra impossibile sostituire tutti i prodotti plastici con prodotti alternativi che abbiano un costo sostenibile e un impatto ambientale corretto. Sarà sicuramente una strada da seguire quella di evitare la produzione di prodotti plastici usa e getta, in quanto la plastica nasce per durare. Una buona notizia viene dall’Universitàdi Shinshu, dove un ricercatore ha scoperto che l’idrolisi acida di un polimero vinilico porta alla formazione di acido salicilico e acido acetico, componenti di base dell’aspirina, che potrebbero, tramite passaggi chimici, ritornare a trasformarsi i composti in polimeri vinilici. Ma cosa sono i polimeri vinilici? Questi polimeri sono composti da monomeri vinilici, in pratica sono piccole molecole create da un doppio legame carbonio-carbonio e costituiscono la seconda più famosa ed utilizzata famiglia di polimeri. Tuttavia il vinile riciclato è di difficile utilizzo, in quanto instabile e di difficile manipolazione industriale, quindi i ricercatori stanno studiando i meccanismi di varie reazioni chimiche, per capire se forniranno indicazioni per nuove applicazioni sui vinili riciclabili e sulle sue applicazioni su scala industriale.

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https://www.arezio.it/ - La creazione di microplastiche aprendo una bottiglia. dove vanno a finire?
La creazione di microplastiche aprendo una bottiglia. dove vanno a finire?
Lunedì, 23 marzo 2020 | Notizie Generali

Non solo per le bottiglie, ma anche gli imballi per alimenti sottovuoto e per quelli avvolti Tagliare, strappare o svitare involucri di plastica dalle confezioni di cibo o dalle bibite crea un certo quantitativo di microplastiche o nanoplastiche, anche non visibili, che possono finire nei nostri alimenti. Le bibite nelle bottiglie di PET sono così comode che sono diventate così diffuse da non mancare mai nelle nostre case, nelle nostre auto o durante le nostre gite. Si potrebbe dire che hanno una comodità “mortale” perché, se non gestite in modo corretto, diventano non solo rifiuti pericolosi per l’ambiente, ma anche per la salute. Infatti un gruppo di ricercatori dell’Università di Newcastle e dell’Accademia delle Scienze Cinesi, hanno studiato cosa succede dei frammenti che si creano attraverso lo svitamento del tappo in PE dalle bottiglie di PET, o tagliando una confezione di alimenti o strappando una busta contenente biscotti, per esempio. I prodotti da analizzare sono stati pesati, prima e dopo l’apertura, con microbilance elettroniche e si è analizzata, con microscopi a scansione elettronica, la situazione del prodotto e dei residui dopo l’apertura della confezione. Nell’analisi dell’insieme dei dati di un campione misto di confezioni alimentari e di bibite, i ricercatori hanno verificato che il quantitativo di nanoparticelle che si creano ad ogni apertura, può essere indicata tra 10 e 30 manogrammi. Ovviamente questo divario dipende dal tipo di apertura eseguita, in quanto, se viene fatta svitando un tappo od usando una forbice le quantità di frammenti rilasciati saranno inferiori rispetto ad un taglio con un coltello o ad uno strappo. Sono quantitativi preoccupanti? Secondo i ricercatori, non in assoluto, ma le nanoplastiche e le microplastiche che potremmo introdurre nel nostro corpo non vengono solo da queste operazioni, ma anche dalle bevande che beviamo, dai pesci che mangiamo da certi cosmetici e da alcuni abiti con cui entriamo in contatto durante la nostra vita. Cosa succeda esattamente all’organismo umano ingerendo questi frammenti infinitesimali di plastica non è ben definito ad oggi, ma un passo sulla conoscenza del problema è stato fatto quando alcuni studiosi hanno messo in relazione le nanoplastiche con i disturbi cerebrali di alcuni pesci, che sono nella nostra catena alimentare. Ovviamente quello che c’è da ribadire sempre è che non è la plastica la nemica dell’uomo, ma è l’uomo che non ha saputo, o voluto, gestire, nei corretti modi, il riuso della plastica, lasciando che finisse nei mari e subendone poi le drammatiche conseguenze. Di plastica ci si può suicidare se l’essere umano vuole, per estremizzare il concetto in modo astratto, ma mai si potrà morire di essa se si gestiscono i rifiuti secondo le regole dell’economia circolare.  

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https://www.arezio.it/ - L’energia solare ai tempi della sharing economy
L’energia solare ai tempi della sharing economy
Venerdì, 20 marzo 2020 | Energie Rinnovabili

Come installare i pannelli solari sulla propria casa senza spendere un soldo. Il concetto di condivisione dei beni, in alternativa al possesso, può essere applicato oggi anche alla produzione di energia solare, apportando significativi vantaggi all’ambiente e all’economia circolare. La Sharing Economy si basa sul principio di massimizzazione dell’uso del bene da parte di tante persone che non lo posseggono, invece di avere tanti beni sottoutilizzati. Questo comporta un impatto positivo sull’ambiente, in quanto si produce solo ciò che viene utilizzato in pieno e si risparmiano materie prime, energia ed emissioni, per beni in realtà sono superflui. La teoria della condivisione dei beni si afferma intorno al 2008, quando la recessione mondiale ha portato il ceto medio e medio-basso a doversi inventare un modo per arrotondare lo stipendio o per sostenersi economicamente per un certo periodo avendo perso il lavoro. La spinta che ha generato il nuovo business della condivisione dei beni è da identificare anche nello sviluppo della rete internet attraverso il miglioramento tecnologico degli smartphone, che hanno permesso una connessione planetaria tra le persone, scavalcando confini, dogane e barriere. Il concetto di condivisione ha portato anche ad un cambiamento epocale del modello consumista fino ad allora adottato, basato sul valore sociale della proprietà privata, sull’identificazione di uno status symbol che i beni posseduti potevano rappresentare. Nascono così alcune società come Uber o Airbnb che permettono, a chi ne avesse bisogno, una forma di micro impresa attraverso i beni posseduti. Una macchina, una stanza in casa messi in condivisione con i clienti, permettono di arrotondare le entrate famigliari e di abbattere il muro dell’inviolabilità dei beni posseduti. Il concetto di globalizzazione che internet ha permesso in questi anni, ha portato rapidamente ad un cambio delle usanze locali e un livellamento al ribasso delle condizioni economiche delle prestazioni, spingendo sul concetto di massima espansione delle opportunità per tutti indipendentemente dal tenore di vita nel paese. Per quanto riguarda l’economia circolare, il concetto di condivisione è stato correttamente sfruttato anche nel campo dell’energia solare, dove, a fronte della necessità di incrementare la produzione e l’utilizzo di fonti rinnovabili, esisteva il problema del finanziamento iniziale dei micro progetti casa per casa. Non tutte le famiglie possono accollarsi l’onere di finanziare la progettazione e l’istallazione dei pannelli solari sul proprio tetto, anche se il costo della corrente utilizzata tramite i pannelli solari potrebbe essere inferiore a quella prelevata nella rete. Nello stesso tempo le energie rinnovabili devono al più presto conoscere una diffusione di massa se si vogliono ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera. Oggi, esistono società che affittano i pannelli solari attraverso la vendita dell’energia prodotta dagli stessi istallati sulla tua casa. Il proprietario dell’immobile non deve pensare a niente, in quanto le aziende che offrono questo servizio fanno il rilevamento e la progettazione dell’impianto adatto alle tue esigenze in termini di consumi, si preoccupano della gestione burocratica della pratica di installazione e montano i pannelli solari, rimanendone proprietari e responsabili per le manutenzioni. A fronte di questo servizio, il proprietario della casa pagherà il consumo della corrente che utilizza ad un prezzo marcatamente inferiore a quello che prelevava dalla rete. Inoltre sono previsti ulteriori incentivi se la quantità non utilizzata di energia reimmessa nella rete fosse cospicua.

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https://www.arezio.it/ - Covid-19: la sua possibile presenza sui rifiuti domestici
Covid-19: la sua possibile presenza sui rifiuti domestici
Venerdì, 20 marzo 2020 | Notizie Generali

Come trattare i prodotti della raccolta differenziata per evitare il contagio Che il virus, Covid 19 o Coronavirus, sia terribilmente contagioso per vie area lo abbiamo capito presto vedendo cosa è successo in Cina e cosa sta succedendo in Europa, ma dobbiamo anche considerare come trattare i prodotti che compriamo e i rifiuti che produciamo, per evitare eventuali contagi. Dopo La Cina, che abbiamo visto molto lontana per diverse settimane, in cui il virus aveva devastato l’equilibrio sociale di una parte del paese, ci siamo improvvisamente svegliati, non tutti in Europa direi, con il virus in casa. Sappiamo che la fonte di contagio primario rimane quella per via area, con gli sternuti e i colpi di tosse di chi è contagiato, attraverso i quali si espelle dal nostro corpo, vaporizzazioni e saliva, nei quali c’è il virus. Abbiamo imparato a capire come difenderci attraverso le mascherine, i guanti e l’allontanamento sociale. Ma cosa sappiamo della permanenza in vita del virus Covid-19 sulle superfici e sui prodotti che usiamo ogni giorno? Poco, secondo l’Istituto Superiore della Sanità Italiano, impegnato per gestire l’epidemia nel proprio paese, il virus si disattiva in un arco temporale variabile tra pochi minuti a 8-9 giorni, in base ai comportamenti di altri virus similari studiati in precedenza. Questa grande forchetta temporale dipende dal tipo di superficie con cui viene in contatto il virus, dalle condizioni quali l’umidità, il calore, la temperatura e molti atri fattori più tecnici. Non potendo sapere se gli imballi che tocchiamo posso trasportare un virus depositato in precedenza, dobbiamo stare molto attenti anche alla manipolazione dei prodotti che usiamo e che diventeranno rifiuti. Sarebbe auspicabile fare la spesa utilizzando guanti monouso e una volta che i prodotti acquistati entrano in casa, passarli, ove possibile, con liquidi a base di alcool. Ma anche i rifiuti domestici che gettiamo, sarebbe meglio seguissero strade diverse, se siete positivi al Covid-19 o se siete in quarantena, rispetto alla selezione tradizionale che normalmente facciamo in casa. Vediamo alcuni esempi: La plastica, il vetro, la carta, i residui di cibo, i fazzoletti le mascherine e i guanti (per fare alcuni esempi) sarebbe meglio metterli nel sacco del rifiuto indifferenziato, senza quindi separarli, per essere indirizzati agli impianti di termovalorizzazione. I sacchetti devono rappresentare un involucro robusto, che non si possa rompere nella movimentazione da parte dell’operatore che raccoglie i rifiuti. Se i sacchetti sono molto fini, usatene più di uno sovrapposti. La chiusura dei sacchetti deve essere ermetica, in modo che non ci sia la possibilità, rovesciandosi, che fuoriescano i rifiuti. Le legature vanno fatte con i guanti nonouso. Gettate poi i guanti in un altro sacchetto per la raccolta indifferenziata. Lavatevi sempre le mani al termine dell’operazione per almeno 30 secondi con acqua e sapone.

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https://www.arezio.it/ - Studi sui danni cerebrali delle nanoplastiche sui pesci
Studi sui danni cerebrali delle nanoplastiche sui pesci
Venerdì, 20 marzo 2020 | Notizie Generali

Cosa potrà succedere all’uomo? L’impatto emotivo sulle persone, inerente problema della plastica che si riversa nei nostri mari e nei nostri oceani, è stato così forte negli ultimi anni che ha permesso la creazione di una mobilitazione mondiale su un fenomeno tanto odioso quanto pericoloso per la salute degli animali ma anche per l’uomo. L’opinione pubblica è passata in due fasi di conoscenza del problema: La scoperta delle isole di plastica che si sono formate in alcune aree degli oceani, frutto delle correnti marine e dei venti, di dimensioni così estese da costituire, oltre ad un problema ambientale, un pugno nell’occhio e un grido di denuncia verso le attività e i comportamenti dell’uomo. Ci siamo commossi vedendo i pesci, gli uccelli marini e le tartarughe impigliati nei sacchetti di plastica o che avevano ingerito frammenti di plastica scambiati per cibo.La seconda fase è stata la scoperta che le bottiglie, i flaconi, le forchette e tanti altri prodotti che venivano versati negli oceani, con il tempo si decomponevano in microplastiche. Queste assumevano dimensioni così piccole da entrare nella catena alimentare dei pesci e quindi anche in quella dell’uomo. Un nemico subdolo in quanto non lo vediamo e ce ne cibiamo regolarmente. Secondo le ricerche dell’Universitàdi Lund, esiste un nemico ancora più insidioso per l’uomo, che è rappresentato dalle nanoplastiche, portando il problema delle plastiche nel mare ad una terza fase. Infatti, i ricercatori hanno studiato il degrado chimico e fisico di alcuni tappi di plastica utilizzati per la copertura delle tazze del caffè, seguendo tutte le fasi di disgregazione che il prodotto subisce in mare. E’ stato dimostrato che l’azione congiunta del mare e del sole, porta il rifiuto plastico da una dimensione visibile, alle microplastiche, per poi trasformarsi in nanoplastiche, che hanno una dimensione di pochi milionesimi di millimetri, permettendogli facilmente di essere assorbito dagli essere viventi, uomo compreso. Uno studio della stessa università ha dimostrato che le nanoplastiche possono entrare nel cervello dei pesci apportando dei danni cerebrali. Quello che ancora ci sarà da stabilire, riguarda quali potrebbero essere i danni che le nanoplastiche possono causare nell’uomo e quale potrebbe essere la quantità definibile pericolosa per la salute. Infatti si è capito che, a causa della loro composizione chimica a base di carbonio, sono difficili da individuare e potrebbero facilmente passare nel sangue ed arrivare fino al cervello dell’uomo.

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https://www.arezio.it/ - I Nuovi Investimenti per l’Ambiente: Green Bond
I Nuovi Investimenti per l’Ambiente: Green Bond
Mercoledì, 18 marzo 2020 | Ambiente

Come fare degli investimenti etici che fanno bene all’ambiente Forse la scossa al mercato la data uno dei più grandi fondi di investimento internazionale, il BlackRock, che aveva fornito indicazioni precise ai suoi operatori di virare verso investimenti in aziende che fossero focalizzate all’attenzione dell’ambiente nei propri business. Il concetto di Green Bond parte da questa attenzione al rapporto tra impresa e sostenibilità. Cosa sono i Green Bond? Sono strumenti finanziari, nello specifico obbligazioni societarie, le cui emissioni sono legate a progetti nel campo dell’economia circolare, delle energie rinnovabili, del corretto uso delle risorse ambientali, della prevenzione dell’inquinamento, dei trasporti, delle infrastrutture, che hanno come finalità il miglioramento di uno o più parametri legati alla sostenibilità ambientale. Chi emette le obbligazioni Verdi? Fino a pochi anni fa erano obbligazioni emesse prevalentemente da strutture finanziarie sovranazionali, come la Banca Europea per gli Investimenti o la Banca Mondiale, che curavano progetti di ampio respiro internazionale. Nel corso degli ultimi anni, con la crescita dell’attenzione all’ambiente da parte dei cittadini, questi titoli sono stati emessi anche da singole aziende che potessero dimostrare di avere un progetto che rientrasse nei parametri citati. Il primo Green Bond è stato emesso nel lontano 2007 da parte della BEI che ad oggi ha raccolto investimenti per finanziare 256 progetti in 52 paesi nel mondo. L’interesse da parte degli investitori è stato così importante che, dal 2016 all’inizio del 2020, le emissioni sul mercato sono cresciute, a livello mondiale da 750 milioni di euro a più di 50 miliardi. Nel solo 2019 la crescita dei green bond è stata del 50% sul 2018, che espresso in valore, corrispondono a + 170 miliardi di euro. Quali sono i paesi che emettono più obbligazioni verdi? Paesi appartenenti all’Unione Europea 226 miliardi Cina 98 miliardi Stati Uniti 43 miliardi Canada 14 miliardi India 14 miliardi Giappone 13 miliardi Corea 12 miliardi Gran Bretagna 8 miliardi Altri 154 miliardi Anche gli stati hanno emesso, nel corso degli anni, dei Titoli di Stato che avessero come obbiettivo, per esempio, l’efficientamento energetico di edifici pubblici o scuole, la ristrutturazione idrogeologica di aree a rischio e altre iniziative. Possiamo annoverare tra i paesi emittenti, l’Italia, l’Olanda, la Spagna, l’Irlanda, la Francia e la Germania. Chi garantisce gli standard “Green”? Fino a poco tempo fa ogni emittente, grande o piccolo, faceva da solo, quindi il rapporto con l’investitore era esclusivamente fiduciario. Oggi esiste l’ICMA che è l’International Capital Market Association, la più grande associazione internazionale di capitali, che ha fissato alcuni punti inderogabili per fregiarsi del marchio green. Vediamo quali sono: Chi emette l’obbligazione è soggetto alla massima trasparenza verso il mercato, quindi deve indicare con chiarezza la destinazione di quanto raccolto. Deve seguire una “road map” per la scelta, la valutazione e la selezione dei progetti da finanziare che devono rientrare in un elenco di categorie. Deve comunicare al mercato e agli organi di controllo circa la puntuale gestione del denaro raccolto Devono essere prepararti e diffusi dei reports inerenti all’andamento dei progetti in modo che gli investitori possano seguire il loro investimento. Per fare un esempio, possiamo citare il caso del colosso petrolifero Repsol che aveva acquisito nel 2017 il certificato green da Vigeo Eiris, sulla base di un progetto aziendale che mirava ad una riduzione di 1,2 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, modificando quindi il proprio modello di business, cosa che poi non ha fatto, venendo citato dall’Ong CBI come non degna di quell’attestato. Un nuovo regolamento per il mercato Il fenomeno dei Green Bond sta assumendo contorni così vasti che è diventata necessaria una regolamentazione internazionale anche a protezione degli investitori. Nel Febbraio 2019 la Commissione Europea e il Parlamento EU, hanno emanato un regolamento che definisce per quali famiglie di progetti le aziende possono chiedere al mercato soldi sotto la bandiera dei bond verdi. Le famiglie individuate sono: Mitigazione del cambiamento climatico Protezione e uso sostenibile delle risorse marine e idrogeologiche Transizione all’economia circolare Controllo e prevenzione dell’inquinamento Protezione e ripristino delle biodiversità Nel corso del 2021 verranno emanate le norme che dettaglieranno le singole famiglie di attività che risulteranno indispensabili per allontanare le ombre del greenwashing.

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https://www.arezio.it/ - Il Ritorno a Vecchie Abitudini: il Vuoto a Rendere
Il Ritorno a Vecchie Abitudini: il Vuoto a Rendere
Lunedì, 16 marzo 2020 | Economia circolare

Non ci sono solo nuove metodologie per migliorare l’economia circolare A volte le soluzioni per risolvere i grandi problemi che ci assillano, come quello dei rifiuti di plastica, sono nel passato. Coca Cola, negli anni ’20 del secolo scorso, introdusse il concetto del vuoto a rendere sulle bottiglie in vetro riuscendo a recuperare dal mercato il 98% di quanto venduto. Spesso sul portale di PlastiCare si trovano articoli inerenti alle molte ricerche e sperimentazioni su nuove forme di riciclo dei packaging di plastica e non, che mirano a risolvere il grande problema dei rifiuti che ci assilla. Il packaging alimentare, soprattutto le bottiglie di plastica, utilizzano un elemento durevole per contenere i liquidi destinati alla nostra tavola, quindi diventa in pochissimo tempo un rifiuto. In realtà fino al 2011 il mercato era governato, da parte dei consumatori, da tre esigenze: affidabilità, convenienza e prestazione. La bottiglia in plastica riassumeva le tre caratteristiche richieste dai consumatori e quindi, i produttori, non si ponevano il problema di cosa succedesse, dopo qualche giorno dall’acquisto, alle bottiglie. Nonostante fosse già da tempo iniziato il riciclo dei contenitori di plastica attraverso il sistema meccanico di gestione dei rifiuti, i grandi produttori non sentivano il problema dell’ambiente e quindi continuavano ad assecondare il mercato, nonostante sapessero che la quota di bottiglie plastiche prodotte rispetto a quanto fosse riciclato non presentava nessun tipo di equilibrio. Nel 2012 si iniziò, a livello mondiale, a parlare dell’inquinamento degli oceani da parte dei rifiuti di plastica, in cui le bottiglie erano le degne rappresentanti di questo fenomeno. Ma fu solo a partire dal 2015 che i consumatori iniziarono a prendere coscienza del problema, moltiplicando le campagne a difesa dell’ambiente. La gente iniziò a capire che dei 9,2 miliardi di tonnellate di plastica prodotta nel mondo, circa 6,2 sono diventati rifiuti e di questa quantità il 91% circa non è stato riciclato. Nonostante queste evidenze, le grandi aziende delle bibite, dei detersivi, dei liquidi industriali tentennavano, non volevano prendere posizione perché avevano paura di portare squilibri nelle proprie vendite. Poi, quasi improvvisamente, aziende come Coca Cola o Unilever, Nestlè, Proctor & Gamble, Pespi e altri, hanno rotto il ghiaccio e hanno acquisito nel proprio DNA di marketing un nuovo concetto: sostenibilità ambientale. La parola riciclo entrò prepotentemente nelle campagne pubblicitarie per assecondare le richieste dei consumatori che richiedevano una nuova sostenibilità industriale e si resero conto che la leva “verde” poteva avere anche una nuova valenza commerciale. Il mercato del riciclo in questi anni ha subito enormi cambiamenti ed enormi scossoni, tra chi spingeva per migliorare e incrementare la sua potenzialità ed efficacia a chi subdolamente gli faceva la guerra, abbassando i prezzi delle materie prime vergini, secondo le più classiche regole di mercato tra domanda e offerta. Ma indietro comunque non si può più tornare e questo è stato recepito anche dai produttori di materie prime vergini che si stanno contendendo, con le grandi aziende del beverage e dell’home care, il mercato del riciclo, tramiti accordi blindati e acquisizioni dirette. Il costo del riciclo è comunque un onere non indifferente e, oggi, contrariamente a quello che succedeva nel passato, il materiale riciclato non ha più un vantaggio economico rispetto a quello vergine. Così si devono trovare altri canali di riciclo che rendano sostenibile la filiera. Come negli anni ’20, si sta sperimentando nel mondo forme di distribuzione del prodotto come il vuoto a rendere o il riempimento delle bottiglie riutilizzabili presso distributori autorizzati, dalla birra ai detersivi alle bibite, alle tazze del caffè come fanno Starbucks e McDonalds. Dopo aver capito che bisogna riciclare stiamo piano piano capendo che bisogna riutilizzare gli imballi che compriamo e forse capiremo anche, spero presto, che dobbiamo imparare a consumare meno.

