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https://www.arezio.it/ - ENI: Sfruttare l'Energia che Viene dal Mare
Marco Arezio - Consulente materie plastiche ENI: Sfruttare l'Energia che Viene dal Mare
Notizie Brevi

Si è costituito un gruppo di lavoro tra l'ENI e l'Università di Torino per studiare la produzione di energia dal moto ondosoCi siano già occupati, in diversi articoli, sulla grande potenzialità che il mare potrebbe regalarci sotto forma di energia prodotta dal moto ondoso. Siamo ancora nella fase di studio su come poter sfruttare in modo permanente questa risorsa, del tutto pulita ed inesauribile. Per questa ragione l'ENI, società internazionale di idrocarburi e l'Università di Tornino si sono unite per accelerare questi studi.L’energia del mare rappresenta la più grande fonte energetica rinnovabile al mondo: si stima che le onde potrebbero sviluppare una potenza lungo le coste terrestri a livello globale pari a 2 TeraWatt, circa 18 mila miliardi di chilowattora all’anno, ovvero quasi il fabbisogno annuale di energia elettrica del pianeta. Inoltre, l’energia da onde è prevedibile, più modulata delle altre fonti rinnovabili e più continua. Valorizzare questa fonte energetica dalle alte potenzialità è lo scopo del laboratorio di ricerca congiunto realizzato dal Politecnico di Torino ed Eni MORE – Marine Offshore Renewable Energy Lab - inaugurato oggi alla presenza del Ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, della Presidente di Eni, Lucia Calvosa, dell’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, e del Rettore del Politecnico Guido Saracco.  Il Laboratorio MORE concretizza ulteriormente la collaborazione tra il Politecnico di Torino ed Eni, sancita a gennaio scorso con il rinnovo di un accordo di partnership, che prevede appunto l’istituzione e il lavoro comune di ricercatori di Eni e dell’Ateneo nel laboratorio, con l’obiettivo di contribuire a una ulteriore crescita del know-how in questa materia di grande interesse sia per Eni che per l’Ateneo e ad una rapida realizzazione industriale delle tecnologie per lo sfruttamento delle risorse energetiche marine. Il Laboratorio permetterà di ampliare il campo d’azione congiunta allo studio di tutte le fonti di energia marina, andando a investigare non solo il moto ondoso ma anche l’eolico e solare offshore, le correnti oceaniche e di marea e il gradiente salino.  Il MORE Lab ha sede presso il Politecnico, con l’impiego di infrastrutture di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale e vede anche l’integrazione con le seguenti strutture Eni: il Marine Virtual Lab, presso il centro di supercalcolo HPC5 a Ferrera Erbognone e l’area di test in mare aperto a Ravenna, dove si sta valutando la fase pre-prototipale del convertitore di moto ondoso ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter), il primo impianto al mondo di generazione elettrica ibrida e distribuita da moto ondoso e fotovoltaico; una tecnologia nata dai laboratori di ricerca del Politecnico e sviluppata dalla spin-off dell’Ateneo Wave for Energy, selezionata, ottimizzata ed industrializzata da Eni e in funzione da marzo 2019 nell’offshore di Ravenna.   ISWEC ha dimostrato elevata affidabilità e capacità di adattarsi alle diverse condizioni di mare, grazie al suo sistema attivo di controllo e regolazione. Infatti, nel periodo di esercizio si è arrivati a superare il valore nominale massimo di potenza installata pari a 50 kW.   Inoltre, il Laboratorio farà rete anche con il sito di test del Politecnico a Pantelleria, dove altri aspetti della stessa tecnologia vengono testati in un ecosistema, quello isolano, che mira all’autonomia energetica e all’azzeramento dell’impatto paesaggistico.  Saranno circa 50 i ricercatori coinvolti nella ricerca di MORE Lab, tra personale in ruolo e dottorandi/tesisti del Politecnico, con i quali Eni si interfaccerà, con proprie professionalità, per una rapida crescita del know-how specifico e per la finalizzazione industriale delle tecnologie. Il Centro avrà a disposizione una vasca di prova navale e dei laboratori all’avanguardia per lo sviluppo e dry test dei prototipi e un centro di calcolo ad alte prestazioni.  Il Laboratorio, inoltre, si avvarrà di una cattedra specifica sull’ “Energia dal Mare”, che avrà l’obiettivo di formare ingegneri specializzati nella progettazione, realizzazione e utilizzo delle nuove tecnologie che saranno sviluppate proprio nel laboratorio.  L’AD Eni Claudio Descalzi ha commentato: “L’impegno di Eni nello sviluppo di tecnologie che avranno un ruolo chiave nel processo di decarbonizzazione diventa sempre più concreto grazie al lavoro di ricerca condotto insieme al Politecnico di Torino nei MORE Lab che ci permetterà di ottimizzare le tecnologie per renderle sempre più efficienti, competitive ed accelerare il processo di industrializzazione delle energie marine”.  “In un settore come quello dell’energia rinnovabile e della sostenibilità, lo sviluppo di soluzioni innovative e realizzate in stretta collaborazione con il mondo industriale – quindi pronte per essere impiegate sul mercato – è quanto mai centrale per il nostro Ateneo”, ha commentato il Rettore del Politecnico Guido Saracco. “I laboratori e i progetti di ricerca e innovazione sviluppati con Eni nei MORE Lab saranno cruciali nei prossimi anni per contribuire in modo significativo a trovare soluzioni per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e riduzione delle emissioni che l’Europa si è data”.da eni.com

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del riso
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del riso
Economia circolare

