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https://www.arezio.it/ - Cambio di Proprietà della Comunity My Solar Family
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Cambio di Proprietà della Comunity My Solar Family
Ambiente

Nell'ambito delle fonti rinnovabili, in particolare quella solare, si è sviluppata a partire dal 2014 una comunity che raggruppa migliaia di iscritti e che oggi, come comunicato da ENI, viene acquisita al 100%.Evolvere, società controllata da Eni gas e luce e leader nel settore della generazione distribuita da fonti rinnovabili in Italia, ha acquisito il 100% di PV Family, innovativa startup nel mondo del fotovoltaico che gestisce My Solar Family, la più grande community digitale di prosumer in Italia con oltre 80mila iscritti. La collaborazione tra le due aziende nasce nel 2018 con l’ingresso di Evolvere nel capitale di PV Family come socio di minoranza per apportare le risorse finanziarie necessarie allo sviluppo della startup. L’acquisizione del 100% del capitale ha l’obiettivo di combinare l’offerta di Evolvere e i servizi di community digitale di My Solar Family, in un contesto di mercato che vede affermarsi la diffusione di un nuovo modello energetico, in cui il consumatore diventa anche un produttore di energia, ovvero prosumer. Nata nel 2014, My Solar Family è una piattaforma digitale semplice e intuitiva, che permette alle persone della Community di acquisire maggiore consapevolezza del potenziale e delle prestazioni del proprio impianto fotovoltaico e tenere allo stesso tempo sotto controllo gli incentivi ricevuti o il contributo per lo scambio sul posto dell’energia. Grazie all’integrazione con l’offerta di Evolvere, gli iscritti alla Community potranno avere un’analisi dettagliata e in tempo reale della produzione e dei consumi del proprio impianto, ma anche aggiungere un sistema di accumulo per massimizzare l’autoconsumo, e fare così scelte sostenibili a livello economico e ambientale. Con questa acquisizione Evolvere conferma la propria leadership nella generazione distribuita da fonti rinnovabili in Italia e promuove la diffusione di un nuovo modello energetico, decentralizzato e sostenibile per l’ambiente, che contribuisce alla transizione energetica in corso.Vedi maggiori informazioni sulla produzione di energia attraverso il solare

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https://www.arezio.it/ - Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?
Informazioni Tecniche

Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?Tutte le materie plastiche, vergini o riciclate, sotto forma di granulo o di macinato o di densificato, hanno la tendenza a trattenere l’umidità, fino a raggiungere un equilibrio con l’ambiente esterno. Questa capacità di assorbimento dipende, come precedentemente accennato in un altro articolo, dalla tipologia di polimero, dalla temperatura dell’aria e dalla sua umidità.In base alle considerazioni sopra esposte i polimeri li possiamo dividere in igroscopici e in non igroscopici. Infatti, nei materiali igroscopici, l’acqua è assorbita all’interno della struttura legandosi chimicamente con la stessa, mentre nei polimeri non igroscopici l’umidità rimane all’esterno della massa interferendo successivamente nel processo di lavorazione. I polimeri plastici, espressi nelle forme di granulo, macinato, densificato o polveri vengono avviati alla loro trasformazione in base al prodotto da realizzare e al tipo di processo stabilito. Che i materiali siano igroscopici o non igroscopici, la presenza dell’umidità durante la fase di fusione della massa polimerica crea notevoli problemi in quanto l’acqua può diventare vapore, creando striature, bolle superficiali, ritiri termici irregolari, tensioni strutturali, deformazioni o rotture. L’umidità è una delle principali cause di imperfezioni o difetti sui prodotti plastici realizzati ma, nello stesso tempo, è un problema largamente trascurato o sottovalutato dagli operatori che utilizzano soprattutto le materie plastiche riciclate. Se vogliamo elencare alcuni difetti evidenti causati dalla presenza dell’umidità nei polimeri possiamo citare: • Aspetto opaco del prodotto • Striature brune • Striature argentate • Linee di saldatura deboli • Pezzi incompleti • Sbavature • Bolle • Soffiature • Diminuzione delle proprietà meccaniche • Deformazioni dell’elemento • Degradazione del polimero • Invecchiamento irregolare • Ritiri irregolari Per ovviare a questi inconvenienti è buona regola asciugare il materiale prima del suo utilizzo attraverso getti di aria. In questo caso possiamo elencare due sistemi di intervento, simili tra loro, ma con risultati differenti, che sono rappresentati dall’essicazione e dalla deumidificazione. Per essicazione possiamo considerare un processo di insufflazione di aria aspirata in ambiente e immessa in una tramoggia in cui si trova la materia plastica da trattare, per un determinato tempo ad una temperatura stabilita. Questo sistema dipende molto dalle condizioni metereologiche in essere e dal grado di umidità dell’aria ed è consigliato solo per i materiali non igroscopici. Per i materiali igroscopici, come per esempio le poliolefine, (PP, HDPE, LDPE, PP/PE solo per citarne alcune), il sistema di essicazione ad aria forzata visto precedentemente non è sufficiente, in quanto il contenuto di umidità intrinseco nel polimero, ne rende il processo di scarsa efficacia. In questo caso è consigliabile l’essicazione dei polimeri attraverso la deumidificazione, che comporta l’insufflazione all’interno della tramoggia, non più di aria a condizioni ambientali variabili, ma di un’aria deumidificata attraverso un dryer ad una temperatura stabilita. La tramoggia dovrà essere coibentata per ridurre la dispersione di calore di processo e il materiale sarà in movimento, in modo che durante la fase di transito all’interno della tramoggia sia possibile investirlo con getti di aria calda e deumidificata. Il dryer produrrà un flusso costante di aria calda e secca che avrà la capacità di ridurre notevolmente l’umidità interna dei polimeri igroscopici.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - essicazione - deumidificazione

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https://www.arezio.it/ - Trasporto via Mare: Cosa ci Dobbiamo Aspettare per la Fine del 2021?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Trasporto via Mare: Cosa ci Dobbiamo Aspettare per la Fine del 2021?
Management

Trasporto via Mare: Cosa ci Dobbiamo Aspettare per la Fine del 2021?Le tariffe raggiunte per il trasporto dei containers via mare continuano a macinare record su record, con nuovi picchi dei prezzi sulle rotte Asia-Europa-AmericaDopo il periodo di punta della pandemia mondiale, il forte rimbalzo della domanda dei beni di consumo ha messo in crisi il sistema, imprimendo una forte pressione sia gli spedizionieri che i produttori. Sembra pazzesco anche scrivere i dati sui costi dei container che, sulla linea Asia-Europa, sono arrivati a toccare i 18.000 USD, mentre sulla rotta Asia-Stati Uniti addirittura 22.000 USD, secondo i dati riportati da Freighttos. E’ forse bene ricordare che prima del periodo pandemico i costi per gli stessi servizi si aggiravano intorno ai 3.000 USD. Tra le cause di cui abbiamo parlato in questi mesi attraverso diversi articoli, si può evidenziare che le famiglie, tra il periodo pandemico e post pandemico, hanno cambiato i loro stili di vita, riducendo le spese per viaggi e ristoranti, ed incrementando l’acquisto di mobili, elettrodomestici ed oggetti per la casa. Questi cambiamenti hanno modificato l’approccio alla spesa, creando una fortissima domanda di beni, soprattutto dalla Cina verso l’Europa e gli Stai Uniti, con la conseguente incredibile ascesa di richiesta di containers per il trasporto di tutta questa merce. Di conseguenza, le compagnie di navigazione, prese alla sprovvista, non sono riuscite a soddisfare tutta la richiesta crescente, complice anche le problematiche metereologiche straordinarie durante l’inverno negli Stati Uniti e il blocco temporaneo del canale di Suez. Per questi motivi, se guardiamo verso l’ultima parte dell’anno, la situazione dei costi dei trasporti marittimi non fà sperare in una diminuzione a breve, in quanto gli importatori si stanno approvvigionando per il periodo Natalizio e del Ringraziamento e sono disposti a sostenere questo incredibile onere per non compromettere le vendite di fine anno. Il problema che devono affrontare le aziende che si occupano di import & export non riguarda solo la situazione dei costi finanziari enormi, per unità venduta a causa dei costi della logistica, ma anche ai numerosi ritardi continui e prolungati per la consegna degli ordini.

