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https://www.arezio.it/ - Moplen, Bramieri e il Carosello: Negli anni ’50 Nasce il Marketing Industriale
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Moplen, Bramieri e il Carosello: Negli anni ’50 Nasce il Marketing Industriale
Management

Moplen, Bramieri e il Carosello: Negli anni ’50 Nasce il Marketing IndustrialeAlla fine della seconda guerra mondiale il tessuto industriale italiano era praticamente distrutto, a causa degli intensi bombardamenti e della guerra civile che si era combattuta fino alla liberazione. La necessità impellente, negli anni successivi per il governo Italiano, era far ripartire la ricostruzione delle città che avevano subito ingenti danni e rimettere in sesto l’industria, in modo da poter assolvere ai bisogni dei cittadini. Vi era una povertà diffusa, una forte disoccupazione e una grande dipendenza da parte degli alleati, con in testa gli Stati Uniti, i quali varando il piano Marshall, convogliarono in Italia un’ingente quantità di denaro e di beni di prima necessità. Gli anni ’50 del secolo scorso videro faticosamente l’impegno di tutti per alleviare le sofferenze della popolazione che usciva da una guerra tremenda, si ricostruirono scuole, strade, fabbriche, si cercò di migliorare la resa dell’agricoltura, finalizzata ad una maggiore autosufficienza alimentare. Con il passare degli anni si riuscì a mettere in moto il mondo del lavoro con la conseguenza che, verso la fine del decennio, il tenore di vita delle famiglie iniziò piano piano ad aumentare. Le fabbriche del nord attiravano molti lavoratori che emigravano dal sud e, questo, costituì un volano per l’edilizia che creò nuovi alloggi, ampliando le città ed imprimendo un beneficio a tutto l’indotto. I tempi erano maturi per dotare le case degli italiani di nuovi prodotti necessari per una vita più modera, infatti, da pochi anni era nata la televisione, erano disponibili i frigoriferi, le lavatrici e molti altri prodotti per la casa. Un mercato immenso, che aveva bisogno di tutto, dove le aziende avevano la preoccupazione di produrre, far conoscere i nuovi prodotti e vendere. Qui nasceva una grande opportunità da parte delle aziende, che era rappresentata dagli spots televisivi della nuova televisione di Stato, che pubblicizzavano i prodotti all’interno del programma Carosello, sempre più visto dalla popolazione, in virtù dell’aumento delle vendite dei televisori. Quale mezzo più idoneo per convincere la gente a comprare i prodotti innovativi recitati da personaggi famosi e apprezzati dal pubblico. Un connubio poderoso fu il lancio dei prodotti in plastica fatti con il polipropilene, chiamato Moplen, che attraverso gli sketch di Gino Bramieri, famosissimo attore e comico, convinse la gente ad adottare i prodotti per la casa realizzati con il Moplen. Scolapasta, secchi, barattoli, ciotole, mastelli, giocattoli, attrezzature per lavare e molti altri prodotti erano non più realizzati in metallo o legno, pesanti e poco piacevoli alla vista, ma attraverso una materia prima che aveva molti colori, era duratura ed indistruttibile. Il genio italiano, Giulio Natta, ricevette nel 1963, per la creazione del polipropilene, come tutti sanno, il premio Nobel per la chimica e, l’Italia, era il paese ideale per la conferma di questo sviluppo. Forse, per la prima volta, le attività di marketing che hanno permesso una così ampia diffusione dei prodotti fatti in plastica, sono state da volano per altre aziende produttrici che utilizzarono i nuovi strumenti divulgativi, in maniera sempre più studiati ed efficaci. I messaggi pubblicitari, all’inizio, erano una via di mezzo tra un’attività teatrale e una di promozione, in modo soft, che coinvolgevano la gente che li guardava in modo divertente e spensierato. Bramieri fu un colosso in questo senso, in quanto realizzava duetti spiritosi, a volte vestito da donna, come se fosse una commedia comica, per poi mostrare i vantaggi dei prodotti in plastica all’interno della casa. Categoria: notizie - tecnica - plastica - moplen - marketing industriale - PP

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https://www.arezio.it/ - Come la Cura del Giardino ha un’influenza sull’Ansia e sullo Stress
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Come la Cura del Giardino ha un’influenza sull’Ansia e sullo Stress
Slow Life

Che la vita all’aria aperta, che sia nel tuo giardino o in un conteso come un bosco o in campagna o in montagna, possa avere un affetto benefico sulla salute, è una cosa risaputa da tempo.Ma il meccanismo con cui questo miglioramento dell’umore e dell’autostima si manifesta, non è mai stato chiaro, finché un team di scienziati ha provato a studiare il fenomeno. L’approccio è stato gestito prendendo in esame due aspetti, quello più prettamente fisco e quello mentale. Il beneficio dal punto di vista fisico è stato misurato attraverso il monitoraggio dell’attività con basso sforzo, come invasare, cambiare i fiori nelle aiuole, tagliare l’erba, areare la terra o concimare. Gli sforzi a bassa intensità eseguiti durante le operazioni di giardinaggio interessano un numero elevato di muscoli e per un tempo prolungato, questo permette di bruciare molte calorie senza sovraccaricare il sistema cardiocircolatorio. Quindi si può dire che il movimento distribuito su molte leve muscolari permette di mantenere in forma tutto il corpo, in modo armonioso e senza incorrere, generalmente, a fenomeni di sovraccarico lavorativo. Dal punto di vista mentale, la ricerca si è concentrata sul capire come il cervello possa innescare sensazioni positive e piacevoli durante questa attività. Per capire quale fossero i meccanismi che generano benessere durante le attività di giardinaggio, hanno esaminato molti degli stereotipi in circolazione, come la presenza di batteri nel terreno che avrebbero un’influenza positiva sul cervello, condizione valutata anche sui topi in laboratorio che ha dato scarsa attendibilità. E’ stata presa in considerazione anche la presenza di una maggiore ossigenazione, in presenza di molte piante nella zona di lavoro e di una condizione di maggiore pulizia dell’aria, sempre per l’effetto filtro che le piante possono svolgere. Ma anche qui non sembrerebbe confermare che questi fenomeni possano migliorare le condizioni di ansia e di stress accumulate dall’uomo. Una ipotesi che ha interessato gli studiosi, riguarda le colorazioni che l’occhio percepisce durante la permanenza nella natura, in particolare hanno scoperto che le tonalità verdi possono avere un’influenza benefica sull’umore. Per confutare questa tesi hanno proiettato delle immagini di aree naturali, la cui prevalenza cromatica era composta dal verde, successivamente hanno mischiato i colori dando preferenza al nero, al rosso, al grigio e così via. Il risultato è stato che durante le proiezioni su base verde, il cervello ha reagito in modo da esprimere tranquillità e soddisfazione, mentre utilizzando altri colori, questo benessere è sceso notevolmente. Inoltre, lo studio a preso in considerazione, il livello si ansia e di stress dei partecipanti durante le occupazioni che svolgevano in giardino. Occuparsi del terreno, dei fiori, del prato e delle piante, attivamente, sembra liberi la mente da molti pensieri che la affollano, evitando quel senso di avvitamento umorale che è tipico delle persone che continuano a pensare e ripensare a qualsiasi piccolo o grande problema. Diciamo una sorta di swich-off del cervello che dona maggiore tranquillità e una sensazione di benessere.

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https://www.arezio.it/ - Senza la Riduzione della Carne sulle Tavole la Lotta Climatica Perderà
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Senza la Riduzione della Carne sulle Tavole la Lotta Climatica Perderà
Ambiente

L'impari lotta tra la carne animale e quella vegetaleL’industria della carne è una lobby forte al pari di quella del petrolio, di internet, del fumo, dell’alcol, del gioco d’azzardo e di molte altre attività economiche che vivono sull’empatia con il consumatore.E’ da considerarsi una sorta di dipendenza dal gusto, un richiamo irresistibile a soddisfare l’impulso del cibo corroborato dalla sensazione di appagamento del palato. Un richiamo irresistibile, unito al fatto che normalmente non ci poniamo il problema se un così prelibato alimento possa arrecare danno all’ambiente.Il bisogno primario di mangiare, supportato dal piacere di farlo per vivere un’esperienza culinaria gradevole, quasi mai accende un processo di ragionamento imparziale e distaccato sul problema del mondo della carne. Purtroppo è risaputo che l’industria dell’allevamento degli animali da macello incide in modo enorme sul cambiamento climatico, sia direttamente causato dagli animali in vita, che dalla necessità di spazi sempre più grandi di territori deforestati da assegnare al pascolo, sia dall’enorme quantità di terra ed acqua necessarie a produrre alimenti per gli animali. Se consideriamo che i nutrimenti che la carne può dare al nostro corpo sono facilmente sostituibili con altri, forse meno gustosi, ma con un basso impatto climatico, la partita si gioca solo sulle sensazioni espresse dal sapore del prodotto. La catena di soggetti che protegge questo scrigno del sapore, con cui tiene legato il consumatore al proprio business, parte da lontano, a cominciare dalla politica che dovrebbe legiferare per proteggere l’ambiente ma anche la salute dei cittadini (la carne ha molte controindicazioni importanti per il nostro corpo). Il marketing delle aziende della carne che fa leva proprio sulle sensazioni del gusto per promuovere il prodotto da vendere, incidendo sulle debolezze dei cittadini. Le aziende del settore che combattono contro qualsiasi forma di concorrenza vegetale di prodotti alternativi, interdicendo i nomi dei prodotti finiti che sono nel linguaggio comune, come hamburger, bistecca, ecc.. cercando di ostacolare la diffusione di prodotti non a base di carne ma dall’aspetto simile. In un mondo democratico è giusto che le scelte alimentari dipendano da noi stessi, ma abbiamo, nello stesso modo, il diritto ad una corretta informazione sugli impatti che l’industria della carne ha, non solo sul nostro pianeta, ma anche sulla nostra salute. Ma nello stesso tempo, abbiamo il diritto che i prodotti a base vegetale, che possono sostituire i prodotti a base di carne, abbiano la libertà di diffondersi sul mercato in modo da lasciare ampio spazio di scelta al consumatore che vuole acquistarli. Il consumatore consapevole dell’impatto sulla terra che ha la produzione di carne, fa nutrire una certa speranza che, in ogni modo, prima o poi, la scelta si sposterà su una carne vegetale che non creare squilibri ambientali così macroscopici. Invece, per i consumatori che non hanno questa consapevolezza ambientale e si fanno dirigere da scelte dettate dal gusto del prodotto, dobbiamo aspettare che la carne a base vegetale possa raggiungere standard olfattivi e di gusto piacevoli come la carne da animale. Solo a quel punto sarà possibile aumentare la platea di soggetti che potranno spostarsi verso un alimento a minore impatto ecologico. Certamente gli stati potrebbero disincentivare il consumo della carne, visto che la problematica della sua permanenza sulle tavole comporta un peggioramento del clima e della salute, valori che gli stati devono perseguire e tutelare. I sistemi per disincentivare, per esempio, il fumo e l’alcol, sono normalmente applicati in molti stati, con il risultato che anno dopo anno, i cittadini si stanno adeguando a queste limitazioni. Questo non vuol dire non fumare o non bere, ma cercare di limitare le occasioni e renderle più onerose per il portafoglio di chi vuole consumare questi prodotti. Anche per la carne dovrebbe essere fatta una politica di disincentivazione, creando un contro marketing, senza eccedere nelle provocazioni o nelle paure, ma illustrare in modo esatto gli impatti ambientali dell’industria della carne e l’impatto sulla nostra salute nel lungo periodo.