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https://www.arezio.it/ - Il riciclo dell’acqua per ridurre lo stress idrico
Il riciclo dell’acqua per ridurre lo stress idrico
Lunedì, 16 marzo 2020 | Economia circolare

Le indicazioni della EU per un’agricoltura più sostenibile Il progressivo innalzamento delle temperature terrestri, l’aumento della popolazione, un carente sistema di trasporto, che causa perdite ingenti dalle reti distributive e uno scorretto mix di coltivazioni, molto proteso alla produzione di foraggio per l’industria mondiale della carne, porterà probabilmente entro al 2050 ad una situazione insostenibile per la mancanza di acqua, identificato dagli esperti come stress idrico. Secondo i dati elaborati dal Stockholm International Water Institute (SIWI), che punta il dito sull’enorme fenomeno dello spreco di acqua a tutti i livelli, il consumo dell’oro blu nel mondo vede una distribuzione così espressa: 70% ad uso agricolo 20% ad uso industriale 10% ad uso domestico L’Istituto SIWI entra nel dettaglio dei numeri, indicando alcuni punti estremamente critici sull’uso dell’acqua, sottolineando, tra gli altri, che una scorretta alimentazione mondiale basata sulla carne richiede circa 8-10 volte in più di acqua rispetto alla coltivazione di cereali. Inoltre la continua crescita demografica porta ad un incremento di richiesta di cibo, che si traduce in una maggiore richiesta di acqua da parte dell’agricoltura, a fronte di una riduzione costante di precipitazioni a causa dei cambiamenti climatici. C’è da notare anche che, secondo i dati elaborati dalla ricerca, un quarto dell’acqua che viene impiegata nell’agricoltura mondiale serve per produrre circa 1 miliardo di tonnellate di cibo che verranno poi buttate. SIWI sottolinea anche la sperequazione tra il consumo di acqua di una persona che vive in aree sviluppate del pianeta rispetto a un’altra che vive in aree in via di sviluppo, la quale esprime una differenza che è superiore, per il primo soggetto, di 30-50 volte rispetto al secondo. Tuttavia, proprio a causa della tendenza demografica del pianeta, le aree in via di sviluppo avranno una richiesta di acqua superiore del 50% rispetto ai consumi attuali, creando una situazione per cui il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree con problematiche idriche. Per chiudere il cerchio poco rassicurante possiamo citare un altro importante problema, che riguarda lo spreco di acqua causato dalla vetustà degli acquedotti, su cui si fa poca manutenzione in quanto forse, si ha l’errato concetto, che una perdita di acqua non sia un fatto così grave. Ma quanta acqua abbiamo a disposizione e chi ne usufruisce? Sul pianeta abbiamo circa 1,4 miliardi di Km3 di acqua, ma solo il 2,5% è costituito da acqua dolce, che si può conteggiare in 35 milioni di Km3, ma il 70% di questa quantità è espressa in ghiacci o nevai permanenti sulle montagne, nelle zone antartiche e artiche. Quindi, possiamo disporre facilmente di solo l’1% di tutta l’acqua presente sul pianeta sotto forme di riserve idriche nel sottosuolo e in superficie. Dobbiamo inoltre considerare che sul pianeta circa 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua e che circa 2,5 miliardi non dispongono di adeguati servizi igienico-sanitari. Questa situazione, secondo l’OMS, causa colera, malaria e malattie intestinali che sono la maggior causa della mortalità infantile. Come uscire da questa situazione? In un’ottica di economia circolare anche l’agricoltura, che ricordiamo consuma il 70% circa dell’acqua disponibile sulla terra, deve utilizzare le acque reflue urbane che provengono da impianti di depurazione, in modo da risparmiare l’acqua potabile. Secondo le regole emanate dalla Comunità Europea in materia di irrigazione agricola, si vogliono sensibilizzare gli agricoltori ad un uso sostenibile dell’acqua attraverso l’impiego delle acque non potabili. In base alle indicazioni del commissario per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, esistono dei parametri minimi per l’utilizzo delle acque reflue urbane provenienti dagli impianti di trattamento e depurazione, che riguardano sia valori microbiologici sia i processi di controllo degli impianti. La stessa Commissione Europea indica come sotto sfruttato il sistema di riutilizzo di queste acque per fini agricoli e che l’utilizzo di acqua potabile, oltre ad un impiego enorme di energia per la sua estrazione e il suo trasporto, crea un impatto ambientale importante che si deve tenere in considerazione. Indica poi la presenza, in un terzo del territorio Europeo, di una situazione di stress idrico, che sarà ulteriormente aggravato dalla diminuzione tendenziale delle precipitazioni e dall’aumento delle temperature.

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https://www.arezio.it/ - La sindrome nimby non fa bene all’economia circolare
La sindrome nimby non fa bene all’economia circolare
Lunedì, 16 marzo 2020 | Notizie Generali

Come aiutare la popolazione a prendere decisioni per il bene comune La sindrome di NIMBY, dall’acronimo inglese “non nel mio cortile” rappresenta la protesta da parte di una comunità verso quei progetti, di interesse nazionale, che prevedono l’istallazione nel loro territorio di cave, autostrade, raffinerie, termovalorizzatori, discariche insediamenti industriali o depositi di sostanze pericolose. E’ un fenomeno trasversale in tutta Europa, che nasce spontaneo come azione di difesa verso un territorio o verso la popolazione stessa, che vede, attraverso le informazioni in suo possesso, un potenziale pericolo nell’accettare il progetto. L’economia circolare è spesso vittima della sindrome di Nimby, specialmente quando si tratta di costruire un termovalorizzatore od accettare una discarica o uno stoccaggio di rifiuti, ed è un problema evidente in territori in cui per concludere la circolarità dei prodotti e delle produzioni servono strutture come quelle citate. Con i sistemi impiantistici a disposizione, il fenomeno dei rifiuti zero è un’utopia e la gente deve sapere che la circolarità si può raggiungere, integrando varie forme di riciclo che non finiscono con la raccolta differenziata. In alcuni territori, specialmente nel Sud Europa la mancanza di termovalorizzatori di ultima generazione, perché osteggiati dalla gente, porta ad una movimentazione dei rifiuti verso aree dove possono essere lavorarli (da sud al nord Italia per esempio), con costi sugli stessi cittadini contrari e un impatto ambientale elevato. C’è da tenere in considerazione che la sindrome nasce anche a causa di un’insufficiente coinvolgimento della popolazione da parte delle istituzioni politiche che decidono il progetto, dalla scarsa fiducia che la base ha nei confronti dei propri eletti che amministrano i territori su cui l’opera dovrebbe essere installata. Anche il possibile fenomeno corruttivo, che incide sulla verifica tecnica del progetto in chiave ambientale e di sostenibilità sociale, fanno parte della possibile sfiducia nelle istituzioni locali o nazionali. Bisogna investire soprattutto nella cultura della circolarità dei rifiuti, per aiutare i cittadini a capire meglio le proposte che potrebbero incidere sui propri territori e, da parte di chi gestisce politicamente le aree interessate, è necessario mettere a diposizione ogni informazione che permetta alla gente di capire che l’interesse nazionale non si scontri con possibili minori tutele alla salute o con lo stravolgimento delle abitudini di vita locali. Secondo i dati forniti dal Nimby Forum, al 2016 esistevano progetti contestati che riguardavano le energie rinnovabili, come impianti per biomasse, compostaggio e parchi eolici, per un totale di 359 posizioni aperte. E’ facile immaginare come queste opposizioni siano oggi amplificate anche dalla rete, attraverso la quale non sempre i partecipanti a queste discussioni hanno una preparazione tecnica qualificata per sostenere i pro e i contro delle opere, con il rischio di una strumentalizzazione sempre possibile. La storia recente comunque ci dice che grandi progetti sull’economia circolare, di utilità nazionale, si devono poter eseguire nell’interesse di tutti, ma che la popolazione ha diritto ad essere coinvolta, ha diritto a capire e ha diritto ad esprimersi per eventuali modifiche ritenute necessarie. La democrazia è anche questo.

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https://www.arezio.it/ - L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
Sabato, 14 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Pulire l’acqua, creare fanghi compostabili ed assorbire CO2 Ci sono i campi di applicazione tradizionali dei polimeri plastici che tutti conosciamo, permettendoci di usare i prodotti plastici quotidiani, poi ci sono campi di utilizzo davvero impensabili. Secondo le informazioni dell’Universitàdi Iztapalapa in Messico, un team di ricercatori universitari, capeggiato dalla Dott.ssa Judith Cardoso, sta studiando gli impieghi di vari polimeri e biopolimeri, per migliorare le performance di alcune operazioni di carattere ecologico. Due di questi progetti riguardano la pulizia dei pozzi profondi e il trattamento dell’acqua di scarto proveniente dai lavaggi delle auto che sono notoriamente contaminate. Nel caso dell’autolavaggio si trattava di poter gestire i materiali di scarto, di origine biologica e trasportati dall’acqua, attraverso il legame con un polimero, creando dall’unione, un elemento pesante che scendesse sul fondo delle vasche di raccolta, consentendo così di pulire l’acqua. Questo nuovo composto può essere definito un fango che ha caratteristiche tali da poter essere utilizzato per il compostaggio. Nel caso della purificazione dei pozzi di acqua dai metalli pesanti, quali il Cromo 6 e l’arsenico, il gruppo di ricerca, in collaborazione con il National Polytechnic Istitute (IPN), sta sperimentando l’impiego di resine a base di polimeri. Questo studio vuole trovare una soluzione per l’estrazione dell’acqua in assenza dei due inquinanti, che sono facilmente presenti nei pozzi in aree semi-aride. Il processo prevede inoltre l’impiego della tecnologia di elettrodeionizzazione in una cella elettrochimica. Un altro studio su cui si stanno concentrando i ricercatori è quello di riuscire ad immagazzinare, nelle resine riciclate, una certa quantità di CO2 con lo scopo di produrre un abbattimento di quella circolante e, inoltre, creare resine con un maggior valore aggiunto. Infatti, se si riuscisse a trovare un metodo industriale di immaginamento della CO2 nelle resine riciclate, si creerebbero delle basi polimeriche che si potrebbero trasformare, secondo i ricercatori, in etanolo metanolo e biocarburanti od altri composti da utilizzare come materie prime.

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https://www.arezio.it/ - Cosa sono le batterie di flusso organiche?
Cosa sono le batterie di flusso organiche?
Martedì, 10 marzo 2020 | Energie Rinnovabili

Un sistema ecocompatibile per immagazzinare energia sfruttando la pianta del rabarbaro Le energie rinnovabili sono di per sé soggette a periodi in cui non possono generare energia costante e per questo motivo avrebbero bisogno di nuove tecnologie di accumulo che possano compensare i periodi in cui non si produce o si produce poco. Il vento, il sole e la stessa acqua sono soggetti, per questioni meteorologiche, a periodi in cui si verificano cali di prestazioni nella generazione di corrente. Questo a causa dell’assenza di vento, di nuvole persistenti o a causa di picchi di richiesta energetica o di carenza di acqua, cosa che si ripete spesso per la diminuzione delle precipitazioni. Da tempo gli scienziati stanno studiando la possibilità di colmare questo calo di produzione energetica con nuove batterie che possono continuare ad alimentare energia pulita alla comunità. Gli ultimi studi si rivolgono verso le batterie di flusso, che sono ricaricabili e composte da elettroliti contenenti sostanze elettro-attive disciolte che passano da celle elettrochimiche trasformando l’energia chimica in elettrica. Lo scopo di queste ricerche è trovare un’alternativa alle batterie agli ioni di litio che utilizzano metalli costosi, oggetto oggi di guerre commerciali per il dominio delle cave da cui si estraggono le materie prime. Le batterie di flusso organiche sfruttano composti naturali come i chinoni, che possono essere estratti anche dalle piante, come il rabarbaro. L’utilizzo di queste batterie allo studio, potrebbe richiede una struttura importante, come pompe, sensori e vasche di contenimento, quindi adatte ad un uso stanziale. Tuttavia sono indicate per livellare i picchi energetici nelle abitazioni o strutture produttive, accumulare energia durante la notte e reintrodurla nella rete di giorno, quando il costo sarebbe superiore. Inoltre sono indicate per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili quando questa produzione decade dal punto di vista prestazionale per motivi meteorologici.

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https://www.arezio.it/ - Aumentare la resistenza al fuoco del calcestruzzo con le fibre di pp riciclate
Aumentare la resistenza al fuoco del calcestruzzo con le fibre di pp riciclate
Martedì, 10 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Gli pneumatici riciclati offrono fibre di polipropilene dal tessuto di rinforzo Secondo uno studio dell’Università di Sheffield, l’utilizzo del rinforzo tessile in polipropilene presente nei pneumatici riciclati, aiuta le strutture in calcestruzzo a resistere meglio al fuoco. Che l’uso delle fibre in polipropilene (PP) negli impasti di calcestruzzo utilizzati per una maggiore resistenza al fuoco fosse una pratica risaputa non è una novità, cosa interessante invece, nell’ottica dell’economia circolare, è che il tessuto di rinforzo contenuto nei pneumatici riciclati è stato oggetto di studi per capirne il comportamento al fuoco in una struttura di calcestruzzo. L’uso delle fibre in polipropilene, nelle ricette di calcestruzzi particolarmente resistenti al fuoco, è indicato per ridurre il fenomeno dell’esplosione del conglomerato sotto l’effetto del calore. Lo studio ha dimostrato che l’utilizzo di fibre in PP riciclate, in questo caso proveniente dagli pneumatici riciclati, svolge un lavoro equivalente alle fibre vergini, con un risparmio di energia e di risorse naturali per la loro produzione. Ma qual è il vantaggio dell’uso delle fibre in PP riciclato in caso di incendio? La struttura in calcestruzzo, sotto l’effetto del fuoco, aumenta considerevolmente la sua temperatura e, a causa dell’umidità intrappolata al suo interno, data dal rapporto acqua e cemento durante la formazione delle strutture, potrebbe far esplodere parti di calcestruzzo nel tentativo di uscire dalla struttura. In questo caso le fibre in PP, durante il riscaldamento della struttura, si sciolgono progressivamente, creando una rete di micro cunicoli che permettono all’umidità di trovare fughe verso l’esterno. Si potrebbe pensare che la creazione di queste micro vie possa ridurre la resistenza meccanica e la rigidità del calcestruzzo, ma in realtà il volume delle fibre è così limito che non influisce su questi fattori secondo l’università di Sheffield. L’uso delle fibre in PP riciclate non ha solo la funzione di proteggere il calcestruzzo dalle esplosioni causate dall’umidità intrappolata al suo interno, ma anche di proteggere i ferri di armatura. Infatti, questi, se si trovassero con le superfici a contatto diretto della fonte di calore a causa della perdita dello strato di copertura di calcestruzzo, andrebbero incontro a rapidi ammaloramenti strutturali. Il solo scopo dell’aggiunta delle fibre in PP riciclate è quella del loro scioglimento al momento del bisogno, riducendo la pressione interna del conglomerato. Gli studi continueranno con l’obbiettivo di testare diverse tipologie di impasti cementizi, con diverse granulometrie di aggregati, sottoposti a temperature differenti, con lo scopo di studiare, a livello di microstruttura, i danni provocati dal fuoco e i cambiamenti strutturali.

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https://www.arezio.it/ -  La moquette si può riciclare grazie alla tecnologia molecolare
La moquette si può riciclare grazie alla tecnologia molecolare
Martedì, 10 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Dove il riciclo meccanico non arriva, le nuove tecnologie di riciclo molecolare danno nuove speranze I tappeti e le moquette non sono ben visti perfino nelle discariche per la loro difficoltà di smaltimento, quindi costituiscono un problema sulla circolarità dei prodotti. Il riciclo molecolare dei rifiuti plastici apre a nuove speranze. La plastica non è mai nata con l’intento o l’accortezza dovuta, per chi la produce, di tener in considerazione anche il suo riciclo che, contrariamente alla sua grande dote di longevità, viene principalmente usata come plastica usa e getta. Questa “disattenzione” comporta, nel ciclo di produzione, l’assunzione di additivi di vario tipo, che legandosi ai monomeri del prodotto rimangono saldamente uniti nel tempo, inoltre può avvenire, nella realizzazione di un nuovo prodotto, l’abbinamento con plastiche di diversa composizione chimica, unite termicamente o attraverso collanti. Durante le fasi del riciclo meccanico questi legami rimangono ben consolidati, rendendo difficile il riutilizzo della plastica riciclata come nuova materia prima. Infatti gli impianti meccanici di lavorazione dei rifiuti plastici separano, triturano, lavano ed estrudono il prodotto senza apportare correzioni sostanziali nelle catene polimeriche, ma cercando di creare macro famiglie di polimeri da riutilizzare. Esistono prodotti composti, come alcuni tappeti e le moquette, che sono prodotti con un mix, meccanicamente indissolubile di polimeri e additivi, che rendono il loro riciclo molto complicato. Per questo motivo la tecnologia di riciclo molecolare viene incontro a queste esigenze sfruttando, attraverso la chimica, la separazione delle molecole degli elementi che costituiscono i prodotti plastici. Questo significa che i legami che sarebbero irreversibili, se trattati con ricicli meccanici, diventano reversibili con la chimica, consentendo di riciclare la plastica come fossero nuove molecole, con le quali riprodurre nuovi elementi. Il processo va anche incontro al gravoso problema delle discariche in cui vengono parcheggiati prodotti non riciclabili e che rimangono inalterati per decine, forse centinaia di anni, senza una soluzione, essendo anche incompatibili con l’ambiente.

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https://www.arezio.it/ - L’educazione alla responsabilità ambientale. La chiesa diventa green
L’educazione alla responsabilità ambientale. La chiesa diventa green
Venerdì, 6 marzo 2020 | Ambiente

Come raccogliere i rifiuti e convertirli in sussidi per i poveri secondo il principio della sostenibilità ambientale. Come raccogliere i rifiuti e convertirli in sussidi per i poveri secondo il principio della sostenibilità ambientale. La chiesa di tutto il mondo, spinta dalle indicazioni di Papa Francesco, si sta ponendo il problema di dare un sostanziale contributo attraverso corrette politiche comportamentali e di informazioni sul tema dell’ecologia, dello spreco e dei rifiuti. Ci sono tanti campi in cui la chiesa sta lavorando, dai più visibili a quelli meno appariscenti o sotto gli occhi di tutti. Tra quelli più visibili possiamo citare una scelta fatta dalla Chiesa d’Inghilterra che, in collaborazione con la ditta specializzata nell’abbigliamento ecclesiastico, Butler & Butler, ha lanciato la prima tonaca fatta in fibra di poliestere, creata al 100% con bottiglie di plastica riciclata. Non si tratta di tessuti di ripiego ma di veri e propri prodotti di qualità elevata, soffici e morbidi che non hanno niente da invidiare a quelli tradizionali. Ma l’indicazione da parte del vaticano circa un’educazione familiare alla responsabilità ambientale, tocca vari aspetti della vita dei fedeli: – Evitare gli imballi in plastica non strettamente necessari – Preoccuparsi di separare in modo corretto i rifiuti in casa – Evitare gli sprechi alimentari – Ridurre lo sfruttamento energetico – Minimizzare la produzione di CO2 attraverso la mobilità necessaria – Ridurre il consumo di acqua Nei dibattiti e nelle funzioni religiose il rapporto tra l’uomo e la natura è tornato alla sua centralità, perduta nel tempo e cerca di recuperare un equilibrio, anche spirituale, tra l’ecosistema e la vita umana. Ma le iniziative non finiscono qui. Tra quelle meno visibili, possiamo citare un’iniziativa del Pontefice, che, attraverso la collaborazione con i fondatori di Plastik Bank, società che ha messo a punto un sistema di raccolta della plastica riversata negli oceani, trasformandola poi in moneta, ha avviato iniziative di supporto economico agli indigenti. Considerando che attualmente si conta che circa 9 milione di tonnellate annue di plastica finiscono negli oceani, per un po’ di tempo questa iniziativa sosterrà economicamente un gran numero di persone povere, in attesa che vengano adottate, finalmente, soluzioni ambientali più drastiche in modo che finisca questo scempio ecologico.

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https://www.arezio.it/ - Il vetro nell’economia circolare.
Il vetro nell’economia circolare.
Venerdì, 6 marzo 2020 | Economia circolare

L’incremento dell’uso del vetro si vede al supermercato. L’incremento dell’uso del vetro si vede al supermercato. Il fatturato degli imballi di vetro, nelle catene dei supermercati, sta avendo un trend in ascesa su molti prodotti che si trovano nelle corsie dei prodotti alimentari. Secondo un’indagine fatta da Assovetro in Italia l’85% del fatturato degli articoli come la birra, i sughi e il vino è coperto da imballi in vetro. Se consideriamo la crescita percentuale nel triennio 2016-2019 vediamo dati sempre positivi, con un 17% di incremento di fatturato per i sughi in vetro, 16% per le birre e 13% per il vino. Valori con incrementi minori, ma sempre positivi, li troviamo peri i prodotti come l’olio, i succhi e le conserve generiche, con una punta del 10% di incremento per i succhi in vetro. Questi dati sono stati presentati a Milano, ad un convegno sulla grande distribuzione in Italia, in cui hanno partecipato esponenti del settore produttivo, distributivo e alimentare. La sensibilità dei consumatori agli imballi diversi dalla plastica, seppur nati da una distorta idea che la plastica possa inquinare in ogni caso, porta al comparto del vetro un ritrovato interesse negli acquisti della gente. Non è quindi solo il settore premium delle bevande, che raccolgono in sé prodotti di alto valore simbolico o di livello qualitativo superiore alla media, che sta crescendo, ma tutto il comparto compresi i settori più di larga rotazione nei supermercati. Cogliendo questo nuovo vento positivo verso l’imballo del vetro, l’industria europea di questo packaging si è posta come obbiettivo, da raggiungere entro il 2030, il tasso medio di raccolta per i vetro destinato al riciclo, al 90%.