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https://www.arezio.it/ - rNEWS: Decarbonizzazione e Produzione di Idrogeno Blu in UK
Marco Arezio - Consulente materie plastiche rNEWS: Decarbonizzazione e Produzione di Idrogeno Blu in UK
Notizie Brevi

Un protocollo di intesa che va nel senso della decarbonizzazione e della produzione dell'Idrogeno blu attraverso la cattura della CO2 e del suo immagazzinamentoQuesto è possibile dalla collaborazione di una società petrolifera che opera nell'estrazione del gas naturale e una società che si occupa della produzione di energia elettrica utilizzando questo gas.Eni UK e Uniper annunciano la sigla di un Protocollo d’Intesa per valutare iniziative congiunte che possano contribuire alla decarbonizzazione del Galles del Nord. La collaborazione è in linea con il piano in 10 punti per la transizione energetica del Governo britannico e si propone di verificare la fattibilità tecnica e commerciale di progetti a basse emissioni di anidride carbonica nella regione.Si ricorda, infatti, che tra le azioni del piano governativo UK per il raggiungimento del target zero emissioni al 2050 (piano che mobiliterà 12 miliardi di sterline di investimenti governativi, e potenzialmente 3 volte tanto dal settore privato, per creare e supportare fino a 250.000 nuovi posti di lavoro) sono previsti investimenti per la crescita dell'idrogeno a basse emissioni di CO2 e per lo sviluppo del processo di Cattura e Stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS). Eni UK attualmente è operatore dei giacimenti di idrocarburi nella Baia di Liverpool che alimentano a gas naturale la centrale elettrica di Connah's Quay di proprietà di Uniper, nel Flintshire. Sulla base del Protocollo, Uniper valuterà delle soluzioni per lo sviluppo presso il proprio sito industriale sia di una produzione di idrogeno blu tramite la cattura dell’anidride carbonica sia di idrogeno verde; mentre Eni UK metterà a disposizione l’infrastruttura per il trasporto e per lo stoccaggio della CO2 nei propri giacimenti depletati nella Baia di Liverpool. La posizione dell'impianto Uniper di Connah's Quay è ideale, in quanto è alimentato da una fonte di gas fornita dal sistema di trasporto nazionale e perchè si trova in prossimità dell’infrastruttura di Eni UK già esistente, che sarà riconvertita al trasporto di CO2 nell’ambito del più ampio progetto HyNet North West. Philip Hemmens, Responsabile Eni del Coordinamento Nord Europa, ha dichiarato: “È un grande momento per investire nelle tecnologie di decarbonizzazione e contribuire a rendere il Regno Unito uno dei leader globali nella transizione energetica. Auspichiamo che questa collaborazione tra Eni UK e Uniper possa integrare e ulteriormente arricchire il nostro impegno nel più ampio progetto HyNet North West, ponendo il Nord Ovest dell'Inghilterra e il Galles del Nord in prima linea nel percorso UK verso il raggiungimento del target “zero emissioni”, per la transizione energetica e la decarbonizzazione di molti settori dell’economia dal 2025 in poi”. Mike Lockett, Country Chairman di Uniper UK e Group Chief Commercial Officer Power, ha commentato: “La centrale elettrica di Connah's Quay di Uniper si trova in una posizione ottimale per prendere parte al processo di decarbonizzazione del Galles del Nord e del nord-ovest dell'Inghilterra, dal momento che prevediamo di incrementare la nostra capacità produttiva di idrogeno nel Regno Unito. Non vediamo l'ora di lavorare insieme a Eni UK per esplorare le future opportunità di produzione di idrogeno e CCS nel sito”. Questo Protocollo d’Intesa è l'ultimo di una serie di accordi tra Eni UK e alcune società con sede nel Nord Ovest dell'Inghilterra e nel Nord del Galles, dove la società sta sviluppando il processo di Cattura e Stoccaggio di anidride carbonica (CCS). Nello scorso mese di maggio è stato firmato un accordo quadro con Progressive Energy Limited per accelerare la Cattura e lo Stoccaggio della CO2 (CCS) nell'ambito del progetto HyNet North West, volto alla creazione di un distretto industriale a basse emissioni di anidride carbonica. Eni UK ha già ottenuto nel mese di Ottobre 2021 la licenza per lo stoccaggio di anidride carbonica per utilizzare i propri giacimenti offshore nella Baia di Liverpool come depositi permanenti di CO2. All’inizio del 2021 Eni UK ha anche creato la “Liverpool Bay CCS Limited”, una nuova società completamente controllata da Eni UK che gestirà future operazioni soggette a licenza nell’ambito del programma previsto dal Governo britannico per il trasporto e lo stoccaggio di anidride carbonica. Uniper è una società all’avanguardia nel campo della produzione di idrogeno e possiede le competenze tecniche e l'esperienza ideali per contribuire al raggiungimento del target “zero emissioni” del Regno Unito, entro il 2050. Uniper contribuirà investendo in progetti accuratamente selezionati, condividendo la sua esperienza nello sviluppo della produzione e dell'uso dell'idrogeno, oltre a creare nuovi posti di lavoro attraverso la sua Engineering Academy. Uniper si è impegnata a rendere climaticamente neutro il proprio portafoglio europeo entro il 2035. Con la produzione di idrogeno quale pietra angolare della sua strategia, la centrale elettrica di Connah's Quay è nella posizione ideale per contribuire alla storia futura di questa fonte energetica per Uniper e per il Regno Unito. Il Protocollo d’Intesa con Eni UK fa parte della strategia di crescita di Uniper nel Regno Unito e costituisce una delle numerose partnership attualmente in atto in tutto il Paese.Vedi maggiori informazioni sull'idrogenoFonti: ENI

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https://www.arezio.it/ - Il credito bancario si fa eco sostenibile
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il credito bancario si fa eco sostenibile
Ambiente

Social banking, green economy e nuova strategia sugli investimentiAlcune delle grandi banche internazionali hanno intercettato il sentimento popolare che spinge per un cambio delle strategie industriali e di consumo mettendo al centro l’ambiente e la socialità sostenibile. Un esempio lo ha dato Unicredit, una grande banca di respiro internazionale, che ha varato una nuova strategia rivolta agli impieghi nel settore ESG (Environmental, Social, Governance) che è racchiusa nel nuovo piano industriale che verrà presentato il 3 Dicembre 2019. Il nuovo concetto che rappresenta, più di ogni altra cosa, lo spirito dell’iniziativa è racchiuso nella strategia “non un ritorno sul capitale ma un ritorno del capitale”. La banca ha messo a disposizione 1 miliardo di euro per finanziare operazioni che abbiano un risvolto sociale, facendo girare il denaro su progetti che creino iniziative con impatto positivo per la comunità. Inoltre la banca ha deciso di abbandonare completamente il finanziamento di progetti che non vadano nel senso dell’economia circolare e sostenibile, in particolare non verranno più finanziati progetti che si occupano dell’estrazione del carbone, portando a termine quelli in corso, ma non ne verranno finanziati altri. Verranno poi vietati finanziamenti di progetti coinvolti nell’estrazione petrolifera nell’Artico, del gas offshore e quelli relativi allo shale oil, a causa del sistema invasivo di estrazione basato sulle fratture meccaniche delle faglie. Per quanto riguarda i finanziamenti ai progetti eco sostenibili la banca ha deciso di aumentarli del 25%, arrivando ad una quota di 9 miliardi di euro entro il 2023, iniettando liquidità nel settore delle energie rinnovabili e per l’efficienza energetica. La banca disporrà di un team di tecnici ed economisti che valuterà direttamente le casistiche più importanti per classificare del finanziamento rispetto alle direttive del nuovo piano industriale.Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.arezio.it/ - Petrolio, metano, idrogeno: passato-presente-futuro
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Petrolio, metano, idrogeno: passato-presente-futuro
Ambiente

Petrolio, metano e idrogeno: come stiamo affrontando la transizione energetica dalle fonti fossili? A guardarci intorno sembra che nulla stia cambiando, andiamo al distributore a riempire le nostre macchine di benzina o di gasolio, vediamo circolare qualche auto a metano, poche francamente, qualche rara auto elettrica. Ci sono ancora città che usano il gasolio per il riscaldamento e l’acqua calda, molte fabbriche che hanno processi industriali alimentati da fonti fossili e il trasporto su gomma divora gasolio come fosse un fiume in piena. I trasporti via mare e il traffico aereo dipendono dai derivati del petrolio e hanno un’incidenza nell’inquinamento dell’aria notevole. Ci sono centrali che producono energia elettrica che funzionano ancora a carbone e nonostante tutto, si parla tanto di energie rinnovabili ma, nel quotidiano, facciamo fatica a vederle espresse. In realtà il processo di de-carbonizzazione in alcune aree del mondo è partito, con le attività di conversione dalle fonti fossili verso quelle rinnovabili, un processo però che richiederà tempo e che avrà bisogno di investimenti. In passato c’era solo il petrolio, che forniva, una volta raffinato, tutta l’energia di cui avevamo bisogno. Inquina, si, lo abbiamo sempre saputo, ma abbiamo fatto sempre finta di niente, anzi, ancora oggi c’è chi sostiene che il cambiamento climatico non dipende anche dal petrolio. Il pericolo che temevamo, pronunciando la parola “Petrolio”, era che prima o poi potesse finire, dovendo quindi rinunciare ai nostri agi. Poi è arrivato il metano, non che lo avessimo chiamato al nostro capezzale per una questione ambientale, ma perché costava meno e quindi ci è stato subito simpatico. Agli esperti, introdotti nel settore petrolifero, non piacevano queste grandi simpatie e per evitare un travaso di clienti importante, che avrebbe minato la marginalità dell’industria petrolifera, hanno sostenuto che le riserve di gas erano molto limitate rispetto a quelle petrolifere, quindi il mercato del gas vide un’impennata dei prezzi così da mettere al sicuro il business del petrolio. Oggi le cose si sono ristabilite, in quanto la tutela dell’ambiente è sull’agenda di qualunque cittadino, quindi le cose si vedono in un modo meno unilaterale. Le riserve di gas stimate nel 2006 in 25 anni di disponibilità oggi sono arrivate a 200 anni, portando il prezzo del gas, per esempio negli Stati Uniti, ad un valore di dieci volte inferiore a quello del 2006. Rispetto al petrolio, il gas naturale costa oggi circa la metà, rendendo appetibili gli acquisti. L’allontanamento dal petrolio si sta concretizzando anche con l’aumento della produzione di bio-metano, che darà una grossa mano, sia in termini ambientali che di gestione dei rifiuti urbani, molto importante, aiutando la riconversione energetica. In questa ottica la fonte energetica per far funzionare il trasporto su gomma e su mare può essere progressivamente sostituita dal gas con risparmi in termini di CO2 considerevoli. Come per gli impianti di produzione di energia elettrica o i termovalorizzatori che potranno godere dell’uso di gas naturale o bio-gas per il loro funzionamento riducendo l’impronta carbonica. E il futuro quale è? Il futuro oggi si chiama Idrogeno, un elemento conosciuto da molti anni ma per ragioni politiche, economiche e tecniche non ha mai visto un’alba felice. Le speranze che questo elemento energetico venga usato in larga scala nei prossimi 10 anni è confortato dal fatto che le energie rinnovabili abbasseranno il prezzo della produzione dell’idrogeno, inoltre l’industrializzazione della produzione degli elettrolizzatori, che servono a ricavare l’idrogeno dall’energia elettrica scomponendo l’acqua, aiuterà questo processo. L’idrogeno si potrà utilizzare nei trasporti pesanti, nel settore residenziale, nel riscaldamento e in alcune attività industriali. Il matrimonio tra idrogeno e l’energia prodotta da fonti rinnovabili sarà la chiave di volta per la sua diffusione, infatti si devono progettare nuovi impianti che siano in grado di trasformare, per esempio l’energia del sole, in energia elettrica specificamente dedicata a questa produzione. L’Italia sta pensando con interesse all’area del nord Africa come fonte preferita per la produzione di energia solare dedicata, mentre l’Olanda pensa al mare del nord per l’utilizzo dell’eolico. C’è un gran fervore dietro le quinte, a breve, ci auguriamo, lo spettacolo possa iniziare anche per i consumatori.Vedi maggiori informazioni