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https://www.arezio.it/ - Slow Life: Riflettere, Decidere e Proseguire Serenamente
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Slow Life: Riflettere, Decidere e Proseguire Serenamente
Slow Life

Il tarlo del dubbio di sbagliare si potrebbe insinuare in ogni decisione assuntaRiflettere ponderatamente su ogni cosa prima di metterla in opera, ma quando si è fatto e si attendono gli esiti, non angustiarsi rimuginando sui possibili pericoli, ma sbarazzarsi completamente della cosa, tenendo chiuso il cassetto dei pensieri che la riguardano e tranquillizzarsi con la convinzione che a suo tempo, tutto è stato soppesato a dovere. Se nondimeno sopraggiunge un esito negativo, ciò accade perché tutte le cose sono soggette al caso e all’errore. Arthur Schopenhauer Categoria: Slow life - vita lenta - felicità

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https://www.arezio.it/ - Workaholism: La Dipendenza da Lavoro che Minaccia le Aziende
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Workaholism: La Dipendenza da Lavoro che Minaccia le Aziende
Management

Workaholism: La Dipendenza da Lavoro che Minaccia le AziendeLa sindrome da ubriacatura da lavoro o dipendenza da lavoro è una malattia neuro-psichiatrica scoperta in America agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso. In questo articolo non tratteremo l’aspetto medico, cioè le mutazioni che questa malattia infligge sul soggetto malato, ma illustreremo le ricadute che può avere nell’ambito aziendale. Nel corso degli anni si è spesso confuso, forse per convenienza, la differenza tra uno stacanovista e un lavoratore affetto da dipendenza cronica da lavoro. Quale è la differenza vista dal punto delle attività aziendali? Lo stacanovista, che ha ruoli dirigenziali, lo possiamo vedere come un soggetto responsabile, affidabile, ambizioso e fidato che trascina il proprio team a raggiungere gli obbiettivi aziendali o i budget affidati, attraverso la costruzione di un clima competitivo e appagante i cui ogni partecipante al progetto si sente inserito in una catena motrice, con lo scopo comune di far girare il motore al giusto livello per raggiungere il traguardo comune. Collegialità degli obbiettivi, degli sforzi e delle gratificazioni sono la chiave per ottenere i migliori risultati lasciando, nel leader, ma anche i tutti i soggetti della squadra, la piacevolezza dell’impegno e la riconoscenza delle qualità dei singoli, ognuno nella giusta misura. La valorizzazione degli sforzi dei singoli e del team, a tutti i livelli, dona una sorta di protezione del branco e una carica autorigenerante per le sfide di tutti i giorni. Il leader che guida il gruppo, per stimolare le energie di tutti, deve essere inclusivo, rassicurante, sincero nell’illustrare rischi e obbiettivi, ma soprattutto deve sporcarsi le mani in prima linea, nella stessa trincea e condividere sul campo le strategie. In caso di raggiungimento degli obbiettivi il gruppo sarà compatto e più forte, soddisfatto, gratificato, sicuro del fatto che l’unione fa la forza e che, egoismi o prevaricazioni interne, siano deleteri per ognuno dei partecipanti. Se guardiamo invece il leder di un gruppo affetto da dipendenza da lavoro, ci troviamo di fronte ad un soggetto che vive per raccogliere adrenalina con la quale alimentare la propria giornata. Gli obbiettivi aziendali sono una scusa per applicare questa dipendenza alla propria vita, trascinando tutta la squadra in un ciclone di stress costante. Chi vive questa dipendenza mobilita una competizione sterile, volta ad accrescere il volume di lavoro in modo negativo, mettendo sotto pressione i collaboratori senza capire i limiti e le esigenze delle persone. Non è capace di fare squadra perché vive in modo egocentrico l’attività, quindi si rapporta con i colleghi come se fossero un tassello al proprio progetto finalizzato al risultato. Gli obbiettivi aziendali sono un propellente che alimenta la spirale di impegno, la benzina che accende un motore che deve girare al massimo e la componente umana non è considerata come parte della partita. Chi soffre di dipendenza da lavoro non riesce a staccare, perde il contatto con la vita reale e pretende che i collaboratori lavorino secondo il suo schema e i suoi interessi. Facilmente mette in cattiva luce chi non lo segue, crea zizania per incrementare la competitività reciproca, e non dialoga con la squadra. Non concepisce chi dissente o chi ha un atteggiamento verso il lavoro più equilibrato, dove ogni componente della propria vita deve avere un peso ponderato. Farsi dirigere da un soggetto che soffre di dipendenza da lavoro ha l’effetto negativo di lavorare in un ambiente in costante tensione, dove la paura di sbagliare riduce i risultati, dove il rischio di sfuriate dal leader del team sono all’ordine del giorno, con possibili conseguenze sulla posizione lavorativa. La paura di sbagliare o di essere traditi dai compagni di lavoro crea correnti interne, fazioni più o meno vicine al leader, il cui scopo non è più il raggiungimento del traguardo aziendale ma quello della sopravvivenza del rapporto di lavoro. I componenti del team tendono a ritirarsi in gusci protettivi, fanno quello che gli viene detto di fare, anche se lo reputano improduttivo od addirittura sbagliato. Non si espongono con idee o proposte per non esporsi a reazioni non calcolabili, sapendo quanto un soggetto affetto da questa malattia possa essere irascibile, scostante nell’umore e rischiando di mettersi in cattiva luce. Un ambiente come quello descritto focalizzato su un soggetto che crede di correre una gara da solo, umilia il lavoro di tutti, a volte anche le persone, trasformando la spinta propositiva di un team in passività lavorativa, lasciando al leader ogni decisione e ogni conseguenza. La spirale porta la figura apicale a doversi occupare di tutto, non avendo più una squadra su cui contare, con l’avvitamento del carico di lavoro e la riduzione della lucidità nelle decisioni e la trascuratezza della qualità generale dei risultati. Si crea uno scollamento che alimenta risentimento tra il leader e la squadra, un generale disinteresse all’azienda e al suo futuro, creando la costruzione di prove che possano difendere le singole posizioni in attesa della catastrofe imminente. Infatti, le giornate lavorative passano non finalizzate al miglioramento delle perfomances societarie, ma nell’attesa del giorno del fallimento della loro team, con la speranza che il loro comportamento minimale ed ossequioso possa salvargli il posto di lavoro. Se partiamo da un paradigma molte volte usato, ma reale, che dice che i successi delle aziende sono fatti di persone guidate da leader capaci, dobbiamo quindi monitorare comportamenti eccessivi sia di lassismo che di iper lavoro.

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https://www.arezio.it/ - Quali sono gli Inquinanti Durante le Fasi di Riciclo della Plastica
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Quali sono gli Inquinanti Durante le Fasi di Riciclo della Plastica
Informazioni Tecniche