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https://www.arezio.it/ - Lo scarto del pulper delle cartiere: un rifiuto o una risorsa?
Lo scarto del pulper delle cartiere: un rifiuto o una risorsa?
Venerdì, 6 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Riutilizzare lo scarto del pulper per creare polimeri adatti allo stampaggio L’industria della carta utilizza un processo meccanico per riciclare la carta da recupero che entra nei loro stabilimenti. Il processo industriale parte dalla macerazione in vasca del cartone e della carta di uso quotidiano, attraverso l’acqua e un movimento rotatorio di apparecchiature che hanno lo scopo di separare le fibre di cellulosa dai materiali non utilizzabili. Da questo processo, semplificando, si forma il pulper. Questi materiali sono composti, prevalentemente, da alluminio e polietilene che si trovano all’interno degli imballi alimentari, come il Tetrapak o altri imballi similari, che non possono essere impiegati nel processo di produzione delle cartiere. I numeri che compongono lo scarto del pulper sono davvero impressionanti in quanto si considera che circa il 10%, in peso, della carta prodotta, generi questo tipo di rifiuto, con costi di smaltimento a carico delle cartiere molto onerosi. Oggi ci sono delle tecnologie che permettono di riutilizzare lo scarto del pulper delle cartiere recuperando il polimero in LDPE che si trova all’interno, attraverso il processo di separazione, triturazione, lavaggio e granulazione dello scarto del pulper. I problemi che si incontrano per riciclare questo composto, PE+Alluminio sono però importanti, sia a livello produttivo che di qualità finale del prodotto: 1. Lo scarto del pulper presenta una percentuale di umidità elevata, superiore al 10%, che deve essere abbattuta in modo sostanziale per evitare problemi di granulazione e di perdita di produzione. 2. L’umidità residua all’interno del granulo può creare, in fase di stampaggio, problemi di gas, con conseguenti riduzioni della resistenza del manufatto e difetti estetici sulle superfici. 3. La presenza residuale di carta all’interno del composto da lavorare, comporta un lavoro aggiuntivo nelle fasi di filtraggio della granulazione. Infatti la micro-presenze di carta nella produzione del granulo finale porterebbe alla creazione di micro-pori dannosi al granulo finale. 4. La presenza di alluminio, anche sotto forma di elemento flessibile, quindi non ostacolante in fase di stampaggio, comporta un effetto estetico che deve essere tollerato in quanto le superfici colorate non saranno omogenee. Non c’è dubbio che tutti questi problemi possono essere gestiti sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista dell’effetto ottico del prodotto finale, che deve essere accettato come una caratteristica peculiare del prodotto stesso. Il granulo che ne deriva è solitamente un LDPE con fluidità intorno a 1 a 2,16 Kg. /190° con una percentuale di LD oltre il 90% e residui di alluminio ed eventualmente di carta. Per quanto riguarda l’impego del granulo derivante dallo scarto del pulper, fermo restando la soluzione dei punti precedenti, è indicato per lo stampaggio di prodotti non estetici ma dove sono richieste qualità del polimero in termini di flessibilità e uniformità di composizione. Possiamo citare i bancali in plastica, vasi e mastelli, accessori per l’edilizia, grigliati non carrabili, ecc.. Il prodotto si adatta alla creazione di compounds con PP, PO e HD a seconda degli impieghi che il cliente ne deve fare creando così un composto molto flessibile dal punto di vista delle ricette polimeriche. Ovviamente, visto che normalmente ha un DSC regolare, si presta facilmente all’aggiunta di cariche minerali, specialmente CACO3, che aiutano la ricetta a dare minore flessibilità, insita nell’LDPE, se il cliente ne facesse richiesta.

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https://www.arezio.it/ - Plastiche riciclate per vespai areati.
Plastiche riciclate per vespai areati.
Venerdì, 6 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Quali effetti statici e dinamici si trasmettono sugli elementi utilizzando miscele rigenerate differenti. Quali effetti statici e dinamici si trasmettono sui vespai in plastica riciclata utilizzando miscele differenti. Gli antichi romani avevano già capito, nella costruzione degli edifici, l’importanza della creazione di una intercapedine areata, tra il terreno e il pavimento, al fine di evitare la risalita capillare dell’umidità e permettere un isolamento termico del piano. Il vespaio veniva costruito utilizzando muretti collegati tra loro o con anfore come base di riempimento. Con l’evoluzione delle costruzioni, il vespaio areato ha avuto molteplici usi, non solo quello di isolare dall’umidità, ma è stato possibile impiegare, nel modo migliore, lo spazio che si crea tra il terreno e il piano. Fino a pochi anni fa, prima dell’avvento della plastica nell’edilizia, la costruzione dei vespai veniva fatta attraverso i tavelloni, per le parti orizzontali, e i mattoni o prisme in cemento per la parete verticale. Questo sistema però non garantiva totalmente l’isolamento tra un piano e l’altro. Oggi, con l’utilizzo degli elementi in plastica riciclata, si sono ampliate le possibilità d’impiego dell’intercapedine e migliorate le sue doti tecniche. Vediamo quali sono i possibili usi degli elementi di separazione in plastica riciclata: 1) La funzione classica per cui era nato è quello di creare, attraverso elementi modulari continui di plastica, una efficace separazione tra il piano abitato e il terreno di fondazione, impedendo la risalita capillare dell’umidità. Inoltre lo spazio che si viene a creare, permette agevolmente il passaggio degli impianti per le funzioni della casa. 2) L’intercapedine monolitica formata, permette l’evacuazione del gas Radon che si forma nel terreno. Questo, è un gas radioattivo, incolore e inodore, formato dal decadimento dell’uranio 238, che ha la capacità di insinuarsi nelle fessure del terreno e saturare gli scantinati o i piani a contatto con esso. Attraverso la posa degli elementi in plastica sui quali si creerà un getto di calcestruzzo continuo, si creerà una ventilazione naturale, con ingressi dell’aria a nord e uscita a sud, così da evitare i ristagni del gas. 3) La creazione di tetti ventilati, specialmente per quelli orizzontali, permette una naturale regolazione degli sbalzi termici che aiutano, insieme ad un corretto isolamento, la vivibilità degli ambienti sottostanti e il risparmio energetico. 4) Gli elementi in plastica di altezze ridotte, specialmente quelli di 5 cm., aiutano ad un corretto isolamento acustico, insieme a tappetini smorzanti, in quanto l’aria ferma all’interno delle celle, aiuta lo smorzamento delle onde sonore. 5) Un’altra funzione è quella di poter creare giardini pensili con la caratteristica di poter isolare il manto impermeabilizzante dalle radici delle piante. È noto infatti che la maggior parte dei difetti dei giardini pensili riguarda la percolazione dell’acqua meteorica, in quanto l’azione delle radici, apre varchi nei manti bituminosi impermeabili, con il possibile passaggio di acqua. Gli elementi in plastica sono estremamente resistenti all’azione di perforazione delle piante. Sicuramente ci sono molte altre funzioni che il vespaio in plastica può assolvere ma, elencando le più comuni, ho cercato di dare un’idea del suo utilizzo. Una volta deciso quale utilizzo si deve fare degli elementi separatori, è importante capire come vengono prodotti per poter scegliere gli elementi che siano idonei al nostro lavoro. Le caratteristiche principali che si chiedono ad un insieme di elementi che costituiranno la struttura portante per il nostro getto in calcestruzzo nell’estradosso sono: Flessibilità dell’elemento Resistenza a compressione verticale Resistenza alla flessione delle cupole Mantenimento dimensionale dei singoli pezzi dopo lo stampaggio per poter essere assemblati senza fatica dagli operatori e senza lasciare vuoti Assenza di fragilità durante la movimentazione Spessori corretti in funzione della materia prima utilizzata Indeformabilità sotto l’effetto del peso del calcestruzzo fresco Pedonabilità minima dell’elemento espressa nella capacità di sostenere l’addetto al getto del solaio, che non deve essere inferiore a 150 Kg. calcolata su una superficie di cm.8 x cm.8. Queste caratteristiche, fermo restando una corretta progettazione dello stampo e dell’elemento stesso, si raggiungono con una giusta scelta delle materie prime riciclate, che potranno aumentare o diminuire determinate caratteristiche. Il materiale più comunemente usato appartiene alla famiglia del polipropilene, in particolare un compound misto tra PP e PE che permette discrete performance meccaniche e un costo produttivo contenuto. In alcuni casi si produce l’elemento in HDPE, che attribuisce agli elementi migliori prestazioni tecniche a fronte di costi produttivi più alti. La ricetta di PP+PE impiegata ha delle limitazioni tecniche da tenere presente: 1) Il compound in PP+PE normalmente proviene dai componenti della raccolta differenziata, che è costituita da scarti di polipropilene rigidi e da scarti flessibili di polietilene a bassa densità. I due elementi sono di difficile manipolazione dal punto di vista termico, in fase di stampaggio, con il rischio di degradazione del materiale e la formazione di gas all’interno dell’elemento stampato. Questi micro fori possono creare un indebolimento dell’elemento. 2) Il compound ottenuto ha, in generale, delle buone caratteristiche meccaniche verticali, in particolare per quanto riguarda la resistenza a compressione, ma, di contro, ha una limitata resistenza alla flessione e alla torsione. La conoscenza dei limiti tecnici di questo compound permette normalmente la risoluzione di questi minus con un’appropriata progettazione delle fasce di rinforzo attraverso il posizionamento di setti reticolari, nei punti più soggetti alle possibili rotture. 3) La ricerca di un’economicità esasperata potrebbe indurre i produttori a ridurre il polipropilene all’interno della miscela a vantaggio dell’LDPE, creando situazioni di debolezza strutturale che dovrebbero essere compensate con l’aggiunta di HDPE e/o cariche minerali. Lo studio di ricette così complesse è sicuramente sconsigliato nella produzione di elementi sui quali si deve camminare in sicurezza, al fine di evitare incidenti, perchè richiedono una competenza tecnica elevata e il controllo dell’input in entrata attraverso analisi di laboratorio frequenti. In alcuni casi si utilizza una miscela di HDPE che può essere composta da granulo derivante dalla lavorazione dei tappi del settore delle bevande o con compound misti con tappi e flaconi dei detersivi. Secondo i dati raccolti possiamo indicare alcune differenze: 1) La produzione dei vespai in plastica riciclata utilizzando granuli che provengono dai tappi in HDPEcomporta di dover lavorare una materia prima che ha una fluidità sicuramente più bassa rispetto al compound in PP+PE, normalmente 1,5-2 a 2,16 Kg./190° contro un MFI 5-6 a 2,16 Kg./230°. Questo significa che bisogna tener presente anche la dimensione della pressa da utilizzare in quanto il polimero in HDPE è sicuramente meno fluido. Le caratteristiche meccaniche di questo compound si possono riassumere in una buona resistenza a compressione e un’eccellente resistenza a flessione e torsione degli elementi stampati. C’è però da tener presente un fattore importante che potrebbe influenzare la scelta di questo polimero. In presenza di superfici di posa molto estese e in corrispondenza di picchi di temperature molto elevate, c’è da considerare che l’elemento in HDPE, agganciato in modo continuativo con altri moduli, all’interno del reticolo delle travi, potrebbe subire una deformazione importante dato dalla reazione al calore del sole. Il problema si può risolvere, in fase di granulazione, aggiungendo una percentuale di carica minerale che sterilizza le reazioni espansive dell’HDPE. 2) Ci sono casi in cui la resistenza del modulo sia un elemento fondamentale e, in presenza di spessori sottili delle pareti del prodotto, si può optare ad un mix formato dalla granulazione di tappi e flaconi in HDPE o dei soli flaconi. La riduzione della fluidità dell’impasto porta un aumento delle performance meccaniche degli elementi a parità di caratteristiche fisiche dell’elemento, con valori di fluidità che vanno da 0,3 a 1 a 2,16 Kg./190°.

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https://www.arezio.it/ - La plastica è il nostro nemico?
La plastica è il nostro nemico?
Venerdì, 6 marzo 2020 | Notizie Generali

Lettera aperta agli ambientalisti da un ambientalista Vi voglio raccontare la mia piccola storia di ambientalista, nata in un tempo in cui non c’erano i social, nemmeno i telefonini e la televisione ci metteva qualche minuto ad accendersi per via delle valvole che si dovevano scaldare. Non ho un ricordo chiaro del mio amore verso la natura fino al raggiungimento dell’età di 6 anni, infatti a quell’età della mia vita, la fortuna volle che frequentassi la mia prima scuola, che veniva definita sperimentale. Era il 1970, e gli insegnanti adottavano un sistema di insegnamento che, oltre alle nozioni tradizionali, tendevano a sviluppare la conoscenza per il bello, quindi, tra le tante cose, anche la conoscenza della natura, che permetteva agli alunni di viverla da vicino, attraverso lezioni in cui ti sentivi parte di lei. Me ne sono innamorato subito, senza ripensamenti o compromessi anche se la parola “ecologista” non esisteva ancora nel vocabolario della gente. Nel giardino di casa avevamo tre pini, molto vecchi e, su uno di questi, quando avevamo 8 anni, a circa 15 metri da terra, costruii il mio rifugio nella natura, usando tre assi che trovai nell’orto di mio padre. Ci passavo i pomeriggi dopo la scuola, arrampicandomi fin lassù e scendendo utilizzando una canna dell’acqua in pvc legata ad un ramo. Ero felice di quello che c’era intorno a me. Passata l’adolescenza, acquisita l’autonomia, sono tornato spesso a cercare la natura, la volevo: assoluta, selvaggia e solitaria. Ho scelto quindi l’alpinismo, anche quello solitario, per vivere da adulto e sotto una forma più estrema, la sensazione di felicità che vivevo da bambino sul mio pino. Ho scalato in estate e in inverno, cercano itinerari duri, complicati e in ambienti solitari per vivere appieno la bellezza della natura senza compromessi. Dopo alcune esperienze lavorative, sono riuscito, anche nel lavoro, a dare un senso alla mia passione per l’ambiente, riuscendo ad occuparmi, prima, di produzione di manufatti realizzati in plastica riciclata e successivamente in aziende che si occupavano di riciclo dei rifiuti plastici. Era la chiusura del cerchio aperto quando ero bambino, continuare a salvaguardare, nel mio piccolo, l’ambiente in cui vivevo. Oggi, dove tutto è veloce, dove i mezzi di comunicazione permettono in tempi impensabili nel passato, di mobilitare centinaia di migliaia di persone, in uno sciame un po’ goliardico con slogan emulativi, dove l’idea della maggioranza è subito la tua, dove conta stare “dentro” e chi sta fuori, peggio per lui. Questo odio smisurato per la plastica che è diventato la bandiera a tutti i livelli della gente comune, dove si avanza per slogan, fatti sempre da altri, dove si fa’ la gara a postare le foto del mare in cui galleggiano le micro plastiche, con la speranza, giorno per giorno, di ricevere un like più di ieri o più degli altri. Sicuramente sono lodevoli le campagne per limitare l’uso della plastica inutile, sempre che non la si sostituisca con qualche cosa che consuma le risorse della terra, della gente volenterosa che si riunisce per ripulire le spiagge, che si faccia la spesa con sacchetti di cotone o non di plastica. Ma io non ho mai visto una bottiglia e un fustino di detersivo che, mano nella mano, percorressero, con le loro gambe, la strada verso il mare e che, giunti in spiaggia, a causa del grande caldo, si immergessero nel mare per poi restarci a vita. Quindi, visto che le bottiglie di plastica e i fustini del detersivo, per fare un esempio, non hanno le gambe, mi viene da pensare che sia l’uomo che causa il disastro ambientale in cui ci troviamo e che quindi il nemico non è la plastica, ma siamo noi che al mare ce la portiamo o la facciamo arrivare tramite i fiumi. Un torrente di milioni di dollari sta arrivando per perorare questa causa ecologica, finanziati anche da aziende che in primis hanno alimentato comportamenti ecologici in contrasto con l’ambiente, che trova nella plastica il loro capro espiatorio. A me sembra una grande operazione di marketing, per vestire con un abito nuovo, chi si sente in colpa. Ma se è l’uomo che inquina perché non ricicla ancora abbastanza, investiamo in cultura e insegniamo ai popoli che non hanno le possibilità di scolarizzazione dei paesi avanzati, cosa succede e succederà alle loro, e alle nostre vite, se non comprendono la gravità di un approccio non ecologico alla quotidianità. Io, da ecologista, non odio la plastica e penso che i rifiuti plastici siano anche una risorsa per salvare le risorse ambientali, trasformandoli in carburanti e nuovi prodotti. Io, però, non sopporto l’ignoranza e la manipolazione della gente che mi sembra stia avvenendo con arte.

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https://www.arezio.it/ - L’uso del biossido di titanio nei dentifrici
L’uso del biossido di titanio nei dentifrici
Venerdì, 6 marzo 2020 | Notizie Generali

Vediamo cosa è emerso dopo l’analisi di 408 campioni L’associazione francese Agir Pour l’Environnement ha analizzato nel totale 408 dentifrici (per bambini e per adulti) che sono venduti in diversi supermercati tra cui Auchan, Leclerc, Lid e Carrefour. Dal risultato delle analisi svolto su di essi si è evinto che in 2 su 3 è presente biossido di titanio. L’analisi sui dentifrici di Agir Pour l’Environnement L’associazione francese Agir Pour l’Environnement ha analizzato 408 dentifrici di cui 59 per bambini e 78 organici. Dall’analisi si è evinto che in 2 dentifrici su 3 è presente biossido di titanio. Nel dettaglio tale sostanza è stata rinvenuta in 271 dentifrici di cui 29 per bambini (e quindi il 49,1%) ed in 25 organici e quindi il 32%. Per chi non lo sapesse il biossido di titanio è un composto chimico che si presenta come una polvere cristallina con un colore che è tendente al bianco. Esso viene identificato con la sigla E171 quando viene utilizzato negli alimenti ma è presente come ingrediente anche nei cosmetici. Come additivo alimentare viene usato nella produzione di prodotti a base di pesce e formaggio, salse, caramelle ed in altre tipologie di alimenti come colorante mentre (ad esempio) nelle creme per cambiare il pannolino e nei dentifrici viene usato perché conferisce al prodotto una colorazione bianca ed inoltre per le sue proprietà assorbenti. I marchi importanti dell’analisi effettuata da Agir Pour l’Environnement Tra i marchi di spicco dei dentifrici analizzati dall’associazione francese “Agir Pour l’Environnement” ci sono Oral-B, Colgate, Aquafresh e Signal. In quest’ultimo, ad esempio, anche la versione bambini presenta tracce di biossido di titanio. Dall’analisi di Agir Pour l’Environnement si evince inoltre che nessuno dei 271 dentifrici incriminati specifica sulla confezione se il biossido di titanio si trova nel dentifricio sotto forma di nanoparticelle. Il regolamento Europeo numero 1223/2009 in vigore dal 2013 comunica invece che se c’è un ingrediente nei prodotti cosmetici sotto forma di nanomateriale c’è l’obbligo che esso venga indicato. Per l’esattezza il nome dell’ingrediente presente deve essere seguito dalla parola “nano” che dovrà essere messa tra parentesi. Ma quali sono gli effetti del biossido di titanio sulla salute? Come già comunicato nei prodotti cosmetici il biossido di titanio viene utilizzato per dare quel colore bianco al prodotto. Per quanto concerne gli effetti sulla salute, i pareri sono controversi. Per gli esperti, comunque, esso può portare rischi, ad esempio, al fegato e agli organi riproduttivi e va considerato anche un possibile cancerogeno. Inoltre esso è pericoloso a causa delle nanoparticelle (meno di cento nanometri di dimensione) che facilitano la penetrazione nel corpo umano. Al momento in Francia si attende un provvedimento che vieti il biossido di titanio in tutti i prodotti che possono essere anche parzialmente ingeriti (come dentifricio e medicinali) così come accade per il cibo.

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https://www.arezio.it/ - La raccolta differenziata dei rifiuti urbani in italia
La raccolta differenziata dei rifiuti urbani in italia
Giovedì, 5 marzo 2020 | Economia circolare

Luci ed ombre sul sistema Italia Se volessimo fare un bilancio sommario e generale della situazione della raccolta urbana dei rifiuti in Italia nell’anno 2018, potremmo dire che dei 30 milioni di tonnellate raccolti, il 58,1%, pari a 17,5 milioni di tonnellate, rappresentano la raccolta differenziata, con una crescita del 2,6 % rispetto al 2017. Non c’è dubbio che l’Italia continua, virtuosamente, il processo di efficientamento della gestione dei rifiuti urbani sul territorio nazionale, perseguendo gli obbiettivi imposti dalla comunità Europea. Ma il sistema paese vive di luci ed ombre che sono chiaramente espressi nel rapporto sui rifiuti urbani dell’anno 2018 presentato dall’Ispra, nel quale si notano differenza marcate sia nella raccolta, che nella selezione che nello smaltimento dei rifiuti. I primi dati interessanti mostrano la % di raccolta, nel 2018, divisi per macro aree: Nord 67,7 % Centro 54,1 Sud 46,1 Dove ai primi tre posti troviamo regioni come il Veneto con il 73,7 % raccolto, il Trentino Alto Adige con 72,5 % e la Lombardia con il 70,7 %. Sul lato opposto della statistica troviamo la Sicilia con il 29,5 %, il Molise con il 38,4 % e la Calabria con il 45,2 %. Le differenze nelle percentuali, seppur abnormi, lasciano intravedere però sostanziali miglioramenti delle ultime regioni rispetto al 2017, con crescite tra il 6 e l’8 % in un solo anno. Per quanto riguarda le frazioni merceologiche troviamo una raccolta, espressa in milioni di tonnellate così divisa: Frazione organica 7,079 Carta 3,418 Vetro 2,118 Plastica 1,368 Metallo 0,332 Legno 0,908 RAEE 0,255 Tessili 0,146 Altro 1,908 Alla luce di questi numeri si può identificare un grande problema che riguarda la dislocazione territoriale degli impianti di smaltimento e lavorazione dei rifiuti della raccolta differenziata, in quanto la maggior parte di essi si trova al nord, creando quindi una migrazione dei rifiuti da trattare dal centro-sud verso il nord. Questo comporta un peggioramento in termini ambientali ed economici per i cittadini, causato dalla grande quantità di autotreni che si spostano ogni giorno. Per capire questo fenomeno dobbiamo entrare nel dettaglio della distribuzione degli impianti sul territorio Italiano divisi per attività. Impianti per la frazione organica: Nord 220 Centro 50 Sud 69 Discariche autorizzate: Nord 56 Centro 25 Sud 46 Inceneritori: Nord 26 Centro 6 Sud 6 Oltre a queste quotidiane migrazioni di rifiuti dal centro-sud verso il nord Italia, esiste una quantità di rifiuti che vanno all’estero e che rappresentano l’1,5% del montante raccolto, pari a 465.000 tonnellate.  I principali paesi che accolgono i rifiuti Italiani sono: Austria 84.934 Ton Portogallo 52.204 Ton Slovenia 49.413 Ton Spagna 49.382 Ton Bulgaria 39.365 Ton Il problema dei rifiuti va comunque visto in un’ottica più ampia che riguarda la transizione energetica nazionale, che si deve realizzare attraverso la circolarità di quanto raccolto e selezionato e verso forme di energia rinnovabili. La carente situazione impiantistica non riguarda solo il comparto dei rifiuti ma abbraccia anche gli altri settori delle energie rinnovabili, dove una quota degli impianti eolici, solari, idroelettrici e a biomasse sono oggetto di contestazione. La politica deve dare un segnale forte ed indicare la strada, coinvolgendo le amministrazioni locali, verso una necessità nazionale di circolarità ed energia pulita, scavalcando inutili campanilismi e opposizioni locali frutto, molte volte, di incompetenza tecnica e di una miope visione del futuro o di favori politici.