Come riconsiderare i prodotti vegetali di scarto per la bio-edilizia in un’ottica di economia circolareE’ nato prima l’uovo o la gallina? Una battuta spiritosa che potrebbe essere applicata facilmente al binomio bio edilizia – economia circolare. Infatti possiamo dire che i due campi si alimentano vicendevolmente, mettendo il mercato dei rifiuti e degli scarti a disposizione dell’industria dei prodotti edilizi, per la creazione di manufatti sempre più green. Esiste infatti nel passato una vasta documentazione che descrive come l’uomo avesse sempre cercato di migliorare la salubrità e la vivibilità delle proprie abitazioni, sfruttando nel migliore dei modi quello che la natura gli metteva a disposizione, sia sotto l’aspetto ambientale che quello delle materie prime sulle quali poteva contare. La lenta evoluzione dei processi costruttivi e dei materiali, durante i secoli, ha visto un lento ma costante miglioramento delle performance abitative degli edifici costruiti, soprattutto quando vennero impiegati i mattoni, i vetri, gli isolamenti termici pur rudimentali, i sistemi fognari e molte altre innovazioni. Ma la svolta concreta è avvenuta durante del XIX secolo, quando la grande disponibilità di energia proveniente dalle fonti fossili, in coincidenza dei progressi tecnologici, creò una nuova forma di architettura, anche intesa come materiali, basata molto sulla futurizzazione della potenza industriale e sulla produzione in serie di elementi per l’edilizia. Questo trasformismo portò ad un allontanamento progressivo dalla centralità dell’ambiente e della natura nelle opere edili e nei suoi progetti. Intorno agli anni 70 dello scorso secolo, anche nel settore delle costruzioni iniziarono a crescere dei dubbi sulla sostenibilità dei materiali usati e sul metodo della cementificazione selvaggia che erodeva il suolo, inquinava l’ambiente e sperperava le risorse energetiche. Il processo che portò ad una nuova consapevolezza tra edilizia e ambiente si manifestò, lentamente, attraverso strade diverse: le crisi petrolifere causarono l’aumento del costo per scaldare le abitazioni, spingendo alla creazione dei primi isolanti termici, l’inquinamento urbano portò allo studio di nuove forme di sfruttamento dell’energia domestica, la crescita di una nuova coscienza ambientalista mise in discussione una serie di materiali difficilmente riciclabili. L’idea di una nuova circolarità nell’uso degli edifici e dei materiali che li compongono, rivoluzionò il sistema fin dalle fasi di progettazione, in cui vennero inseriti concetti come bioedilizia ed economia circolare dei rifiuti. Oggi, questo nuovo corso, gira intorno all’impatto ambientale dell’edificio, attraverso lo strumento dell’eco bilancio, che deve considerare tutte le fasi della vita della struttura, cioè significa analizzare l’impatto del costruito nella fase prima della sua realizzazione, durante la vita dell’edificio e dopo la sua esistenza, intesa come recupero dei materiali che lo hanno composto. Utilizzando la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), adattata, non ai singoli prodotti, ma ad un edificio intero, si vuole fare una valutazione complessiva del progetto rispettando i seguenti parametri: Compatibilità: che consiste nella valutazione dell’opera nel contesto ambientale sotto il profilo economico, inteso come minori sprechi generali nel tempo. Benessere: inteso come integrazione dell’uomo in equilibro con la natura e le sue risorse. Riciclo e riuso: inteso come la ricerca di una costruzione, anche di tipo a secco, in cui gli elementi potrebbero essere smontati e riutilizzati facilmente a fine ciclo. Da questi concetti nascono nuove forme di ricerca che vogliono ripercorrere la circolarità dei materiali da impiegare, per realizzarne altri adatti alle costruzioni, cercando di minimizzare il prelievo delle materie prime dall’ambiente. In questo contesto si muovono i materiali, intesi come materie prime, che provengono dallo scarto della lavorazione del riso, riutilizzati come componenti eco compatibili, finalizzati alla realizzazione di nuovi elementi costruttivi. Per scarto del riso, possiamo identificare la parte che lo avvolge, denominata pula o lolla, che risulta dopo la lavorazione, tramite sbramatura (azione meccanica di pulitura del chicco di riso) del prodotto raccolto nel campo, il cui rifiuto incide dal 17 al 23% in peso. La lolla ha una consistenza molto dura e leggera, con una densità di circa 135-140 Kg./m3 ed ha ottime caratteristiche espresse nell’imputrescibilità e inattaccabilità dagli insetti. Essendo molto scarso l’apporto nutritivo del prodotto (3,3% di proteine e 1,1% di grassi) non viene generalmente impiegata come mangime per gli animali. Nel campo dell’arredamento, la lolla di riso viene utilizzata, in compound con delle resine, per creare un legno artificiale, adatto alla costruzione di darsene, pontili e arredo urbano esterno in virtù delle elevate proprietà impermeabili, di resistenza al sole, alla pioggia, alla salsedine e alla neve. Nel campo delle costruzioni abitative, la lolla di riso viene impiegata in alcuni processi produttivi: Massetti alleggeriti con spiccate doti di isolamento termo-acusticheMalte di intonaco e di finitura attraverso un mix di lolla di riso, inerti silicei ed argillaPitture da esterno composte da latte di calce e lolla di risoPannelli per pareti da interno ed esterno, per l’isolamento termo-acustico, composti da lolla di riso, ossido di magnesio e amido di soia con la funzione di legante. I prodotti composti dalla lolla di riso, dalla paglia e dalla calce sono leggeri, tenaci, con caratteristiche termiche e acustiche e traspiranti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - bioediliziaVedi maggiori informazioni sulla bioedilizia

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https://www.arezio.it/ - India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
Marco Arezio - Consulente materie plastiche India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
Ambiente

Assediate dall’inquinamento le città Indiane vivono immerse in una caligine permanente.Un poco invidiabile record di inquinamento è detenuto dall’india che, a causa della sua numerosa popolazione, dagli assembramenti urbani e da una politica ambientale non eccelsa, è annoverato tra i paesi che producono maggiore inquinamento atmosferico al mondo. Forse è un fatto di cultura che il problema dell’ambiente non sia molto sentito nel paese, così che le fonti di inquinamento fanno parte della vita quotidiana della popolazione.  L’uso della carbonella per cucinare, il traffico impazzito composto da mezzi di trasporto che non hanno impianti per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, l’abitudine a bruciare la spazzatura specialmente la plastica, le centrali a carbone che sostengono la produzione di energia elettrica, l’incenerimento in campagna delle stoppie per preparare le nuove colture e le emissioni in atmosfera delle fabbriche. In questo momento la Cina, considerata il paese che produceva più inquinamento al mondo, si sta attrezzando per far fronte a un problema che è diventato anche sociale, di salute pubblica, lasciando il triste primato all’India. Le morti per inquinamento sono aumentate da 740.000 decessi del 1990 a 1.100.000 nel 2015, ricoprendo la quarta causa di morte in India, con una progressione in crescita che non vede la fine, in quanto, per ora, un progetto complessivo di riduzione delle fonti inquinanti non si vede ancora. Nonostante sia stato lanciato il progetto Ncap, che prevede la riduzione nelle aree metropolitane del PM 2,5 e PM 10, i risultati attualmente non sono visibili e valutabili. Nel frattempo è arrivato il Coronavirus, che ha imposto il lockdown per alcune settimane facendo chiudere, fabbriche, bloccando i voli aerei, il traffico su gomma, le metropolitane, dando così una tregua ambientale al paese. A seguito di queste restrizioni totali, nel giro di due settimane si è verificato una drastica riduzione delle polveri sottili e degli altri inquinanti solitamente presenti nei cieli Indiani, facendo scoprire nuovi aspetti della natura. In alcune aree del paese, a distanza di centinaia di chilometri, si è tornata ad ammirare la catena Himalayana che, secondo gli abitanti del Panjab, non si vedeva da 20 anni. I bambini hanno potuto godere di una vista meravigliosa su una catena montuosa di cui conoscevano l’esistenza solo sui libri.Approfondisci l'argomento

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https://www.arezio.it/ - rNEWS - DS Smith: l'azienda multinazionale del packaging pensa green
Marco Arezio - Consulente materie plastiche rNEWS - DS Smith: l'azienda multinazionale del packaging pensa green
Notizie Brevi