Una moltitudine di inquinanti possono inficiare la qualità del riciclo della plasticaIl riciclo meccanico è un’attività complessa in quanto si occupa di una varietà elevata di tipologie di plastiche differenti, e con esse, sono da gestire prodotti che possono inquinare i processi di riciclo riducendone la qualità. I fattori e i prodotti che possono degenerare e compromettere le operazioni di riciclo sono molti, diversificati tra loro ai quali bisogna prestare molta attenzione per non produrre materiali mediocri. Il processo del riciclo meccanico deve essere gestito in modo tale da poter produrre una materia prima riciclata che sia la migliore possibile per poter essere, quando possibile, una valida alternativa ai polimeri vergini. Più alta è la qualità del riciclato maggiore sarà la sostituzione della materia prima che deriva dalla raffinazione petrolifera. Pertanto, per competere con la resina vergine, i requisiti tecnici di processabilità dei vari materiali plastici riciclati richiedono un elevato grado di purezza, esente da problemi di contaminazione, cosa ancora più critica nelle applicazioni di contenitori che saranno a contatto con gli alimenti. I fenomeni e i materiali che possono inquinare i processi sono molti e di diversa tipologia, quindi cerchiamo di andare passo per passo per illustrare i principali. Contaminazione da altre plasticheOggi è comune trovare diversi tipi di resine nella stessa applicazione. Ad esempio, nel mercato dei prodotti per la pulizia e l'igiene personale, i contenitori in plastica hanno componenti realizzati in vari materiali, come polipropilene (PP), polietilene ad alta densità (HDPE), PVC e PET, che generano grandi problemi durante le fasi di riciclo. Tra i principali problemi riscontrati vi è la diversa struttura chimica tra i materiali, nonché il comportamento di scorrimento della plastica fusa, molto diversi tra loro, che portano ad evidenziare l'eterogeneità e l'incompatibilità tra i diversi materiali. PET E PVC Una delle loro applicazioni è la produzione di contenitori per shampoo, con la caratteristica comune che entrambi sono trasparenti, quindi spesso si contaminano a vicenda. Questo può presentare la difficoltà ad essere separati con i metodi di flottazione convenzionali, a causa della densità molto simile tra i due (1,30-1,35 gr/cm3). Ma se il PET è contaminato dal PVC, anche a basse concentrazioni, il PVC si degrada alla temperatura di lavorazione del PET (intorno a 260-280°C), formando acidi che disgregano la struttura chimico-fisica del PET e generano un cambiamento chimico progressivo, con un comportamento friabile di PET. Quantità minime di 100 ppm di PVC provocano lo scolorimento del PET durante la fase di essiccazione e la generazione di punti neri durante l'estrusione. PET e HDPE A causa degli elevati volumi di consumo di entrambi nella loro applicazione per il confezionamento, la probabilità di miscelazione aumenta. Queste due plastiche sono incompatibili allo stato fuso, rimanendo indipendenti una volta solidificate. Le porzioni di HDPE contaminante sono visivamente imperfette e possono causare fragilità meccanica ed inquinamento del PE. Inoltre, esistono problematiche legate alle temperature di fusione, in quanto il PET non si scioglie alle temperature dell'HDPE, rischiando di ostruire i canali e l’ugello di iniezione. PP e HDPE Il polipropilene è spesso utilizzato nella produzione di tappi e chiusure per contenitori in HDPE, con applicazioni in detersivi, candeggine e shampoo. PP e HDPE sono inseparabili con metodi fisici, a causa del loro peso specifico molto simile. Durante la fusione di entrambe le materie plastiche esiste un problema di incompatibilità, che si riflette sia nei prodotti estrusi in HDPE, sia nei contenitori ottenuti per soffiaggio, che presentano deformazioni. Inoltre una presenta accentuata di PP in una miscela con prevalenza di HDPE deputata alla creazione di flaconi, crea una fragilità sulla linea di saldatura del flacone stesso. Questo, nella maggior parte dei casi, quando verrà riempito il flacone e posto sui bancali, magari con altri bancali di materiali sovrapposti, una crepa sul punto di saldatura con la fuoriuscita del contenuto. Contaminazioni durante la lavorazioneContaminazione da metalliDurante la lavorazione delle materie plastiche, la contaminazione da metalli può essere causata dalla presenza di frammenti o bave metalliche, che potrebbero essere generate dal mal funzionamento di apparecchiature, quali estrusori, mulini o adattatori di alluminio. Il loro logoramento causato da un utilizzo continuativo può portare alla perdita di piccoli frammenti che si mischiano con i materiali plastici da utilizzare per il soffiaggio, stampaggio od estrusione. Questi piccoli frammenti possono graffiare il cilindro dell'estrusore o bloccare gli ugelli nelle macchine ad iniezione, oltre a produrre elementi estrusi o stampati ad iniezione con difetti. Inquinamento da polimeri degradatiFrequentemente, durante la lavorazione sia della resina vergine che dell'HDPE riciclato, sulla superficie possono essere presenti punti neri o striature, come manifestazione di un materiale parzialmente ossidato o degradato che è stato carbonizzato, rimanendo intrappolato in superfici ruvide o cavità. Queste impurità possono essere presenti nel cilindro e sulla superficie della vite o nelle teste degli impianti di estrusione-soffiaggio, per un tempo prolungato, con conseguente generazione di difetti nel prodotto finito. Allo stesso modo, anche i contaminanti presenti nella plastica come macinati sporchi, materiali estranei e colori diversi, nonché quei materiali con una temperatura di fusione inferiore, sono cause di punti neri. Frequentemente, tale contaminazione può anche apparire di colore giallo, marrone o ambrato, a seconda dell'entità del degrado. Contaminazione da gelI gel (comunemente chiamati fisheyes), a forma di ellisse allungata, sono la prova di problemi di qualità sia nella pellicola trasparente che in quelle colorate, visibili con uno spessore inferiore a 130 micron. I gel sono principalmente difetti visivi, che riflettono e trasmettono la luce in modo diverso dal resto del materiale, causati da diversi motivi: piccole tracce di materiali ad alto peso molecolare materiali reticolati causati dal surriscaldamento particelle fini di materiale rimacinato residui di catalizzatore sostanze organiche o contaminanti inorganici Contaminazione da umidità. Acqua o umiditàL'acqua o l'umidità sono contaminanti che inducono la rottura della catena idrolitica, quindi i materiali devono essere rigorosamente asciutti prima di essere lavorati. Nel caso di una resina igroscopica, come il PET, le scaglie riciclate devono essere essiccate a temperature di 160-180°C per abbassare il contenuto di umidità a 50 ppm, necessario per la lavorazione di stampaggio iniezione-soffiaggio adatto per preforme in PET e contenitori, al fine di evitare una riduzione del peso molecolare. In ogni caso, anche per materiali od applicazioni meno nobili come la detergenza o la cosmetica o il prodotti per il food, è buona regola essiccare preventivamente ogni materiale plastico riciclato che deve essere utilizzato come materia prima, evitando in ogni caso riduzioni qualitative dei prodotti finiti. A causa della grande diversità delle fonti inquinanti, la gamma di effetti attribuiti al problema dell'inquinamento può essere: variazione di colore bassa qualità estetica del prodotto odori indesiderati e formazione di fumi intasamento degli ugelli di iniezione plastificazione e bassa resistenza agli urti Pertanto, i trasformatori che lavorano con materiali riciclati devono stabilire limiti sempre più severi sulla contaminazione dei loro materiali in ingresso e per i loro prodotti, monitorando con attenzione tutto l’input da lavorare. Da quanto sopra descritto si può concludere che i due principali fattori che amplificano l'effetto degli inquinanti sono, l'eterogeneità e l'incompatibilità della natura chimica delle materie plastiche riciclate, che conferiscono perfomances qualitative negative, determinando un basso valore aggiunto del prodotto rielaborato. Tre elementi importanti da considerare nel monitoraggio della qualità dei materiali riciclati rispetto alla presenza di contaminazione: controllo della fonte di approvvigionamento e determinazione del grado di contaminazione delle stesse l'efficienza della pulizia nel sistema di riciclaggio controlli di qualità analitici dei prodotti realizzati per tracciare il risultato di ciò che si produce.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - inquinanti - post consumo

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https://www.arezio.it/ - Cosa è il Nuovo Enzima che Mangia i Rifiuti di PET in Tempi Rapidi
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Cosa è il Nuovo Enzima che Mangia i Rifiuti di PET in Tempi Rapidi
Informazioni Tecniche

La depolimerizzazione della plastica attraverso i nuovi enzimi sarà l'alternativa al riciclo meccanico e chimico?Oggi la produzione di rifiuti plastici continua ad essere superiore alla capacità del loro riciclo meccanico, tanto è vero che si stanno studiando soluzioni integrative per ridurre questo gap. Oltre alle innumerevoli strade che potrebbe aprire il riciclo chimico,  l’ingegneria biologica sta facendo passi enormi sull’individuazione di corretti enzimi che possano degradare la plastica. Attraverso uno studio da parte di un team di scienziati Americani, volto ad individuare un enzima modificato, sono state studiate combinazioni di aminoacidi che potessero degradare il PET in tempi più veloci rispetto al passato. L'organismo ha due enzimi che idrolizzano il polimero prima in mono-(2-idrossietil) tereftalato e poi in glicole etilenico e acido tereftalico da utilizzare come fonte di energia. Un enzima in particolare, la PETasi, è diventato l'obiettivo degli sforzi di ingegneria proteica per renderlo stabile a temperature più elevate e aumentare la sua attività catalitica. Un team attorno ad Hal Alper dell'Università del Texas ad Austin negli Stati Uniti, ha creato una PETasi in grado di degradare 51 diversi prodotti in PET, inclusi contenitori e bottiglie di plastica interi. Nella costruzione dello studio si sono avvalsi di un algoritmo che ha utilizzato 19.000 proteine di dimensioni simili e, per ogni aminoacido di PETase, il programma ha studiato il loro adattamento all’ambiente in cui vivevano rispetto ad altre proteine. Un amminoacido che non si adatta bene può essere fonte di instabilità e l'algoritmo suggerisce un amminoacido diverso al suo posto. Si sono poi verificate milioni di combinazioni e, alla fine del lavoro di analisi, i ricercatori hanno puntato su tre soluzioni che sembravano quelle più promettenti. Intervenendo ulteriormente con modifiche dirette, gli scienziati hanno creato un enzima molto attivo sul PET che lavorava con rapidità e a temperature più basse rispetto al passato. A 50°C, l'enzima è quasi due volte più attivo nell'idrolizzare un piccolo campione di un contenitore per alimenti in PET rispetto a un'altra PETasi ingegnerizzata a 70°C. L'enzima ha persino depolimerizzato un intero vassoio di plastica per torte in 48 ore e il team ha dimostrato che può creare un nuovo oggetto di plastica dai rifiuti degradati. E’ importante sottolineare che i tests sono stati fatti non su campioni di PET amorfo appositamente realizzati in laboratorio, ma su imballi in PET acquistati direttamente ai supermercati. Questo avvicina ancora di più le prove eseguite al contesto in cui si dovrebbe operare, cioè nell’ambito del riciclo o della depolimerizzazione delle plastiche. Resta da vedere se la depolimerizzazione enzimatica verrà infine utilizzata per il riciclaggio su larga scala. Infatti, la maggior parte del PET nel mondo viene riciclato non per depolimerizzazione, ma per fusione e rimodellamento, ma le sue proprietà si deteriorano ad ogni ciclo. Come abbiamo detto esistono alcuni metodi di depolimerizzazione chimica, ma comportano un consumo di energia molto alto e, nell’ottica della circolarità dei prodotti, l’aspetto dell’impatto ambientale che il riciclo comporta è da tenere in considerazione, specialmente quando non si dispone di energie rinnovabili. Il grande vantaggio degli enzimi è che possono essere molto più specifici dei catalizzatori chimici e, quindi, potrebbe essere più semplice, in teoria, degradare un flusso di rifiuti. Gli scienziati non nascondono però che lo studio degli enzimi che depolimerizzano il PET, per quanto complicato e lungo, potrebbe essere addirittura più semplice rispetto alla loro applicazioni su poliolefine o su plastiche miste. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET - depolimerizzazione 

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https://www.arezio.it/ - Come si Ricicla l’Alluminio e Perché Farlo
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Come si Ricicla l’Alluminio e Perché Farlo
Economia circolare