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https://www.arezio.it/ - Come migliorare lo stampaggio di articoli non estetici
Come migliorare lo stampaggio di articoli non estetici
Giovedì, 5 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Considerazioni sulla produzione e l’utilizzo del granulo in PO. I prodotti finiti non estetici destinati a un mercato usa e getta venivano prodotti normalmente con compound di PP formato da un mix tra PP e PE (PO), proveniente dalla granulazione si scarti della selezione dei rifiuti urbani. Se prendiamo in considerazione i bancali in plastica o i distanziatori per l’edilizia o le cassette per l’ortofrutta, per fare solo alcuni esempi, il mix tra le due famiglie di polimeri permetteva di produrre dei compounds la cui % di PP all’interno della miscela variava dal 30-40% al 60-70% a seconda della ricetta attesa. Il melt index a 230°/ 2,16 kg. variava da 3 a 6 se il prodotto non presentava cariche minerali aggiunte. Le caratteristiche del granulo prodotto, e di conseguenza dell’articolo finale, vedevano una performance buona per quanto riguardava la resistenza a compressione e una meno eccelsa per quanto riguardava la resistenza a flessione. In merito alla facoltà di ricevere i colori nella fase di estrusione del granulo o durante le fasi di stampaggio, posso dire che, per quanto riguarda la scala dei colori scuri, la famiglia di tinte permetteva una discreta scelta e l’aspetto estetico del prodotto finito era accettabile in considerazione del prodotto da cui si partiva. Oggi il cosiddetto PO, che identifica il misto poliolefinico proveniente dalla raccolta differenziata, ha assunto una composizione media diversa rispetto al passato in virtù dell’accresciuta performance degli impianti di selezione dei rifiuti urbani che tendono a massimizzare il prelievo dal mix PP/PE di polipropilene, HD e LD, in quanto l’offerta sul mercato di input separato permette un margine di contribuzione sul rifiuto nettamente superiore rispetto alla vendita del mix originario. Questo, oggi, comporta di dover lavorare un mix PP/PE qualitativamente meno performante rispetto al passato in quanto gli equilibri tra le tre famiglie, PP, HD,e LD che componevano il PO in passato, si sono alterate. Inoltre l’aumento della produzione sia del rifiuto da lavorare che della richiesta di granulo da compound PP/PE ha spinto alcuni impianti di trattamento dei rifiuti plastici a velocizzare la fase di lavaggio per recuperare produttività a decremento della qualità del macinato o densificato necessario a produrre il granulo. Possiamo elencare alcune criticità della produzione di compound PO: • Aumento della % di LD a discapito dell’ HD nel mix poliolefinico • Peggioramento della qualità del lavaggio dell’input a causa dell’aumento dei volumi da trattare e delle diverse % di polimeri nella ricetta • Aumento della presenza di plastiche bio all’interno del frazione selezionata che danno problemi nella qualità del granulo • Aumento dell’utilizzo sul mercato di imballi fatti con plastiche miste che comportano una maggiore % di materiali multistrato, come certe etichette, di difficile coabitazione con il PO tradizionale. In merito a questi cambiamenti nella composizione base del PO e della sua lavorazione, avremo dei risvolti da gestire in fase di produzione del granulo e in fase di stampaggio, al fine di minimizzare gli impatti negativi della qualità di cui è composto il granulo. Per quanto riguarda la produzione si dovrebbe intervenire: • sui tempi di lavaggio • sulla dimensione delle vasche • sulla gestione dell’acqua • sulla ricetta del compound PO per la granulazione • sulla filtrazione Per quanto riguarda la fase di stampaggio si dovrebbe intervenire: • sulle temperature macchina • sulla fase di essiccazione del granulo • sulla verifica dei raffreddamenti degli stampi L’intervento tecnico su queste criticità porta ad avere i seguenti miglioramenti: • Maggiore resistenza alla flessione del prodotto finale • miglioramento delle superfici estetiche con riduzione o scomparsa di sfiammature sul prodotto finito • Miglioramento della omogeneità dei colori • riduzione del cattivo odore del granulo e del manufatto finito • aumento della durata delle viti e cilindri in fase di granulazione e degli stampi in fase di iniezione • luoghi di lavoro più salutari durante le fasi di fusione della plastica.

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https://www.arezio.it/ - Ebook: ldpe da post consumo
Ebook: ldpe da post consumo
Mercoledì, 4 marzo 2020 | eBook

Come ridurre le imperfezioni nella produzione di film in LDPE fatti con granulo da post consumoL’eBook affronta, nello stile della dispensa tecnica, tutta la filiera produttiva di un granulo in LDPE da post consumo partendo dalle fasi di raccolta del film sotto forma di scarto, e seguendo un percorso illustrativo nelle varie fasi di lavorazione : selezione, triturazione, lavaggi, densificazione, granulazione, insaccatura, tests di laboratorio, ricette produttive e impiego in filmatura. Vengono evidenziate le peculiarità e i principali errori da evitare nella produzione del granulo e in quella del prodotto finito, si affrontano i limiti produttivi in termini qualitativi della materia prima proveniente dal post consumo, si dà importanza alla conoscenza della qualità del granulo attraverso le prove di laboratorio, si consigliano ricette per ottenere un film che abbia un buon rapporto qualità/costi. L’indice degli argomenti trattati è il seguente: INTRODUZIONE L’USO DELLA MATERIA PRIMA RIGENERATA E’ SOLO MARKETING? LA FILIERA DELLA RACCOLTA DEL FILM IN LDPE LA LAVORAZIONE DELL’INPUT IN LDPE DA POST CONSUMO DENSIFICAZIONE ED ESTRUSIONE DELL’LDPE INSACCATURA E STOCCAGGIO DEL GRANULO CLASSIFICAZIONE DEL GRANULO UTILIZZO DEL GRANULO DA POST CONSUMO PER FILMATURA CREAZIONE DI COMPOUNDS CON LDPE DA ALTRE FONTI CONCLUSIONI Se desiderate acquistare l’eBook potete farlo seguendo tre opzioni: – Inviando un’email a: info@arezio.it chiedendo l’invio del PDF del libro al costo di 9,9 euro+costi di spedizione – tramite Amazon al link: https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?ref=qf_sp_asin_til&t=plasticare201-21&m=amazon&o=29&p=8&l=as1&IS2=1&asins=B07LDWBP3D&linkId=9afab334aac91a4f8728831eed597005&bc1=ffffff&lt1=_blank&fc1=333333&lc1=0066c0&bg1=ffffff&f=ifr“ Buona lettura

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https://www.arezio.it/ - Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
Martedì, 3 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odori. In un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare, PlastiCare, è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione. Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.

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https://www.arezio.it/ - Resine termoindurenti
Resine termoindurenti
Martedì, 3 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Proprietà chimico-fisiche, tecnologiche e relativi settori di applicazione Genericamente una resina può essere definita come prodotto organico, solido o semi-solido, d’origine naturale o sintetica, senza un preciso punto di fusione e, generalmente, ad alto peso molecolare. Le resine possono essere suddivise in: termoplastiche;termoindurenti. Le resine termoplastiche sono polimeri lineari o ramificati che possono fondere o rammollire senza subire alterazioni della composizione chimica. Possono pertanto essere forgiate in qualsiasi forma usando tecniche quali lo stampaggio ad iniezione e l’estrusione. Il processo di fusione-solidificazione del materiale può essere ripetuto senza apportare variazioni sostanziali alle prestazioni della resina. Generalmente i polimeri termoplastici sono amorfi e non cristallizzano facilmente, a seguito di un raffreddamento, poiché le catene polimeriche sono molto aggrovigliate. Anche quelli che cristallizzano non formano mai dei materiali perfettamente cristallini, bensì semi-cristallini caratterizzati da zone cristalline e zone amorfe. Le resine amorfe, e le regioni amorfe delle resine parzialmente cristalline, mostrano il fenomeno della transizione vetrosa, caratterizzato dal passaggio, a volte anche abbastanza brusco, dallo stato vetroso a quello gommoso. Questa transizione coincide con l’attivazione di alcuni movimenti a lungo raggio delle macromolecole che compongono il materiale. Al di sotto della Temperatura di transizione vetrosa (Tg), le catene polimeriche si trovano in posizioni bloccate. Sia la temperatura di fusione sia quella di transizione vetrosa aumentano all’aumentare della rigidità delle catene che compongono il materiale e all’aumentare delle forze di interazione intermolecolari. La resina termoindurente è un materiale molto rigido costituito da polimeri reticolati nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente limitato dall’elevato numero di reticolazioni esistenti. Durante il riscaldamento subiscono una modificazione chimica irreversibile. Le resine di questo tipo, sotto l’azione del calore nella fase iniziale, rammolliscono (diventano plastiche) e, successivamente, solidificano. Contrariamente alle resine termoplastiche, quindi, non presentano la possibilità di subire numerosi processi di formatura durante il loro utilizzo. Le resine termoindurenti, come abbiamo visto, sono materiali molto rigidi nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente vincolato da un numero elevato di reticolazioni esistenti. Infatti, durante il processo di produzione subiscono modifiche chimiche irreversibili associate alla creazione di legami covalenti trasversali tra le catene dei pre-polimeri di partenza. La densità delle interconnessioni e la natura dipendono dalle condizioni di polimerizzazione e dalla natura dei precursori: generalmente essi sono sistemi liquidi, o facilmente liquefacibili a caldo, costituiti da composti organici a basso peso molecolare, spesso multifunzionali, chimicamente reattivi, a volte in presenza di iniziatori o catalizzatori. Nella maggior parte dei casi essi subiscono una polimerizzazione in situ mediante reazioni di policondensazione e poliaddizione che li trasformano in termoindurenti ovvero in complesse strutture reticolate tridimensionali vetrose, insolubili nei solventi più comuni, infusibili e degradabili se riscaldate ad altissime temperature. Molte formulazioni richiedono la presenza di un comonomero, definito generalmente agente indurente, dotato di due o più gruppi funzionali reattivi, e/o di calore e/o di radiazioni elettromagnetiche per reticolare. La reazione di reticolazione o cura inizia con la formazione e la crescita lineare di catene polimeriche che presto iniziano a ramificare. Man mano che la cura procede il peso molecolare cresce rapidamente e le dimensioni molecolari aumentano perchè molte catene iniziano a legarsi covalentemente tra di loro creando un network di peso molecolare infinito. La trasformazione da un liquido viscoso ad un gel elastico, chiamata “gelificazione”, è improvvisa ed irreversibile e comporta la formazione della struttura originaria del network tridimensionale. Prima della gelificazione, in assenza di agente reticolante, le particelle di resina sono separate tra di loro o interagiscono solo in virtù di deboli forze intermolecolari reversibili, forze di van der Waals. Quindi la resina termoindurente è solubile in appropriati solventi. Al progredire della reazione di reticolazione si formano legami covalenti intermolecolari, gel covalente, permanendo ancora le interazioni deboli. A differenza del gel di valenza secondaria che può essere rotto senza difficoltà, non esiste alcun solvente così energico da causare la rottura dei legami covalenti. Quindi la struttura macromolecolare creata da questa trasformazione non si scioglie completamente ma si rigonfia nel solvente perché contiene ancora tracce di monomero, libero o aggregato, e molecole ramificate solubili, presentandosi quindi sotto forma di un sistema bifasico sol-gel. E’ questa la struttura originaria del network tridimensionale termoindurito. Un altro fenomeno che può verificarsi durante la reazione di cura è la “vetrificazione”, ovvero la trasformazione di un liquido viscoso o di un gel elastico in un solido vetroso, che segna una variazione nel controllo cinetico del meccanismo di reazione passando da uno di tipo chimico ad uno di tipo diffusivo. La velocità di reazione decade rapidamente sia perchè la concentrazione di monomero reattivo è diminuita sia perchè la sua diffusione verso i siti reattivi del bulk polimerico è rallentata dalla presenza dei cross-links tra le catene. Comunque, il fatto che si riscontri un ulteriore aumento di densità, testimonia che le reazioni chimiche continuano ad avvenire ma a velocità molto più basse. Tra le varie tipologie di resine termoindurenti, si trovano quelle epossidiche, che sono sostanzialmente dei polieteri, ma mantengono questo nome sulla base del materiale di partenza utilizzato per produrle e in virtù della presenza di gruppi epossidici nel materiale immediatamente prima della reticolazione. Il principale utilizzo delle resine epossidiche è nel campo dei rivestimenti, in quanto queste resine combinano proprietà di flessibilità, adesione e resistenza chimica. Una larga varietà di resine sono formulate per soddisfare le più svariate esigenze tenendo conto dei seguenti parametri: Reattività: il gruppo epossidico reagisce con una grande varietà di reagenti chimici. Flessibilità: la distanza dei gruppi epossidici può essere variata in funzione del peso molecolare, ottenendo sistemi reticolati tridimensionali a maglie più o meno larghe e quindi prodotti più o meno flessibili ed elastici. Resistenza chimica ed adesione: i legami chimici predominanti sono carboniocarbonio e carbonio-ossigeno, legami dotati di notevole inerzia chimica. Gli ossidrili sono secondari e quindi di bassa reattività. Alla polarità delle molecole ed agli ossidrili sono da attribuire le elevate forze di adesione ai substrati metallici. Stabilità termica: strettamente legata alla densità di reticolazione. Applicazioni: i sistemi epossidici hanno assunto una grande importanza in quei settori dove si richiedono elevate prestazioni alle sollecitazioni termiche, meccaniche, chimiche ed elettriche. Vengono impiegati nell’industria automobilistica, spaziale, aeronautica, navale, elettronica, impiantistica, come componenti principali nelle vernici, adesivi, impermeabilizzanti, materiali compositi e per circuiti stampati.

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https://www.arezio.it/ - Come vengono demolite le navi fuori dalla legge
Come vengono demolite le navi fuori dalla legge
Lunedì, 2 marzo 2020 | Economia circolare

Aggirare i principi dell’economia circolare e inquinare l’ambiente per soldi Come inquinare l’ambiente e manipolare i principi dell’economia circolare demolendo le navi in modo illegale. La demolizione delle navi è un’attività di grande interesse dal punto di vista dell’economia circolare in quanto vengono recuperati centinaia di migliaia di tonnellate di materie prime ogni anno, soprattutto acciaio, che rientra nel circuito della produzione salvaguardando l’ambiente e risparmiando risorse naturali ed inquinamento per produrre nuove materie prime. E’ tutto così semplice? Purtroppo no. Le demolizioni delle navi dovrebbero essere eseguite in uno dei 41 impianti autorizzati sparsi nel mondo, dove il materiale da riciclare viene avviato a centri autorizzati e specializzati e le sostanze pericolose ed inquinanti, che sono presenti sulle navi, trovano una corretta collocazione, evitando che vadano disperse nell’ambiente. In realtà, alcuni armatori, per questioni di mero profitto, preferiscono vendere la nave che vogliono rottamare a società che operano fuori dalle regole dell’economia circolare e ambientali, incassando un prezzo molto più interessante rispetto ai centri autorizzati. Il business è più importante di quello che si crede, se consideriamo che, secondo le informazioni dell’ONG Shipbreaking, nel solo 2019 sono state vendute ai cantieri di demolizione 674 navi oceaniche, commerciali, piattaforme galleggianti ed offshore, da carico, petroliere e passeggeri. Questa pratica, definita “Shipwrecking“, viene svolta sulle spiagge principalmente di tre paesi: Banglasedh, India e Packistan, le cui imprese locali, che si occupano della demolizione, arrivano a pagare fino a 400 UDS per tonnellata leggera (ltd) che corrisponde a circa 3-4 volte di più rispetto al ricavo che un armatore può ottenere facendo demolire la propria nave in un cantiere Europeo autorizzato. Dove è il profitto? Chi acquista le navi in questi paesi, ad un prezzo di mercato più alto rispetto ai cantieri autorizzati, fa leva sul basso costo della manodopera, sulla bassa considerazione sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori e sul mancato rispetto dello smaltimento dei rifiuti e delle sostanze pericolose in centri autorizzati e con procedure corrette. Mentre chi rivende le navi, a fronte di un maggiore guadagno, aggira le leggi internazionali, che impongono uno smaltimento controllato, facendo cambiare la bandiera alle navi durante l’ultimo viaggio e togliendosi qualsiasi responsabilità della fine del natante. Per il cambio di bandiera e quindi di proprietà, gli stessi demolitori si occupano di tutta la trafila burocratica semplificando le operazioni. Quale è l’impatto sull’ambiente? Sulle spiagge di Chattogram, Alang e Gadani e altre, vengono smontate le navi trasformando luoghi che fino a poco tempo fa erano incontaminati, in discariche a cielo aperto in cui i materiali nobili, come l’acciaio, vengono rivenduti per la laminazioni ad industrie locali, mentre quelli meno nobili e gli agenti inquinanti o tossici, vengono dispersi nell’ambiente, quali piombo, amianto bifenili policrolurati, mercurio e radio. Il Bangladesh, secondo la ONG Shipbreaking, è la discarica preferita per le imbarcazioni che hanno trasportato sostanze tossiche, causando danni irreparabili all’ambiente proprio in un’area di movimento delle maree. Cosa dicono le normative internazionali? Secondo la convenzione di Hong Kong varata dall’organizzazione marittima internazionale, ci sono regole ben precise e dettagliate sullo smaltimento di una nave a fine vita, inoltre esiste il regolamento Europeo entrato in vigore il primo Gennaio 2019, che impone lo smaltimento dei natanti solo nei centri autorizzati. Inoltre, le norme sulla tutela dei lavoratori, nonostante non sia un aspetto che riguarda le normative marittime in materia di smaltimento delle navi, sono spesso disattese per portare a termine questi tipi di attività. In particolare la manipolazione di sostanze tossiche o pericolose senza le adeguate attrezzature di protezione, la mancanza di strutture mediche e di assistenza e la mancanza prevenzione degli incidenti sul lavoro. Cosa si può fare? Come abbiamo visto, alcuni armatori non consegnano la nave ai centri autorizzati per lo smaltimento, ma la vendono prima della demolizione a società non autorizzate, godendo di una procedura semplice e collaudata che non gli fa correre rischi. Una decisa azione politica internazionale potrebbe cambiare le regole che permettono l’aggiramento della legge in fatto di ultima proprietà e della successiva demolizione della nave, il divieto di smaltimento nei siti non autorizzati che deve interessare, in qualche misura, anche l’armatore per cui la nave ha fatto servizio. Le autorità di polizia internazionale e le autorità della protezione dell’ambiente devono continuare il lavoro di investigazione, per perseguire coloro che creano, per profitto, disastri ambientali, mettono in pericolo anche la salute dei lavoratori. Nel frattempo le istituzioni finanziarie hanno iniziato a disincentivare gli investimenti verso aziende che non seguono una politica di circolarità dell’economia e che non dimostrano di avere un’impronta verde sulla propria attività. Infatti stanno definanziando l’industria petrolifera e hanno iniziato anche un ritiro dalle compagnie di navigazione, come è successo nel 2018 quando i fondi pensionistici KLP e GPFG, hanno alleggerito il loro portafoglio sulle compagnie navali.

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https://www.arezio.it/ - Polimero composito per batterie flessibili
Polimero composito per batterie flessibili
Lunedì, 2 marzo 2020 | Energie Rinnovabili

Nuovi compounds con carbonio elettricamente conduttivi. Il mondo della ricerca industriale è freneticamente al lavoro per poter costruire nuove batterie con capacità prestazionali sempre maggiori, studiando nuovi polimeri e nuovi elementi flessibili. I campi di applicazione sono i più svariati: dalla mobilità sostenibile, agli impianti di generazione di energia pulita fino ad arrivare ai piccoli apparecchi che utilizziamo tutti i giorni. L’imperativo è riuscire a concentrare in una batteria la massima durata, il più basso tenore possibile di composti inquinanti, la massima potenza possibile, in funzione delle dimensioni, e infine la praticità d’uso. I ricercatori, in questo caso, si sono spinti molto in là, studiando e progettando una batteria totalmente flessibile che si possa adattare a nuovi usi, forse ancora impensabili. Come riporta la rivista Advance Material, i ricercatori del politecnico di Zurigo hanno messo a punto una batteria molto sottile che può essere piegata, arrotolata, schiacciata senza mai perdere il potere di trasmissione della corrente. Questa novità può essere utilizzata in apparecchiature piccole, di uso comune, ma anche in oggetti decisamente sottili come gli abiti da lavoro e per lo svago. Il cuore di questo prodotto è costituito da un polimero composito flessibile, contenente anche carbonio e quindi elettricamente conduttivo, che compone i due collettori per il catodo e l’anodo e la struttura esterna della batteria. L’interno è costituito da scaglie d’argento sovrapposte in modo tale che si possano adattare alla flessibilità dei movimenti dell’elastomero con cui la batteria è stata progettata, garantendo così il passaggio di corrente anche in condizioni elastiche. Inoltre, su catodo e anodo, si sono posizionati delle polveri di litio-ossido di manganese e ossido di vanadio. Per quanto riguarda l’elettrolita, quell’elemento che permette il passaggio degli ioni di litio, sia durante la fase di utilizzo dell’energia sia in fase di ricarica, è stato costituito con un gel a base di acqua contenente sale di litio che è risultato meno inquinante di altri elementi presenti nelle batterie attuali.

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https://www.arezio.it/ - Il Togo cerca l’indipendenza energetica con l’energia solare
Il Togo cerca l’indipendenza energetica con l’energia solare
Lunedì, 2 marzo 2020 | Energie Rinnovabili

Il governo ha avviato un nuovo piano di elettrificazione sostenibile del paese L’Africa è considerata, dall’agenzia internazionale per le energie rinnovabili IRENA, la centrale elettrica per le energie rinnovabili e la riprova sta nel fatto che molti paesi, come il Togo, hanno avviato programmi di elettrificazione sostenibili. Il Togo, piccolo paese nell’Africa sud occidentale, il cui nome, nella lingua ewe significa “andare all’acqua”, conta una popolazione di circa 5,5 milioni di abitanti che vivono prevalentemente nei villaggi e si occupano di agricoltura e pastorizia. La popolazione soffre della difficoltà di accesso all’energia, infatti la copertura della rete, fino al 2016, riguardava solo il 30% del suo territorio con problematiche relative allo sviluppo sociale ed economico. Il governo togolese ha deciso di stanziare 1,5 miliardi di dollari per portare la copertura elettrica, entro il 2030, al 100% del suo territorio, scegliendo l’energia solare come fonte energetica sostenibile. La scelta di questa fonte rinnovabile ha trovato largo appoggio nel governo, in quanto sia il territorio che la distribuzione della popolazione per km. quadrato imponeva un progetto che rendesse fruibile a tutti il servizio al minor costo possibile e realizzabile in tempi corretti. L’energia solare viene prodotta in presenza di sole o con cielo nuvoloso e permette di generare corrente elettrica, riscaldamento e desalinizzazione delle acque anche nei villaggi più remoti senza necessità di particolari strutture. Oggi il fotovoltaico è una delle tecnologie energetiche sostenibili più flessibile, di veloce istallazione, con costi contenuti dopo la caduta dei prezzi dei pannelli e di lunga durata, se si considera che un pannello solare dura mediamente 30 anni. Probabilmente oggi questa forma di energia è diventata la più economica in relazione alla lontananza del consumatore dalle reti di trasmissione di energia.