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https://www.arezio.it/ - Dall’economia circolare nasce il nuovo gasolio rinnovabile
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Dall’economia circolare nasce il nuovo gasolio rinnovabile
Ambiente

La mobilità attenta all’ambiente potrà puntare su nuovi carburanti dai rifiuti come il gasolio rinnovabile. Niente si butta, tutto si trasforma. Potremmo sintetizzare così i principi per cui si è arrivati a progettare un biocarburante che fosse più ecologico e più performante del biodiesel di derivazione vegetale, creando un prodotto che utilizzasse anche i grassi e gli oli di scarto. C’è un detto che recita: è nata prima la gallina o l’uovo? Nel caso del Diesel potremmo chiederci se è nato prima il biodiesel o il Diesel dagli Idrocarburi. La risposta non è così scontata come sembra, perché la storia ci dice che è nato prima il biodiesel, attraverso gli studi degli scienziati E. Duffy e J. Patrick che compirono, nel 1853 la prima transesterificazione dell’olio vegetale per far funzionare il primo motore diesel. Il 10 Agosto del 1893 Rudolf Diesel accese per la prima volta un motore alimentato a biodiesel e, successivamente, lo presentò all’esposizione internazionale di Parigi nel 1893, prevedendo un’alimentazione con biocombustibile prodotto dall’olio di arachidi. Nel corso degli anni 20 del secolo scorso, i produttori dei motori per autotrazione modificarono i loro prodotti per poter utilizzare il nuovo diesel di derivazione petrolifera, con lo scopo di sfruttare la minore viscosità del diesel petrolifero a discapito di quello vegetale. Inoltre, le industrie petrolifere puntarono sul mercato dell’autotrazione riuscendo a produrre un carburante più economico di quello vegetale, decretando la fine del biocarburante. Da qualche anno, le preoccupazioni di carattere ambientale e la riduzione della differenza di prezzo tra il prodotto vegetale e quello fossile, hanno riportato all’attenzione del mercato i prodotti di origine non fossile. Oggi si è fatto un ulteriore passo avanti progettando un carburante, che non solo non proveniente da fonti fossili, ma contempla nella sua ricetta anche derivanti dagli scarti dei grassi e degli oli. Ma quali sono le differenze tra il biodiesel e il diesel rinnovabile? Il biodiesel viene ottenuto attraverso la lavorazione dell’olio di girasole, di colza o di altre tipologie di piante, e presenta una viscosità comparabile con il gasolio di origine fossile. Il suo utilizzo, normalmente non prevede un uso al 100% nel motore, ma viene impiegato attraverso una miscela con il gasolio tradizionale, questo a causa del maggior potere solvente che metterebbe a rischio alcune guarnizioni all’interno dei motori più vecchi. Nelle zone in cui il clima è particolarmente rigido, l’uso del biodiesel, a causa degli esteri contenuti, che aumentano il punto di fusione della miscela, necessita il riscaldamento dei serbatoi. Dal punto di vista ambientale vi sono luci ed ombre sul prodotto, rispetto al gasolio di derivazione fossile, che potremmo riassumere in questi punti: Riduce le emissioni di monossido di carbonio (CO) del 50% circa Non contiene idrocarburi aromatici Non emette diossido di zolfo (SO2) Riduce le emissioni delle polveri sottili Produce più emissioni di ossidi di azoto (NOx) con i motori attuali Utilizza le terre coltivabili che vengono quindi sottratte all’agricoltura destinate all’alimentazione Crea insicurezza alimentare soprattutto nei paesi più poveri Se le coltivazioni sono monocolturali esiste un problema di riduzione della biodiversità Secondo le indicazioni della FAO, la disponibilità di 0.11 ettari pro capite di terreno coltivabile è insufficiente per sfamare la popolazione mondiale, allevare i bovini da carne e produrre anche biocarburante. Il passo avanti fatto con la creazione del gasolio rinnovabile sta, non solo sull’utilizzo di materiali considerati rifiuti, ma anche nel suo processo produttivo. Il gasolio rinnovabile, a differenza del biodiesel tradizionale che viene prodotto per esterificazione, utilizza il processo di produzione chiamato idrogenazione. Questo processo consiste nella raffinazione dei grassi ed oli di scarto attraverso l’uso dell’idrogeno, dopo aver rimosso l’acqua, i sali e altre impurità presenti negli scarti. Successivamente il prodotto viene sottoposto a isomerizzazione dei legami chimici creando un mix composto da gas e liquidi. I gas, a questo punto, vengono estratti recuperando l’idrogeno, che verrà riutilizzato nel processo successivo, mentre le parti liquide vengono distillate per creare il gasolio rinnovabile. Vediamo i vantaggi di questo prodotto rispetto al biodiesel: Ha una migliore qualità di combustione che porterebbe a migliori prestazioni del motore Non ha limiti di miscelazione come il biodiesel, quindi può essere previsto un impiego integrale nei motori moderni Utilizza materiali di scarto che diversamente andrebbero persi nell’ambiente, rientrando nella circolarità dei rifiuti Può essere utilizzato in diverse unità produttive per recuperare gli oli e i grassi di scartoVedi maggiori informazioni sull'economia circolare

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https://www.arezio.it/ - Il cambiamento climatico e i diritti umani
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il cambiamento climatico e i diritti umani
Ambiente