DS Smith lancia una campagna denominata "per il presente e per il futuro"Secondo quanto riportata da Adn Kronos, Ds Smith, società leader nel settore del packaging multisettoriale ha varato un'iniziativa chiamata "per il presente e il futuro" in cui si impegna concretamente a fare dei passi decisivi verso la sostenibilità della sua filiera produttiva. Vediamo quali.Ds Smith, azienda del packaging sostenibile, lancia oggi la sua nuova strategia di sostenibilità, "Per il presente e per il futuro", che delinea impegni e obiettivi per il prossimo decennio. Ds Smith continuerà a concentrarsi sulla transizione verso un'economia circolare collaborando con clienti, comunità, governi e opinion leader per favorire il riciclo e rigenerare i sistemi naturali, e continuerà a concentrarsi sulla riduzione di CO2 proteggendo la biodiversità e riducendo il consumo di acqua. “E’ fondamentale che la nostra spinta a ridefinire il packaging continui a porre la circolarità al centro del nostro business, in quanto fornitori di soluzioni che rispondono alle nuove esigenze di un mondo in continua evoluzione - dichiara Miles Roberts, Ceo di Ds Smith - La nuova strategia ci consente di andare oltre il nostro solido modello di business circolare, permettendoci di fornire più soluzioni sostenibili ai nostri clienti e alla società in generale, sostituendo la plastica, abbattendo le emissioni di CO2 dalla nostra supply chain e fornendo soluzioni di riciclo alternative". La strategia definisce tre pilastri fondamentali, insieme a un impegno costante per ridurre le emissioni di CO2 del 30% rispetto al 2015 e a una tutela delle foreste e della biodiversità in cui opera. Chiusura del ciclo attraverso una migliore progettazione, entro il 2023 produrrà imballaggi riciclabili o riutilizzabili al 100% e il suo obiettivo è il riciclo o il riutilizzo di tutti i suoi imballaggi entro il 2030. Proteggere le risorse naturali sfruttando ogni fibra: entro il 2025, ottimizzerà l'uso della fibra per le singole catene di approvvigionamento nel 100% delle sue nuove soluzioni di imballaggio ed entro il 2030 mira a ottimizzare ogni fibra per tutte le catene di approvvigionamento. Ridurre rifiuti e inquinamento attraverso soluzioni circolari: entro il 2025 eliminerà 1 miliardo di pezzi di plastica dagli scaffali dei supermercati, toglierà 250.000 camion dalla strada e lavorerà con i partner per trovare soluzioni per gli imballaggi difficili da riciclare. Nel frattempo, entro il 2030 mira a utilizzare gli imballaggi e il riciclo per rendere possibile l'economia circolare, sostituendo plastica, riducendo le emissioni di carbonio dei clienti ed eliminando i rifiuti di imballaggio dei consumatori. Offrire strumenti alle persone per condurre la transizione verso un'economia circolare: entro il 2025 coinvolgerà il 100% del suo personale nell'economia circolare, ed entro il 2030 coinvolgerà 5 milioni di persone nell’adozione di stili di vita adeguati. "Per il presente e per il futuro", spiega Wouter van Tol, Head of Sustainability, Community and Government Affairs, "posiziona Ds Smith in prima linea nel settore del packaging e definisce una chiara tabella di marcia per affrontare le sfide immediate, lavorando allo stesso tempo per soddisfare le esigenze della prossima generazione, creando soluzioni in linea con i principi dell'economia circolare. Adottando un approccio di sistema completo, abbiamo un'enorme opportunità di compiere progressi significativi rispetto alle nostre responsabilità ambientali, sociali e di governance”. A seguito di progressi misurabili rispetto ai suoi nove obiettivi di sostenibilità a lungo termine, la strategia di sostenibilità "Per il presente e per il futuro" è stata introdotta come parte di una visione e di una revisione strategica per raggiungere il titolo di fornitore leader di imballaggi sostenibili. L'anno scorso, Ds Smith ha raggiunto una serie di traguardi di sostenibilità, tra cui una riduzione dell'11% delle emissioni nel 2019 rispetto al 2015 su base omogenea e il 100% di coinvolgimento nei programmi della comunità in tutto il suo sito che impiega più di 50 persone.  Ha prodotto oltre 17 miliardi di scatole nel 2019/20 ed è il più grande riciclatore di carta e cartone d'Europa, gestendo 6 milioni di tonnellate all'anno e riciclando più di quanto consumato. Ds Smith è uno dei 16 partner strategici della Ellen MacArthur Foundation, l'autorità globale riconosciuta sull'economia circolare.By Adn KronosFoto: Ds Smith

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https://www.arezio.it/ - eBook: Ambiente ed Economia Circolare
Marco Arezio - Consulente materie plastiche eBook: Ambiente ed Economia Circolare

30 pillole per riflettere. E' disponibile il nuovo eBook: Ambiente ed Economia Circolare 30 Pillole per Riflettere nella versione in lingua Italiana. Ambiente ed economia circolare sono due lati della stessa medaglia. Non esiste un concetto di ambiente ed ecosistema sostenibile se non riusciamo a realizzare un processo di gestione circolare dei rifiuti che produciamo ed un uso massiccio delle energie rinnovabili. Immaginiamo un grande motore che viene alimentato dalle nostre azioni attraverso una catena di congiunzione che genera la nostra vita. Senza energia non possiamo vivere, ma questo motore deve essere alimentato da azioni della nostra vita che permettano e giustifichino, nel tempo, l'esistenza del circuito. Le azioni sono rappresentate dal un corretto approccio alla gestione dei rifiuti secondo il concetto delle 4R, ridurre, riuso, riciclo e recupero, e dall'uso incondizionato delle fonti di energia rinnovabili. Versione in lingua Italiana L'eBook è possibile acquistarlo su Amazon. Oppure in versione cartacea inviando una richiesta a: info@arezio.it

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https://www.arezio.it/ - La Plastic Tax e le Quotazioni della Borsa
Marco Arezio - Consulente materie plastiche La Plastic Tax e le Quotazioni della Borsa
Notizie Brevi