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https://www.arezio.it/ - Come riciclare gli scarti bituminosi
Come riciclare gli scarti bituminosi
Lunedì, 2 marzo 2020 | Informazioni Tecniche

Incrementare il recupero dell’asfalto e delle guaine bituminose in un’ottica di economia circolare Nonostante si parli ogni giorno di economia circolare esistono ancora settori, in alcuni paesi, in cui si potrebbe fare molto di più in un’ottica di sostenibilità ambientale. Il campo dei composti bituminosi destinati al riciclo vede luci ed ombre. Il bitume, con cui si realizzano i composti bituminosi come le guaine impermeabilizzanti o l’asfalto, proviene dalla distillazione del petrolio e si presenta sotto forma di liquido di colore nero, viscoso, la cui classificazione è espressa rispetto al grado di penetrazione. Nella moderna produzione troviamo tre tipi di bitume: Distillato Ossidato Soffiato I settori in cui si usano maggiormente i prodotti bituminosi sono l’edilizia, i cui vengono impiegate le guaine bituminose per l’impermeabilizzazione delle strutture e il settore stradale in cui vengono impiegati composti aggreganti per la produzione di asfalto. Come tutti i prodotti, anche i composti bituminosi hanno un ciclo di vita prestabilita, finita la quale vanno rimossi e sostituiti. L’operazione di sostituzione rientra nelle buone procedure dell’economia circolare, attraverso le quali i rifiuti devono essere recuperati per il loro riutilizzo. Per quanto riguarda le guaine bituminose lo scarto deve essere avviato agli impianti di triturazione e selezione e può essere riutilizzato nella formazione di manti stradali, in quanto gli elementi sono compatibili con le miscele d’asfalto. Per quanto riguarda il prodotto risultante dalla fresatura delle pavimentazioni stradali, questo rappresenta per eccellenza l’elemento costitutivo delle miscele per le nuove asfaltature. In realtà, il riciclo degli scarti bituminosi, specialmente quello stradale, gode in Europa di luci ed ombre, con numeri molto differenti tra le nazioni. La Germania, per esempio, riutilizza circa l’84% dello scarto delle pavimentazioni stradali, il Belgio addirittura il 95%, la Francia il 70%, il Regno Unito il 90%, mentre l’Italia solo il 25%, secondo i dati dell’associazione strade e bitume Siteb, portando la media Europea al 60%. I numeri del fresato d’asfalto nel mondo sono davvero importanti, se consideriamo che solo in Germania se ne generano circa 13 milioni di tonnellate all’anno e, la considerazione della qualità di un prodotto per asfaltatura, in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Inghilterra, si misura sul numero di volte in cui si può riutilizzare. Il riciclo e riutilizzo dei composti bituminosi in modo corretto porterebbe a minori importazioni di petrolio, riduzione della circolazione dei mezzi pesanti e riduzioni delle emissioni in atmosfera.

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare: la colombia a un anno dall’accordo nazionale
Economia circolare: la colombia a un anno dall’accordo nazionale
Domenica, 1 marzo 2020 | Economia circolare

Cosa hanno fatto i colombiani per introdurre la circolarità dei rifiuti L’economia circolare è entrata a far parte della vita dei cittadini Colombiani con lo scopo di tutelare l’ambiente, la popolazione e il proprio territorio. A un anno dalla partenza del progetto vediamo il lavoro fatto nell’arco di un anno. La Colombia è il sesto paese dell’America Latina come estensione territoriale e il quarto come popolazione, contando circa 42 milioni di abitanti e ha deciso di intraprendere un percorso virtuoso verso un’economia circolare nazionale, coinvolgendo nel progetto i sindaci, le aziende, i riciclatori, le università e tutte quelle forze sociali sul territorio che possano aderire a questa causa. Lo scopo di questo progetto era quello di spingere ad una trasformazione, in un’ottica di economia circolare, i sistemi produttivi nazionali, agricoli e iniziare un percorso di sostenibilità delle città in termini economici, sociali e di innovazione tecnologica. Questa strategia prevedeva sei linee giuda: Flusso dei materiali di consumo civile e industriale Flusso dei materiali di imballaggio Flusso e utilizzo delle biomasse Fonti e uso di energia Flusso dell’acqua Flusso dei materiali da costruzione Questo grande progetto non è stato fatto calare dall’alto ed imposto alla popolazione e agli industriali, ma è partito con il coinvolgimento e la collaborazione di tutte le forze in campo. Per questo motivo si sono incontrate le regioni, con le quali si sono fatti accordi specifici. Parallelamente è poi stato fatto un lavoro di carattere sociale, in quanto si sono organizzate riunioni locali nelle quali si portava a conoscenza dei cittadini quali cambiamenti sarebbero avvenuti nel loro rapporto con i rifiuti domestici e industriali e quali stili di vita sarebbero stati modificati per andare verso un modello internazionale di economia circolare. Nello specifico, durante il primo anno di attività si sono raggiunti i seguenti risultati: Firma del patto Nazionale sull’economia circolare sottoscritto da 50 operatori tra pubblici e privati. 19 seminari regionali sull’economia circolare in cui sono stati presentati 80 progetti di successo nel paese. 16 patti regionali firmati con oltre 230 tra sindacati, ONG, istituzioni accademiche, sindaci, organizzazioni civili e riciclatori. 11.000 persone formate 15 seminari settoriali per coordinare i progetti con diversi gruppi di interesse. Creazione di un nuovo sistema informativo nazionale sull’economia circolare. Primo corso di formazione rivolto ai funzionari pubblici del governo centrale e regionale. Firma di un accordo con Ecopetrol sulla gestione dei rifiuti pericolosi quali miscele ed emulsioni di olii, idrocarburi misti con altre sostanze.

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https://www.arezio.it/ - Se il cibo è consumabile te lo dice la nuova bio pellicola
Se il cibo è consumabile te lo dice la nuova bio pellicola
Venerdì, 28 febbraio 2020 | Notizie Generali

Il nuovo packaging cambia colore in base alla qualità del cibo che contiene La ricerca universitaria e scientifica nel campo del packaging si sta concentrando sul problema della effettiva scadenza dei cibi, studiando bio pellicole che possano aiutarci a classificare, oltre all’etichetta apposta, la reale qualità del cibo contenuto. Le nuove bio pellicole sono formate da bio plastiche, realizzate dalla trasformazione dello zucchero contenuto nelle barbabietole e nel mais, alle quali vengono aggiunti additivi provenienti dagli scarti del settore agroalimentare. Questi additivi sono, a loro volta, scarti della filiera agroalimentare come la canapa, il lino, gli scarti del caffè, vari scarti di vegetazione, e altri prodotti naturali. Hanno diverse proprietà che possiamo riassumere: Buone proprietà meccaniche Resistenza al fuoco Proprietà antiossidanti Proprietà antifungine Proprietà antimicrobiche Tra gli additivi di cui abbiamo parlato prima, l’aggiunta di ossido di zinco e alluminio, nella produzione delle bio pellicole, sviluppa delle proprietà antimicrobiche che possono allungare la scadenza dei prodotti freschi, riducendo così gli sprechi dato dalla scadenza dei prodotti. Mentre l’aggiunga di un additivo come l’olio di cardarolo e una particolare molecola chiamata porfirina, attribuiscono alla pellicola proprietà antiossidanti e antifungine, che nel campo del packaging alimentare aiutano a segnalare il deterioramento del prodotto. Ma come avviene questo meccanismo? Quando la bio pellicola entra in contatto con alcuni analiti, come l’acqua, l’etanolo, l’ammoniaca o altri prodotti che derivano dalla degradazione alimentare, in combinazione con la luce, questi elementi tossici penetrano nel polimero della pellicola creando reazioni di colore. Le pellicole realizzate in laboratorio sono completamente biodegradabili e bio compostabili, questo significa che alla fine del loro ciclo di vita possono diventare concime e rientrare nel pieno rispetto della circolarità dei prodotti.

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https://www.arezio.it/ - Il Degrado dei Polimeri Riciclati
Il Degrado dei Polimeri Riciclati
Martedì, 25 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Biologico, ossidativo, foto-degradazione e termico. Cosa si intende per degrado dei polimeri riciclati: biologico, ossidativo, foto-degradazione e termico? Negli anni dal dopo guerra in poi le materie plastiche hanno preso sempre più mercato andando a sostituire prodotti fatti con altre tipologie di materiali in quanto si evidenziarono subito gli innumerevoli vantaggi che questo nuovo materiale portava. Tra i vantaggi delle materie plastiche che si possono sottolineare, troviamo la leggerezza, la facilità di lavorazione, la possibilità di colorazione e il basso costo di produzione. In realtà in quegli anni ci siamo concentrati sui vantaggi indiscussi delle materie plastiche senza approfondire le questioni che ne determinavano il loro degrado. Oggi, con la grande esperienza che gli utilizzatori e i produttori di materie plastiche hanno acquisito, possiamo bilanciare vantaggi e svantaggi di un materiale così innovativo. Possiamo classificare gli svantaggi tra interni ed esterni: Svantaggi Interni modificazione chimiche e fisiche processo di produzione del polimero reattività chimica degli additivi Svantaggi Esterni variazioni termo-igrometriche esposizione ai raggi UV agenti inquinanti calore microrganismi ossigeno cause accidentali Inoltre, la degradazione può essere di tipo fisico che chimico. Nel degrado fisico si può notare un aumento della cristallinità e di conseguenza della densità, con la nascita di tensioni interne, fessurazioni e deformazioni. Quello chimico, che avviene a livello molecolare, in base all’agente degradante, va ad influenzare le catene polimeriche con una perdita di coesione e una diminuzione del peso molecolare. DEGRADO OSSIDATIVO Nonostante la degradazione dei polimeri organici e inorganici sotto l’effetto dell’ossigeno sia molto lenta, questa provoca il rilascio di sostanze chimiche che portano all’auto-catalizzazione del polimero stesso, cioè, gli agenti chimici frutto della degradazione attaccano a loro volta la catena polimerica, attivando un processo autodistruttivo. Inoltre, se questa fase viene interessata dalla formazione di radicali liberi per azione del calore o della luce, allora la reazione tra il polimero e l’ossigeno aumenta la velocità di scissione delle catene, che porta alla reticolazione e alla formazione di elementi volatili. Questo processo viene chiamato foto-ossidazione o termo-ossidazione, a seconda se il fattore scatenante sia stata la luce o il calore. Le conseguenze dirette sulla qualità del polimero si possono notare attraverso la riduzione delle proprietà meccaniche, specialmente per quanto riguarda l’elasticità e la resistenza alla rottura. DEGRADO BIOLOGICO Per degrado biologico si intende l’attacco da parte di funghi e batteri sui alcuni polimeri, specialmente quelli di derivazione naturale. Questi sono soggetti al fenomeno della Idrolisi, che può espone il polimero, in presenza di un alto tasso di umidità, alla rottura delle catene. Per bloccare il degrado si può optare per una conservazione in un ambiente privo di ossigeno, ma è necessario conoscere bene l’origine del polimero in quanto non è un trattamento universalmente valido. DEGRADO TERMICO Il fenomeno della degradazione termica è causato dalla presenza di idrogeni mobili nella catena o dall’attività radicalica che vengono innescati dal calore, causando la rottura della catena con la formazione di rotture e la produzione di elementi volatili. La mancanza di ossigeno porta alla depolimerizzazione della catena che avviene in tre fasi dissociative: iniziazione, trasferimento molecolare e propagazione. Per aumentare la resistenza chimica dei polimeri al degrado termico la soluzione migliore è l’aggiunta di additivi in fase di produzione. FOTO-DEGRADAZIONE Il fenomeno di foto-degradazione avviene quando il polimero è soggetto all’influenza dei raggi UV nel range di lunghezza d’onda tra 290 e 400 nm. A livello atomico sappiamo che le radiazioni di luce funzionano come flusso di particelle, nello specifico i fotoni, che entrando in contatto con le molecole dei materiali e, in certe condizioni, possono interagire passando da uno stato di bassa energia ad uno ad alta eccitazione energetica. Questi particolari flussi e movimenti si definiscono come Foto-fisici e/o Foto-chimici. Nel primo caso non intervengono modificazioni chimiche tra le molecole dei polimeri, mentre per il processo di Foto-chimica, esistono possibilità che le molecole alterino la loro caratteristica chimica in virtù della presenza di una abbondante energia. In alcune macromolecole sintetiche, l’energia dei fotoni contenute nelle radiazioni UV hanno la facoltà di provocare rotture dei legami covalenti.  

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https://www.arezio.it/ - Il pvc riciclato e gli stabilizzanti
Il pvc riciclato e gli stabilizzanti
Martedì, 25 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Cosa sono, cosa servono e come si scelgono gli additivi stabilizzanti per il PVC riciclato È importante sapere che il PVC puro non si presta a quasi nessuna applicazione: per questo motivo nei processi di trasformazione vengono sempre aggiunti al PVC degli additivi che proteggono il polimero durante la lavorazione così da impedirne la degradazione e permettono inoltre di migliorare le caratteristiche del manufatto risultante in funzione della sua destinazione d’uso finale. La formulazione del materiale è infatti definita considerando tre aspetti fondamentali: – Tipo di lavorazione:il materiale deve essere in grado di resistere alle sollecitazioni e alle temperature coinvolte nel processo, essere nella forma giusta (dry-blend, granulo, lattice, ecc.), essere sufficientemente stabile e avere proprietà adeguate per il tipo di lavorazione; – Applicazione finale: bisogna tenere in considerazione l’utilizzo finale del prodotto, le sollecitazioni, ambienti ostili, o anche limitazioni particolari imposte, per esempio, per contatto cibi o in campo medico; – Costo: aspetto sempre importante; funzione della quantità e del tipo di additivi. Una formulazione tipica, per il PVC rigido, comprende la resina, lo stabilizzante termico (evita la degradazione), gli aiutanti di processo (migliorano le caratteristiche del fuso e la lavorabilità) e il lubrificante. Per il PVC plastificato si utilizza una base analoga, ma si aggiungono i plastificanti. Altri additivi sono i coloranti e le cariche. Le cariche vengono inserite principalmente per ridurre le quantità di PVC a parità di volume e quindi per ridurre i costi, ma influiscono anche sulle proprietà aumentando la durezza e rigidità del prodotto finito. Un additivo non deve né volatilizzare durante la trasformazione né essudare verso la superficie nel corso dell’utilizzazione del manufatto. Ciò significa che l’additivo deve avere una bassa tensione di vapore ad alte temperature e non deve precipitare o cristallizzare migrando dalla matrice polimerica durante l’invecchiamento. Mentre gli additivi insolubili, come le cariche e i pigmenti, non danno luogo a questi fenomeni di migrazione, al contrario, gli additivi solubili, come i plastificanti di basso peso molecolare, sono suscettibili di fenomeni di migrazione sia durante la trasformazione che durante l’uso, e possono perfino agire da veicolo per la migrazione di altri additivi presenti in minore quantità. Vediamo da vicino gli stabilizzanti Com’è già noto il principale svantaggio nell’uso del PVC è la sua instabilità termica; infatti a circa 100°C subisce una degradazione chiamata deidroclorinazione, ovvero rilascia acido cloridrico. Ciò determina un abbassamento delle proprietà meccaniche e una decolorazione. La trasformazione del PVC in manufatti richiede sempre l’aggiunta di stabilizzanti termici che evitano e riducono la propagazione della degradazione termica, dovuta allo sviluppo di acido cloridrico del PVC durante la fase di gelificazione e di lavorazione. Questi prodotti permettono, inoltre, di migliorare la resistenza alla luce solare, al calore e agli agenti atmosferici del manufatto. Infine, gli stabilizzanti hanno un forte impatto sulle proprietà fisiche della miscela nonché sul costo della formula. In genere vengono addizionati all’1% al PVC e restano saldamente ancorati alla matrice polimerica. La scelta dello stabilizzante termico adeguato dipende da diversi fattori: i requisiti tecnici del manufatto, le normative vigenti ed i costi. I più comuni stabilizzanti sono generalmente dispersi in un co-stabilizzante di natura organica che ne aumenta le caratteristiche di stabilizzazione. I principali stabilizzanti sono: stabilizzanti allo stagno, stabilizzanti al cadmio, stabilizzanti al piombo, stabilizzanti bario/zinco, stabilizzanti Ca/Zn, stabilizzanti organici. Stabilizzanti Ca/Zn Sviluppati di recente e con ottimo successo si stanno proponendo come validi sostituti degli stabilizzanti al piombo sul piano pratico ed anche sul piano economico. Il loro funzionamento si basa sugli stessi principi degli stabilizzanti al piombo, ma, al contrario di questi, non danno problemi ambientali o di salute nell’uomo. Per migliorare l’efficienza di questi sistemi di stabilizzazione talvolta si aggiungono altri elementi come composti a base di alluminio o magnesio. Per alcune applicazioni è necessario l’impiego di co-stabilizzanti come polioli, olio di soia, antiossidanti e fosfati organici. A seconda del tipo di sistema stabilizzante si possono ottenere prodotti finali con elevato grado di trasparenza, buone proprietà meccaniche ed elettriche, eccellenti proprietà organolettiche ed un elevato grado di impermeabilità. Di pari passo agli stabilizzanti Ca/Zn si stanno mettendo a punto sistemi calcio-organici che affianco ai tanti lati positivi: buona processabilità, buona stabilità termica legata all’assenza di Zn (il cui eccesso potrebbe innescare una brusca degradazione del prodotto) presentano alcuni lati negativi come ad esempio il tono colore della base (tendente al giallo). Stabilizzanti Organici Gli stabilizzanti organici non sono considerati, a tutt’oggi, degli stabilizzanti primari e, ancora meno, particolarmente potenti. Alcuni sono impiegati a causa della bassa tossicità, altri sono usati come co-stabilizzanti in abbinamento con stabilizzanti primari. Un rappresentante particolarmente importante che rientra in questa famiglia di lubrificanti è l’olio di soia epossidato. L’olio di soia epossidato è composto dal 10% di acido stearico e da acido palmitico per il resto da acidi grassi polinsaturi parzialmente epossidati. Esso viene usato nelle formulazioni in quantità che vanno dalle 2 alle 5 phr in base alla funzione che dovrà avere. In quantità minore di 2 phr avrà funzione co-stabilizzante, in quantità superiore avrà anche funzione lubrificante.

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https://www.arezio.it/ - Aereo elettrico: le nuove sfide delle energie rinnovabili
Aereo elettrico: le nuove sfide delle energie rinnovabili
Lunedì, 17 febbraio 2020 | Energie Rinnovabili

Dopo auto, moto e treni elettrici qualcosa si muove nel campo dell’aereonautica – ecco l’aereo elettrico – L’aereo elettrico potrebbe essere la risposta al crescente movimento “FlightShame” (vergogna di volare) che cerca strade alternative all’aereo per gli spostamenti di piccolo e medio raggio. Non c’è dubbio che il trasporto aereo è il maggior responsabile delle emissioni di CO2 nel campo della mobilità e, il crescente flusso di passeggeri che non vede tregua negli ultimi anni, non fa ben sperare per la qualità dell’aria. Dobbiamo però anche riconoscere che dal 1990 la percentuale di CO2 per passeggero trasportato è diminuita del 60% nonostante un incremento di passeggeri pari al 330%, ma nel complesso delle emissioni, l’incremento è stato del 90%. . A fronte di una situazione ambientale compromessa e a causa del timore che le compagnie aeree possano perdere passeggeri, venendo etichettate come inquinatori seriali, sono allo studio soluzioni che possano rendere il trasporto aereo meno dipendente dai carburanti fossili e più dalle energie rinnovabili. Un precursore di queste ricerche è la compagnia aerea Easyjet, che ha dichiarato di stare lavorando ad un progetto per poter volare, entro 10 anni, con aerei elettrici. Per poter mettere in volo un aereo spinto da energia rinnovabile bisogna partire dalla sua progettazione, ex novo, in quanto il peso e l’aereodinamica sono elementi da tenere in gran considerazione. Quindi, largo spazio ai nuovi materiali, come il carbonio, e alle nuove geometrie alari che dovranno essere sempre meno impattanti all’attrito dell’aria. Come ogni nuovo progetto si faranno una serie di passi che permetteranno di raggiungere il traguardo desiderato risolvendo ad una ad una le problematiche oggi esistenti. Infatti il primo obbiettivo sarà quello di poter usare aerei elettrici nelle tratte brevi, fino a 500 Km., per poi puntare a tratte più lunghe quando la tecnologia delle batterie permetterà una riserva di energia maggiore. Nel frattempo Airbus sta lavorando al progetto di aerei ibridi, che possano anche utilizzare bio carburanti, una risposta probabilmente più immediata sulle lunghe tratte agli aerei elettrici. Inoltre, ha stretto un’alleanza con la start-up Americana Wright Elettric, per la costruzione di un motore per un un aereo a 9 posti totalmente elettrico, dopo aver sperimentato alcuni voli con un biposto. Anche in Canada si stanno facendo voli test su brevi percorsi, con aerei elettrici, che possano, in un prossimo futuro, collegare le isole vicino alla costa o portare i turisti nelle località sciistiche. Il primo volo sperimentale ha percorso circa 160 chilometri (100 miglia) con un motore alimentato a batterie al litio, senza creare nessun tipo di problema, nel silenzio assoluto e senza danneggiare l’ambiente.

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https://www.arezio.it/ - Pbt riciclato: caratteristiche tecniche e impieghi
Pbt riciclato: caratteristiche tecniche e impieghi
Mercoledì, 5 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Dove e come utilizzare un macinato di PBT Il PBT riciclato si trova normalmente sotto forma di macinato di derivazione post industriale specialmente proveniente dalle produzioni alimentari o dagli elettrodomestici o dalle macchine con componenti elettrici. La sua struttura chimica e le sue caratteristiche hanno una somiglianza con il PET, in quanto sono entrambi materiali termoplastici parzialmente cristallini ma, nel PBT, troviamo un tempo di cristallizzazione più veloce che lo pone in una situazione vantaggiosa nello stampaggio a iniezione rispetto al PET. Se consideriamo un PBT di base, quindi senza cariche aggiunte, abbiamo le seguenti caratteristiche standard:        – Densità: g/c3 1,30-1,32        – Modulo di elasticità: Mpa 2.500-2.800        – Allungamento allo snervamento: % 3,5-7        – Temperatura di fusione: °C 220-225       – Temperatura di deformazione HDT: °C 50-65 (1,8 MPa        – Rigidità elettrica: kV/mm 25-30 L’utilizzo del PBT è normalmente rivolto allo stampaggio per iniezione, utilizzando una temperatura della massa fusa tra i 230 e i 270 °C e dello stampo, definita ideale, intorno a 110 °C. Per unire pezzi stampati con questo materiale si utilizzano normalmente le saldature ad ultrasuoni o usi utilizza la temperatura di un attrezzo a testa calda o speciali colle a base di resine reattive. Essendo il PBT un prodotto comparabile con il PET vediamo quali caratteristiche lo differenziano da questo. Innanzitutto il PBT ha una tenacità alle basse temperature migliore del PET, mentre la resistenza e la rigidità sono leggermente inferiori. Se parliamo delle caratteristiche di scorrimento e di ritiro, possiamo dire che nel PBT sono decisamente buone, mentre dal punto di vista delle caratteristiche di isolamento elettrico, il prodotto offre un ottimo isolamento, le cui caratteristiche non subiscono marcate influenze in presenza di assorbimento di acqua, di alte temperatura e di frequenza. I campi di utilizzo sono normalmente quelli dei componenti per valvole, cuscinetti a rulli o lisci, parti di pompe, parti di elettrodomestici, ruote, macchine per il caffè e cialde. Per quanto riguarda il prodotto riciclato è molto importante che nella fase di gestione dello scarto, a bordo macchina, il prodotto venga raccolto in appositi contenitori, puliti, che non abbiano contenuto plastiche diverse e isolato dalle altre materie di scarto per evitarne la contaminazione. La macinazione dello scarto di rifili o del prodotto non idoneo, dal punto di vista estetico, deve essere fatta avendo cura di pulire in maniera accurata il mulino, in modo che non ci siano parti plastiche estranee rimaste al suo interno che possano inquinare il PBT. Dopo aver insaccato il materiale macinato, si raccomanda di tenerlo al coperto e di utilizzarlo dopo averlo asciugato, attraverso il passaggio in un silo pulito, per togliere l’eventuale umidità rimanente. Il macinato in PBT può essere utilizzato sia in stampaggio diretto che in compound, al fine di creare ricette su misura del cliente. Queste ricette possono prevedere l’aumento dello scorrimento della massa, l’antifiamma, l’aumento della rigidità attraverso le cariche o i prodotti rinforzanti, l’incremento della resilienza o l’aumento alla resistenza all’usura.