Il riciclo dell’alluminio è un’attività che rispecchia l’economia circolareQuando si parla di economia circolare e, nello specifico, di riciclo dei materiali che utilizziamo, c’è da tenere in considerazione il gradiente di circolarità di ogni singola famiglia di materia prima. Il vetro, la plastica, la carta, i metalli, il legno, la gomma, i materiali edili di scarto, e molti altri prodotti hanno un ciclo di riutilizzo che dipende dalle caratteristiche fisico-chimiche che lo costituiscono. C’è chi può essere riutilizzato in modo continuativo e infinito, come per esempio l’alluminio e c’è invece chi, invece, ha dei cicli di riciclo più o meno prestabiliti, trascorsi i quali, la materia prima si degrada e non permette più la sua trasformazione in nuovi prodotti. L’alluminio rientra pienamente in quei materiali nobili a cui è permesso una rigenerazione continua senza perdere le qualità intrinseche, garantendo un impatto ambientale basso, in quanto non crea nel tempo rifiuti e ha dei costi di trasformazione limitati. A livello mondiale, il riciclo dell’alluminio, in termini di tonnellate annue, vede gli Stati Uniti e il Giappone in testa, seguiti dalla Germania e dall’Italia, sia per quanto riguarda il riciclo degli scarti pre consumo che post consumo. Come abbiamo detto l’alluminio è riciclabile al 100% e riutilizzabile, teoricamente, all’infinito evitando di attingere alle risorse naturali della terra e contribuendo alla riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti in atmosfera. L’alluminio è uno dei pochi materiali che, una volta riciclato, non perde le sue caratteristiche chimico-fisiche, risultando del tutto simile al materiale prodotto con la materia prima naturale. Ma vediamo come si ricicla l’alluminio Il materiale di scarto può provenire dalla raccolta differenziata, quindi da oggetti a fine vita che il cittadino scarta, per esempio le lattine di bibite, le scatolette di tonno, le lattine dell’olio, ecc.., oppure dagli sfridi di produzioni industriali che possono essere recuperate e reimmesse nel ciclo produttivo dopo il loro riciclo. Tutti questi scarti, dopo la loro selezione, vengono pressati in balle ed inviati in fonderia per l’attività di riciclo, che consiste in un trattamento termico a circa 500°, con lo scopo di staccare eventuali vernici o sostanze presenti e sodalizzate con l’alluminio. Terminata questa fase di pre-trattamento, il materiale viene poi fuso ad una temperatura di circa 800°, ottenendo il fuso liquido di alluminio con il quale si realizzano lingotti o placche, destinate a rappresentare la materia prima per nuovi manufatti. L’impiego dell’alluminio riciclato trova applicazione in tutti quei settori produttivi che un tempo utilizzavano solo materia prima vergine, grazie alle sue caratteristiche qualitative viene impiegato nel settore automobilistico, in quello dell’edilizia, nella produzione di oggetti per la casa, per i nuovi imballaggi, per la carpenteria, nel settore nautico e in molti altri settori. Quali sono i vantaggi del riciclo dell’alluminio Vantaggi di carattere economico e strategico, in quanto un paese può disporre di alluminio anche se è carente di materie prime naturali per realizzarlo • Vantaggi di carattere energetico, in quanto produrre alluminio riciclato fa risparmiare circa il 95% rispetto al ciclo produttivo partendo dalla materia prima naturale • Vantaggi di carattere ambientale, in quanto la raccolta e il riciclo degli scarti di alluminio contribuisce alla riduzione dei rifiuti nell’ambiente e riduce il consumo di risorse della terra Quindi, il riciclo dell’alluminio si sposa perfettamente con i dettami dell’economia circolare, che tende a contrastare l’economia lineare, rappresentata dal processo di consumo “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”. In Europa la percentuale di riciclo dell’alluminio rappresenta ormai il 50% della produzione, con punte che sfiorano il 100% per esempio in Italia, spinti dal fatto che produrre 1 Kg. di alluminio riciclato comporta un fabbisogno energetico del 5% rispetto ad una produzione tradizionale. Il riciclo non si basa solo su principi etici o ambientali, ma diventa anche un fattore economico interessante su cui costruire dei vantaggi competitivi aziendali. Categoria: notizie - alluminio - economia circolare - riciclo - rifiuti - metalli - rottame

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https://www.arezio.it/ - Slow Life: Il Dono
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Slow Life: Il Dono
Slow Life

Slow Life: Il DonoVoglio darti qualcosa, bambino mio, perché stiamo andando alla deriva nella corrente del mondo. Le nostre vite verranno separate, il nostro amore, dimenticato. Ma non sono così sciocco da sperare di comprare il tuo cuore con i miei doni. Giovane è la tua vita, il tuo sentiero, lungo, e tu bevi d’un sorso l’amore che ti portiamo, e ti volgi, e corri via da noi. Tu hai i tuoi giochi, e i tuoi compagni di gioco. Che male c’è se non hai il tempo di pensare a noi. Abbiamo abbastanza tempo nella vecchiaia per contare i giorni passati, per nutrire in cuore ciò che le nostre mani hanno perduto per sempre. Veloce corre il fiume con un canto, travolgendo tutte le barriere. Ma la montagna rimane e ricorda e lo segue con il suo amore. Tagore Categoria: Slow life - vita lenta - felicità

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https://www.arezio.it/ - Assemblaggio dei Componenti Plastici dopo la Produzione
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Assemblaggio dei Componenti Plastici dopo la Produzione
Informazioni Tecniche

Quali sistemi utilizzare per l’assemblaggio dei componenti plastici prodottiEsistono prodotti plastici che vengono stampati od estrusi singolarmente ed assemblati tra loro in fasi successive, con lo scopo di creare un prodotto finito composto da più parti. L’attività di assemblaggio dei vari pezzi, e il loro serraggio, comporta un’analisi approfondita di quali strumenti di chiusura utilizzare, per essere compatibili con le materie plastiche usate e anche funzionale con l’utilizzo del prodotto finito. I sistemi di fissaggio principali dei componenti plastici li possiamo raggruppare in:• Fissaggio attraverso viti in plastica • Fissaggio attraverso viti in metallo • Fissaggio attraverso chiodatura • Fissaggio attraverso saldatura • Fissaggio attraverso compressione Viti in Plastica Il fissaggio degli elementi da assemblare attraverso l’utilizzo di viti in plastica ha un limitato utilizzo, in quanto esprimono una bassa resistenza meccanica e una bassa rigidità. A dispetto delle basse performance strutturali, le viti in plastica trovano grande utilizzo in quei prodotti ove sia richiesto un isolamento elettrico continuo, una resistenza molto elevata alla corrosione e una continuità delle tonalità di colore scelto, per rendere il manufatto cromaticamente più continuo. Viti in Metallo Il fissaggio con viti in metallo è di gran lunga il metodo più usato per assemblare gli elementi plastici, per via dell’ottima resistenza meccanica e della buona presa tra plastica e elemento metallico. Le viti possono essere metriche o autofilettanti. Quelle metriche, in alcune situazioni meccaniche, possono presentare dei cedimenti dei fianchi che si sono filettati nel materiale plastico, questo può essere causato in presenza di un basso modulo elastico del polimero che compone l’elemento in plastica. Infatti, la resistenza meccanica di un filetto metrico nel materiale plastico è generalmente limitata, quindi è consigliabile usare viti metriche con degli inserti in ottone a filettatura interna. Questi inserti vengono inseriti, prima dello stampaggio nello stampo stesso o successivamente attraverso l’uso degli ultrasuoni. Dal punto di vista economico non è quasi mai conveniente utilizzare questo tipo di inserti, a causa della perdita di tempo nel loro posizionamento, tuttavia l’utilizzo di una vite metrica rende più veloce l’assemblaggio successivo del prodotto. Quelle autofilettanti sono costituite da forme e filetti differenti in base al lavoro meccanico che devono compiere e al tipo di plastica in cui andranno inserite. I filetti possono essere più o meno ravvicinati, quindi con un numero di spirali differenti, avere angoli di inclinazione delle spirali da 30 a 60° e un diametro dell’anima della vite e della sua spirale variabile. Nel caso, per esempio, dei manufatti realizzati con resine termoindurenti, è assolutamente necessario utilizzare viti autofilettanti, infatti questo tipo di polimero non si conforma, come altre materie plastiche, alla vite, ma viene forato con l’asportazione del truciolo risultante. In questo caso si consiglia un profilo di vite asimmetrico con un’angolazione della spirale a 30°. Chiodatura Un’altra tipologia di assemblaggio dei componenti plastici può avvenire con il metodo della chiodatura degli elementi. I chiodi plasmabili utilizzati sono generalmente composti da ottone, rame, alluminio o con chiodi cavi da rivoltare. Se utilizziamo i chiodi da rivoltare, l’impulso della battitura deve sempre tenere in considerazione la resistenza alla rottura e alla fessurazione del polimero plastico su cui stiamo lavorando, avendo l’accortezza di calcolare bene il rapporto tra massa e velocità di battitura. Nel caso gli elementi da assemblare siano in materiale termoplastico, l’estremità del nocciolo del manufatto può essere finito a caldo o a freddo sulla testa del chiodo. Saldatura I materiali termoplastici posso essere assemblati anche attraverso il processo di saldatura con i metodi per attrito, con gli ultrasuoni o con strumenti a caldo. E’ sempre da tenere in considerazione che il punto di saldatura o le estremità saldate, se in continuo, non avranno mai una resistenza meccanica paragonabile all’elemento base. Inoltre le fasi di saldatura possono creare delle tensioni interne rispetto alle molecole di cui il polimero è costituito e, quando presenti, interagire negativamente sulle fibre di rinforzo. In linea generale, in base alle materie plastiche e al tipo di saldatura, l’esperienza sul campo ci dice che la resistenza meccanica di una saldatura può essere inferiore tra il 40 all’80% rispetto al materiale plastico originario. Questo indebolimento viene inoltre accentuato se il manufatto deve sopportare carichi elevati nel tempo o sopportare particolari sollecitazioni dinamiche o attacchi chimici al materiale plastico. Assemblaggio per compressione Il sistema dell’assemblaggio per compressione degli elementi risulta il più economico e il più veloce, tuttavia bisogna fare alcune considerazioni importanti. Se si verificassero situazioni di assemblaggio ad incastro tra elementi plastici e metallici, è buona regola progettare il calcolo degli sforzi a compressione tarati sui materiali plastici e non su quelli metallici. Inoltre quando gli elementi saranno in funzione, per esempio le parti di un ventilatore, è da tenere presente la maggiore dilatazione termica della plastica rispetto agli elementi metallici e, nel caso di polimeri igroscopici, anche i possibili rigonfiamenti. Categoria: notizie - tecnica - plastica - assemblaggio - prodotti plastici

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https://www.arezio.it/ - Una Pista Ciclo-Pedonale Sospesa tra gli Alberi
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Una Pista Ciclo-Pedonale Sospesa tra gli Alberi
Ambiente