Come la Plastic Tax potrebbe influenzare l'andamento dei titoli delle società impegnate nella raccolta e lavorazione dei rifiutiLa Plastix Tax che entrerà in vigore in Europa nel corso del 2021 potrebbe creare un circolo virtuoso delle quotazioni in borsa delle società che si occupano di recupero e selezione dei rifiuti, ma un interrogativo per le altre azienda della filiera della plastica. Vediamo cosa ci suggerisce la redazione di FOL.Torna in auge l’argomento plastic tax che aveva tenuto a lungo banco lo scorso autunno. La plastic tax italiana partirà a gennaio 2021 prevede il pagamento di 45 centesimi ogni chilo di plastica di prodotti monouso venduti. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri lo scorso luglio ha puntualizzato in audizione alla Camera dei Deputati che la legge di Bilancio 2021 lavorerà in modo da evitare duplicazioni e oneri eccessivi per le imprese, ossia al fine di evitare una doppia tassazione tra plastic tax italiana e quella europea (anch’essa al via da gennaio 2021). Le ultime indicazioni stampa parlano della possibilità di un allargamento del perimetro della plastic tax anche ai grossisti. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il governo starebbe infatti lavorando all’ipotesi di allargare il perimetro di applicazione della plastic tax anche ai grossisti. Allo studio ci sarebbe anche l’ipotesi di includere gli esercenti dei depositi della grande distribuzione. Il quotidiano che fa capo a Confindustria spiega come nella prossima manovra finanziaria o in un decreto fiscale collegato si cercherà un equilibrio della struttura dell’imposta coerente con il mercato, la definizione univoca dei prodotti su cui applicarla e la riduzione delle procedure e degli oneri amministrativi. I titoli di Piazza Affari che guardano interessati Sviluppi guardati con interesse anche da alcuni player di Piazza Affari. L’applicazione della plastic tax è infatti un driver positivo per gli investimenti in impianti di trattamento e riciclo del rifiuto. Particolarmente esposta Hera (25% Ebitda) che, con l’acquisizione di Aliplast, svolge già da qualche anno attività di produzione plastiche e prodotti riciclati. “I prodotti di questo segmento avranno sempre maggior utilizzo – rimarcano gli esperti di Equita SIM – proprio in ragione dell’introduzione delle tassazioni specifiche che nei prossimi anni i saranno ulteriormente inasprite dalle direttive Europee (in Europa già prevista tassazione a 0,8 euro per Kg)”. Il governo Italiano dovrà inoltre emanare direttiva specifica sulla strategia nell‘economia circolare nei prossimi mesi “dalla quale ci attendiamo una spinta agli investimenti in impianti di trattamento del rifiuto”, aggiunge Equita che indica un’esposizione rilevante anche per A2A (24% Ebitda) ed IREN (18% Ebitda). Meno esposta Acea (5% Ebitda). Articolo dalla redazione di FOL 

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https://www.arezio.it/ - TOTAL acquisisce i punti di Ricarica Elettrici di Blue Point London
Marco Arezio - Consulente materie plastiche TOTAL acquisisce i punti di Ricarica Elettrici di Blue Point London
Notizie Brevi

La società Inglese Blue Point London, che gestisce una parte dei punti di ricarica dei veicoli elettrici a Londra è stata acquisita da TOTALBlue Point London è stata ceduta alla società francese TOTAL secondo quanto dichiarato la stessa Total nell'ultima informativa del gruppo. Continua così la diversificazione dell'azienda di estrazione e trasformazione di idrocarburi nel campo delle energie rinnovabili e della sostenibilità.Total ha firmato l'acquisizione di "Blue Point London" dal Gruppo Bolloré. Con questa transazione, Total acquisisce la gestione e il funzionamento di Source London, la più grande rete di ricarica per veicoli elettrici in tutta la città, che comprende più di 1.600 punti di ricarica su strada. Lanciata nel 2010, l'attuale rete Source London è stata sviluppata in collaborazione con i London Boroughs e attualmente rappresenta più della metà dei punti di ricarica in funzione nella capitale. Le prospettive di crescita di Source London sono supportate dall'ambizione della City di Londra di essere una città a zero emissioni di carbonio entro il 2050, in particolare con l'obiettivo di aumentare di dieci volte il numero di punti di ricarica entro cinque anni.  Total si impegna inoltre ad alimentare questa rete di ricarica con energia elettrica garantita al 100% da fonti rinnovabili, che sarà fornita dalla sua controllata Total Gas & Power Limited.  Già attiva nell'installazione e gestione di reti di punti di ricarica nella regione metropolitana di Amsterdam (Paesi Bassi) e nella regione di Bruxelles-Capitale (Belgio), questa acquisizione nel Regno Unito rafforza la posizione di Total come attore chiave nella mobilità elettrica in Europa. Il Gruppo prosegue così il suo sviluppo nelle principali città europee, in linea con la sua ambizione di operare più di 150.000 punti di ricarica per veicoli elettrici entro il 2025.  "Combinando oggi queste infrastrutture esistenti con il know-how di Total in termini di installazione, funzionamento e gestione delle reti pubbliche di ricarica dei veicoli elettrici, stiamo iniziando una nuova fase, supportando l'espansione della mobilità elettrica a Londra". ha affermato Alexis Vovk, President, Marketing & Services di Total. "In collaborazione con i nostri partner e le autorità locali, saremo in grado di soddisfare sia la forte crescita della domanda di punti di ricarica su strada sia le esigenze di nuove soluzioni di mobilità degli utenti londinesi".  Questo trasferimento di attività non avrà alcun impatto per gli attuali utenti del servizio Source London. Questa transazione dovrebbe essere chiusa entro la fine dell'anno.  Informazioni su Total nel Regno Unito  Total è presente in tutta la catena del valore dell'energia nel Regno Unito. È presente nel Paese da oltre 50 anni e impiega oltre 2.000 persone.  A monte, Total è uno dei principali operatori di petrolio e gas del paese, con una produzione azionaria di 189.000 boe / giorno nel 2019. Proviene principalmente da giacimenti offshore operati in tre zone principali: l'area di Alwyn / Dunbar nel Mare del Nord settentrionale, l'Elgin / Aree di Franklin e Culzean nel Mare del Nord centrale e hub Laggan-Tormore nella zona ovest delle Shetland.  Total è anche entrata nel mercato delle energie rinnovabili eoliche offshore del Regno Unito, con Erebus al largo della costa del Galles e Seagreen al largo della costa scozzese.  A valle, Total è uno dei maggiori fornitori di gas ed elettricità del Regno Unito alle imprese e al settore pubblico. Il Gruppo è inoltre presente nella commercializzazione di prodotti petroliferi tra cui lubrificanti, carburante per aviazione, bitume e fluidi speciali. Info by TOTAL

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https://www.arezio.it/ - Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Il Lavoro di TOTAL sulla Biodiversità
Notizie Brevi