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https://www.arezio.it/ - Pirolisi di rifiuti solidi: aspetti tecnologici di processo
Pirolisi di rifiuti solidi: aspetti tecnologici di processo
Martedì, 4 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Gassificazione e pirolisi. Tecnologie innovative per la valorizzazione energetica dei rifiuti Il costo economico della produzione di energia da combustibili fossili ha ormai raggiunto valori insostenibili rendendo necessaria la ricerca di nuovi combustibili e la messa a punto di alternative di processo e tecnologiche realmente sostenibili. Tra i “nuovi” combustibili che, previo pre-trattamento e/o trasformazione, possono integrare quelli tradizionali vi sono diverse categorie di rifiuti di varia origine (urbana o industriale). Lo sviluppo di processi in tale direzione nasce dall’esigenza di coniugare una produzione energetica più sostenibile con la necessità di una gestione dei rifiuti più efficiente. Gli obiettivi della ricerca applicata attuale Negli ultimi anni si è fatta sempre più forte la ricerca verso nuove soluzioni tecnologiche che, utilizzando vari processi, anche in combinazione tra loro, mirano a garantire un’efficiente trasformazione dei rifiuti promuovendo nel contempo il massimo recupero di materia ed energia e la massima riduzione delle emissioni gassose, liquide e solide. La gestione dei rifiuti eco-sostenibile La valorizzazione dei rifiuti come materia di base per produrre combustibili pregiati, quali il metanolo e l’idrogeno, è obiettivo della ricerca applicata in tutti i Paesi più industrializzati. L’utilizzo dei rifiuti non come combustibili “tal quali” ma come materia da trasformare in prodotti di maggiore qualità o pregio consente di risalire i gradini della “piramide dell’ecosostenibilità”. La spinta verso un’economia energetica basata sulla conversione di combustibili gassosi o al più liquidi (metano, idrocarburi leggeri, oli) e dell’idrogeno è legata alla possibilità di realizzare, grazie ad essi, una combustione più pulita e più efficiente. La trasformazione dei rifiuti in tali combustibili è possibile grazie a processi di natura termochimica quali quelli di pirolisi e gassificazione, che inducono una variazione della struttura chimica della materia tramite l’azione del calore. Non si tratta quindi di effettuare processi di “selezione e pre-trattamento” come la produzione di combustibili solidi come il CDR ma di realizzare veri e propri processi chimici dei quali va accuratamente valutata l’affidabilità, l’efficienza ed il costo. I processi termochimici Pirolisi: in cui ha luogo una degradazione termica del materiale in totale assenza di aria/ossigeno attraverso l’apporto diretto o indiretto di calore. Il potere calorifico dei prodotti ottenuti è pertanto elevatissimo. Gassificazione: in cui avviene una un’ossidazione parziale dei rifiuti in un ambiente in difetto di ossigeno. I prodotti finali non sono completamente ossidati e posseggono pertanto un potere calorifico minore del rifiuto di partenza. Combustione: in cui si realizza la ossidazione completa della frazione organica del rifiuto/combustibile, in presenza di un adeguato eccesso di ossigeno e con il risultato di ottenere prodotti completamente ossidati privi di potere calorifico. La produzione di energia “Realizza l’ossidazione totale e molto veloce della frazione combustibile alimentata, in presenza di un eccesso di aria che è tanto maggiore quanto più difficile il contatto comburente-combustibile. La reazione è esotermica è quindi accompagnata da uno sviluppo di calore che dipende dal potere calorifico inferiore (PCI) del combustibile e dall’efficienza di combustione.” Processi termochimici alternativi alla combustione: Pirolisi E’ un processo che si svolge in assenza di ossigeno ed a temperature superiori ai 400°C, raggiunte attraverso l’apporto diretto o indiretto di calore, durante il quale ha luogo esclusivamente una degradazione termica del materiale organico, eventualmente supportata dall’azione di catalizzatori. I prodotti principali del processo sono gas combustibili di pirolisi, liquidi organici ed un residuo solido, non vetrificato, contenente il char e la frazione inorganica dei rifiuti. La pirolisi dei rifiuti plastici La composizione dei prodotti di pirolisi è estremamente variabile con la temperatura di processo e con la presenza di catalizzatori quali i metalli di transizione e i materiali contenenti siti acidi quali i silico-alluminati, le zeoliti, le argille. I catalizzatori possono, così come l’aumento di temperatura, favorire la deidrogenazione, ovvero la perdita di idrogeno intramolecolare dalla catena polimerica con conseguente aumento del grado di insaturazione dei radicali ottenuti. La deidrogenazione si accompagna inevitabilmente con la elevata produzione di composti insaturi ed aromatici (benzene, toluene, xilene, ecc.) e solidi carboniosi amorfi o cristallini (grafite, micro e nano-fibre). La possibilità di rompere i legami molecolari dei polimeri tramite l’azione del calore (termolisi) o tramite attacco chimico (solvolisi) ha aperto la strada all’utilizzo del prodotto di decomposizione come feedstock per l’industria petrolchimica (feedstock recycling). La pirolisi di biomasse La pirolisi delle biomasse può essere differenziata in base al tempo di residenza: un elevato tempo di residenza porta alla produzione di charcoal; un basso tempo di residenza porta alla formazione di liquidi con rese elevate. La produzione di bio oli (come normalmente vengono chiamati i liquidi della pirolisi delle biomasse) avviene a temperature moderate ovvero al di sotto di 600°C. Pirolisi al plasma di rifiuti pericolosi La pirolisi al plasma avviene a temperature elevatissime (circa 20,000°C) grazie all’azione dell’arco elettrico che si forma tra due elettrodi. L’energia dell’arco è talmente elevata che il gas presente tra gli elettrodi ionizza. Su questo principio si basa il processo di “destrutturazione” di un piro-lizzatore al plasma. Infatti in questo impianto l’arco viene ad essere generato all’interno di una camera dove l’intenso calore generato dall’arco degrada le molecole organiche più resistenti (oli, vernici, solventi) fino ad ottenere i singoli atomi (plasma). In un processo successivo gli atomi si ricombinano per formare composti non pericolosi gassosi (anidride carbonica ed acqua prodotta dall’ossidazione in un letto di materiale ceramico) o solidi. Questi ultimi sono totalmente vetrificati ed inglobano i metalli che risultano non più lisciviabili: sono quindi riutilizzabili come materiale da costruzione. Gli elettrodi utilizzati sono in carbonio e vengono continuamente inseriti senza dover fermare il processo per la manutenzione. Pirolisi di rifiuti solidi urbani Il rifiuto eterogeneo è composto da diverse categorie merceologiche combustibili che però, con un processo di estrema schematizzazione, sono riconducibili a polimeri (plastiche, gomme, resine) e biomasse (carta, cartone, legno, frazione organica, tessili). Tecnologie di pirolisi L’applicazione della pirolisi dei rifiuti urbani è in Europa in uno stadio ancora da sviluppare e non ha quindi raggiunto la maturità commerciale anche se la spinta ad ottemperare a quanto stabilito dal protocollo di Kyoto ha fatto nascere molti progetti dimostrativi. Se l’utilizzo della pirolisi come processo per la produzione di chemicals è ancora molto limitato, la pirolisi intesa come stadio preliminare ad un successivo stadio di combustione o gassificazione è già applicata su grande scala. Fra i processi più interessanti che utilizzano la pirolisi come processo di trasformazione di vari rifiuti (plastiche miste, residui della demolizioni di automobili, rifiuti elettronici, rifiuti solidi urbani e speciali) possiamo indicare quelli realizzati da WasteGen (UK), Texaco, Compact Power ed Ebara. Conclusioni La massima parte dei processi commerciali di pirolisi si svolge a bassa temperatura, cioè tra 450 e 600°C in modo da evitare di dover pagare un onere eccessivo in termini energetici (ed economici), anche se ciò comporta un aumento del tempo di permanenza nel reattore (che può arrivare anche alle 2h) e la riduzione della frazione di rifiuto completamente degradata all’interno del forno. Per migliorare il rendimento energetico complessivo del processo il gas di pirolisi, ed eventualmente anche il char, sono inviati ad un processo di combustione che consente, se questo è condotto a temperature maggiori di 1200°C, di sfruttare appieno la temperatura adiabatica di fiamma del gas di pirolisi. Il char proveniente da un processo di pirolisi può: • essere inviato a discarica dopo essere stato privato dei metalli che, a valle del processo, sono recuperabili in forma non ossidata • essere inviato a combustione eventualmente assieme al gas di pirolisi; in questo caso non sarà possibile recuperare i metalli (che in questo modo vengono ossidati) • essere inviato a gassificazione (opzione che permette di recuperare i metalli in forma non ossidata ed aumentare la CCE del sistema globale trasformando il carbonio fisso del char in ulteriore syngas). Maria Laura Mastellone e Umberto Arena Seconda Università degli Studi di Napoli Dipartimento Scienze Ambientali

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https://www.arezio.it/ - L’uso dei polimeri rigenerati nelle miscele bituminose
L’uso dei polimeri rigenerati nelle miscele bituminose
Martedì, 4 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Cosa è la miscela ad inversione di fase e come si usano i polimeri rigenerati nelle miscele bituminose? Agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, il manto bituminoso impermeabilizzante era costituito principalmente da carta bitumata e bitume, inoltre era stato da poco introdotto sul mercato il feltro di vetro bitumato le cui caratteristiche di stabilità dimensionale e resistenza erano particolarmente apprezzate. Nello stesso periodo, come abbiamo visto nell’articolo su Giulio Natta , si stavano sviluppando tutta una serie di catalizzatori stereospecifici che servivano per creare nuove miscele chimiche da cui sarebbero, a breve, stati polimerizzati nuovi polimeri tra cui il polipropilene. Queste nuove scoperte portarono alla manipolazione delle catene di molecole creando un ordine delle stesse dal punto di vista chimico. Il fatto di poter posizionare tutte le molecole dalla stessa parte, conferisce alla catena polimerica alcuni vantaggi, tra cui una maggiore resistenza meccanica e una maggiore resistenza al calore, definendo così il polimero ottenuto isotattico. Il suo contrario, dal punto di vista della posizione delle molecole, quindi in modo disordinato, viene definito atattico. Se vogliamo entrare un po’ in alcuni valori tecnici che caratterizzano il polipropilene isotattico possiamo sottolineare che la resistenza meccanica arriva fino a 400 Kg./mq. e la resistenza al calore fino a 150°C. Il polipropilene atattico ha invece la caratteristica di essere più malleabile ed elastico con allungamenti fino al 600%. Tra i polimeri rigenerati e gli additivi che vengono usati nelle miscele di bitume non esiste solo il polipropilene ma anche: – l’LDPE – l’HDPE – EVA – TPO – le Cariche Minerali (talco o carbonato di calcio) – le Gomme Termoplastiche – gli oli – le cere. Miscelando i polimeri rigenerati, in percentuali diverse con il bitume, a secondo della caratteristica tecnica della membrana che si vuole ottenere, avremo la modifica di diversi parametri generali: – La viscosità (aumenta) – La temperatura di rammollimento (aumenta da 60° a 150°) – La penetrazione (diminuisce, quindi aumenta la calpestabilità) – La temperatura di frattura per piegamento a freddo (diminuisce da +10° a – 20° es.) – La stabilità agli agenti atmosferici (durata) Ma cosa succede esattamente durante la miscelazione tra il bitume e i polimeri rigenerati? In gergo tecnico la reazione, tra bitume e polimeri, durante miscelazione viene chiamata Inversione di Fase. Quando si prepara una mescola la quantità di polimeri è nettamente più bassa rispetto alla quantità di bitume ma, attraverso il mescolamento a caldo degli ingredienti, ad una temperatura superiore a quella di fusione del polimero, avviene la cosiddetta inversione di fase, dove l’ingrediente minoritario, in questo caso il polimero, costituisce la fase portante della miscela, mentre l’ingrediente quantitativamente maggioritario, la fase dispersa. Per far si che avvenga l’inversione di fase è importante usare bitume distillato perché è ricco di oli della frazione maltenica compatibili con i polimeri. Durante la creazione delle ricette i produttori di membrane bitume-polimero utilizzano i polimeri rigenerati sotto forma di: – Granuli – Macinati – Densificati (solo se facilmente disperdibili) Per quanto riguarda la filtrazione dei granuli normalmente è richiesta inferiore ai 800-1000 micron, mentre per i macinati e i densificati è richiesta un grado di pulizia (lavaggio) buono e un tenore di umidità basso per non avere reazioni pericolose durante il mescolamento con il bitume caldo.

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https://www.arezio.it/ - Lo strato interno del tubo corrugato
Lo strato interno del tubo corrugato
Lunedì, 3 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Come ottenere una corretta parete con un granulo rigenerato in LDPE. Producendo tubi corrugati in HDPE rigenerato flessibili in rotoli o rigidi di piccolo diametro a doppia parete, la problematica di realizzare lo strato interno di buona qualità ha spinto i produttori ad utilizzare, frequentemente, polimeri vergini a causa della difficoltà di generare una parete corretta e duratura con il materiale rigenerato. In realtà lo strato interno del tubo, per le sue caratteristiche, ha bisogno di un’attenzione particolare a causa dell’esiguo spessore della parete, delle tensioni che si creano in fase di co-estrusione e dei movimenti termici differenti con la parete esterna. La scelta della materia prima normalmente ricade sull’LDPE la cui caratteristica principale richiesta è l’elasticità e la buona adesione allo strato esterno in HDPE. Se si vuole utilizzare un granulo LDPE rigenerato bisogna tenere presente e analizzare alcuni fattori produttivi importanti per poter scegliere un granulo di LDPE di qualità adatta allo scopo. Quando si parla di granulo rigenerato non è sufficiente verificare se il prodotto che ci viene proposto ha un grado “da tubo” come erroneamente a volte viene venduto in quanto la parete interna di un tubo corrugato necessità un granulo dalle caratteristiche ben definite. Come prima cosa dobbiamo accertarci della provenienza dell’input del materiale che costituisce il granulo, iniziando a capire se proviene da una filiera post industriale e dal post consumo. Queste due famiglie, vedremo più avanti, hanno caratteristiche molto diverse tra loro che andranno ad influenzare in modo differente la produzione del tubo. Come seconda cosa dobbiamo verificare da che prodotto è costituito l’input per capire la storia del materiale che viene riciclato e i possibili problemi che ha incontrato nella sua vita di riciclo. Come terza cosa è verificarne i valori tecnici, quindi il melt index, il DSC e la densità del materiale che ci farà capire esattamente come è fatto il granulo che useremo per la parete interna del tubo corrugato. Come quarta cosa è sapere il processo produttivo del granulo proposto in particolare come viene fatta la selezione del rifiuto, il lavaggio e l’estrusione per avere dati in più che ci aiutino a scegliere il prodotto più adatto. L’ultima cosa, molto importante per il granulo che proviene dal post consumo è capire il grado di umidità presente nel prodotto al momento dell’acquisto in quanto un valore alto andrà ad inficiare la qualità della parete se non si prendono opportuni provvedimenti. È ovvio che i punti sopra elencati non siano totalmente esaustivi in fase di analisi tecnica di un granulo, ma posso dire che per l’applicazione di cui parliamo oggi, sono una buona base di partenza considerando che sono dei dati di non difficile reperibilità. Se vogliamo approfondire i punti sopra esposti inizieremo a parlare delle famiglie di input che si possono usare per la produzione della parete interna del tubo corrugato. Abbiamo visto che si può produrre un granulo con materiale proveniente dalla raccolta differenziata o dagli scarti industriali. La filiera del post consumo permette di avere una fonte quantitativa di gran lunga maggiore rispetto a quella proveniente dagli scarti industriali e quindi sembrerebbe la via maestra per soddisfare le esigenze produttive, ma le caratteristiche tecniche che richiede la produzione della parete interna in LDPE di un tubo corrugato mette dei paletti al suo utilizzo. Per sua natura l’LDPE che proviene dalla raccolta differenziata, nonostante una buona selezione e lavaggio, presenta una percentuale di materiali estranei (pvc, poli-accoppiati,pp, ecc..) che hanno comportamenti in contrasto rispetto a quanto ci aspettiamo dal punto di vista qualitativo. Gli scarti che provengono invece dalla produzione di articoli in LDPE sono, normalmente, materiali vergini o Off grade, che per loro natura sono composti da mono-plastiche e quindi non contengono impurità. Di solito non c’è bisogno di lavarli e hanno caratteristiche tecniche ben precise. Esistono in commercio anche Compounds in LDPE realizzati utilizzando porzioni di post consumo e di post industriale, combinando tra loro una selezione di materiali adatti alla produzione della parete interna. Se la verifica della provenienza dell’input post industriale non comporta grande impegno, per le altre due categorie bisogna prestare più attenzione. Per il post consumo si consiglia di privilegiare materiale come il film ma che non sia venuto a contatto con la raccolta differenziata domestica, per esempio i sacchi della pattumiera o gli imballi alimentari, che si portano con se inquinanti difficili da eliminare completamente. Un’altra fonte consigliabile sono i tubi da irrigazione che però hanno bisogno di cicli di lavaggio molto accurati in quanto contengono una frazione di sabbia che ne pregiudica le qualità se non tolta integralmente. Per la realizzazione di compound misti post consumo/post industriali si utilizzano normalmente film provenienti da imballi industriali che hanno una filiera di raccolta separata dai rifiuti domestici, mantenendo caratteristiche qualitative più alte. Per quanto riguarda il controllo qualitativo del granulo prodotto ci sono alcuni tests direi irrinunciabili. Il calcolo dell’MFI ci dice se il materiale è adatto all’operazione di estrusione della nostra parete, questo valore dovrebbe stare tra lo 0,5 e l’1 a 190’/ 2,16 Kg. Il secondo test è il DSC che ci da’ la radiografia del nostro granulo, test indispensabile soprattutto se si vuole utilizzare una fonte da post consumo. Questa prova ci dice quanto LDPE in % è contenuto nella ricetta e quanti e quali altri componenti sono presenti. Il DSC, in particolar modo ci dice se un granulo può essere idoneo a creare pareti sottili, omogenee e lisce. Fatto il test del DSC è più facile intuire il risultato del valore della densità che è influenzata, rispetto al valore standard dell’LDPE, da materiali inclusi diversi da quello primario. Una buona regola per la valutazione della qualità del granulo da scegliere sarebbe conoscere la storia del riciclo che ha portato alla nascita dello stesso. Dopo avere parlato della scelta dell’input è buona regola conoscere il metodo di riciclo che il fornitore adotta. In particolare il tipo di lavaggio influenza in maniera importante la presenza di inquinanti con densità alta nello scarto, quindi, se l’operazione viene svolta in vasche corte o/e con una velocità di transito dello stesso alta, o con una concentrazione elevata di inquinanti nell’acqua di lavaggio a causa del suo basso ricambio, la probabilità di avere un elevato accumulo di gas o parti rigide all’interno del granulo è molto probabile. La seconda cosa da verificare è la qualità di filtrazione che è molto influenzata dalla qualità del lavaggio. Potremmo dire che ad un incremento dell’attenzione durante il lavaggio può corrispondere una minor esigenza di performance degli impianti di filtraggio. In realtà un corretto lavaggio in termini di dimensioni di vasche, velocità di transito dell’input e qualità dell’acqua non sono argomenti che destano una grande popolarità tra i riciclatori in quanto tutto si traduce in maggiori costi produttivi e a volte i prezzi dei granuli da post consumo sono decisamente compressi a causa anche della presenza sul mercato di un’offerta qualitativamente bassa a prezzi bassi. In ogni caso se si vuole realizzare un buon granulo per la parete interna del tubo corrugato flessibile queste attenzioni bisognerebbe rispettarle compresa l’operazione di filtraggio corretta che prevederebbe l’impiego di impianti in continuo o raschianti con filtri progressivi fino a 50 micron. Come ultima segnalazione in termini di materia prima suggerisco un’attenzione al grado di umidità presente nel big bag di LDPE che si acquista in quanto la presenza di questa comporta una micro deformazione della pellicola superficiale che compone la parete del nostro tubo e una difficoltà maggiore in termini di velocità dell’estrusore. L’umidità eccessiva crea quell’effetto buccia d’arancio sulle pareti che è una sorta di rugosità antiestetica e non funzionale. Tuttavia le conseguenze dell’umidità, per altro normalmente risolvibili durante l’estrusione del tubo, non è da confondere con il risultato negativo prodotto da un accumulo di gas all’interno del granulo, per il quale si hanno poche armi a disposizione.