Una pista ciclo-pedonale sopraelevata che corre tra gli alberi, poggiata su due file parallele di piante che fungono da pilastri, sarà probabilmente un’esperienza fantastica.Abbiamo passato la seconda metà del secolo scorso nella più sfrenata cementificazione del suolo, creando città dormitorio, periferie squallide, consumato spazi verdi e costruendo senza anima. Un’edilizia anche senza cuore, fatta per il denaro e non per l’uomo, dove si consumavano le vite tra lavoro, impegni, sacrifici e poche speranze, vivendo in edifici spersonalizzati lontani dalla natura. La natura, questo è il punto. Abbiamo tentato di cancellare il rapporto primario tra l’uomo e l’ambiente, riempendolo di cemento, asfalto, macchine in una sequenza continua. Durante gli ultimi 10 anni le esigenze della popolazione sono cambiate, l’attenzione all’ambiente è diventata una spinta propulsiva e il controesodo dalle città, in cerca di abitazioni a misura d’uomo, ha fatto riflettere i progettisti e i costruttori. Una nuova esigenza abitativa ma anche sociale, con la necessità di ripensare un’urbanizzazione meno cemento-centrica, a favore di spazi verdi in cui ripristinare un equilibrio con se stessi e con il mondo. In questa filosofia si inserisce il progetto dello studio CRA-Carlo Ratti Associati e l'organizzazione no-profit GAL “The Tree Path”, che ha pensato a un percorso sopraelevato per pedoni e ciclisti supportato da più di mille alberi, come ci racconta Cuoghi Dalila. Il percorso sensoriale conduce a Sabbioneta, patrimonio mondiale dell'UNESCO nel nord Italia, ed è stato sviluppato in stretta collaborazione con OLA, il massimo esperto di una tecnica di costruzione che utilizza gli alberi come elementi architettonici. Arrivare a Sabbioneta, uno dei più famosi siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, in bicicletta, lungo una pista ciclo-pedonale sopraelevata che corre tra gli alberi, poggiata su due file parallele di piante che fungono da pilastri, sarà probabilmente un’esperienza fantastica. Una soluzione sostenibile e smart al tempo stesso: le persone possono camminare o andare in bicicletta su una piattaforma rialzata tra le cime degli alberi, mentre i sensori integrati nel verde tracciano le condizioni ambientali in tempo reale. Indissolubile rapporto tra architettura e natura Il sentiero degli alberi si snoda verticalmente su tre diversi livelli, salendo fino a sei metri dal suolo, aggirando il traffico stradale e i corsi d'acqua. Il percorso incorpora sensori digitali per misurare molteplici fattori nell'atmosfera, dall'inquinamento atmosferico allo stato di salute e crescita dei singoli alberi. I sensori aiuteranno anche a garantire che tutti gli organismi viventi lungo il percorso possano rispondere alle mutevoli condizioni ambientali o ai carichi strutturali, realizzando una visione di "Internet degli alberi". In questo progetto lo studio CRA segue OLA - Office for Living Architecture, l’ufficio specializzato nella tecnica del Baubotanik con il quale CRA ha collaborato per questo progetto. In passato loro hanno usato con funzione strutturale specie diverse come salice, platano, pioppo, betulla e carpino. Tutti alberi sufficientemente flessibili e vigorosi con cortecce sottili che possono essere facilmente innestate. Una volta piantumati gli alberi, quanto tempo bisognerà attendere per il loro accrescimento affinché possa essere realizzata la passerella? Questa è una caratteristica molto interessante del progetto. Non si seguiranno i ritmi della costruzione umana, ma quelli della natura. Ovviamente la tecnica del Baubotanik prevede un accompagnamento della crescita degli alberi, in modo che quest’ultimo processo possa dispiegarsi in parallelo a un sostegno sempre più solido della struttura. Si tratta di un modo di pensare l’architettura su tempi lunghi: un antidoto a certe costruzioni frettolose… Con quali materiali sarà realizzata la passerella sospesa? In questa fase di concept abbiamo ipotizzato una leggera struttura metallica, sulla quale si innestino materiali organici – legno, micelio e altro. La passerella sarà completamente sostenuta dagli alberi o sono comunque previste opere puntuali di sostegno realizzate con altri materiali? Soprattutto all’inizio ci saranno anche strutture temporanee di sostegno – il mondo del naturale e dell’artificiale che si danno la mano! Foto: studio CRA-Carlo Ratti Associati

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https://www.arezio.it/ - Perché le Cementerie Chiedono più Rifiuti non Riciclabili?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Perché le Cementerie Chiedono più Rifiuti non Riciclabili?
Ambiente

Il settore della produzione del cemento è uno tra quelli energivori e, oggi, con l’aumento del prezzo del gas, il costo di produzione è esploso.Nei forni per la produzione di cemento è possibile utilizzare, come combustibile, quella parte dei rifiuti proveniente dalla raccolta differenziata che, attraverso il riciclo meccanico, vengono scartati perché non più riciclabili. Questo rifiuto del rifiuto, inutilizzabile in ottica di un reintegro nella circolarità dei prodotti può avere tre strade: • Il riciclo chimico (poco)• La discarica • L’utilizzo come combustibile Secondo i dati elaborati dalla Federbeton Confindustria i costi per produrre il cemento sono aumentati del 50% a causa del costo dell’energia, infatti il gas è aumentato di otto volte e il petcoke, combustibile utilizzato negli impianti, è aumentato di tre volte rispetto al gennaio 2020. Come mitigare il problema? Qui entra in gioco il CSS, sigla che indica appunto quella massa di rifiuti non più riciclabile, che da una buona resa termica negli impianti per la produzione di cemento in sostituzione dei combustibili fossili. Il CSS è considerato un combustibile a kilometro 0 in quanto prodotto abbondantemente in ogni paese, non soggetto a ricatti internazionali ed è economico. Nonostante questa massa di rifiuti combustibili vada ancora a finire nelle discariche o trasportato all’estero per il suo utilizzo, con costi in termini economici per il loro smaltimento e di produzione di inquinamento nelle fasi di trasporto, il loro impiego in modo strutturale è ancora abbastanza relativo in Italia. Se consideriamo che l’utilizzo del CSS in Europa varia tra il 60 e l’80%, in base ai paesi, in Italia ci fermiamo intorno al 20% o poco più. L’incremento dell’utilizzo del CSS nelle cementerie aiuterebbe sicuramente a ridurre l’impatto ambientale che i rifiuti non riciclabili hanno, riducendo lo scarico degli stessi nelle discariche, in attesa che si sviluppi, in modo consistente, il riciclo chimico dei rifiuti non riciclabili. Secondo il laboratorio REF, che ha elaborato una stima sul possibile utilizzo del CSS in Italia, la percentuale di sostituzione delle fonti fossili come combustibile attraverso i rifiuti potrebbe essere del 66%, il che comporterebbe una mancata emissione di CO2 di circa 6,8 milioni di tonnellate. Perché non decolla questo carburante?In Italia, nonostante la tecnologia degli impianti permetta un uso ampio del CSS, e nonostante gli standard emissivi possano essere controllati attraverso impianti di filtrazione comuni con quelli di altri impianti Europei, permane una diffidenza di base, sia a livello politico che sociale all’utilizzo dei rifiuti come combustibile. In alcuni paesi del nord Europa, notoriamente green, sugli impianti di incenerimento rifiuti che producono energia elettrica, si può sciare, inserendo così nel contesto urbano queste attività industriali. In Italia questi impianti sono ancora oggi, nonostante la diversificazione energetica attuale molto carente, oggetto di discriminazione da parte di alcune forze politiche. Il CSS può essere considerato una fonte rinnovabile come il vento, il sole o l’acqua, che producono energia elettrica e che dovranno sostituire le fonti fossili nel modo più rapido possibile, se vogliamo che le fabbriche continuino a funzionare, le nostre case possano ricevere la corrente per i nostri consumi e le nostre macchine elettriche possano circolare.

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https://www.arezio.it/ - L'Arte che Viene dalla Discarica
Marco Arezio - Consulente materie plastiche L'Arte che Viene dalla Discarica
Economia circolare

Il Rifiuto Diventa un Mezzo EspressivoSin dagli albori del secolo scorso gli artisti hanno intrattenuto un rapporto particolare con gli oggetti che venivano considerati rifiuti. Nonostante i canoni estetici delle opere d'arte prodotte non considerassero ancora il loro utilizzo, gli artisti avevano cominciato a guardare con interesse agli oggetti più banali, i rifiuti, portatori di messaggi simbolici, come lo scorrere del tempo e le sue trasformazioni. Negli anni venti del novecento, con la spinta industriale e una meccanizzazione diffusa della produzione, si era cominciato a parlare di riuso ed ecologia con maggiore vigore rispetto al passato. La visione da parte degli artisti del rifiuto, come opera d'arte non era univoca. C'era chi considerava l'oggetto rifiuto come un pezzo della vita, usata ed abbandonata, quindi come una visione intimistica dell'uomo, e chi aveva esposto scarti prodotti dall'uomo come fosse una sfida, un grido per un'arte senza confini. Al di là di ogni considerazione personale sulle attribuzioni del valore artistico delle singole manifestazioni espressive, non c'è dubbio che il rifiuto, sotto ogni forma, era diventato un mezzo espressivo, forte, dell'arte contemporanea. Dopo secoli di imposizioni, circa i canoni estetici da seguire, dove gli artisti erano spinti alla ricerca dei materiali più preziosi per le loro opere e allo sviluppo di abilità pittoriche e figurative di primissimo livello, qualche cosa cambiò. E' proprio all'inizio del secolo scorso che l'artista ricercava la liberazione da qualsiasi canone estetico classico, mettendo l'idea al centro del progetto e non più la qualità dell'opera espressa nella manualità dell'artista in senso classico. Di questo nuovo flusso artistico si fecero interpreti anche nomi illustri come Picasso e Braque, introducendo nelle loro opere, pezzi di oggetti reali con i quali formavano messaggi impressi sulle tele. Arrivarono poi i Futuristi di Marinetti che vedevano nell'industrializzazione e nel modernismo imprenditoriale e scientifico dell'epoca lo spartiacque anche artistico con il passato. Poi arrivarono i Dadaisti di Huelsenbeck, movimento che ha voluto combattere l'idea della rigidità estetica, della ragione artistica e dei canoni stingenti del passato. Una ricerca continua di un'arte nuova, provocatoria e irridente, dove l'opera non era confinata nella tela, attraverso il disegno e il colore, ma veniva materializzata attraverso oggetti e pensata come essa stessa un ambiente espositivo. Dopo i Futuristi, i Dadaisi e i Surrelaisti, altri movimenti artistici, guardarono con sempre maggiore interesse al rifiuto, oggetti da buttare che assumevano un significato artistico e un mezzo espressivo profondo. Le opere comprendevano piatti usati, bicchieri, posate, carrozzerie di auto, caloriferi, scope, perfino un mucchio di immondizia messa in una stanza, opera esposta a Parigi nel 1960 da Arman. I rifiuti in una stanza sono l'espressione della contemporaneità della nostra società, del consumismo e della produzione industriale imperante, che funge da linfa per il popolo ma che non convince gli artisti. Ci sono da citare molti artisti che hanno fatto opere da ricordare come Giovanni Anselmo, Michelangelo Pistoletto, Christian Boltanski e tanti altri che hanno utilizzato elementi di scarto per le loro opere, come giornali, stracci e rifiuti alimentari. La ricerca dell'espressione artistica, attraverso gli oggetti usati o destinati alla discarica, è continuata fino ai giorni nostri attraverso, per esempio, le opere di Vik Muniz, artista Brasiliano che è nato a San Paolo nel 1961. Muniz è venuto a contatto con i catadores, gli uomini e le donne che frugano nella più grande discarica al Mondo, Jardim Gramacho, alle porte di Rio, in cui il rifiuto diventa mezzo di sostentamento famigliare e moneta per la sopravvivenza. La particolarità delle opere dell'artista stanno nel sontuoso mix tra disegno, oggettistica proveniente dai rifiuti e elementi della natura, ricordando la sua terra e l'Amazzonia martoriata.Categoria: notizie - arte - economia circolare - riciclo - rifiuti