Un comunicato stampa emesso da TOTAL sull'impegno ad un business attento alle esigenze della naturaIl nuovo comunicato stampa da parte del gruppo Francese Total racchiude lo sforzo che la società dichiara di fare per creare un business con il minor impatto ambientale possibile e rispettoso delle leggi ambientali.Sullo sfondo dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Total, che è stata appena riconosciuta come Global Compact Lead dalle Nazioni Unite, si impegna a favore della biodiversità estendendo la sua ambizione in quattro aree principali: 1. Zone di esclusione volontaria: Total si impegna, in riconoscimento del valore universale dei siti del patrimonio naturale mondiale dell'UNESCO, a non condurre operazioni di esplorazione o estrazione di petrolio o gas in queste aree. Total si impegna inoltre a non condurre alcuna esplorazione petrolifera nel ghiaccio marino artico. 2. Nuovi progetti: saranno sviluppati piani d'azione per la biodiversità per qualsiasi nuovo sito situato in un'area di interesse per la biodiversità, ovvero le aree protette IUCN (International Union for the Conservation of Nature) da I a IV e le aree di Ramsar. Inoltre, il Gruppo si impegna ad attuare misure per produrre un impatto positivo netto sulla biodiversità per ogni nuovo progetto situato in un'area IUCN I o II o area Ramsar. 3. Siti esistenti: su ogni sito esistente significativo dal punto di vista ambientale (siti di produzione di esplorazione e produzione, raffinerie, siti petrolchimici, centrali elettriche a gas) che è certificato ISO 14001, verrà implementato un piano d'azione sulla biodiversità. Total riferirà la sua distribuzione alle varie parti interessate. Quando un sito interrompe il suo funzionamento, Total si impegna anche a considerare lo sviluppo di un'area dedicata ricca di biodiversità (ad esempio habitat di specie rare, santuari della biodiversità, ecc.) Come una delle opzioni per la sua riabilitazione. 4. Promozione della biodiversità: come parte del programma Climate, Coastal and Oceans della Total Foundation, Total sosterrà i programmi di sensibilizzazione relativi alla biodiversità, l'educazione dei giovani e le azioni di ricerca. Total si impegna inoltre a condividere i dati sulla biodiversità raccolti nell'ambito dei nostri studi ambientali per i progetti del Gruppo con la comunità scientifica e il pubblico in generale. "La ricca biodiversità del pianeta è minacciata. L'inclusione della biodiversità da parte di Total risale a qualche tempo fa, ma l'attuale degrado dell'ambiente è una realtà che richiede a tutti noi di fare un cambiamento importante, collettivamente e individualmente. Per questo motivo, Total sta facendo un passo indietro per aumentare le sue ambizioni e gli impegni in materia di biodiversità, e questo contribuirà all'ambizione del Gruppo di diventare il maggiore responsabile dell'energia ", ha annunciato Patrick Pouyanné, Presidente e CEO di Total. Total aveva adottato una politica sulla biodiversità entro il 2005, per concretizzare il riconoscimento globale di questi temi da parte del Gruppo. Nel 2016 il Gruppo si è impegnato a contribuire alla realizzazione degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite, compresi quelli legati alla biodiversità. Nel 2018 Total ha firmato l'iniziativa act4nature guidata dall'associazione imprenditoriale francese Association Française des Entreprises pour l'Environnement (EpE). Immagine: by TOTAL

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https://www.arezio.it/ - Radici Group Organizza due Webinar Informativi
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Radici Group Organizza due Webinar Informativi

Radici Group comunica due date in cui verranno organizzati due webinar che avranno lo scopo di aggiornare i clienti sulle novità aziendali riguardanti le poliammide.RadiciGroup High Performance Polymers – multinazionale attiva nello sviluppo e nella produzione di polimeri per uso ingegneristico – presenta le sue ultime novità nel corso di due webinar, in collaborazione con la piattaforma digitale di UL Prospector. Durante la prima sessione (14 Ottobre), gli esperti di RadiciGroup si focalizzeranno sulle soluzioni innovative destinate all’e-mobility, sulle poliammidi ad alta temperatura e sulla progettazione di componenti strutturali avanzati. Il webinar in programma il 28 Ottobre sarà dedicato alla Sostenibilità, con una panoramica sui gradi di poliammide contenenti materie prime da riciclo post industrial. Inoltre, particolare attenzione sarà rivolta ai nuovi trend e alle sfide poste dal mercato elettrico/elettronico. Clicca qui per maggiori informazioni e per la registrazione ai webinar (in lingua inglese): Webinar 14 October 9.00 a.m. EDT (3.00 p.m. CEST) Innovative polymers solutions in a fast evolving market – Part one https://knowledge.ulprospector.com/10931/pe-webinar-innovative-polymers-solutions-in-a-fast-evolving-market-part-one/ Webinar 28 October 9.00 a.m. EDT (2.00 p.m. CET) Innovative polymers solutions in a fast evolving market – Part two https://knowledge.ulprospector.com/10992/pe-webinar-innovative-polymers-solutions-in-a-fast-evolving-market-part-two/Se desideri inviare un articolo per la pubblicazione clicca qui.

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https://www.arezio.it/ - Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
Ambiente

Si parla tanto di investimenti per l’economia circolare ma il capitale cerca sempre scorciatoieSembreremmo ormai entrati in una fase di sicuro interesse verso l’economia verde, di startup innovative che si occupano di agricoltura eco sostenibile, di scoperte per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, dei mari e dei suoli, di una mobilità con una bassa impronta carbonica… ma è proprio così?  Nonostante la Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen, abbia tracciato una strada chiara e univoca su un modello di sviluppo più compatibile con le esigenze della terra e, nonostante dall’altra parte dell’oceano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, stia remando in senso opposto ritirando addirittura il suo paese dall’accordo di Parigi sul clima, il mondo degli affari tiene il timone dritto decidendo come e dove investire il denaro a disposizione. Infatti, al di là dei proclami statali e dei movimenti di opinione della gente, i soldi si muovono nell’interesse del profitto che, a volte, si può incrociare con i gli interessi della politica e dell’opinione pubblica e a volte no. Non si può dire che il business sociale esista, in quanto i soldi vengono investiti oggi con orizzonti temporali sempre più corti rispetto agli anni, ai decenni o al secolo scorso. Complice l’informatizzazione dei sistemi economici, gli investitori scommettono su attività che si auspicano avere dei ritorni di profitto molto alti in tempi estremamente ristretti. Un esempio lo possiamo vedere osservando l’andamento di alcuni titoli tecnologici e di servizi legati al web, come Google, Apple, Amazon, Tesla, solo per citarne alcuni, che hanno incrementato il loro valore durante il periodo dell’esplosione del Covid in modo del tutto sorprendente, in uno spazio di tempo estremamente limitato, con valori di crescita a due cifre percentuali. Questo è difficile che succeda in un’economia tradizionale, ed è sempre più consueto vedere come i capitali mondiali si rivolgano a business con crescite esponenziali in periodi ristretti. Come è possibile attirare investimenti su progetti green che debbano cambiare o risolvere le anomalie produttive, di consumo o di mobilità che affliggono il nostro pianeta, i cui progetti hanno bisogno di anni o decenni per essere realizzati? Interessa a qualche investitore portare l’acqua potabile in alcune metropoli, come Mumbai, in cui il ritorno dell’investimento sarebbe assicurato ma a fronte della costruzione di una rete idrica i cui tempi sarebbero ovviamente lunghi? Sembrerebbe di no, infatti ogni giorno centinaia di camion portano l’acqua in città, emettendo tonnellate di Co2, ma non si trovano capitali per ammodernare la rete idrica e ridurre l’inquinamento atmosferico. Questo è solo un esempio del paradosso della finanza, che influisce sul mantenimento di sistemi inefficienti e inquinanti, nonostante si dispongano di risorse e di mezzi per risolvere i problemi ambientali. Approfondisci l'argomento

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https://www.arezio.it/ -  E-waste: il riciclo della sopravvivenza
Marco Arezio - Consulente materie plastiche E-waste: il riciclo della sopravvivenza
Economia circolare