Xenofobie, Nazionalismi e Violenze sono solo danni collaterali al progresso economico? Gli stati ricchi sono sordi agli avvertimenti degli scienziati sul riscaldamento globale e sulle conseguenze che esso imprime sull’ambiente e sulla popolazione. Quello che era considerato catastrofico qualche anno fa sembra sia un buon punto di partenza oggi. Se il riscaldamento globale attacca la filiera alimentare, da cui alcuni paesi sono abituati a rifornirsi, riducendo i quantitativi, poco male, cambiaeranno area geografica e fornitori, si tratterà di pagare un po’ di più.  Se il riscaldamento globale aumenta la temperatura media nelle città in cui vivono, poco male, aumenteranno l’uso dei condizionatori, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale riduce la disponibilità di acqua da bere e per l’uso domestico, poco male, si forniranno da fonti più lontane e la trasporteranno fino a casa, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale fa aumentare i livelli degli oceani e minaccia alcune aree costiere o zone turistiche, poco male, cambieranno i loro orizzonti di vacanza, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale incrementa le migrazioni che premono ai loro confini, poco male, spegneranno la televisione e si verseranno un buon bicchiere di vino, sapendo che sono in costruzione nuovi muri che li proteggeranno, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale aumenta i casi di malattie pandemiche e tradizionali, che minacciano le loro nazioni, poco male, l’assistenza sanitaria di alto livello e le protezioni individuali e i servizi a cui possono accedere ridurranno quasi a zero il rischio, si tratta di pagare un po’ di più. Esatto, si tratta di pagare un po’ di più.  Ma c’è una consistente fetta della popolazione mondiale, alla quale non è imputabile, se non in maniera del tutto marginale, l’inquinamento che causa il riscaldamento globale, che non gode di tutte le difese che i paesi ricchi possono elargire ai propri cittadini.  Le popolazioni Africane, del sud est Asiatico e sud Americane, subiscono un impatto diretto dei cambiamenti climatici, come la mancanza di acqua, la mancanza di cibo causato dalla progressiva desertificazione dei terreni, il caldo estremo che non può essere mitigato da alloggi adeguati, un’assistenza sanitaria scarsa o scadente, che non permette loro di affrontare le malattie che si stanno diffondendo ripetutamente nel mondo. Quando si parla, anche nelle sedi più autorevoli, di diritti umani si è portati a pensare sempre a se stessi e di come sia giusto garantire i supporti di base alla vita delle persone. Poi, però, ci si dimentica di agire o lo si fa in maniera del tutto timida e inadeguata rispetto alle esigenze. A questo divario di risorse così vergognoso ci stiamo un po’ abituando, sembra sia una divisione divina tra ricchi e poveri, uno status quo che ci fa comodo mantenere, coccolandoci nella nostra quotidianità. Ma a parte i governi che non guardano più in là del loro naso, che negano i problemi ambientali, che negano le relazioni tra epidemie e cambiamenti climatici, che credono nella correttezza e nella validità degli slogan “prima noi”, i paesi più ricchi del mondo si dovranno a breve confrontare con la disperazione di masse sempre più grandi di popolazione che non hanno più niente, a causa del clima impazzito che abbiamo creato. Se abbiamo negato a milioni di uomini i diritti di base che sono l’alimentazione, la casa, l’assistenza sanitaria, il lavoro e l’istruzione, come possiamo pensare che questa rabbia, fatta di disperazione, non possa portare a rivolte sociali, guerre, terrorismo, nazionalismi, xenofobia che prima o poi riguarderanno tutti? Se adesso giudichiamo la negazione del diritto alla vita o ad una vita dignitosa, una grande fetta di popolazione mondiale, come un danno collaterale al progresso economico, quanto tempo pensiamo possa passare perché anche noi verremo coinvolti e stritolati dal disastro ambientale del pianeta che stiamo piano piano costruendo? I diritti fondamentali non sono mai unilaterali, valgono per tutti, sempre. Approfondisci l'argomento 

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https://www.arezio.it/ - rNEWS: Come Produrre il Bioetanolo Sostenibile senza Impegnare l'Agricoltura
Marco Arezio - Consulente materie plastiche rNEWS: Come Produrre il Bioetanolo Sostenibile senza Impegnare l'Agricoltura
Ambiente

La produzione di bioetanolo ha sollevato, nel tempo, enormi polemiche ambientali, in quanto veniva realizzato attraverso le coltivazioni di culture specifiche dedicate a questo carburante, con un impatto elevatissimo sull'ecosistema. Questo a causa dello sfruttamento intensivo dei terreni, il consumo di acqua e la deforestazione in alcuni paesi per cercare di aumentare le superfici coltivabili. Versalis e Saipem sono partite da un concetto diverso, creando bioetanolo dai rifiuti vegetali come scarti agricoli e cippato di legno. Infatti, Versalis, società chimica di Eni, e Saipem, piattaforma ingegneristica e tecnologica per la sostenibilità, hanno firmato un accordo per promuovere su scala mondiale PROESA®, la tecnologia proprietaria Versalis per la produzione di bioetanolo sostenibile e di prodotti chimici da biomasse lignocellulosiche. Versalis e Saipem forniranno soluzioni integrate e tecnologicamente all’avanguardia per la produzione sostenibile del bioetanolo. Il processo PROESA®, infatti, non utilizza come materia prima colture destinate all’alimentazione umana, ma produce il bioetanolo di seconda generazione (considerato da EU Advanced biofuel) attraverso un processo di idrolisi e successiva fermentazione di biomasse disponibili in abbondanza, come scarti agricoli, cippato di legno e colture energetiche. Versalis gestirà gli aspetti commerciali relativi alla concessione dei diritti di licenza della tecnologia PROESA® e fornirà servizi di ingegneria, assistenza e training. Saipem si occuperà di tutte le fasi di sviluppo degli impianti produttivi, dalla progettazione alla realizzazione. Inoltre, le due aziende collaboreranno, con un team congiunto dedicato, a futuri sviluppi del processo industriale. Lo stabilimento Versalis a Crescentino (Vercelli), dove la tecnologia PROESA® è stata sviluppata, sarà l’impianto di riferimento per la commercializzazione su scala internazionale da parte delle due società. Versalis, nella più ampia strategia di decarbonizzazione di Eni, ha avviato un piano di trasformazione che punta a rendere le proprie attività e prodotti sempre più diversificati e sostenibili e il suo contributo tecnologico concorre a sviluppare l’economia circolare. L’accordo rappresenta un’unità di intenti con Saipem, partner riconosciuto a livello mondiale nell’ambito della progettazione e costruzione di impianti industriali complessi, affidabili e ottimizzati. Saipem, che ha avviato una strategia focalizzata sulla transizione energetica, amplia con questo accordo l’offerta di tecnologie per la chimica “green” per soddisfare la crescente richiesta nazionale ed internazionale di processi produttivi sostenibili e a basso impatto ambientale. Adriano Alfani, Amministratore Delegato di Versalis, ha commentato: “L’accordo siglato con Saipem avrà un ruolo fondamentale nel posizionamento a livello internazionale della tecnologia proprietaria Versalis, nata e sviluppata tutta in Italia, nell’ambito della chimica da fonti rinnovabili. L’obiettivo è che questa tecnologia innovativa, che è parte integrante del nostro piano di trasformazione in chiave sostenibile all’interno della più ampia strategia di decarbonizzazione di Eni, contribuisca allo sviluppo di prodotti da rinnovabili in un settore della chimica globalmente in crescita”. Francesco Caio, Amministratore Delegato di Saipem, ha commentato: “La domanda globale di bioetanolo è prevista in crescita nei prossimi anni e con Versalis intendiamo soddisfarla facendo leva su una tecnologia tra le più promettenti. Questo accordo rappresenta per entrambi un’opportunità in termini di crescita e vantaggio competitivo ed è un ulteriore tassello della nostra strategia di sviluppo di tecnologie “green” per la transizione energetica”. Vedi maggiori informazioni sulla bioetanoloInfo Eni

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https://www.arezio.it/ - Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
Economia circolare

Perché si sono scelti alcuni colori che impongono l’uso della plastica non riciclata? E’ davvero un controsenso, un cortocircuito verso i principi dell’economia circolare la scelta di fabbricare pattumiere per i rifiuti domestici di colori come il giallo, il rosso, l’azzurro, il bianco o il silver, per citarne alcuni, che difficilmente possono essere fatte con la plastica riciclata. I rifiuti domestici, che tanto diligentemente i cittadini separano in casa, servono alla collettività per essere trasformati, secondo i principi dell’economia circolare, in nuovi materiali di uso quotidiano, evitando di utilizzare risorse naturali, come il petrolio, per costruire prodotti che si possono fare con quello che noi scartiamo. Tra questi rifiuti, nelle case viene separata la plastica dal vetro, dal metallo e dalla carta, che prendono percorsi di riciclo diversi in modo da essere lavorati e offerti nuovamente sul mercato come materie prime seconde. La plastica viene raccolta dai comuni ed inviata ai centri di selezione che sono incaricati di dividere il contenuto dei sacchetti della raccolta domestica, nelle varie tipologie di plastiche che vengono raccolte all’interno della casa. Vediamo alcuni impieghi dei rifiuti plastici raccolti: Le bottiglie dell’acqua e delle bibite in PET saranno lavorate per creare nuovo granulo per la produzione di altre bottiglie, di fibra per i vestiti e per l’imbottitura dei divani, per le regge adatte al confezionamento degli imballi industriali, per fare le vaschette alimentari trasparenti. I flaconi dei detersivi in HDPE vengono lavorati per produrre materia prima con cui si ottengono altri flaconi per i detersivi o gli oli industriali, taniche per la benzina, prodotti per l’edilizia, film da copertura per i bancali di prodotti, tubi rigidi di irrigazione per l’agricoltura, raccordi idraulici per l’irrigazione, membrane di protezione, grigliati erbosi carrabili, reti di segnalazione e contenimento. Con gli imballi rigidi in PP si possono fabbricare pattumiere, cassette da trasporto, sedie e tavoli per il giardino, divani e poltrone tipo rattan, palette e scope, armadi da esterno, bauli per il giardino o per la casa, secchi per la pulizia, carrelli e imballi vari. Con la plastica flessibile degli imballi in LDPE, selezionata per tipologia, si possono creare altri sacchetti per la pattumiera, film da copertura agricola, tubi flessibili per l’irrigazione in agricoltura o per il giardino, teli da copertura per l’edilizia, vasi, supporti per le reti dei letti, secchi, lastre in legno polimero, pannelli divisori per pareti, camminamenti agricoli. Abbiamo quindi visto alcuni esempi di come i materiali che provengono dal riciclo domestico possono, e devono, essere riutilizzati per produrre nuovi prodotti senza sfruttare le risorse della terra. Tecnicamente, si possono reimpiegare i rifiuti urbani, creando prodotti utili alla comunità, di buona qualità tecnica e con un buon impatto estetico, il quale, però, non dovrebbe mai essere una discriminante nella scelta del consumatore, in quanto, se una pattumiera è marrone scuro invece che gialla, non credo che per contenere dei rifiuti possa fare la differenza in casa. In realtà, su questo inutile valore estetico, i consumatori, o chi sceglie per loro, consegnandogli la pattumiera per la raccolta differenziata, fanno una differenza sostanziale se contribuire al ciclo dell’economia circolare o vanificare gli sforzi di separazione dei rifiuti che non verranno riutilizzati. Infatti, pattumiere in polipropilene con colori sgargianti, quali il bianco, il rosso, il celeste, il giallo, il colore panna, il silver, l’azzurro o il verde chiaro, solo per citarne alcuni, difficilmente possono essere prodotte utilizzando la plastica riciclata in quanto, questa, provenendo da un mix di colori degli imballi raccolti, non permette solitamente di arrivare a colori così chiari. Di conseguenza, o vengono prodotti con materiali vergini, quindi granuli di derivazione petrolifera e non riciclati, o il produttore deve fare delle miscele nelle quali inserire una piccola percentuale di materiale riciclato e poi aggiungere del materiale vergine. Le pattumiere fatte con il granulo proveniente dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata, sono sostanzialmente prodotte con colori scuri, quali il nero, il verde, il marrone, il blu e il grigio scuro. A chi interessa la perfezione estetica di un prodotto destinato ai rifiuti se questo comporta problemi all’ambiente?Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pattumiereVedi il prodotto finitoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.arezio.it/ - Il disastro ecologico e umano nel delta del Niger
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il disastro ecologico e umano nel delta del Niger
Ambiente