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https://www.arezio.it/ - Slow Life: Il Senso della Misura
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Slow Life: Il Senso della Misura
Slow Life

Chiediti quanto sono importanti le mete che ti sei posto rispetto alla vita che consumi Non sprecare le tue energie in attività inutili e vane, il che equivale a dire di non desiderare mete irraggiungibili o che, una volta raggiunte, rivelino troppo tardi l’inconsistenza del desiderio. Cerca sempre di fare in modo che la fatica non sia inutile, che un qualche risultato ci sia, possibilmente adeguato all’impegno profuso nell’impresa. Di qui nasce infatti, quasi sempre, lo sconforto, dal non aver successo o dal vergognarsi del successo conseguito. Occorre anche porre un limite a quel correre continuo di qua e di là, da casa a teatro, da casa al foro, come fa tanta gente che si presenta sempre con l’aria d’essere seriamente indaffarata di chi è davvero immerso in occupazioni serie. Se a una di queste persone domanderai, mentre sta uscendo di casa, dove stia andando o cos’abbia in mente di fare, ti risponderà che non ne ha idea. Così vagano qua e là senza scopo, cercando qualcosa di cui occuparsi ma non trovandola, non fanno ciò che avevano stabilito di fare, ma quello che gli capita, appunto, a caso. Senza scopo, disordinatamente, continuano ad agitarsi, come formiche che si arrampicano lungo i tronchi dell’albero e arrivano alla cima, per poi tronare in basso senza concludere nulla. Innumerevoli persone vivono in questo modo, non sbaglia chi definisce la loro esistenza un’inquieta inerzia. Fanno quasi pena, si precipitano fuori di casa come se dovessero correre a spegnere un incendio, urtando e facendo cadere chi intralcia il cammino, inciampano essi stessi mentre si affannano a salutare qualcuno che non risponderà al loro saluto, o seguono il feretro di una persona a loro ignota, o talvolta una lettiga che si presentano a tratti a portare. Puoi trovarli al processo di chi è sempre invischiato in qualche bega legale o al matrimonio di chi si dedica al passatempo di sposarsi più e più volte. Ogni sera, tornando a casa sfiniti dall’inutile stanchezza, giurando di non sapere essi stessi perché sono usciti e dove sono andati, ma il giorno dopo sono sicuramente disposti a ripercorrere un identico tragitto. Ogni fatica, ricordalo, deve avere un senso e una fine. Tutti questi individui non sono tenuti in movimento da un’attività ma, proprio come i matti, da visioni fittizie. Anche i matti sembra che si muovano con qualche proposito, ma in realtà si lasciano attirare da qualcosa che ha una consistenza solo apparente, qualcosa di cui la loro mente turbata non coglie la vacuità. Allo stesso modo ciascuno di costoro, che escono solo per accrescere la folla, vagabonda per la città senza una meta e, pur non avendo nulla da fare, esce di buon’ora e bussa alle porte di diverse case. A volte trova solo un servitore, altre volte nessuno, o non gli viene nemmeno aperto, in ogni caso, nessuno trova in casa più difficilmente di sé stesso. Da ciò deriva un male orribile, l’abitudine di ascoltare e spiare tutti i componenti pubblici e privati, venendo a conoscenza di fatti che è pericoloso ascoltare e ancor più pericoloso diffondere. Seneca

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https://www.arezio.it/ - La Storia delle Soffiatrici per le Materie Plastiche: dal Vetro alla Plastica
Marco Arezio - Consulente materie plastiche La Storia delle Soffiatrici per le Materie Plastiche: dal Vetro alla Plastica
Management

La Storia delle Soffiatrici per le Materie Plastiche: dal Vetro alla PlasticaLa storia delle soffiatrici per le materie plastiche affonda le sue radici all’inizio del secolo scorso, quando si iniziò a pensare ad imballi per alimenti liquidi, come il latte, prodotti in materiali più leggeri rispetto al vetro.Non erano però ancora del tutto maturi i tempi in quanto il materiale plastico per eccellenza, l’HDPE, non aveva fatto ancora la sua presenza nel mondo della produzione dei flaconi. La possibilità di ottenere prodotti finiti in forma completamente cava, mediante soffiaggio di un materiale termoplastico, era nota fin dal 1920 ed applicata per alcuni oggetti di cellulosa e di vetro. Fu una vera rivoluzione, se pensiamo che il packaging era da sempre monopolizzato dalle bottiglie di vetro che risalgono, con certezza, al periodo dei Faraoni in Egitto, avendo trovato all’interno delle tombe, vasetti e contenitori funerari in vetro artigianale. Sebbene, la nascita del vetro soffiato, antesignano delle moderne bottiglie di vetro, la possiamo far risalire al I° secolo a.C., quando si sperimentò per la prima volta la soffiatura del vetro attraverso un tubo metallico cavo. Con la soffiatura a canna la produzione divenne più veloce ed economica dando la possibilità di produrre bottiglie, fiaschette, e recipienti adatti anche al popolo e non solo oggetti per i ricchi. Così, nel 1938, due inventori Americani, Enoch Ferngren e William Kopitke, pensarono a un modo per utilizzare i principi della soffiatura del vetro nell'industria della plastica. Crearono così la prima soffiatrice per plastica e la vendettero alla Hartford Empire Company. Ma bisogna arrivare agli anni ‘40 per vedere i primi successi di questa tecnologia, dovuti principalmente all’introduzione del polietilene. Questo materiale, e poi anche il PVC, consentirono la produzione su vasta scala di bottigliette soffiate. Il maggiore sviluppo di questa tecnologia risale però ai primi anni ‘60, quando vennero meno alcune limitazioni brevettuali. Il processo di soffiaggio è sostanzialmente analogo a quello della soffiatura del vetro, tant’è che molti dei primi operatori delle soffiatrici automatiche e robotizzate prevenivano da quel settore. La prima tecnologia di soffiaggio di corpi cavi fu quella di estrusione-soffiaggio, applicata prima per piccoli flaconi e in seguito per grossi contenitori da 5 litri; seguì la tecnologia dell’iniezione-soffiaggio, utilizzata soprattutto per flaconi e bottiglie per uso farmaceutico e cosmetico. I Pionieri Italiani La storia del soffiaggio di corpi cavi incominciò in Italia con Giuseppe Moi, un sardo che trasferitosi a Milano nel 1937 riuscì ad inserirsi con entusiasmo nell’attività industriale di questa città; dopo cinquant’anni di attività, nel 1987, Moi aveva costituito in Italia ed all’estero una trentina di società. La prima attività indipendente di questo straordinario personaggio fu lo stampaggio ad iniezione nel 1945-49 di articoli religiosi e giocattoli di materiale plastico. Nel 1950 fu fondata la G.Moi, che un anno più tardi fabbricò la prima soffiatrice italiana da mezzo litro, dotata di estrusori bivite, destinata alla produzione di bottigliette per detersivi. A questa soffiatrice seguirono macchine da 2, 10, 50 e 500 litri (1962); a partire dai modelli da 10 litri, gli impianti erano attrezzati con testa ad accumulo. L’attività della Moi cessò nel 1980 quando i brevetti e la tecnologia furono trasferiti alla Triulzi, che continuò la costruzione di queste soffiatrici destinate soprattutto alla produzione di grandi manufatti per l’industria automobilistica. Giuseppe Moi ha al suo attivo anche la costruzione delle prime macchine per l’estrusione di lastre e tubi di PE espanso, fornite anche negli Stati Uniti. La storia continua con due società un tempo separate ed oggi divisioni del gruppo americano Uniloy: la Moretti e la Co-Mec. La prima fu fondata nel 1957 dai fratelli Domenico e Giorgio Moretti ad Abbiategrasso, con la ragione sociale: "Officina meccanica per la costruzione di macchine e stampi per il soffiaggio di corpi cavi in materiale plastico". Oltre a queste macchine la società costruì estrusori, teste per l’estrusione, filiere e traini per tapparelle e piccole calandre. Una delle prime macchine soffiatrici, costruita nel 1959, era di tipo pneumatico ad estrusione continua per la produzione di contenitori da due litri per detergenti. Nel 1961 fu costruita la prima macchina per l’estrusione soffiaggio di contenitori fino a 30 litri e la società si impose come una delle principali costruttrici di macchine per il soffiaggio di pezzi tecnici. La Co-Mec, fondata nel 1960 da Herberto Hauda, operava inizialmente a Firenze come trasformatore di materiali plastici. In seguito la sede fu trasferita a Calenzano (FI) dove incominciò la costruzione anche di macchine. Fino al 1965 la Co-Mec costruiva soffiatrici pneumatiche con capacità massima di 5 litri; nel 1966 fu messa sul mercato la prima macchina idraulica, a testa doppia fino ad un litro ed a testa semplice per contenitori fino a 5 litri. Verso la metà degli anni ‘60 furono fabbricate teste speciali per bicomponenti (PVC e PE), con colorazione a strisce. E’ da citare l’azione promotrice in questo settore di Piero Giacobbe, noto anche perché nel 1954 fondò il Giornale delle materie plastiche ceduto poi alla SIR. Giacobbe, oggi titolare con il figlio Ferruccio del gruppo Magic, fondò nel 1960 la ASCO (Associazione costruttori macchine materie plastiche) che mise sul mercato impianti di soffiaggio corpi cavi. Il primo impianto di soffiaggio, chiamato Olimpia, risale al 1960, mentre un anno più tardi fu costruito il modello Mini Magic, che anticipa nel nome la futura società Magic MP. All’inizio degli anni ‘70 si affermò anche in Italia una forte industria costruttrice di macchine per il soffiaggio di corpi cavi, anche se la produzione era allora limitata all’estrusione-soffiaggio e non all’iniezione-soffiaggio. L’offerta copriva dalle piccole unità per contenitori farmaceutici sino agli impianti completi per fusti e contenitori di mille litri ed oltre. Risale a quegli anni lo sblocco dell’impiego del PVC atossico, stabilizzato ai raggi UV ed antiurto, per il soffiaggio di bottiglie destinate alle acque minerali non gasate. Quattro stabilimenti di imbottigliamento incominciarono ad adottare il PVC per questo impiego. Nel 1970 erano presenti in Italia undici costruttori, contro i quattro del 1960. La CoMec mise in commercio nel 1970 una soffiatrice con ugello di soffiaggio dall’alto e con calibrazione del collo. Nei primi anni ‘70 sviluppò l’estrusione-soffiaggio di corpi cavi di nylon ad elevata viscosità e nel 1973 propose la Serie CS anche per la coestrusione fino a tre strati. La Fratelli Moretti costruiva quattro modelli di soffiatrice Serie M, ad un gruppo, per contenitori di PVC fino a sei litri di capacità e quattro modelli MB a due gruppi con smaterozzamento ed espulsione automatici; inoltre proponeva la serie Compact, con cinque modelli per contenitori da 20 a 250 litri ed estrusori fino a 120 mm di diametro. La Omea forniva due modelli di soffiatrice automatica con estrusore verticale e quattro tipi con estrusore orizzontale (fino a cinquanta litri): la testa era del tipo ad accumulo con regolazione dello spessore del parison. La Beloit Italia di Pinerolo (TO) costruiva due diversi modelli a stazioni rotanti (fino a sei). Troviamo poi tre società: la Newpac di Zingonia (BG), la Costaplastik di Macherio (MI) e la Mossi e Ghisolfi di Tortona, che dopo un’attività di trasformazione, iniziarono la costruzione di alcuni tipi di soffiatrici. La Mossi & Ghisolfi si era specializzata nella costruzione di impianti completi per la produzione di bottiglie per latte; commercializzava inoltre le macchine della francese Sidel, destinate alla realizzazione di bottiglie di PVC per acqua minerale, vino ed olio. La Locati e Pavesi di Milano si era fatta un nome con il modello LP 200 per contenitori fino a 5 litri, caratterizzato da un sistema di chiusura delle piastre attuato mediante robuste ginocchiere. La Magic, fondata come è stato detto da Piero Giacobbe nel 1965, acquisì ben presto un posto importante nel panorama dei costruttori italiani di macchine per contenitori fino a 200 litri; in particolare si segnalano i modelli Miniblow per la lavorazione del PVC rigido per uso alimentare, con smaterozzamento automatico in produzione e calibratura dei colli e Maxiblow, quest’ultimo per corpi cavi sino a 50 litri, con testa ad accumulo e regolazione dello spessore e del peso del parison.Categoria: notizie - tecnica - plastica - soffiatrici - storia Foto Kautex Fonti: IQS-Donadini-Kautex