E-waste: quando il lavoro pericoloso viene fatto dai poveriComputer, frigoriferi, televisori, telefonini, batterie, cavi, forni a microonde, condizionatori e schermi, sono questi i rifiuti elettronici da cui si ricavano i metalli preziosi per essere rivenduti. Ma per disfare i rifiuti elettronici (RAEE) in modo economico e senza vincoli ambientali si è creata un’economia clandestina fatta di persone alla soglia della sopravvivenza che per pochi soldi passano dalla disperazione ad una pericolosa quotidianità. Di siti sparsi nel mondo ce ne sono tanti, dai più vicini all’Europa come la Palestina ai più lontani come le periferie delle grandi città Africane o del sud est Asiatico. Il filo conduttore di questi traffici hanno motivi comuni, si creano piccole, ma numerose discariche abusive,  che sfuggono al blando controllo delle autorità locali (in alcuni casi i controlli non esistono proprio), nelle quali vengono riversati questi oggetti provenienti dal consumismo moderno venendo smontati per recuperare ciò che di valore c’è all’interno. I metodi di riciclo dei rifiuti elettronici sono arcaici e creano un tasso di inquinamento altissimo a causa della dispersione nel terreno degli acidi delle batterie, dei liquami che derivano dall’incenerimento dei cavi in plastica che avvolgono i trefoli di rame, dall’inquinamento dell’aria a causa di questi fumi che, giorno dopo giorno, oscurano i cieli in cui abitano le stesse famiglie dei lavoratori. Ma cosa si trova all’interno di un telefonino? – ABS 30% – Rame 15% – Resine epossidiche 8% – Ferro 3% – Silicone 10% – Ceramica 16% – Altro 18% Le popolazioni povere che vivono di questa economia sommersa subiscono l’incremento dei tumori, l’elevato tasso di piombo nel sangue, l’avvelenamento dei raccolti a causa di terreni ormai compromessi dagli agenti chimici sversati quotidianamente. I controlli da parte delle autorità in molti casi sono inesistenti in quanto la povertà di alcune zone del nostro pianeta sembra giustifichi un’economia corrotta e ammorbante, dove viene preposta la sopravvivenza immediata rispetto agli effetti di medio periodo dell’inquinamento sulle persone e sull’ambiente in cui abitano. La teoria del poter “mangiare oggi” sembrerebbe un placebo a tutti i mali, senza considerare che le tecniche e gli impianti per un riciclo corretto dell’e-waste evidentemente ci sono ma il mercato preferisce lucrare un prezzo di riciclo più basso sulle spalle della gente povera, senza ulteriori prospettive e soprattutto silenziosa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - e-waste - RAEE - rifiuti elettroniciVedi maggiori informazioni sull'eWaste

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https://www.arezio.it/ - Otto Rohm: il Pioniere del Mondo della Plastica
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Otto Rohm: il Pioniere del Mondo della Plastica
Informazioni Tecniche

Il visionario che studiò le “PMMA” e brevettò il Plexiglas Come tutti i pionieri illustri nel mondo della plastica anche Otto Rohm è una figura che non si può circoscrivere alla figura di un geniale inventore di un prodotto che ha fatto epoca. La sua preparazione chimica e la sua determinazione alla conoscenza hanno caratterizzato la sua vita spingendolo a studiare e a capire in prima persona i misteri che allora aleggiavano nella chimica industriale. Otto Rohm nasce il 14 Marzo 1876 a Ohringen, nell’attuale Germania, compie i primi studi di base e poi all’età di 15 anni viene impiegato come aiutante presso una farmacia. Questa dura formazione lavorativa lo temprano sia nel rigore lavorativo sia nella curiosità e nella conoscenza della chimica di base. Consegue dopo alcuni anni l’abilitazione alla professione di farmacista che gli permette di iscriversi all’università di Tubinga, presso la facoltà di chimica, raggiungendo la laurea nel 1901, presentando la tesi “Sui prodotti di polimerizzazione degli acidi acrilici”. Nonostante l’interesse per i polimeri le sue prime esperienze lavorative e di ricerca furono fatte nel mondo della conceria con lo studio sugli enzimi, sviluppando un innovativo processo per la mordenzatura del cuoio. Produsse un prodotto chiamato Oropon che permetteva un processo più igienico e dai risultati migliori. Fu un risultato commerciale di grande livello che impegnò Otto Rohm nella costituzione di una società commerciale nel 1907 con il socio Otto Haas. Gli studi sugli enzimi continuano e ne scaturiscono soluzioni innovative applicate al mondo dei detersivi, delle bevande, dei cosmetici e dei preparati farmaceutici. Nello stesso periodo i suoi laboratori di ricerca stanno lavorando sugli acrilati e verso la fine degli anni 20 anche sui metacrilati. Il direttore del laboratorio Walter Bauer inizia gli studi e le sperimentazioni sull’uso dei metacrilati come vetro stratificato. Proprio attraverso questi studi che nasce il PMMA con le qualità, a lungo ricercate, di trasparenza e durezza al contrario degli acrilati, creando così il famoso Plexiglas.Categoria: notizie - tecnica - plastica - plexiglass - storia foto Evonik Industries AG

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https://www.arezio.it/ - L’economia circolare sarà messa in ginocchio dalla caduta del prezzo del petrolio?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche L’economia circolare sarà messa in ginocchio dalla caduta del prezzo del petrolio?
Economia circolare