Sversamenti di petrolio sui terreni, gas flaring, contaminazione di benzene delle falde e distruzione sociale.La bellezza dei luoghi dove fiorivano le mangrovie, formando una foresta concatenata in cui si racchiudevano oasi naturali dove la popolazione locale viveva in piena sintonia con la natura e, da essa, traeva il sostentamento per una vita semplice. Poi, arrivò il petrolio e tutto cambiò.  Nel 1956 furono scoperti i primi giacimenti petroliferi che, agli ignari abitanti delle aree interessate alle estrazioni, facevano pensare ad un futuro di prosperità sociale con la possibilità di trovare lavoro e contare su introiti economici famigliari regolari.  Da quel lontano 1956 nel delta del Niger sono arrivate compagnie petrolifere come la Shell, la Total, la Chevron e l’Eni che hanno, di fatto, colonizzato il territorio senza distribuire lavoro agli abitanti che abitavano in prossimità dei giacimenti, in quanto non potevano offrire una manodopera specializzata. Nel delta del Niger vengono prodotti circa 2,4 milioni di barili al giorno di petrolio, in un’area di circa 70.000 Kmq. in cui vive una popolazione di 27 milioni di abitanti. Se nel passato la gente conduceva una vita sostenuta dalla natura in cui viveva, con il passare del tempo, il loro mezzo di sostentamento è stato distrutto anno dopo anno, gettando la popolazione nella miseria. Il petrolio spesso fuoriesce dalle condutture, inquinando i terreni e l’acqua, costringendo la popolazione a mangiare il pesce pescato in bacini inquinati e a prelevare l’acqua da bere e per l’uso domestico dalle falde contaminate dal benzene. La desertificazione e l’inquinamento delle zone agricole, causate dalla dispersione del petrolio nei terreni e nei corsi d’acqua, non è l’unico problema che la popolazione deve affrontare. Infatti subiscono anche il fenomeno del gas flaring, nonostante sia vietato dalla legge Nigeriana. Il Gas Flaring è l’emissione in atmosfera di residui gassosi infiammabili che vengono in superficie insieme al petrolio, che per comodità viene bruciato in atmosfera, emettendo sostanze pericolose per la salute umana come anidride carbonica, gli ossidi di zolfo ed azoto, il benzene il tuolene e lo xilene. I danni sanitari sulla popolazione si possono riassumere nelle malattie cardiorespiratorie, silicosi, cancro, malattie del sangue, disturbi gastrointestinali e leucemie che minano, non solo la popolazione che vivono a ridosso dei giacimenti, ma anche quella a decine di chilometri di distanza. Nonostante il gas flaring potrebbe essere recuperato e riutilizzato o reimmesso nel pozzo prima di essere liberato nell’ambiente, per la velocità di lavorazione e la riduzione dei costi di produzione, il gas viene smaltito nell’ambiente con tutte le conseguenze del caso. Nell’area esistono circa 100 pozzi che bruciano il gas di uscita, giorno e notte, dal 1960 circa. A fronte dell’esasperazione popolare che è costretta a vivere tra fame, malattie e nessun vantaggio sociale ad avere l’estrazione petrolifera vicino a casa, subisce anche il disinteresse del governo che non interviene contro le compagnie per far riparare ai danni ambientali da loro causati e nemmeno nella ridistribuzione a livello locale di una piccola parte dei proventi, permettendo di condurre una vita meno disastrata. Anzi, ogni accenno a rivolte popolari vengono repressi dalla polizia che non vogliono problemi con i petrolieri. Subisce, inoltre, il disinteressamento delle compagnie petrolifere ai problemi che loro stesse hanno causato, innescando forme di repressione verso episodi di disperazione creati da gruppi che tentano, con azioni dimostrative, di sabotare le condutture. Nonostante in Nigeria vi siano circa 606 pozzi petroliferi attivi, che costituiscono l’80% del PIL del paese, in 60 anni di continue estrazioni il paese è rimasto tra i più poveri dell’Africa, con una speranza di vita intorno ai 40 anni e un tasso di disoccupazione intorno al 75-80%.Approfondisci l'argomento

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https://www.arezio.it/ - In Europa il Carbone Uccide due Persone all'Ora
Marco Arezio - Consulente materie plastiche In Europa il Carbone Uccide due Persone all'Ora
Ambiente

Il combustibile plastico "End of Wast" è la soluzione al carbone? Il fumo che esce dalle ciminiere delle centrali elettriche alimentate a carbone, in Europa, ucciderebbe più di due persona l'ora secondo il rapporto "Silent Killers" Uno studio realizzato dall'università si Stoccarda, sulla base di una ricerca fatta, evidenzia gli impatti sanitari dell'inquinamento prodotto dall'utilizzo del carbone quale combustibile per produrre energia elettrica in Europa, evidenziando un numero pari a 22.300 morti premature, su base annua, che corrispondono alla perdita di 240.000 anni di vita. Inoltre le malattie legate all'inquinamento dell'aria prodotto dalle centrali a carbone, determinano una perdita di giornate lavorative pari a 5 milioni. Secondo questo studio, che ha analizzato anche i progetti per la realizzazione di 52 nuove centrali a carbone, progetti che sono in fase di realizzazione o di autorizzazione, l'impatto sulla salute se entrassero in funzione queste nuove centrali, corrisponderebbe alla perdita di ulteriori 32.000 anni di vita ogni anno. Tenendo in considerazione che la vita media di una centrale a carbone è normalmente di 40 anni, in prospettiva questi nuovi progetti porterebbero alla perdita di 1,3 milioni di anni di vita. L'università si Stoccarda, attraverso questo studio, ha riaffermato che il carbone pulito non esiste, e che questo tipo di combustibile è una delle principali cause di avvelenamento dell'aria. In Europa esistono circa 300 centrali a carbone funzionanti, le quali producono un quarto dell'energia elettrica consumata nell'unione, ma, nello stesso tempo, producono il 70% degli ossidi di zolfo e più del 40% degli ossidi di azoto provenienti dal settore elettrico. Queste centrali Europee sono la fonte di circa la metà di tutte le emissioni industriali di mercurio e un terzo di quelle di arsenico, ed emettono, infine, quasi un quarto del totale delle emissioni di CO2 di tutta l'Europa. In termini sanitari, i paesi maggiormente colpiti dalle emissioni inquinanti del carbone sono la Polonia (più di 5000 morti all'anno), la Germania, la Romania e la Bulgaria. Ma come potrebbe essere attenuato questo fenomeno doppiamente negativo, sia sotto l'aspetto dell'impatto sulla salute sia sotto l'aspetto della distruzione delle risorse ambientali? Un'alternativa che è presa in considerazione, ma forse non con le dovute attenzioni, è il combustibile che deriva dallo scarto di lavorazione dei rifiuti plastici e urbani, detto "End of wast". Questo deriva appunto dalla lavorazione dei rifiuti civili non pericolosi e dei rifiuti speciali non pericolosi e si presenta sotto forma di macinato sfuso o in balle pressate. Il processo di lavorazione comprende: Triturazione del materialeAsportazioni delle parti metalliche attraverso separatori elettromagnetici e anche delle parti metalliche non ferroseDeumidificazioneAsportazioni delle frazioni inertiPalletizzazione in base alle esigenze degli impianti L'alto contenuto della componente plastica all'interno della ricetta permette il raggiungimento di un potere calorifico, molto importante. Il combustibile "end of waste" viene normalmente impiegato: CementificiInceneritoriCentrali termoeletticheImpianti di gassificazioneCentrali termiche per teleriscaldamento Questo combustibile può essere usato in impianti dedicati oppure in impianti che utilizzano normalmente altri tipi di combustibili, ma, in entrambi i casi, la struttura industriale deve dotarsi di tecnologie di combustione e depurazione dei fumi in grado di abbattere gli inquinanti emessi. Un caso particolare, che vedremo successivamente, riguarda l'utilizzo del combustibile "End of West" nelle cementerie in quanto c'è una corrente di pensiero che sostiene che i tradizionali forni per la produzione del clinker non siano in grado di evitare emissioni in atmosfera dannose.Vedi maggiori informazioni