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https://www.arezio.it/ - Cosa è il Processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumatici
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Cosa è il Processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumatici
Informazioni Tecniche

Come avviene il processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli PneumaticiSe pensiamo che ogni macchina, moto, camion, corriera o qualsiasi altro mezzo su ruote impiega gli pneumatici per un periodo medio di 1-2 anni, per poi sostituirli con nuove coperture, possiamo incominciare a capire quanti pneumatici usati ci possono essere nel mondo.Se poi facciamo un rapido conto di quanti milioni di mezzi su ruote circolino sulla terra, possiamo facilmente moltiplicare il numero di mezzi per il numero medio degli pneumatici che montano, ottenendo un numero strabiliante. Questo numero strabiliante ogni 1-2 anni esprime i rifiuti, sotto forma degli pneumatici esausti, con cui dobbiamo fare i conti, rifiuti che se non trattati correttamente e rimessi in circolo, gravano pericolosamente sull’ambiente. Se raccolti e gestiti correttamente gli PFU (gli pneumatici esausti) possono però diventare una risorsa perché al loro interno contengono gomma, acciaio e fibre tessili che attraverso un processo di riciclo possono generare materie prime seconde. In particolare, i polverini e granuli di gomma ottenuti dalla riduzione volumetrica degli pneumatici, se sottoposti ad azione meccanica, chimica, termica o irradiati con ultrasuoni, subiscono un processo definito devulcanizzazione, con risultati variabili in funzione del materiale di partenza e della tecnologia utilizzata, come riportato da uno studio recente del dipartimento di ingegneria meccanica e strutturale dell’Università di Brescia. Esso permette di riottenere una materia prima seconda attraverso la rottura dei legami creati tra le catene polimeriche durante la fase di vulcanizzazione. Questo processo della gomma costituente gli pneumatici non è solo un potenziale metodo di riciclo degli stessi, ma rappresenta, allo stato attuale, l’approccio più promettente per risolvere le difficoltà legate al problema di impatto ambientale causato dalle enormi quantità di pneumatici a fine vita. Attraverso il processo definito devulcanizzazione la gomma viene riportata ad una struttura chimica vicina a quella dell’elastomero di partenza; questo ne permette l’aggiunta alle normali mescole. La devulcanizzazione, in genere, è effettuata in autoclave mediante processi termochimici sfruttando l’azione congiunta di temperatura, pressione ed additivi chimici. La composizione delle gomme riciclate è molto simile a quella del materiale vergine di provenienza. Sotto forma di granulato o polverino, può entrare a far parte delle mescole utilizzate dall’industria per numerose applicazioni. Il concetto di “economia circolare” assume attualmente una valenza predominante in quanto le sostanze di cui sono fatti i prodotti saranno sempre più trattate come una risorsa uguale alle materie prime e non più solamente smaltite. La prospettiva è quindi mirata alla valorizzazione delle attività finalizzate al riutilizzo degli pneumatici a fine vita (PFU). LA DEVULCANIZZAZIONE La devulcanizzazione è il processo attraverso cui si cerca di scindere i legami chimici tra gomma e zolfo, creati grazie alla vulcanizzazione, e responsabili delle proprietà elastiche e di resistenza meccanica che fanno della gomma un materiale molto apprezzato. La devulcanizzazione prevede l’utilizzo di processi chimici, termici e meccanici che risultano essere altamente inquinanti, in quanto potrebbero rilasciare gas tossici nell’ambiente; inoltre, richiedono un ingente consumo energetico. A causa dell’utilizzo di additivi chimici o di alte temperature, c’è un elevato rischio che si rompano anche le catene polimeriche che costituiscono la gomma stessa, la quale verrebbe denaturata perdendo tutte le sue caratteristiche chimiche e fisiche. In particolare, di seguito vengono elencate le diverse modalità attualmente utilizzate per tale processo: Chimica: viene aggiunto al polverino di gomma una quantità di reagenti chimici a temperature e pressioni elevate specifiche. Una volta terminato il processo, i residui vengono risciacquati, filtrati ed asciugati per eliminare le eventuali impurità chimiche indesiderate. Possono essere utilizzati diversi agenti devulcanizzanti e, a seconda della tipologia scelta e delle caratteristiche della materia prima impiegata, si otterranno delle diverse sostanze in uscita dal reattore. Ad esempio, utilizzando disolfuri nel processo si potrebbe ottenere la formazione di idrogeno solforato (H2S), metile o altri tioli (composti organici assimilabili ad alcoli in cui l'atomo di ossigeno è stato sostituito da un atomo di zolfo, aventi quindi formula generale R-SH: il gruppo funzionale SH viene denominato sia come gruppo tiolo che come gruppo solfanile). Poiché la produzione di pneumatici utilizza ossido di zinco e carbonato di zinco, la devulcanizzazione chimica potrebbe anche produrre particelle metalliche sospese nell'aria; pertanto prima del rilascio in atmosfera è necessario prevederne un trattamento specifico. Ultrasuoni: in tale metodologia i residui vengono caricati in testa ad una tramoggia e successivamente introdotti in un estrusore che tramite un’azione meccanica riscalda ed ammorbidisce la gomma. Successivamente il materiale viene sottoposto all’azione di onde ultrasoniche con un’esposizione di pochi secondi. L’attività sinergica dell’energia ultrasonica, del calore, della pressione e dell’azione meccanica contribuisce alla devulcanizzazione della gomma. La temperatura raggiunta in questo processo è di circa 110°C quindi si genererà una minore emissione di vapore e dal momento che non vengono utilizzati additivi chimici per rompere i legami dello zolfo formati nella vulcanizzazione, non si verificheranno nemmeno pericolose emissioni in atmosfera. Tuttavia, i residui gassosi verranno comunque trattati con filtri a carboni attivi. Microonde: questa metodologia utilizza l’energia controllata a microonde per devulcanizzare gli elastomeri contenenti zolfo. Il materiale da sottoporre a tale processo deve essere sufficientemente polare da poter accettare energia ad una velocità tale da poter generare il calore necessario per devulcanizzare la gomma. Biologica: vengono utilizzati determinati microorganismi per attaccare i legami di zolfo formatisi durante la vulcanizzazione della gomma naturale. Il tempo di contatto biologico necessario per tale processo è variabile tra i 10 e poche centinaia di giorni. Detti microrganismi essendo dotati di vie metaboliche desolforanti riescono ad effettuare una rottura selettiva dei ponti zolfo presenti nella gomma vulcanizzata, senza intaccare la catena polimerica. I microrganismi impiegati, infatti, sono dotati di pathway metabolici, in cui specifici enzimi intervengono in maniera selettiva a catalizzare la rottura dei legami carbonio-zolfo e zolfo-zolfo della gomma, senza intaccare i polimeri costituitivi dell’elastomero stesso, il quale quindi non viene distrutto.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - devulcanizzazione - pneumatici Vedi i prodotti in gomma riciclati

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Marco Arezio - Consulente materie plastiche Francia: Una Vacanza di Relax, Calma, Storia, Natura e Cucina
Slow Life