Ci sono relazioni tra ambiente, economia circolare ed energie rinnovabili con le quotazioni del barileIl mondo, negli ultimi anni, ha fortemente spinto per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, che sono tra le cause principali dell’inquinamento, del degrado della salute umana, della distruzione dell’ecosistema, dei cambiamenti climatici, di un potere economico concentrato in poche mani che influenza la vita di miliardi di persone. Ma ora, potrebbero cambiare gli equilibri e il lavoro fatto fino a oggi. Non si era mai visto, da quando si era iniziato il monitoraggio delle quotazioni petrolifere, che il prezzo del WTI, il greggio che viene prodotto negli Stati Uniti, avesse un valore di mercato negativo: – 37,63 dollari. Si, non c’è un errore, è proprio così. Il mercato americano del petrolio, in questo momento, sarebbe disposto a pagare i clienti che potessero ridurre le sue scorte, avendo oggi un oggettivo problema di stoccaggio se la domanda di greggio dovesse rimanere sulle quantità odierne. Non fanno festa, però, nemmeno in Europa dove la quotazione del Brent del mare del nord è intorno a 27 dollari al barile e le prospettive per i prossimi mesi, a sentire gli esperi energetici, non sono delle più rosee. In effetti il blocco delle auto, delle navi, degli aerei e delle fabbriche nel mondo, a causa del coronavirus, ha distrutto la domanda di greggio facendo salire in modo esponenziale le scorte, con la conseguenza di non sapere più dove mettere le nuove produzioni di greggio. Inoltre, il taglio della produzione di 10 milioni di barili al giorno, deciso dai paesi aderenti all’OPEC +, non ha dato i frutti sperati in quanto il calo della domanda è risultata superiore ai tagli. In questo scenario complesso, oltre alla crisi del comparto petrolifero, che vede remunerativo il costo minimo del greggio tra i 30 e i 60 dollari al barile, in base alle tipologie di estrazione che impiegano, il comparto dell’economia circolare, delle energie rinnovabili e dell’ambiente intravede all’orizzonte dei seri problemi. Possiamo citarne alcuni: In molti paesi, a causa della pandemia, sono ritornati in uso i prodotti plastici monouso, che vanno dai sacchetti, ai piatti, ai bicchieri e alle posate. Questi prodotti, se dispersi nell’ambiente, sono imputati quali una tra le principali cause della formazione di micro e nano plastiche che vengono dispersi negli oceani, nei fiumi e nei mari, entrando, attraverso la catena alimentare nei nostri corpi con tutte le conseguenze sanitarie che implicano. L’industria automobilistica è stata duramente colpita dalla pandemia. Il blocco delle produzioni in tutto il mondo, ha causato il crollo delle entrate finanziarie ai produttori di auto, camion e machine industriali. Negli ultimi anni le aziende si stavano dedicando al delicato passaggio della produzione dai motori termici a quelli elettrici, con grandi investimenti programmati. Questi investimenti erano necessari per rientrare nei valori massimi di emissioni decise dai governi, soprattutto quelli Europei, al fine di contenere il riscaldamento globale. Ora, il settore auto si sta chiedendo se non sia il caso di spostare di 5 anni almeno la data per il raggiungimento, dal punto di vista industriale, di questi valori. Il mercato del riciclo delle materie plastiche ha già vissuto un anno difficile nel 2019, con una netta concorrenza sui prezzi da parte del comparto delle materie prime vergini. Nonostante molti stati nel mondo stiano adoperandosi per promuovere il riciclo dei rifiuti plastici che quotidianamente si producono, questo non si traduce in supporti reali all’industria del riciclo. La competizione che esiste tra i prezzi delle materie prime plastiche vergini con quelle rigenerate non è educativa, socialmente utile ed economicamente vantaggiosa per i governi, che hanno la responsabilità di gestire e trovare soluzioni corrette allo smaltimento dei rifiuti. Con il crollo dei prezzi del petrolio che stiamo vedendo in questi giorni, ci si può aspettare che le quotazioni dei polimeri vergini diventino, definitivamente e in ogni settore, più competitivi di quelle dei polimeri rigenerati. Questo bloccherebbe il mercato della lavorazione dei rifiuti plastici con la creazione di un enorme problema ambientale ed economico. Il grande sforzo fatto per incrementare la produzione delle energie rinnovabili, quale il solare, l’eolico, le biomasse, il geotermico e tutte le altre fonti in fase di studio e progettazione (energie dalle maree, dalle onde, dalle differenze di temperature dell’acqua, dall’idrogeno, dalla fusione nucleare e altre fonti) si potrebbero impattare con dei conti economici di produzione non più in linea rispetto al costo attuale del greggio. Pur sapendo che la lungimiranza tecnico-politica direbbe che le energie alternative al petrolio, in quanto rinnovabili, rimarranno nella nostra vita senza mai esaurirsi, le lobbies potrebbero giocare un ruolo determinante in questi periodi, per rallentare la spinta verso le energie rinnovabili. Ci auguriamo che il buon senso possa far capire che l’economia circolare, l’ambiente e le energie rinnovabili sono i pilastri della nostra vita su cui non si dovrebbe discutere per metterli in difficoltà.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - petrolioVedi maggiori informazioni sull'Economia Circolare

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https://www.arezio.it/ - L’arte con lo scarto dei rifiuti
Marco Arezio - Consulente materie plastiche L’arte con lo scarto dei rifiuti
Economia circolare

Zehra Dogan un artista che con il “nulla” ha creato un’arte espressiva, coinvolgente e terapeuticaI rifiuti, gli scarti e i prodotti da riciclare diventano mezzi di espressione artistica per Zehra Dogan un artista che con il “nulla” ha creato un’arte espressiva, coinvolgente e terapeuticaPer un artista e per la sua arte, i materiali sotto forma di colori, matite, tele, fogli, materiali da plasmare ed attrezzature per lavorarli, sono il mezzo scontato per esprimersi attraverso il proprio talento. Ma Zehra Dogan, artista Curda di nazionalità Turca, non aveva i mezzi scontati dei pittori, ma aveva l’arte di creare l’arte, con qualsiasi cosa che poteva lasciare un segno sulla carta di giornale, sulla stoffa di magliette rotte, su lenzuola da buttare, su cartoni da imballo e su tante altre cose consumate e senza vita, adatte alla discarica. Se non disponeva dei supporti tradizionali per esprimersi, non disponeva nemmeno dei mezzi tradizionali per disegnare o dipingere, niente matite, pennelli, carboncini, colori, diluenti, spatole e tutto quello che serve ad un artista per creare la propria arte. Ma come ha fatto Zehra Dogan dal nulla a creare la sua arte, che è una medicina per le menti di chi guarda le sue opere? Il desiderio espressivo dirompente, in condizioni di prigionia nelle carceri Turche, ha permesso all’artista di creare opere utilizzando i propri capelli, i resti del te, la curcuma, le bucce della frutta, la cenere delle sigarette, il mestruo, i fondi del caffè, il limone e molte altre cose che trovava tra i rifiuti del carcere. Molte opere di Zehra riguardano le donne, tutte le donne che vivono in condizioni di scarsa libertà, di scarsa indipendenza e di scarsa considerazione, riportando al centro dell’attenzione un femminismo positivo, attraverso il tentativo di valorizzare la figura della donna nella famiglia e nella società, ad un livello paritetico, ma differente, rispetto all’uomo. Il superamento del sessismo nella vita quotidiana, nell’arte, nei media e nel lavoro, lo vive attraverso l’impegno artistico e giornalistico con la prospettiva di dare voce alle donne che non l’hanno. Nata a Diyarbakir, in Turchia, nel 1989, ha frequentato la facoltà di arte e Design di Dicle, ottenendo il diploma, trovandosi ad esprimere i concetti del suo femminismo attraverso l’arte e il giornalismo, con l’intento di contribuire a migliorare le condizioni delle donne in una società maschilista. Dopo la condanna a 2 anni e 9 mesi terminata nel 2019, Zehira, lascia la Turchia e si trasferisce a Londra dove espone alla Tate Modern. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - arte - rifiuti

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https://www.arezio.it/ - Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
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La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odoriIn un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare rMIX è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione.Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.Controllo analitico degli odori in laboratorioOggi abbiamo comunque la possibilità, attraverso una strumentazione di laboratorio, che unisce l'attività di un gascromatografo (GC) e uno spettrometro a mobilità ionica (IMS) di avere un quadro preciso sull'intensità e sulla natura degli odori che provengono dal rifiuto da riciclare o dalla scaglia o granulo prodotti dalle plastiche post consumo. Questo strumento ci aiuta ad individuare i componenti molesti dal punto di vista odoroso nei rifiuti in ingresso, ma anche sulla materia prima prodotta o sui prodotti finali realizzati con la plastica riciclata, così da stabilire azioni correttive o, con il cliente, un range analitico e non opinabile, del livello odori nei prodotti ed accettato dalle parti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - post consumo