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https://www.arezio.it/ - Esiste una Relazione tra l’Inflazione Mondiale e i Trasporti Marittimi?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Esiste una Relazione tra l’Inflazione Mondiale e i Trasporti Marittimi?
Management

Esiste una Relazione tra l’Inflazione Mondiale e i Trasporti Marittimi?Il trasporto marittimo dei containers è diventato quasi proibitivo per le aziende che ne devono usufruire a causa degli aumenti incontrollati che, nel corso dell’anno, hanno fatto lievitare i prezzi dei containers.Ci sono dei porti cinesi come quello di Yantian nel sud del paese, uno dei più trafficati della Cina, che a fine maggio ha comunicato, a seguito della situazione pandemica locale, che non avrebbe più accettato containers, creando un’immensa congestione di navi all’imbocco del porto. Le attività portuali stanno ora lentamente tornando alla normalità ma ci sono ancora bloccate circa 140 navi in attesa di avere l’autorizzazione al carico o allo scarico, con il conseguente rallentamento delle nuove in arrivo. Dopo il problema dei ritardi registrati nel canale di Suez a Marzo a causa dell’incagliamento di una nave, la poca disponibilità di containers liberi ha fatto crescere esponenzialmente il prezzi, portando il prezzo di un container da 40” sulla rotta Shangai- Rotterdam a 11.196 UDS, valore 7 volte superiore rispetto ad un anno fa. L’attuale livello di prezzi e l’estrema lunghezza dei tempi di consegna delle merci sta mettendo in seria difficoltà il commercio mondiale, nel momento in cui ci si aspettava una ripresa dopo la fase più acuta della pandemia. Questa situazione internazionale incide fortemente sul prezzo delle merci e, a sua volta, sull’inflazione dei paesi che importano i prodotti trasportati via nave. Infatti, la Federal Reserve negli Stati Uniti, ha aumentato le previsioni inflazionistiche in quanto le merci in arrivo hanno prezzi decisamente più cari rispetto allo scorso anno e la disponibilità delle stesse è inferiore alla domanda. Mentre si apprezza un generale calo dei prezzi delle materie prime, dopo aumenti incredibili negli ultimi mesi, il loro costo, con il trasporto incluso, non da nessun beneficio al cliente finale. Ma la mancanza di containers liberi non dipende solo dalla congestione dei porti dovuti al COVID, ma anche da nuove regole apportate dall’Organizzazione Marittima Mondiale che ha imposto a tutte le compagnie di navigazione di abbassare la quota di zolfo nell’olio combustibile dal Gennaio 2020, portandolo dal 3,5% allo 0,5%. Questa nuova normativa ha portato alla rottamazione di molte navi vecchie e il revamping di altre, comprese i portacontainers, facendo diminuire la flotta circolante ed aumentare i prezzi dei noli.

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https://www.arezio.it/ - Il Riciclo degli Pneumatici tra Storia e Tecnologia
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il Riciclo degli Pneumatici tra Storia e Tecnologia
Economia circolare

Produzione, recupero, riciclo e riuso degli pneumaticiSembra incredibile ma nel 2019 sono stati venduti nel mondo circa 3 miliardi di pneumatici, un volume enorme di materie prime impiegate, il cui prodotto finale deve essere riciclato nel rispetto delle regole dell’economia circolare. Siamo abituati a vedere gli pneumatici nella nostra vita quotidiana, sulle auto, bici, moto e su tutti gli altri mezzi della mobilità che incontriamo ogni giorno, ma dobbiamo anche pensare, in un’ottica di economia circolare, come dare una seconda vita agli pneumatici e come far diventare sostenibile il prodotto che usiamo. Per fare questo dovremmo conoscere un pò di storia del prodotto, di come viene realizzato e quali metodi oggi conosciamo per il loro smaltimento. La Storia La storia degli pneumatici è da far risalire al brevetto depositato a Londra dallo scozzese Robert William Thomson, nel 1846, ben prima della diffusione delle auto, camion, corriere e delle moto. Erano anche gli anni in cui la gomma naturale si affacciava al mondo industriale, (vedi articolo), e si provava a modellarla in forme differenti a varie temperature, per saggiarne la consistenza a caldo e a freddo. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, Charles GoodYear, dopo lunghi studi iniziati nel 1839 che si occupavano delle reazioni tra gomma con lo zolfo, riuscì a brevettare nel 1844, un compound attraverso il quale si potevano gestire le deformazioni elastiche della gomma sotto l’effetto delle temperature. Ma l’invenzione dei due ricercatori rimase lettera morta finché si arrivò ad inventare la camera d’aria che potesse sopportare, all’interno del pneumatico, il peso e le torsioni impresse dal mezzo in movimento. I vantaggi della ruota “ad aria” erano riassunti in una minore forza necessaria al movimento del mezzo, più silenziosità, maggiore confort e maggiore manovrabilità. Nonostante questi indubbi successi, dal punto di vista industriale non ci fù seguito e la ruota ad aria fu dimenticata rapidamente. Si dovette aspettare il 1888 quando John Boyd Dunlop brevettò nuovamente un pneumatico ad aria per biciclette e l’anno successivo lo applicò alla bicicletta di William Hume, un ciclista mediocre, che con questa rivoluzionaria bicicletta vinse, a Belfast, tutte e tre le competizioni a cui si era iscritto. Il successo fu tale che iniziò la produzione in serie di queste biciclette equipaggiate con il rivoluzionario pneumatico. Gli studi in quel periodo non si concentrarono solo sugli pneumatici, ma anche sui cerchioni che dovevano contenerli, sulle mescole per ispessire parti in cui gli sforzi del rotolamento erano superiori, sui problemi legati al surriscaldamento dei fili di orditura e, infine, per proteggere la ruota dalle forature. Nel 1912 gli pneumatici passarono dai colori chiari al nero, in quanto si era scoperto che l’aggiunta di nero fumo alla mescola, aumentasse la resistenza all’usura della gomma. Durante questi anni la produzione delle auto aumentò e l’adozione della gomma ad aria è da attribuire ai fratelli Michelin, che la testarono nella corsa Parigi-Brest-Parigi, del 1891, che vinsero con solo 5 forature. Processo di vulcanizzazione della gomma Il cuore del processo di produzione degli pneumatici sta nel principio di vulcanizzazione della materia prima, che consiste nel riscaldamento della gomma con lo zolfo. La vulcanizzazione tra il poliisoprene e lo zolfo provoca una modifica della struttura molecolare del polimero creando un aumento dell’elasticità e della resistenza a trazione del prodotto, riducendo l’abrasività e l’appicicosità iniziale. La realizzazione del processo di vulcanizzazione si ottiene attraverso una mescola tra l’elastomero, lo zolfo e altri additivi chimici quali acceleranti, attivatori, rinforzanti, antiossidanti, inibitori e anti invecchianti. Il Riciclo degli pneumatici Come abbiamo visto in precedenza, nel solo 2019 sono stati venduti circa 3 miliardi di pneumatici, che avranno un’usura in un certo lasso temporale, per poi venire sostituiti con altri articoli nuovi. Questo succede ogni anno, da anni, così da generare un’immensa quantità di pneumatici esausti che fino a poco tempo fà finivano in discarica o in centri di stoccaggio, perchè il loro riciclo era complicato a causa del mix di componenti che il prodotto contiene. Oggi disponiamo di alcuni processi di recupero degli pneumatici che possono ridurre la pressione tra produzione e riciclo. Possiamo elencare tre procedimenti di riciclo: Triturazione Meccanica Il processo prevede la triturazione grossolana degli pneumatici con pezzature intorno a 70 o 100 mm. per lato, passando poi attraverso il processo di asportazioni delle parti metalliche, la granulazione, con un’ulteriore pulizia e il processo finale di micronizzazione in cui il prodotto risulterà, pulito e diviso in differenti granulometrie. Processo Criogenico Il processo prevede una prima fase di triturazione grossolana degli pneumatici con relativa asportazione delle parti metalliche. Successivamente il macinato viene sottoposto ad un raffreddamento con azoto liquido, in modo da ricreare una struttura cristallina e fragile che permette facilmente una nuova triturazione fine. Il materiale di risulta viene poi trattato attraverso il processo di polverizzazione con mulini a martelli o dischi. Processo ElettrotermicoIl processo prevede la prima riduzione meccanica dimensionale del prodotto per poi essere inseriti in forni verticali ad induzione magnetica. In questi forni avviene il distaccamento delle parti metalliche dalla gomma sotto l’effetto di una temperatura di circa 700 gradi. Alla fine di questa operazione, la parte di gomma viene raccolta ed avviata alla de-vulcanizzazione che consiste nel riportare, l’elemento recuperato, ad una forma chimica simile all’elastomero originale, attraverso processi termochimici in autoclavi. Quali sono le caratteristiche della materia prima riciclata e quali i suoi impieghi? I granuli in gomma riciclata, vengono impiegati per la realizzazione di conglomerati resino-gommosi utilizzandoli in mescola al 60/70%, impiegando macchine a stampaggio a freddo. Per quanto riguarda il polverino, il suo impiego può essere abbinabile ad impasti con l’elastomero vergine ed impiegato attraverso i processi di pressofusione o altri tipi di stampaggio a caldo. C’è però da constatare che il riciclo degli pneumatici risulta ancora molto ridotto rispetto al totale raccolto, il che fa aumentare i costi per lo smaltimento, lasciando aperto il problema della loro gestione post vita. Le principali applicazioni dei granuli e del polverino le possiamo trovare nella produzione di superfici drenanti per campi con erba sintetica, asfalti, superfici che attutiscono le cadute nei capi gioco, pavimenti antiscivolo, isolanti acustici, accessori per l’arredo urbano, materassi per allevamenti e altri articoli. Nuovi studi sul riciclo Attualmente gli studi in corso, per cercare di aumentare la percentuale di riutilizzo degli pneumatici esausti, si indirizzano sui processi di scomposizione dei legami chimici che l’elastomero, lo zolfo e gli additivi creano tra di loro. I ricercatori dell’Università Mc Master hanno sviluppato, a livello sperimentale, un sistema che possa tagliare i legami polimerici orizzontali spezzando la maglia che tiene insieme, chimicamente, i vari componenti, riportandoli allo stato primario.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pneumatici