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https://www.arezio.it/ - Membrane bugnate prodotte con hdpe riciclato
Membrane bugnate prodotte con hdpe riciclato
Lunedì, 3 febbraio 2020 | Informazioni Tecniche

Come scegliere e produrre una membrana performante La funzione delle membrane bugnate protettive, in hdpe riciclato nel campo dell’impermeabilizzazione edilizia è conosciuta da molti anni anche se probabilmente non tutti conoscono le molteplici opportunità di utilizzo di questo utile elemento separatore-protettore-impermeabilizzante. Le membrane si dividono: Per conformazione geometrica delle bugne Per altezza delle stesse rispetto alla suolaPer spessore della suola Per grammatura al metro quadratoPer resistenza meccanica a compressione e a trazionePer gli eventuali accoppiati che si possono installare in fase di produzioneTessuti non tessuti in poliestereTessuti non tessuti in polipropileneTessuti in polietilene reticolatoReti porta intonacoFogli lisci in PE di scorrimento • Per utilizzo in edilizia Non ci soffermeremo in questa sede sui vari utilizzi ai quali la membrana si presta per migliorare tecnicamente il lavoro, ma su aspetti legati alle materie prime che vengono utilizzate per la produzione del manufatto e al risvolto qualitativo dello stesso, producendo il prodotto con macchine da estrusione a testa piana. In passato si producevano membrane bugnate standard, di comune utilizzo, da 600 grammi al mq. utilizzando resina in HDPE vergine che dava prestazioni tecniche costanti e qualità fisica del prodotto eccellente. Verso la fine degli anni 90 e gli inizi degli anni 2000, la forte crescita della domanda del prodotto ha spinto l’incremento dell’offerta sul mercato con conseguente tensione sui prezzi, spingendo i produttori ad un uso massiccio e quasi esclusivo di granuli in HDPE rigenerati per la produzione. Parallelamente, sempre nell’ottica di una accresciuta conflittualità dei prezzi, si sono offerte membrane bugnate con grammature al mq. da 500-450 e 400. La riduzione di grammatura e l’utilizzo di granuli rigenerati può portare ad una performance meccanica decisamente sotto le attese relativamente agli impieghi per cui i progettisti li hanno prescritte. Per ovviare a questo duplice problema, in relazione alle materie prime da impiegare nella produzione, si deve fare attenzione ad alcuni punti basilari: • L’input normalmente usato è composto da bottiglie e flaconi in HDPE proveniente dalla raccolta differenziata nei quali si trovano tappi in PP che ha un comportamento peggiorativo nella qualità della membrana. Una % di PP elevata porta ad una marcata fragilità del manufatto, specialmente in fase di resistenza all’ancoraggio nella fase di re-interro del piano di fondazione. La riduzione delle % di PP si risolvono attraverso l’uso di macchine separatrici a lettura ottica. • La fase di lavaggio del macinato proveniente dai flaconi di HDPE è importante in quanto il permanere di piccoli residui rigidi nello stesso, in quantità elevate, potrebbero non essere fermati completamente dai filtri in fase di estrusione e quindi essere inglobati nei granuli che, impiegati per la produzione di membrane con spessori di 0,4-0,5 mm., potrebbero facilitare la formazione di buchi sulla superficie del prodotto con la conseguenza di una perdita di impermeabilità e resistenza alla trazione. Quindi un buon lavaggio per decantazione e a rotazione, unito alla scelta di filtri e cambia-filtri in continuo, aiuta ad avere un granulo pulito. • L’utilizzo di cariche minerali per aumentare la resistenza meccanica delle bugne, riducendo l’impiego, in peso, del polimero in HDPE, al fine di ridurre il costo della materia prima, può essere virtuoso fino ad una soglia, conosciuta, oltre la quale il prodotto aumenta in modo importante la fragilità e la vetrosità riducendo le caratteristiche meccaniche richieste. In relazione all’impiego nelle opere edili della membrane bugnate si elencano alcuni fattori fondamentali • Per la posa verticale come la protezione della guaina impermeabile e per la funzione di drenaggio verticale in fondazione, si richiede principalmente una resistenza a trazione rispetto a compressione • Per la posa orizzontale come gli stati separatori nei pavimenti è preminente la resistenza meccanica verticale • Per la posa di membrane con rete porta intonaco per la deumidificazione dei muri è preminente la qualità di resistenza a trazione della membrana rispetto ai tasselli di chiodatura • Per gli strati separatori e drenanti nelle gallerie e tunnel sono necessarie sia una buona resistenza meccanica che di trazione • Per la posa di membrane per l’isolamento acustico la sollecitazione meccanica è molto contenuta nelle abitazioni civili. Con questi punti non si vuole esaurire l informativa, sia gli impieghi, che sono innumerevoli ma che per questione di spazio non si possono trattare in questa sede, sia per i risvolti produttivi nei quali si devono anche considerare l’impatto della qualità delle membrane in relazione ai parametri macchina relativi all’estrusione.

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https://www.arezio.it/ - Energie rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. c’è altro?
Energie rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. c’è altro?
Sabato, 1 febbraio 2020 | Energie Rinnovabili

A che punto è la ricerca e lo sfruttamento energetico e quali sono le potenzialità dell’energia rinnovabile? Da qualche anno ci siamo accorti, in modo definitivo, che l’energia per muoverci, illuminare le nostre case, far funzionare gli impianti industriali e sostenere la rete informatica che regola la nostra vita, può non dipendere totalmente dal petrolio. Il tempo che abbiamo perso, in tutti i campi, per creare uno stile di vita circolare, si è ripercosso sul problema dei rifiuti, sull’inquinamento dell’aria e delle acque, sullo sfruttamento intensivo delle risorse delle terra che siano nelle sue viscere che sulla sua superficie. Oggi abbiamo la consapevolezza di dover trovare delle alternative al petrolio, anche se la politica vive, spesso, di inerzia decisionale e di pressioni lobbistiche quando si affronta questo argomento. Dal punto di vista scientifico si sono fatti passi avanti nelle tecnologie di creazione, immagazzinamento e distribuzione dell’energia elettrica proveniente dai settori eolici, solare e idroelettrico. Ma serve sicuramente più energia a disposizione e a costi bassi, se vogliamo arrivare a sostituire completamente le fonti fossili che hanno una scadenza temporale di disponibilità. Anche l’oceano (o il mare) rientra in questa possibile fonte energetica di cui si sa poco e il cui sfruttamento è, per ora, molto marginale, ma che da ottime speranze di riuscire a catturare l’enorme quantità di energia che i moti ondosi, le correnti, le differenze del gradiente salino e le temperature delle acque generano. Gli scienziati hanno calcolato che sarebbe possibile ricavare dagli oceani un valore energetico pari a 2 Terawatt, che corrisponde a circa il consumo totale di energia che produce il pianeta. Ma come si genera l’energia e come è possibile utilizzarla? Dobbiamo considerare, per esempio, che le onde sono la più grande fonte di energia rinnovabile disponibile, con una densità energetica elevata, superiore a quella del sole e del vento. Inoltre, il moto che genera energia non è saltuario ma regolare e prevedibile, con un’estensione geografica diffusa. Esistono, allo stato attuale, degli studi fatti dall’università di Torino negli anni passati che hanno portato alla costruzione di apparecchiature sperimentali, in collaborazione con l’ENI, che consistono in due giroscopi che convertono il moto ondoso in energia elettrica. Su questi apparecchi è possibile istallare anche dei pannelli fotovoltaici creando un sistema ibrido inerziale. La caratteristica di queste macchine, chiamate Iswec, è quella di adattarsi alla direzione delle correnti e delle onde, per sfruttare al massimo l’energia che esse producono. In termini di potenza nominale, sono macchine che sono state progettate per creare circa 50 Kw di energia in presenza di un’onda di almeno 1,5 metri. Tra i tanti effetti negativi che il riscaldamento globale sta imprimendo al nostro pianeta, uno può essere considerato positivo. Si è scoperto che l’aumento delle temperature in atmosfera incrementerà l’energia delle onde. Secondo uno studio di Nature Communications, pubblicato il 14 Gennaio 2019, l’altezza delle onde dal 1948 ad oggi ha avuto in incremento dello 0,4%. Iswec, non è l’unico esperimento che l’uomo ha fatto nel tentativo di sfruttare l’energia prodotta dal mare, infatti i primi studi risalgono al secolo scorso ma sono naufragati a causa della difficoltà ad operare nell’ambiente marino, delle tecnologie non all’altezza e dei costi allora proibitivi. Nel corso della crisi energetica tra il 1973 e il 1974, questi studi sono stati ripresi con lo scopo di trovare soluzioni tecniche ed economiche compatibili con i costi delle fonti energetiche fossili. Si dovrà però aspettare fino al 2000, quando entrò in funzione il primo impianto, collegato ad una rete di utenze, che generava 500 Kw ma poi venne smantellata nel 2012. Così anche l’impianto portoghese, nel nord del paese, entrato in funzione nel 2008, che aveva una capacità di 2,25 Megawatt, durò soli pochi mesi a causa di numerosi problemi tecnici e forse anche economici. Un altro interessante esperimento di generazione energetica in mare è stato effettuato nel 1996 alle Hawaii, costruendo una centrale che frutta la differenza di temperatura tra le acque di superficie e quelle profonde, che può arrivare anche a 25 gradi. Dopo anni di studi e tentativi, sembra che entro il 2050 si potrebbero installare nel mondo impianti che sarebbero in grado di generare energia elettrica pari a 350 Terawatt/ora dalle maree e dalle onde. L’idea sarebbe quella di posizionare le centrali energetiche al largo, dove le onde sono massime, considerando che la superficie degli oceani è pari al 71% di quella terrestre, quindi si potranno avere fonti energetiche diffuse in tutti i continenti senza limitazione di spazio.

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https://www.arezio.it/ - Microplastiche negli scrub negli esfoglianti e nei trucchi. il piatto è servito
Microplastiche negli scrub negli esfoglianti e nei trucchi. il piatto è servito
Sabato, 1 febbraio 2020 | Notizie Generali

Cosa c’è nel tuo Bagno? Il programma delle Nazioni Unite per sensibilizzare il problema sanitari Seguendo le indicazioni delle Nazioni Unite che hanno istituito nel mese di Novembre una settimana di sensibilizzazione internazionale sulle microplastiche nei cosmetici, esortando i vari stati a prendere seri provvedimenti per questi prodotti, a partire dal 2020 saranno banditi in Italia alcuni cosmetici come gli scarb o le creme esfoglianti che contengono microplastiche. Ma quali sono i meccanismi che creano inquinamento? Le creme esfoglianti e gli scrub, ma si trovano anche negli shampoo e persino nei dentifrici, utilizzano micro parti di plastiche come il PET o il PP o il PE o il PMMA che hanno un’aziona leggermente abrasiva sulla pelle, innescando il processo di micro esfogliazione della pelle morta. Una volta spalmate sul corpo, attraverso l’acqua di risciacquo, queste micro parti di plastica vengono scaricate nella rete fognaria che comunque non ha la capacità di filtrare questi piccoli residui plastici, dalla dimensione di pochi micron, in quanto passano dai filtri. Purtroppo pochi paesi hanno messo al bando questi prodotti, ed ancor più importante sapere che nell’ambito della cosmesi, le micro plastiche continuano a vivere per esempio nei trucchi per il corpo. Una nota positiva è il fatto che, in linea generale, le aziende produttrici di scrub ed esfoglianti non hanno aspettato imposizioni governative circa l’abolizione delle micro plastiche nelle ricette ma si sono mosse per la sostituzione di queste parti plastiche con altri prodotti biodegradabili, venendo incontro ad una esigenza generale del consumatore in fatto di tutela ambientale. Quali sono gli additivi abrasivi nelle creme in sostituzione delle microplastiche? Ci sono molte alternative, sia sotto forma di prodotto finito come i micro granuli di pomice o di zucchero o di sale marino oppure di scarto come i gusci di noci, semi di albicocca o di altri frutti, come per esempio il lampone rosso. Come posso sapere se una crema contiene micro plastiche? Bisogna controllare l’etichetta apposta sulla confezione del prodotto nella quale non deve essere scritto, tra gli ingredienti, prodotti come il PE, Il PP, il PET o il PMMA.

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https://www.arezio.it/ - Il credito bancario si fa eco sostenibile
Il credito bancario si fa eco sostenibile
Sabato, 1 febbraio 2020 | Notizie Generali

Social banking, green economy e nuova strategia sugli investimenti. Alcune delle grandi banche internazionali hanno intercettato il sentimento popolare che spinge per un cambio delle strategie industriali e di consumo mettendo al centro l’ambiente e la socialità sostenibile. Un esempio lo ha dato Unicredit, una grande banca di respiro internazionale, che ha varato una nuova strategia rivolta agli impieghi nel settore ESG (Environmental, Social, Governance) che è racchiusa nel nuovo piano industriale che verrà presentato il 3 Dicembre 2019. Il nuovo concetto che rappresenta, più di ogni altra cosa, lo spirito dell’iniziativa è racchiuso nella strategia “non un ritorno sul capitale ma un ritorno del capitale”. La banca ha messo a disposizione 1 miliardo di euro per finanziare operazioni che abbiano un risvolto sociale, facendo girare il denaro su progetti che creino iniziative con impatto positivo per la comunità. Inoltre la banca ha deciso di abbandonare completamente il finanziamento di progetti che non vadano nel senso dell’economia circolare e sostenibile, in particolare non verranno più finanziati progetti che si occupano dell’estrazione del carbone, portando a termine quelli in corso, ma non ne verranno finanziati altri. Verranno poi vietati finanziamenti di progetti coinvolti nell’estrazione petrolifera nell’Artico, del gas offshore e quelli relativi allo shale oil, a causa del sistema invasivo di estrazione basato sulle fratture meccaniche delle faglie. Per quanto riguarda i finanziamenti ai progetti eco sostenibili la banca ha deciso di aumentarli del 25%, arrivando ad una quota di 9 miliardi di euro entro il 2023, iniettando liquidità nel settore delle energie rinnovabili e per l’efficienza energetica. La banca disporrà di un team di tecnici ed economisti che valuterà direttamente le casistiche più importanti per classificare del finanziamento rispetto alle direttive del nuovo piano industriale.

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https://www.arezio.it/ - Dischi 33 Giri in PVC Contro Streaming: Quale Impatto Ambientale?
Dischi 33 Giri in PVC Contro Streaming: Quale Impatto Ambientale?
Giovedì, 30 gennaio 2020 | Ambiente

La demonizzazione dei dischi in vinile di PVC, in quanto plastica, è esagerata e superficiale. La demonizzazione dei dischi in vinile di PVC, in quanto plastica, è esagerata e superficiale. Nell’era della digitalizzazione e dell’immaterialità musicale pensiamo che il disco, o come in passato si chiamava, LP, possa avere un impatto ambientale negativo in quanto prodotto con il PVC, una plastica vergine di derivazione petrolifera e che la musica che ascoltiamo in streaming, non essendo riprodotta da un oggetto solido, come il disco, abbia un impatto ridotto o nullo. Niente di più sbagliato. La storia dei dischi in vinile a 33 giri, nasce nel 1948, alla fine del secondo conflitto mondiale, ad opera della ColumbiaRecords negli Stati Uniti, a seguito di un’evoluzione tecnologica della produzione musicale che era retta dai dischi in gommalacca, i famosi 78 giri, che permettevano un ascolto maggiore in termini di tempo, raggiungendo i 30-40 minuti per lato. Le innovazioni tecniche riguardarono non solo i materiali utilizzati per la produzione del disco, passando appunto dalla ceralacca del 78 giri al PVC del 33 giri, ma anche attraverso le novità sulla tecnologia di riproduzione della musica nel disco stesso. Si passò quindi dalla tecnologia del 78 giri, che utilizzava un macro solco profondo, alla tecnologia del microsolco con la memorizzazione dei segnali sonori per via analogica. Se il materiale che costituiva il 33 giri rimaneva abbastanza invariata negli anni, la qualità del suono inciso aumentò progressivamente a partire dagli anni 60 dello scorso secolo, quando venne introdotta la tecnologia quadrifonica a matrice, incidendo separatamente nel disco i segnali musicali, dando l’impressione di essere avvolti dalla musica. Nonostante questa tecnologia non decollò in modo importante a causa dell’alto costo degli impianti di riproduzione musicale, l’LP ebbe un formidabile successo mondiale, incontrastato mezzo per ascoltare la musica fino alla fine degli anni 70 quando iniziò la produzione delle musicassette e dagli anni 80 quella dei CD. La parabola discendente delle vendite di dischi in vinile continuò fino ai primi anni 90 quando si cessò la produzione in buona parte del mondo. Oggi in cui viviamo nell’epoca dell’uso dei prodotti, senza possederli, la musica si ascolta in streaming, sulle piattaforme come Spotify, Apple Music, solo per citarne alcune, in una continua attività di usa e getta, con volumi di ascolto enormi. Proprio in questo periodo di immaterialità, sta ritornando prepotentemente alla ribalta il possesso dell’LP come oggetto da collezione, come fosse un quadro, un libro pregiato, un gioiello, che sono e saranno elementi che faranno parte della nostra vita. Questa attività non riguarda solo i vecchi dischi in formato 33 giri stampati negli anni 60-80, ma riguardano anche le nuove produzioni, tanto che le case discografiche si sono nuovamente attrezzate per fornire un formato fisico alla musica dei propri artisti. Ma come è fatto un LP? I dischi in vinile vengono realizzati attraverso il processo di stampaggio a caldo, utilizzando una pressa alimentata da un PVC granulato, opportunamente modificato e chiamato biscotto, con il quale si realizza la forma e i solchi provenienti da uno stampo madre. Dopo la pressatura i dischi possono presentare bordi irregolari, motivo per il quale vengono rifilati per dare al disco l’aspetto che tutti conosciamo. Il disco in PVC inquina più dello streaming? Possiamo quindi dire che un disco in PVC non è altro che uno dei tanti prodotti plastici che vengono realizzati nel mondo e che la sua esistenza, di per se, non è un elemento inquinante, ma come tutti i prodotti, anche quelli non plastici, devono rientrare in un’ottica di economia circolare. Fa specie leggere articoli di testare autorevoli che definiscono un prodotto in PVC, in quanto tale, pericoloso per l’ambiente e la salute dei lavoratori, a seguito delle esalazioni e degli inquinanti che le produzioni realizzerebbero. Non fa specie tanto quello che è stato detto, che segue l’onda popolare, con poca competenza sul problema della plastica, ma induce ad una certa perplessità pensare che testate giornalistiche di primo livello, trattino in modo così poco professionale il problema della plastica e del PVC. In ogni caso, l’LP, ha una produzione, in termini quantitativa, molto limitata e ancora più improbabile che il disco in vinile finisca dopo l’ascolto in pattumiera, in quanto è un oggetto che crea empatia con chi l’ha acquistato e verrà conservato, probabilmente, con molta cura e per molto tempo. Dobbiamo però considerare anche l’impatto che l’ascolto in streaming della musica produce ogni giorno sull’ambiente, perchè il fatto di non possedere un oggetto, come un disco che potrebbe trasformarsi in rifiuto, non significa che l’impatto ambientale dell’ascolto della musica sia zero. Infatti la disponibilità di miliardi di brani di musica sui nostri telefoni, laptop o tablets comporta l’archiviazione dei file musicali in apposite strutture, che vengono alimentate utilizzando l’energia che non sempre è rinnovabile. Se è vero che lo streaming di un singolo brano comporta un consumo energetico molto limitato, è anche vero che la disponibilità di musica senza limiti ha incrementato in maniera esponenziale l’ascolto dei brani con le relative conseguenze ambientali. Negli Stati Uniti si è stimato che le emissioni, in termini di gas serra, relative al settore dello streaming musicale, sono circa 200 milioni di tonnellate, secondo stime prudenziali e 350 milioni secondo altre stime.

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https://www.arezio.it/ - Flaconi in hdpe riciclato: come gestire i difetti di superficie
Flaconi in hdpe riciclato: come gestire i difetti di superficie
Giovedì, 30 gennaio 2020 | Informazioni Tecniche

Come risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclato La produzione di flaconi per la detergenza, per i liquidi industriali ed agricoli, fino a poco tempo fa venivano prodotti con materiali vergini nonostante alcune forme e colori consentivano l’uso di un granulo in HDPE riciclato. L’impatto mediatico dell’inquinamento da plastica dispersa dall’uomo nell’ambiente, ha fatto muovere le coscienze dei consumatori mettendo sotto pressione gli stati, che si occupano della legislazione ambientale, ma anche i produttori delle sostanze contenute nei flaconi che non possono, per questioni commerciali, perdere il consenso dei propri clienti finali. La richiesta di HDPE rigenerato per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi due anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga. L’utilizzo di ricette miste tra materiale vergine e rigenerato può mitigare alcuni di questi punti ma non risolvere totalmente gli eventuali problemi se non si ha l’accortezza di seguire la filiera della fornitura del granulo riciclato.

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https://www.arezio.it/ - European green deal: dove sta andando l’europa?
European green deal: dove sta andando l’europa?
Mercoledì, 29 gennaio 2020 | Notizie Generali

Ursula Von der Leyen sola dopo il fallimento della Cop25 a Madrid. Il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, dopo il fallimento dell’assemblea dei principali paesi del mondo, che si sono riuniti a Madrid per discutere della drammatica situazione ambientale, nella speranza di accelerare sul raggiungimento degli obbiettivi di Parigi, si è trovata decisamente sola. Per varie ragioni, come descritto nelle pagine NEWS di PlastiCare qualche giorno fà, i maggiori inquinatori del nostro pianeta come gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile, l’India e la Russia non solo non hanno dato diponibilità per rispettare i limiti ambientali stabiliti in precedenza ma, alcuni di essi, hanno addirittura chiesto di uscire dall’accordo di Parigi. Il sentimento condiviso da questi paesi è quello di essere libero di produrre e inquinare a loro piacimento, senza necessità di sottomettersi a regole e controlli stringenti, con la conseguenza di diventare più competitivi commercialmente sul mercato rispetto a quei paesi che rispettano le normative ambientali. Sembrerebbe sia stata una grande delusione, prima di tutto politica, da parte dell’Unione Europea, che si trova a portare avanti da sola questa battaglia sulla salvaguardia del pianeta. Ma nonostante gli insuccessi di Madrid il presidente della commissione Europea ha deciso di continuare la sua lotta verso i cambiamenti climatici e all’inquinamento, varando il programma “European Green Deal” che esprime la volontà comunitaria di far diventare l’Europa il primo continente ad impatto zero entro il 2050. Attraverso nuove proposte legislative e cospicui finanziamenti comunitari che il presidente vuole mettere in campo, entro due anni, si vuole arrivare al controllo delle emissioni, alla creazione di un mercato verde, anche nel campo lavorativo e spingere sull’innovazione, punto dolente rispetto a nazioni come Cina e USA. La nuova politica comunitaria toccherà diversi settori: l’agricoltura, l’industria, l’energia, la tecnologia, i trasporti e la chimica. Ci sono ancora alcuni paesi comunitari che sono contrari o scettici al nuovo programma, specialmente quelli dell’est, legati a doppio filo al carbone per la produzione di energia elettrica. Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria vorrebbero un rinvio della partenza del piano per avere più tempo per poter convertire i propri impianti dal carbone ad una fonte energetica più pulita. Sicuramente il piano è ambizioso e impegnativo, in quanto coinvolge non solo l’adeguamento tecnologico di sistemi produttivi di energia obsoleti ed inquinanti, come il carbone, ma anche il reperimento di risorse economiche enormi, circa 100 miliardi l’anno, da investire per aiutare i paesi dell’EST al raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050. Risorse che oggi non sono facili da reperire tra i paesi della comunità Europea. Ma c’è anche un aspetto importante da tenere presente, che riguarda lo svantaggio commerciale dei prodotti realizzati all’interno del mercato Europeo, governato dalle stringenti norme ambientali, rispetto a paesi che hanno la facoltà di derogare a questi impegni, diventando quindi più competitivi dal punto di vista commerciale. Per far fronte a questo problema si sta pensando ad un ritorno dell’investimento pubblico in settori strategici come quello tecnologico, industriale e dell’energia. Questo potrebbe servire per diminuire il differenziale tra il costo di produzione Europeo e quello di altri paesi che producono energia da fonti fossili. Tuttavia l’investimento pubblico non è l’unico pensiero che ha Bruxelles per aiutare le imprese Europee a rimanere competitive nelle esportazioni, ma sta pensando anche ad una sorta di “Carbon Tax”, una tassa per gli inquinatori, rivolta alle merci di quei paesi che producono ed esportano i loro beni, utilizzando energia non verde, quindi meno cara e più inquinante. A catena, si potrebbero aggregare idee circa il blocco dell’accordo di libero scambio dei beni tra l’Europa e il Mercosur, colpendo il commercio della carne Brasiliana, in quanto il presidente del Brasile, Bolsonaro, è ritenuto responsabile della deforestazione dell’Amazzonia, con tutte le conseguenze ambientali relative. Le intenzioni sono buone, ma il processo di compimento del nuovo piano verde comporta molta politica e molti soldi, due cose da prendere con le pinze.