Slow Life in Francia: Una Vacanza di Relax, Calma, Storia, Natura e CucinaUna vacanza all'insegna del relax, della calma, a contatto con la natura e la storia. Questi sono i primi ingredienti che compongono la visita dell'Alvernia in Francia, destinazione non battuta dal turismo di massa, che permette di visitare luoghi naturali incantevoli, fatti di zone vulcaniche, boschi, borghi caratteristici e tradizioni culinarie antiche. Il racconto di un viaggio di Carolyn Boyd pubblicato su The Guardian che ha fatto della sua esperienza un suggerimento per coloro che prediligono scoprire zone non affollate, a misura d'uomo, dove i fast food non sono un appuntamento a pranzo o a cena, ma piccole taverne che ti offrono cucina locale con quell'ospitalità tipica di una famiglia.L'Alvernia è una delle zone più scarsamente popolate d'Europa e Le Roannais è un arazzo di vigneti e villaggi dorati e verdi tra le città di Roanne e Vichy. Sapevo che l'Alvernia era una terra di vulcani, spettacolari parchi regionali e pochissime persone, ma in 16 anni in cui ho scritto sulla Francia, questa fetta di dolce campagna ondulata e alte colline boscose quasi nel centro della Francia è stata una rivelazione completa. Dopo esserci stabiliti nel nostro Airbnb vicino alla città di Renaison – una casa che appartiene probabilmente alla famiglia più accogliente e generosa che abbia mai incontrato in Francia – ci siamo avventurati nel bacino idrico locale per vedere la sua più grande attrazione: l'albero più alto in Francia. "Come fanno a sapere che è il più alto?" interrogarono i ragazzi. "Nessuna idea", abbiamo ammesso, mentre vagavamo lungo il sentiero screziato dal sole sotto gli alti abeti Douglas fino al famoso albero, un imponente 66 metri di altezza. Fu piantato di recente nel 1892, quando fu costruita la diga di Chartrain per creare il bacino idrico. Certo, non era una sequoia californiana di 700 anni e 100 metri, ma avere guadagnato una media di 27 cm all'anno non era male; forse è semplicemente fiorito tranquillamente in questi dintorni paradisiaci. Dopo essere scesi lungo la sponda per guardare in alto il suo tronco, abbiamo proseguito per attraversare la cima della diga mentre i martins vorticavano sopra la testa e il bacino rifletteva la foresta circostante come uno specchio. Un albero gigante può vincere il titolo da record, ma sono stati i borghi medievali della zona a vincere il concorso di bellezza, con le loro case storte a graticcio, i fiori abbondanti e le chiese che vantano i colorati tetti di tegole che vedi anche in Borgogna. Ci siamo innamorati di Le Crozet e Ambierle, così come di Saint-Haon-Le-Châtel, dove abbiamo passeggiato per le stradine, la tonalità ambrata degli edifici che brillava calda nel sole del tardo pomeriggio. Ci siamo affacciati dai bastioni guardando attraverso il paesaggio ondulato, che si estende verso il parco nazionale del Morvan in Borgogna, e sono rimasto sconcertato dal motivo per cui nessuno viene qui. Sebbene la bellezza dei villaggi e del paesaggio fosse stata una sorpresa, avevo avuto la sensazione che avremmo mangiato e bevuto bene. La capitale gastronomica della Francia è Lione a est e la città principale dell'Alvernia, Roanne, è la patria della dinastia culinaria Troisgros: la famiglia gestisce un ristorante con tre stelle Michelin e altri due ristoranti informali. Supportano dozzine di fornitori locali, tra cui il vigneto Domaine Sérol di Renaison, uno dei tanti vigneti della Côte Roannaise, ora gestito dall'ottava generazione della famiglia Sérol. Le uve Gamay della regione creano vini di facile beva simili a quelli del Beaujolais. Abbiamo visitato la tenuta dei Sérols, che si trova in alto sulla collina sopra Renaison, quindi abbiamo abbassato le nostre mascherine per sorseggiare i loro rossi chiari e rosati prima di andare a ruba bottiglie per circa 8 € a bicchiere. Abbiamo fatto scorta per cene all'aperto a Les Halles de Renaison, un minuscolo ma eccellente mercato alimentare con di tutto, da una gamma technicolor di frutta e verdura a carne succulenta. Per i formaggi, abbiamo scelto Mons Cheesemongers, che ha una reputazione globale e i suoi punti vendita a Londra. Ci hanno fatto venire l'acquolina in bocca alla bancarella del cioccolatiere François Pralus, un locale il cui padre Boulanger ha inventato la decadente pralina, una brioche burrosa abbondantemente tempestata delle tipiche praline ricoperte di zucchero rosa della zona. Il pluripremiato Père Pralus pensava che suo figlio li avrebbe rovinati quando fosse diventato un cioccolatiere, ma ha dimostrato che si sbagliava. Ora ha negozi in tutta la Francia e la sua Barre Infernalein di vari gusti è la confezione più deliziosa che abbia mai assaggiato. Le colline che si affacciano su Le Roannais - Les Monts de la Madeleine - erano perfette per smaltire le calorie. Nella giornata più calda, abbiamo camminato all'ombra di querce e faggi nelle Gorges du Désert, seguendo una cascata che di solito sgorga d'acqua ma era solo un rivolo nella calura estiva. Siamo emersi dagli alberi sulla vetta per ammirare panorami favolosi fino alle Alpi (in una giornata limpida), quindi siamo scesi nel villaggio di Saint-Alban-les-Eaux, famoso per la sua acqua minerale. Un altro giorno, ci siamo avventurati ulteriormente nel parco regionale Livradois-Forez, per passeggiare tra l'erica viola e gli asini nei paddock. Il belvedere prometteva la vista del Monte Bianco all'orizzonte e, sebbene fosse perso nella foschia, il panorama era comunque mozzafiato. Mentre la zona della Le Roannais è abbellita dai suoi vigneti e fattorie, il parco regionale Livradois-Forez è un luogo più selvaggio, le sue fitte pinete punteggiate di prati e brughiere e piccoli borghi. La sua città più grande, Thiers, ha una popolazione di appena 11.000 abitanti, dimezzata dall'inizio del XX secolo, ma è la capitale francese della produzione di coltelli. Lungo il tragitto, mi sono fermato a pranzo per assaporare una prelibatezza strettamente legata al commercio: la salsiccia di cavolo cappuccio di Arconsat. Nell'accogliente Auberge de Montoncel, Jean-Louis Garret – Gran Maestro della Confraternita della Salsiccia di Cavolo – ha spiegato come, nel XIX secolo, metà della popolazione attiva della città vendesse coltelli porta a porta. Uno di questi venditori ambulanti è arrivato fino in Grecia, si è appassionato alla salsiccia di agnello e cavolo locale e ha riportato l'idea per farla sua. A metà novembre, la sagra della salsiccia di cavolo cappuccio attira ben 1.700 persone. Jean-Louis lo serve con una salsa a base del formaggio caratteristico del parco, il fourme d'ambert. Famosa per le sue sorgenti di acqua minerale, Vichy visse il suo periodo di massimo splendore durante il regno di Napoleone III. All'inizio del XX secolo c'erano 18 officine di coltelli nella Vallée des Rouets, le cui macine erano alimentate da mulini ad acqua sul fiume Durolle. La città brulicava di più persone di quante ne avessi viste in una settimana, girovagando per la dozzina di negozi della città e comprando coltelli tascabili, coltelli da chef, coltelli da caccia, rasoi e posate eleganti. Dopo uno sguardo nel negozio più rinomato, Coutellerie Chambriard, dove la quarta generazione della famiglia ora consiglia ai clienti quale coltello si adatta esattamente alle loro esigenze, ho vagato per le strette strade medievali sotto le imponenti facciate in legno incrociate. La fine della strada principale si affaccia sulla valle verso la Chaîne des Puys, la fila di vulcani spenti per cui l'Alvernia è più famosa. Il più famoso, il Creux de l'Enfer ("buco dell'inferno") è già stato trasformato in un centro per le arti contemporanee. Se le fabbriche di coltelli mancano di glamour, ho trovato il contrario a Vichy, a un'ora di distanza. Famosa per le sue sorgenti di acqua minerale, la città visse il suo periodo di massimo splendore durante il regno di Napoleone III. La sua miriade di stili architettonici si combina in qualche modo per creare un'opera di bellezza, dalla facciata in stile liberty dell'ex casinò, alla straordinaria cupola e torre della chiesa in stile art déco. Quando sono arrivato, c'erano solo poche persone sedute all'ombra delle passerelle coperte decorate che corrono tra la spa, il teatro dell'opera e l'ex casinò. Ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se, anche in tempi non Covid, il suo periodo di quattro anni come sede del governo collaborazionista del maresciallo Pétain durante la seconda guerra mondiale ha intaccato la sua reputazione. La mia guida Alla scuote vigorosamente la testa al suggerimento: “Abbiamo 2000 anni di storia qui. Perché quattro anni dovrebbero rovinarlo?”Categoria: Slow life - vita lenta - felicità - viaggio lento

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https://www.arezio.it/ - Pneumatici Esausti: Il Pericolo dei Rifiuti che non Galleggiano
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Pneumatici Esausti: Il Pericolo dei Rifiuti che non Galleggiano
Ambiente

In un articolo pubblicato qualche tempo fa dal titolo: "La Densità della Plastica Crea la sua Sfortuna nella Nostra Società", avevamo messo in guardia dal pericolo dei rifiuti che non si vedevano e da quelli che, molto bistrattati come la plastica, rimanevano visibili in acqua per via del loro peso specifico. Infatti, ci si indigna giustamente quando si vedono residui plastici galleggiare nei mari e nei fiumi, ma purtroppo non consideriamo altri tipi di rifiuti che, in modo scellerato, vengono abbandonati nei corsi d’acqua o nei mari stessi. Probabilmente ciò che non vediamo non ci fa paura, ma le conseguenze sull’ambiente dei rifiuti sommersi sono del tutto reali ed è meglio conoscerle. Il CNR si è preoccupato di fare delle comparazioni tra le microplastiche che galleggiano nei nostri mari e gli pneumatici che giacciono sui fondali, cercando di capire il grado di pericolosità per l’ambiente e l’uomo. Uno studio ha rilevato che, in acqua, i batteri che crescono sulle microparticelle derivate dagli pneumatici sono più pericolosi per l’ambiente rispetto a quelli che si sviluppano sui frammenti delle bottiglie di plastica, che invece potrebbero porre problemi per la salute dell’uomo. Plastiche e microplastiche sono riconosciute come un inquinante emergente con effetti nefasti sulla salute dell'ambiente, dell'uomo e degli animali acquatici. Uno studio dell’Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche di Verbania (Cnr-Irsa) ha dimostrato come microplastiche diverse possano causare un impatto differente sulle comunità batteriche in acqua. La ricerca è stata pubblicata su Journal of Hazardous Materials. Come ci spiega Gianluca Corno del Cnr-Irsa, in un sistema che replica un fiume o un lago italiano abbiamo comparato le comunità batteriche che crescono sul polietilene tereftalato (Pet) ricavato da una bottiglia di bibita, molto abbondante in acqua, con quelle che si sviluppano su particelle di pneumatico usato, quasi sconosciute a causa del fatto che tendono a non galleggiare e ad affondare molto lentamente”, spiega Gianluca Corno del Cnr-Irsa. Abbiamo quindi dimostrato che la prima offre rifugio a batteri patogeni umani che possono causare rischio immediato per la salute umana, senza però favorirne una crescita immediata. Le particelle di pneumatico, grazie al rilascio costante di materia organica e nutrienti, favoriscono invece la crescita abnorme di batteri cosiddetti opportunisti che, pur non causando un rischio diretto per l'uomo, causano una perdita di qualità ambientale, di biodiversità microbica, e un conseguente depauperamento dei servizi ecosistemici offerti. Generalmente le comunità batteriche che crescono sulle microplastiche come biofilm sono studiate senza approfondirne le differenze legate al tipo di plastica su cui proliferano, ma come un unico comparto, la cosiddetta plastisfera. Questo risultato ci pone, per la prima volta, di fronte alla necessità di riconsiderare i metodi di analisi dell'inquinamento da microplastiche e di tenere in conto le particelle di pneumatico, che possono avere un impatto decisivo sulla qualità degli ecosistemi acquatici in nazioni come l'Italia dove i fiumi sono particolarmente esposti a questo tipo di inquinamento. Fonti: CNR

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