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https://www.arezio.it/ - Il prezzo del PET Riciclato Raggiunge il Massimo Storico
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il prezzo del PET Riciclato Raggiunge il Massimo Storico
Economia circolare

Il prezzo dell’rPET Europeo ha raggiunto il suo massimo storico Il concatenarsi di molti fattori, considerando che gli impianti produttivi sia di scaglia in rPET che di granulo per il contatto alimentare, stanno lavorando a pieno regime, ormai vicini al 100% della loro capacità produttiva, hanno spinto alcuni clienti a tornare temporaneamente agli approvvigionamenti di materia prima vergine. Inoltre, il delta di prezzo tra il macinato trasparente di polietilene tereftalato riciclato, rispetto al PET vergine in Europa, ha raggiunto un livello record, poiché i prezzi dei materiali hanno continuato a seguire percorsi divergenti, secondo i dati di S&P Global Platts. Il delta tra l’ rPET clear flakes rispetto al PET vergine è stato calcolato a Euro 210/Ton il 30 giugno, il livello più ampio da quando è stata lanciato il monitoraggio dell’ PET clear flakes nel febbraio 2008. Il precedente massimo storico era stato di Euro 160/Ton il 15 maggio 2020. Mentre I prezzi del PET vergine in Europa diminuiscono, fino a toccare i 1.190 Euro/Ton, in calo di 35 Euro/Ton settimana su settimana, realizzando il livello più basso da 16 settimane, con la conseguenza di fare aumentare le scorte di polimero vergine, la richiesta e di conseguenza i prezzi dell’rPET aumentano. Sembrerebbe che la crescente domanda di rPET macinato e di granulo per contatto alimentare si mantenga, anche per l’inizio di questa estate, ben al disopra delle reali capacità produttive. I produttori di rPET riciclato si aspettano un aumento della diponibilità di bottiglie da riciclare solo a partire da Ottobre 2021, con la conseguenza di non poter soddisfare l’enorme richiesta di materiale riciclato. I prezzi delle balle di bottiglie in PET post-consumo hanno raggiunto 750 Euro/Ton FD NWE, un massimo storico, sulla scia di questi problemi legati all’offerta del prodotto. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - PET

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https://www.arezio.it/ - Cosa Succederà al Mercato del PVC in India dopo la Caduta dei Prezzi di Luglio?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Cosa Succederà al Mercato del PVC in India dopo la Caduta dei Prezzi di Luglio?
Notizie Brevi

Cosa succederà al mercato del PVC in India dopo la caduta dei prezzi di Luglio?Secondo gli esperti del settore, dopo una caduta di circa il 16 % sul prezzo del PVC in India, pari a circa 130 $/tonnellata all’inizio del mese di luglio, sembra che un rimbalzo sia possibile. Infatti il prezzo medio del PVC si è attestato intorno a 1400 $/Ton CIF India per la prima volta dall’inizio di Febbraio, con dei distinguo sulle tipologie di PVC che compongono il paniere di riferimento. Secondo i dati del Price Index di ChemOrbis, la media settimanale dei prezzi del PVC K67, su base CIF India, ha registrato un calo totale di $/Ton 280/ dall'inizio del trend ribassista a fine aprile. Tuttavia i prezzi medi rimangono a circa 780 $/Ton superiori ai livelli visti nel maggio 2020, data in cui iniziò il più lungo rally rialzistico della storia delle materie plastiche. La spiegazione di questa discesa dei prezzi potrebbe essere individuata nella seconda ondata di COVID 19 che ha investito il paese, con la conseguente riduzione della produzione a causa della scarsa richiesta di prodotti finiti. Questo fenomeno ha calmierato i prezzi facendo scendere le quotazioni del PVC, in relazione anche al fatto che una minore produzione significa un numero minore di salariati al lavoro e, di conseguenza, una minore capacità di spesa delle famiglie. Ma nel breve periodo si ipotizza un rimbalzo dei prezzi del PVC a causa della probabile domanda post-monsone. I mesi piovosi monsonici da giugno a settembre sono in genere una stagione a bassa domanda per il mercato degli utenti finali del PVC in India. Gli acquirenti tendono ad iniziare a fare scorta per la stagione post-monsonica ad agosto, quando la domanda inizia a salire. "Gli acquisti per la stagione post-monsonica iniziano ad agosto e questo è un altro motivo per cui i prezzi dovrebbero aumentare", ha affermato il commerciante con sede a Mumbai.

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https://www.arezio.it/ - L’economia circolare bussa in ufficio
Marco Arezio - Consulente materie plastiche L’economia circolare bussa in ufficio
Economia circolare

Sedie, tavoli, armadi, lampade, scaffali in plastica, legno, metallo, sughero tutti riciclati In Ufficio ha bussato da tempo l’economia circolare, sotto forma di progettazione e costruzione di collezioni di arredo per l’ufficio e la casa, che siano pienamente in linea con il rispetto dell’ambiente e il riciclo dei rifiuti che produciamo. Le collezioni di arredamento per gli uffici erano sempre partite dall’utilizzo di materiali vergini, sia in plastica, che in metallo, che in legno che in altri materiali, senza preoccuparsi dell’impatto che queste materie prime avevano sull’ambiente, in fase di produzione, né cosa succedesse al termine del loro ciclo di vita come rifiuto. Le cose negli ultimi anni sono molto cambiate e i clienti che vogliono comprare sedie, tavoli, lampade, scaffali, pareti fonoassorbenti e altri accessori, sono attenti a ricercare prodotti che siano ecologicamente sostenibili. Preso atto di queste richieste del mercato, i progettisti e l’industria del settore dei mobili hanno cambiato la loro mentalità progettuale e produttiva, mettendo le materie prime riciclate al centro dei loro progetti. L’inizio è sicuramente stato un po’ timido, in quanto i produttori hanno iniziato a sostituire, per esempio in alcune sedie, le strutture interne degli schienali e delle sedute, stando ben attenti a inglobare, quasi nascondere, le parti riciclate alla vista dei clienti. Dichiaravano che i prodotti erano fatti con l’ausilio di parti in materie plastiche riciclate, ma avevano paura che l’abbinamento del loro prodotto ad una materia prima riciclata potesse sminuirne la forza commerciale o la qualità del marchio. Successivamente la richiesta da parte del mercato di componenti riciclati si è fatta sempre più forte, spingendo così i designers a firmare collezioni con espressa evidenza contribuiva dei prodotti riciclati. Si sono adottati quindi plastiche provenienti dal post consumo per i pezzi non estetici, come il PP, l’HDPE e i mix PP/PE, mentre per le parti estetiche si è optato per le plastiche provenienti dagli scarti post industriali come l’ABS, il PA 6 e 66, il PS, il PC e il PP. Una gamma di prodotti che possono soddisfare in pieno le esigenze dei clienti in termini di robustezza, qualità estetica e rispetto per l’ambiente, in un’ottica di economia circolare. Mentre i compounds realizzati con le plastiche da post consumo non si prestano in modo spinto alla variazione delle performance tecniche, come l’MFI, il Modulo, l’Izod e le colorazioni chiare, i compounds realizzati con gli scarti post industriali possono replicare facilmente le esigenze tecniche ed estetiche ottenute con le materie prime vergini. Queste tipologie di plastiche riciclate possono provenire dalla raccolta differenziata domestica, dalla pulizia della plastica presente negli oceani o nei fiumi e dagli scarti delle lavorazioni industriali, potendole utilizzare anche nella costruzione, non solo di sedie, ma anche di scrivanie, tavoli, lampade, scaffali, archivi e pannelli divisori isolanti. Nell’ottica dell’economia circolare, non esiste solo la plastica riciclata come elemento costruttivo per l’arredo dell’ufficio, ma anche il legno, specialmente quello naturalmente caduto o frutto di una coltivazione a ciclo continuo, oppure il metallo che proviene dalla raccolta dei rifiuti ferrosi e non ferrosi rimessi in circolo e il sughero. I designers ci hanno abituato anche a sfide estreme, come il progetto realizzato dall’architetto Danese NikolajThrane Carlsen che ha progettato e fatto costruire sedie di arredo e da ufficio, attraverso l’uso delle alghe del mare. Oppure il progetto dell’architetto Islandese Solvi Kristjansson che ha progettato una sedia utilizzando sughero e alluminio rigorosamente riciclato.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - arredamentoVedi il prodotto finitoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.arezio.it/ - Lo strato Interno del Tubo Corrugato
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Lo strato Interno del Tubo Corrugato
Informazioni Tecniche