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https://www.arezio.it/ - La crisi del mercato della carta da macero
La crisi del mercato della carta da macero
Lunedì, 27 gennaio 2020 | Notizie Generali

Anche l’e-Commerce sta acuendo la crisi del mercato della carta riciclata, sprofondata nel 2019. La crisi del mercato della carta da macero ha cominciato a manifestarsi nell’Agosto 2017 con l’inizio della discesa dei prezzi sul mercato internazionale, per poi acuirsi nel corso del 2019, dove sia i volumi esportati, che i prezzi per tonnellata, stanno mettendo in crisi il comparto del riciclo. I motivi di questa situazione si possono individuare nella riduzione delle importazioni da parte della Cina, dalla guerra commerciale estesa su molti settori tra gli USA e la Cina e, paradossalmente, dall’accresciuta capacità di raccolta della carta da macero, che non trova utilizzo pieno senza le esportazioni. Se i numeri pre-crisi vedevano la Cina come importatore primario di carta da macero, con circa 30 milioni di tonnellate l’anno e l’Europa con circa 8 milioni, oggi il governo di Pechino importa “solo”12 milioni di tonnellate e, di questa cifra, buona parte viene dalla cordata USA-Regno Unito. Questo surplus di carta che era destinata all’area Cinese, viene collocata in altri mercati, forzando le vendite attraverso la diminuzione del prezzo, con lo scopo di liberarsi degli stock invenduti. Considerando che in Europa, nel corso del 2018 si sono raccolte circa 56 milioni di tonnellate di carta a fronte di un utilizzo di circa 48 milioni, generando così una differenza per eccesso di offerta pari a circa 8 milioni di tonnellate, carta che si accumula anno dopo anno con problemi di gestione molto importanti. Questa situazione genera uno squilibrio, anche finanziario, del sistema di raccolta nel quale manca, sostanzialmente, un livello di vendite accettabile, in termini quantitativi, e un livello remunerativo sul prezzo del prodotto che possa coprire tutti i costi della filiera. Ci sono poi altri fattori, concomitanti e collaterali, che hanno incrementato le problematiche sopra descritte e che potemmo riassumere in questi punti: La disaffezione da parte dei consumatori ad alcuni imballi di plastica ha portato ad un incremento di utilizzo di imballi in carta, con la conseguenza di produrre più rifiuti.L’efficienza del sistema di raccolta, come quello del vetro, crea un’offerta superiore alla domanda, su cui si dovrà intervenire attraverso sostegni finanziari all’economia circolare della carta.L’esplosione dell’e-commerce, che ha nell’imballo di cartone il suo packaging preferito, genera un aumento molto importante di rifiuti di cartone. Si è molto discusso sulla valenza sociale ed ecologica del sistema di vendita tramite le piattaforme web, in cui si confrontano i sostenitori dell’efficienza del modernismo tecnologico con chi sostiene che, le vendite on-line di beni non durevoli, sono la conseguenza del capriccio e della pigrizia cresciute con il consumismo e di una totale assenza di rispetto per l’ambiente e per la piccola imprenditoria formata dai negozi di quartiere o di paese. Per inquadrare la dimensione del fenomeno “e-commerce”, dobbiamo farci un’idea sui numeri che genera nel mondo e che sono espressi in circa 3.000 miliardi di dollari, con una previsione di arrivare a circa 4.000 miliardi nel 2022. Le società più rappresentative del fenomeno sono Amazon e Alibaba, che offrono merce in qualsiasi parte del mondo, nel più breve tempo possibile e al prezzo più basso in assoluto. Su questi tre pilasti si fonda il successo delle vendite on-line, sistema che ha messo in crisi la distribuzione tradizionale e, con essa, anche i lavoratori che ne facevano parte. Ma se da un lato non credo si possa addebitare alla formula dell’acquisto on-line, la chiusura di moltissimi negozi medio-piccoli, che erano già entrati in crisi con l’avvento anni fà delle grandi catene distributive, si può certo dire che il business delle consegne a domicilio, di articoli singoli in tempi brevissimi, sta generando un problema ambientale da tenere in considerazione. Non volendo entrare nello specifico del fenomeno dell’aumento del traffico a causa di questo sistema logistico frazionato, dove la movimentazione di un’enorme numero di colli singoli, in continua rotazione tra fornitori, distributori e cliente, crea un apprezzabile valore emissivo di CO2 e di NOx, in quanto merita un approfondimento dedicato. Vorrei considerare, invece, l’impatto che questo sistema di consegne crea in termini di aumento di imballi in cartone. Infatti il fornitore spedisce l’articolo ai magazzini di una società come Amazon o similare, la quale lo stocca nel proprio magazzino in attesa dell’ordine del cliente. Ricevuto l’ordine, il distributore imballerà l’articolo in una nuova confezione di cartone, adatto per la spedizione in funzione della dimensione del collo acquistato. In pratica, fino a qui, si sono utilizzati almeno due imballi, con i relativi accessori per la confezione. Questa, non è un’azione con un impatto trascurabile, se pensata su larga scala con milioni di colli in movimento ogni giorno e non ha comparazione, dal punto di vista dell’impatto ambientale, se la stessa operazione si facesse dal negozio vicino a casa, il quale utilizzerà solo l’imballo del produttore, o al massimo aggiungerà un sacchetto che potrà comunque essere riutilizzato in casa. Ma se il prodotto fosse rifiutato dal cliente finale? La riconsegna del prodotto respinto ha bisogno di un’ulteriore imballo per la spedizione e, anche qui, non stiamo parlando di piccoli numeri se consideriamo, per esempio, che Zalando, la nota marca di vendite on-line di abbigliamento e accessori, dichiara resi per circa 70 milioni di pacchi. Una cosa importante da notare è che la maggior parte dei pacchi respinti finisce nell’area “Destroy” (area in cui si distruggono gli articoli nuovi) in quanto non c’è convenienza economica nella restituzione dell’articolo al produttore. Questo genera una quantità consistete di rifiuti e di imballi che devono essere gestiti dal paese di distribuzione e non dal produttore.

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https://www.arezio.it/ - Plastica riciclata, macchine e prodotti finiti.
Plastica riciclata, macchine e prodotti finiti.
Mercoledì, 22 gennaio 2020 | Notizie Generali

Le professioni che muoiono e che nascono nel settore della plastica riciclata, delle macchine e dei prodotti finiti. La distribuzione dei prodotti che abbracciano il settore plastico, con particolare riferimento a quella riciclata, alle macchine per la lavorazione della plastica e anche ai prodotti finiti fatti in plastica riciclata, si sta spostando con una certa rapidità verso canali distributivi impensabili fino a qualche anno fà. Se consideriamo alcuni articoli o settori dove la standardizzazione produttiva ha portato alla creazione di prodotti tecnicamente semplici da valutare per l’acquirente e dove la competizione commerciale spinge le aziende a trovare nuovi mercati mondiali, si può notare come il modello distributivo stia cambiando in fretta. Per le tre famiglie prese in considerazione, la figura professionale della risorsa umana dedicata alla vendita, che sia dipendente o agente poco importa, aveva conservato fino a poco tempo fà un ruolo centrale nella conclusione dell’operazione di distribuzione dei prodotti. Unitamente alle attività di marketing tradizionali, che comportavano il lancio di prodotti attraverso le fiere, la comunicazione sulla stampa specializzata e sul sito internet aziendale, l’uomo addetto alle vendite era probabilmente la pedina più importante in quanto definiva la conclusione dell’ordine. Le capacità professionali, carismatiche e seduttive del venditore nei confronti del cliente, era il peso in termini dell’importanza di un’azienda sul mercato, insieme alla qualità dei prodotti, alla distribuzione e alla serietà del team. La gestione delle reti vendita, specialmente se strutturate in aree geografiche molto ampie, comporta costi elevati, un’organizzazione importante, la difficoltà di reperire, formare e mantenere in azienda figure professionali capaci e tempi operativi dilatati rispetto alla potenzialità del mercato. Si sono quindi apprezzate, negli ultimi anni, forme alternative di distribuzione di articoli in cui la vendita avesse più un’impronta commerciale che tecnica: i polimeri, alcune macchine per la plastica e i prodotti finiti. Questi mezzi commerciali sono principalmente i portali web, generici o specializzati, con carattere solo informativo o prettamente di vendita, che danno all’imprenditore una visibilità immediata per la propria azienda e i propri prodotti. A seconda delle tipologie degli articoli da proporre e di aree geografiche da coprire, troviamo portali generalisti, come Alibaba, in cui si vende di tutto, quindi con una bassa specializzazione, ma con un’alta distribuzione, fino ad arrivare a portali specialistici, come PlastiCare, che si occupa esclusivamente del mondo della plastica riciclata e del suo indotto (macchine, stampi, prodotti finiti, consulenti, distributori e lavoro) in tutto il mondo. Esistono poi portali semi-specializzati, che trattano un settore come quello della plastica, per esempio, in aree geografiche nazionali o regionali. A seconda dei prodotti da distribuire e delle aree di suo interesse, l’imprenditore può scegliere se indirizzarsi verso un portale generalista internazionale, semi-specializzato in un ambito nazionale o regionale o uno specializzato, con traduzioni automatiche dei propri annunci nelle lingue di chi li leggerà, in un ambito internazionale. I portali web aiutano l’imprenditore a raggiungere un’area geografica sempre più ampia o/e una platea di persone più vasta, con la quale poter interagire direttamente dall’azienda aumentando i contatti e riducendo le spese. Le aziende di dimensioni più grandi normalmente sfruttano entrambi i sistemi distributivi, quello tradizionale con la rete vendita sul campo, più per un rafforzamento del marchio che per un’azione commerciale diretta, mentre quelle medio piccole trovano nei portali web un’occasione imperdibile per essere presenti in molte nazioni attraverso la rete. In questo scenario che sta evolvendo di giorno in giorno, ci sono professionalità, come quella dell’agente o venditore diretto, che subiranno un ridimensionamento dal punto di vista quantitativo o involutivo nelle assunzioni, per dare spazio a figure professionali nuove che gestiranno la comunicazione aziendale attraverso le piattaforme specializzate web e i social. Quale è il filone distributivo per la mia azienda? Difficile rispondere da questo articolo in quanto sia il sistema tradizionale di distribuzione che quello attraverso le piattaforme web hanno pro e contro in funzione dei progetti aziendali, dei prodotti da vendere, delle aree da coprire, dalla dimensione dell’azienda e dai capitali a disposizione per l’attività di marketing. E’ consigliabile sicuramente appoggiarsi, per la scelta corretta, a chi è specializzato nella comunicazione marketing nell’ambito della plastica e del suo indotto. Se guardiamo in modo distaccato l’evoluzione della comunicazione professionale sulla rete, si può dire che i portali web, specializzati, semi-specializzati e altamente specialistici, stanno destando l’interesse dei clienti in tutto il mondo e la spesa per banners, servizi di informazioni sui prodotti, sulla clientela e di comunicazione sponsorizzata, stanno crescendo velocemente. Sui portali web professionali non troviamo solo aziende che hanno bisogno di visibilità internazionale, ma anche colossi già molto affermati dal punto di vista del marchio e dei prodotti che fanno del canale web un’ulteriore forma di distribuzione internazionale.

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https://www.arezio.it/ - Plasticare: la casa delle macchine e degli stampi per la plastica riciclata
Plasticare: la casa delle macchine e degli stampi per la plastica riciclata
Lunedì, 20 gennaio 2020 | Notizie Generali

Quello che offri o quello che cerchi, nel mondo della plastica, passano dal portale PlastiCare. PlastiCare, come dice il nome, “l’attenzione al mondo della plastica”, è la casa di tutti gli operatori della plastica riciclata, nel senso più ampio del termine, in cui si ritrovano i produttori di polimero, di macinati, di materia prima in balle, i produttori e i commercianti di macchine per la plastica, nuove o usate, i produttori e i commercianti di stampi, di prodotti finiti fatti in plastica riciclata, di aziende che mettono a disposizione i loro impianti per le lavorazioni dei loro clienti, ai consulenti tecnici, di manutenzione, commerciali e di marketing ed infine a coloro che cercano e offrono il lavoro nel settore. Crediamo fortemente che la plastica sia assolutamente una risorsa che accompagna la nostra vita, un prodotto dalle caratteristiche uniche che oggi, va difeso dall’ignoranza tecnica di alcune persone, nel pieno rispetto dell’ambiente, favorendo l’economia circolare che è alla base del nostro futuro. PlastiCare ti ricorda la possibilità di incontrare colleghi che si occupano di macchine per la plastica, quali: – Estrusori – Presse per iniezione – Macchine per il soffiaggio – Filtri e sistemi filtranti – Dosatori – Accessori per macchine – Stampi – Mulini – Impianti di lavaggio – Densificatori – Silos – Impianti di raffreddamento – Impianti di trasporto materiale – Vagli meccanici – Insaccatrici – Imballatrici – Selettori ottici – E molto altro Utilizzando la piattaforma attraverso i posts di richiesta od offerta, o facendoti vedere attraverso il tuo banner aziendale nelle pagine di PlastiCare, entrerai in contatto con addetti di 154 paesi nel mondo, su una piattaforma multilingue con traduzione automatica. Ti aspetto su www.plasticare.biz

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https://www.arezio.it/ - Rischi ambientali : come si muove la finanza
Rischi ambientali : come si muove la finanza
Venerdì, 17 gennaio 2020 | Notizie Generali

La correlazione tra i rischi finanziari e i rischi ambientali visti dagli operatori bancari internazionali. I problemi dell’ambiente e i relativi rischi ambientali, non sono, oggi, solo appannaggio di un gruppo sempre più ampio di giovani che manifestano nelle piazze e non sono solo occasione per il cosiddetto “green washing”, l’utilizzo a volte a sproposito dell’etichetta green sui prodotti da parte delle aziende, ma sono entrati prepotentemente nelle camere ovattate della finanza che conta. La questione del clima è diventata un problema di rischio finanziario, che coinvolge gli istituti bancari e il sistema finanziario internazionale, i quali dovranno confrontarsi con un nemico subdolo e potente. Non esiste un solo rischio ambientale, ma diversi elementi che potrebbero concatenarsi creando una problematica di difficile gestione a livello finanziario, tale per cui si potrebbero mettere in crisi i capitali in circolazione. I rischi ambientali che destano maggiore attenzione da parte delle istituzioni finanziarie possono essere elencati in: Incremento di gas serra Incremento delle precipitazioni Incremento delle siccità I rischi connessi a queste problematiche dipendono dal loro manifestarsi e dalla violenza con cui si presentano nelle aree geografiche del pianeta, ma si traducono in costi di vite umane, distruzione delle infrastrutture pubbliche e private, perdita di produttività con danni alla crescita economica e innalzamento dei prezzi dei beni primari. Questi costi incideranno direttamente sui valori degli assets, con un deterioramento della capacità delle imprese e delle famiglie di onorare i debiti e una riduzione del valore delle garanzie. Alle banche è affidato il compito di indirizzare i flussi finanziari verso attività che indirettamente riducano il rischio stesso e quindi verso iniziative di sostenibilità ambientale che possano mitigare gli effetti che causano i cambiamenti climatici. Questi finanziamenti sono necessari per la stabilità stesse delle banche. L’Europa avrebbe bisogno, per aggiornare le reti energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, delle risorse idriche, per modernizzare la rete dei trasporti e della logistica, di 270 miliardi di euro all’anno, cifre enormi che dovranno essere trovate perchè non ci sono alternative alla strada della sostenibilità ambientale. La maggior preoccupazione delle banche e degli investitori finanziari è il rischio nel deterioramento dei propri crediti e il valore dei loro attivi in relazione ai fattori climatici, che non sono di per sè rischi nuovi, ma che stanno diventando di proporzioni tali che potrebbero destabilizzare il ritorno finanziario delle operazioni. La comunità internazionale dal punto di vista politico si sta muovendo in ordine sparso, con diversi approcci tra gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, la Russia, l’India, per citarne qualcuno, ma alla fine saranno le istituzioni finanziarie che influenzeranno le scelte di transizione energetica e di sostenibilità ambientale. In questo momento, però, non tutte le banche hanno compreso in pieno quale sia la strada corretta per l’elargizione dei capitali sul mercato industriale e quale ricadute si avranno, anche in termini di rischio sulle operazioni, rimanendo immobili sugli assets in portafoglio. Si possono vedere, per esempio, negli Stati Uniti, paese gestito da una politica ultra negazionista in termini ambientali, che i movimenti ambientalisti stanno manifestando contro banche, quali la JP Morgan, la Well Fargo, la Bank of America, le quali continuano a sostenere finanziariamente le società impegnate nell’estrazione e raffinazione del petrolio. Ma ci sono anche fondi di investimento internazionali, come il BlackRock, il più grande del mondo, che ha capito velocemente dove indirizzare il timone dei propri investimenti e, attraverso il presidente Larry Find, ha ribadito ai propri clienti e agli amministratori delegati delle società in cui il fondo è posizionato, che premierà le imprese e i progetti legati alla sostenibilità. Secondo Find, non solo i governi, ma anche le istituzioni finanziarie e le imprese potranno essere travolte se non si adotteranno misure efficaci a favore dell’ambiente. Quella di BlackRock non è una raccomandazione o un consiglio, ma una forte e univoca decisione che si potrebbe concretizzare attraverso l’opposizione nei consigli di amministrazione o la sfiducia a managers che non adotteranno misure concrete in fatto di sostenibilità climatica. Find vede il rischio ambientale colpire direttamente la solvibilità dei mutui, specialmente quelli sulla casa, sull’inflazione, se dovessero impennarsi i prezzi dei generi primari, sul rallentamento della crescita dei paesi emergenti e quindi a cascata su quella mondiale, causata della riduzione della produzione per l’aumento delle temperature.

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Giovedì, 5 dicembre 2019 | eBook

Aprire gli occhi e rialzare la testa. eBook. Aprire gli occhi e rialzare la testa, l’ eBook raccoglie le problematiche della tutela dell’ambiente. Il libro racconta episodi che sono realmente accaduti in merito all’inquinamento, allo sfruttamento ambientale, all’uso distorto delle risorse naturali disponibili, all’inerzia di una parte della popolazione mondiale, alle sperequazioni economiche in ambito ambientale tra la popolazione mondiale, agli omicidi degli ambientalisti attivi, al ruolo della comunicazione globale, alle attività dei movimenti ambientalisti e dei giovani, alla speranza della ricerca scientifica, al marketing ecologico e a tutti noi che dobbiamo trovare una nuova armonia con la natura. Versione in Lingua Italiana L’acquisto dell’ebook in versione PDF è possibile scrivendo: info@arezio.it al prezzo di euro 7,90 + spese di spedizione Oppure lo trovate su Amazon cliccando il link: https://amzn.to/2WfdJ7i

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La Forestazione delle Aree Metropolitane: Milano non Perde Tempo.
Lunedì, 21 ottobre 2019 | Ambiente

Riduzione dell’inquinamento, mitigazione delle ondate di calore, obbiettivi sociali. Che le aree metropolitane stiano diventando sempre più un aggregato di popolazione crescente, nei numeri e nelle esigenze, è evidente in molti paesi del modo dove non si arresta l’incremento delle migrazioni interne verso le grandi città. I motivi che spingono le persone a muoversi sono principalmente economici, essendo la città un ambiente in cui le occasioni di trovare lavoro sono sicuramente più alte rispetto alle aree rurali. L’incremento massiccio della popolazione ha portato negli scorsi decenni ad una cementificazione “urgente” e smodata, sia dal punto di vista architettonico, che ambientale, che sociale, creando interi quartieri senza identità e senza un’anima, attraverso un’edilizia economica e con una spiccata essenzialità urbanistica. Questo modo di creare quartieri “dormitorio” ha creato disgregazione sociale, generazionale e una mancanza di integrazione tra il costruito e la natura. I bambini nati in questi contesti faticano a riconoscere un’alternativa ambientale ai palazzi, le strade asfaltate e ad ambiti diversi dai piccoli parchi di quartiere, se esistono. Inoltre, l’inquinamento crescente causato dal traffico veicolare, dal riscaldamento delle abitazioni e dalle conseguenze delle ondate di calore estivo, creano delle condizioni di vita non salubri e stressanti per la popolazione. Molte amministrazioni cittadine si sono convinte che il verde sia la chiave per lenire alcune problematiche legate all’inquinamento e, attraverso l’incremento della forestazione cittadina, la possibilità di creare condizioni di vita e una socialità più umana. Milano ha fatto suo questo obbiettivo, con il proposito di piantare tre milioni di alberi entro il 2030 e, attraverso questa operazione, riqualificare alcune aree per incrementare l’aggregazione sociale. La piantumazione ha anche lo scopo di inserire nel bilancio ambientale della città un elemento mitigatore degli inquinanti e del calore insistente, durante l’estate, sugli edifici meno preposti a difendere gli utenti da questo fenomeno in crescita. Parliamo soprattutto di edilizia scolastica, ospedali e centri per anziani, che riceveranno i primi interventi volti a rendere più vivibile l’ambiente cittadino. Il problema climatico nelle città tende ad acuire le disuguaglianze sociali, economiche e sanitarie, specialmente nelle periferie, dove la qualità delle costruzioni dal punto di vista dell’isolamento temo-acustico crea situazioni di disagio evidente. Inoltre gli alberi portano un aiuto nella lotta alle polveri sottili, al riscaldamento degli edifici con un risparmio nell’uso dei condizionatori. Milano ha messo in campo anche iniziative “green” attraverso la realizzazione di edifici, in cui il verde è parte integrante della loro struttura e attraverso l’organizzazione di eventi aperti a tutta la popolazione da vivere in nuove aree destinate ad un nuovo rapporto tra la popolazione cittadina e la natura.

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