Come ottenere una corretta parete interna di un tubo corrugato con un granulo rigenerato in LDPE Producendo tubi corrugati in HDPE rigenerato flessibili in rotoli o rigidi di piccolo diametro a doppia parete, la problematica di realizzare lo strato interno di buona qualità ha spinto i produttori ad utilizzare, frequentemente, polimeri vergini a causa della difficoltà di generare una parete corretta e duratura con il materiale rigenerato. In realtà lo strato interno del tubo, per le sue caratteristiche, ha bisogno di un’attenzione particolare a causa dell’esiguo spessore della parete, delle tensioni che si creano in fase di co-estrusione e dei movimenti termici differenti con la parete esterna. La scelta della materia prima normalmente ricade sull’LDPE la cui caratteristica principale richiesta è l’elasticità e la buona adesione allo strato esterno in HDPE. Se si vuole utilizzare un granulo LDPE rigenerato bisogna tenere presente e analizzare alcuni fattori produttivi importanti per poter scegliere un granulo di LDPE di qualità adatta allo scopo. Quando si parla di granulo rigenerato non è sufficiente verificare se il prodotto che ci viene proposto ha un grado “da tubo” come erroneamente a volte viene venduto in quanto la parete interna di un tubo corrugato necessità un granulo dalle caratteristiche ben definite. Come prima cosa dobbiamo accertarci della provenienza dell’input del materiale che costituisce il granulo, iniziando a capire se proviene da una filiera post industriale e dal post consumo. Queste due famiglie, vedremo più avanti, hanno caratteristiche molto diverse tra loro che andranno ad influenzare in modo differente la produzione del tubo. Come seconda cosa dobbiamo verificare da che prodotto è costituito l’input per capire la storia del materiale che viene riciclato e i possibili problemi che ha incontrato nella sua vita di riciclo. Come terza cosa è verificarne i valori tecnici, quindi il melt index, il DSC e la densità del materiale che ci farà capire esattamente come è fatto il granulo che useremo per la parete interna del tubo corrugato. Come quarta cosa è sapere il processo produttivo del granulo proposto in particolare come viene fatta la selezione del rifiuto, il lavaggio e l’estrusione per avere dati in più che ci aiutino a scegliere il prodotto più adatto. L’ultima cosa, molto importante per il granulo che proviene dal post consumo è capire il grado di umidità presente nel prodotto al momento dell’acquisto in quanto un valore alto andrà ad inficiare la qualità della parete se non si prendono opportuni provvedimenti. È ovvio che i punti sopra elencati non siano totalmente esaustivi in fase di analisi tecnica di un granulo, ma posso dire che per l’applicazione di cui parliamo oggi, sono una buona base di partenza considerando che sono dei dati di non difficile reperibilità. Se vogliamo approfondire i punti sopra esposti inizieremo a parlare delle famiglie di input che si possono usare per la produzione della parete interna del tubo corrugato. Abbiamo visto che si può produrre un granulo con materiale proveniente dalla raccolta differenziata o dagli scarti industriali. La filiera del post consumo permette di avere una fonte quantitativa di gran lunga maggiore rispetto a quella proveniente dagli scarti industriali e quindi sembrerebbe la via maestra per soddisfare le esigenze produttive, ma le caratteristiche tecniche che richiede la produzione della parete interna in LDPE di un tubo corrugato mette dei paletti al suo utilizzo. Per sua natura l’LDPE che proviene dalla raccolta differenziata, nonostante una buona selezione e lavaggio, presenta una percentuale di materiali estranei (pvc, poli-accoppiati, pp, ecc..) che hanno comportamenti in contrasto rispetto a quanto ci aspettiamo dal punto di vista qualitativo. Gli scarti che provengono invece dalla produzione di articoli in LDPE sono, normalmente, materiali vergini o Off grade, che per loro natura sono composti da mono-plastiche e quindi non contengono impurità. Di solito non c’è bisogno di lavarli e hanno caratteristiche tecniche ben precise. Esistono in commercio anche Compounds in LDPE realizzati utilizzando porzioni di post consumo e di post industriale, combinando tra loro una selezione di materiali adatti alla produzione della parete interna. Se la verifica della provenienza dell’input post industriale non comporta grande impegno, per le altre due categorie bisogna prestare più attenzione. Per il post consumo si consiglia di privilegiare materiale come il film ma che non sia venuto a contatto con la raccolta differenziata domestica, per esempio i sacchi della pattumiera o gli imballi alimentari, che si portano con se inquinanti difficili da eliminare completamente. Un’altra fonte consigliabile sono i tubi da irrigazione che però hanno bisogno di cicli di lavaggio molto accurati in quanto contengono una frazione di sabbia che ne pregiudica le qualità se non tolta integralmente. Per la realizzazione di compound misti post consumo/post industriali si utilizzano normalmente film provenienti da imballi industriali che hanno una filiera di raccolta separata dai rifiuti domestici, mantenendo caratteristiche qualitative più alte. Per quanto riguarda il controllo qualitativo del granulo prodotto ci sono alcuni tests direi irrinunciabili. Il calcolo dell’MFI ci dice se il materiale è adatto all’operazione di estrusione della nostra parete, questo valore dovrebbe stare tra lo 0,5 e l’1 a 190’/ 2,16 Kg. Il secondo test è il DSC che ci da’ la radiografia del nostro granulo, test indispensabile soprattutto se si vuole utilizzare una fonte da post consumo. Questa prova ci dice quanto LDPE in % è contenuto nella ricetta e quanti e quali altri componenti sono presenti. Il DSC, in particolar modo ci dice se un granulo può essere idoneo a creare pareti sottili, omogenee e lisce. Fatto il test del DSC è più facile intuire il risultato del valore della densità che è influenzata, rispetto al valore standard dell’LDPE, da materiali inclusi diversi da quello primario. Una buona regola per la valutazione della qualità del granulo da scegliere sarebbe conoscere la storia del riciclo che ha portato alla nascita dello stesso. Dopo avere parlato della scelta dell’input è buona regola conoscere il metodo di riciclo che il fornitore adotta. In particolare il tipo di lavaggio influenza in maniera importante la presenza di inquinanti con densità alta nello scarto, quindi, se l’operazione viene svolta in vasche corte o/e con una velocità di transito dello stesso alta, o con una concentrazione elevata di inquinanti nell’acqua di lavaggio a causa del suo basso ricambio, la probabilità di avere un elevato accumulo di gas o parti rigide all’interno del granulo è molto probabile. La seconda cosa da verificare è la qualità di filtrazione che è molto influenzata dalla qualità del lavaggio. Potremmo dire che ad un incremento dell’attenzione durante il lavaggio può corrispondere una minor esigenza di performance degli impianti di filtraggio. In realtà un corretto lavaggio in termini di dimensioni di vasche, velocità di transito dell’input e qualità dell’acqua non sono argomenti che destano una grande popolarità tra i riciclatori in quanto tutto si traduce in maggiori costi produttivi e a volte i prezzi dei granuli da post consumo sono decisamente compressi a causa anche della presenza sul mercato di un’offerta qualitativamente bassa a prezzi bassi. In ogni caso se si vuole realizzare un buon granulo per la parete interna del tubo corrugato flessibile queste attenzioni bisognerebbe rispettarle compresa l’operazione di filtraggio corretta che prevederebbe l’impiego di impianti in continuo o raschianti con filtri progressivi fino a 50 micron. Come ultima segnalazione in termini di materia prima suggerisco un’attenzione al grado di umidità presente nel big bag di LDPE che si acquista in quanto la presenza di questa comporta una micro deformazione della pellicola superficiale che compone la parete del nostro tubo e una difficoltà maggiore in termini di velocità dell’estrusore. L’umidità eccessiva crea quell’effetto buccia d’arancio sulle pareti che è una sorta di rugosità antiestetica e non funzionale. Tuttavia le conseguenze dell’umidità, per altro normalmente risolvibili durante l’estrusione del tubo, non è da confondere con il risultato negativo prodotto da un accumulo di gas all’interno del granulo, per il quale si hanno poche armi a disposizione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - tubi corrugati - LDPE - HDPE - strato internoVedi prodotto finito

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