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https://www.arezio.it/ - Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Economia circolare

Togliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiutoNon è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiutoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.arezio.it/ - Fibra elastica di poliuretano: storia, produzione ed applicazioni
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Fibra elastica di poliuretano: storia, produzione ed applicazioni
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Fibra elastica in poliuretano: dagli anni 30 del secolo scorso alla chimica dell’abbigliamento elasticizzato modernoSe vogliamo dare una definizione di cosa sia la fibra di poliuretano possiamo dire che è una sostanza chimica sintetica caratterizzata da un comportamento simile alla gomma. Questa fibra è formata da una catena molecolare composta da segmenti molli, detti glicoli, intervallati da segmenti rigidi detti isocianati. La fibra di poliuretano nasce intorno al 1937 quando la tensione politica-militare in Europa rese più difficile il commercio delle materie prime, infatti fino ad allora gli elastomeri erano prevalentemente naturali, importati dal sud America e dal Sud Est Asiatico. Come si può leggere nell’articolo presente nelle NEWS sulla storia della gomma naturale, questa era un elemento conosciuto fin dai tempi dei Maya e utilizzato in tutto il mondo in diversi settori. La vera svolta nel campo dei tessuti avvenne nel 1823 quando Charles Macintosh, brevettò un composto fatto di gomma naturale e di oli, adatto all’impermeabilizzazione dei tessuti e, successivamente nel 1830, Thomas Hancock, sottopose il composto gommoso ad azioni meccaniche, mischiando additivi oleosi, cariche e pigmenti, così da rendere industrialmente lavorale in macchina il compound. Fu un tale successo che le esportazioni dal Brasile della gomma naturale aumentarono in modo esponenziale, passando da poche centinaia di tonnellate del 1846 a più di 10.000 nel 1880. Fu così che gli inglesi fiutarono il business e nel 1876 ottennero, da alcuni semi importati dal Brasile, duemila piantine di Hevea Brasilienis, che furono inviate poi nell’attuale Sri Lanka per essere ripiantate. Questo intervento botanico Inglese fece nascere una fiorente produzione, attiva ancora oggi, in Malaysia, Indonesia e Thailandia, area nella quale si produce oggi l’80% della gomma naturale. Negli anni 30 del secolo scorso, periodo nel quale la ricerca chimica stava facendo passi enormi, iniziarono i primi studi per creare una gomma sintetica replicabile in qualunque paese al mondo, senza dipendere dall’importazione della materia prima naturale. Gli studi più interessanti del periodo furono eseguiti dalla tedesca Bayer e fu così che nel 1939, Paul Schlack, sintetizò un polimero con alte proprietà elastiche, ma si dovette attendere la fine della seconda guerra mondiale per vedere la produzione, nel 1951, della prima fibra poliuretanica attraverso il processo di filatura ad umido. Anche negli Stati Uniti la ricerca portò l’azienda DuPont, a seguito di importanti investimenti fatti sulla fibra elastica in poliuretano, nel 1959, a produrre la fibra poliuretanica elastica, attraverso il processo di filatura a secco, che mise sul mercato nel 1962. La vera esplosione della produzione di questi filati avvenne alla fine degli anni 60 del secolo scorso, quando si diffuse la moda della minigonna e il relativo uso delle calze da donna. Come viene prodotta e lavorata la fibra in sintetica in Poliuretano? La fibra elastomerica sintetica è prodotta estrudendo il polimero poliuretano in soluzione o fuso, utilizzando una filiera di un impianto di filatura meccanica. Vi sono normalmente quattro metodologie per la produzione della fibra: Filatura a umido consiste nell’estrusione del polimero in bagno d’acqua calda, formando il filo per coagulazione, ed il successivo lavaggio, essiccazione, lubrificazione e avvolgimento in bobina. Filatura a secco è indubbiamente il sistema più usato al mondo e consiste nell’estrusione del polimero in una cella cilindrica verticale all’interno del quale è presente un gas caldo, che normalmente è azoto. Il filo passa dalla cella e viene successivamente lubrificato, con olio siliconico o stearato di magnesio e poi arrotolato su una bobina posta alla fine di essa. Filatura per fusione consiste nella plastificazione di granuli in un estrusore creando una messa fluida, la quale viene fatta passare attraverso una filiera in verticale che si incontra con un flusso di aria fredda che porta alla solidificazione della materia prima. Il filo in uscita, viene poi lubrificato e avvolto su bobine. La filatura per fusione, tra i quattro processi presentati, è sicuramente quello a più basso impatto ambientale in quanto non richiede solventi e ha una necessità minore di energia. Filatura reattiva consiste nell’estrusione del pre-polimero in un bagno di soluzione contenente ammine polifunzionali. Le parti di isocianato che costituiscono la materia prima reagiscono con le ammine formando un poliuretano a più alto peso molecolare. È una tecnologia oggi poco usata a causa delle basse caratteristiche elastiche del filo rispetti ad altri procedimenti produttivi. Quali sono le applicazioni principali della fibra in poliuretano? Gli utilizzi di questa fibra sono molteplici, quindi raccogliamo solo alcune indicazioni di produzione degli articoli: – Tovaglie – Copri divani – Calze per uso chirurgico – Bende elastiche – Calze a compressione graduata – Pannolini – Tute per attività sportiva – Mute da sub – Pantaloni da sci e pantacollant – Jeans e altri tessuti elasticizzati – Corsetteria – Calzini e collant – Nastri elastici – E molti altri articoliCategoria: notizie - plastica - economia circolare - PU - fibra elastica

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https://www.arezio.it/ - Energia dal carbone: perché la Cina continua a costruire nuove centrali?
Marco Arezio - Consulente materie plastiche Energia dal carbone: perché la Cina continua a costruire nuove centrali?
Ambiente

Energia dal carbone: Una pessima notizia per l’ambiente questo amore per il carbone. Non potevamo aprire nel peggiore dei modi questo 2020 ripensando al disastro, in termini ambientali, di un 2019 dove, nonostante le problematiche dei mutamenti climatici hanno campeggiato su tutti i giornali, media, social e piazze, queste non hanno ottenuto un minimo risultato positivo. Possiamo dire francamente che nella conferenza di Madrid di fine anno non solo non si sono fatti passi avanti, ma ne sono stati fatti molti indietro. Gli Stati Uniti che vogliono uscire dall’accordo sul clima, la Cina, l’India, il Brasile, la Russia e la Polonia che spingono per modificare, a loro modo, i punti dell’accordo di Parigi sul clima. Se prendiamo ad esempio la Cina, per la quale abbiamo speso parole di elogio negli ultimi anni per l’impegno che stava mettendo in campo ambientale, sembrava avviata ad una nuova leadership a seguito di numerose e coraggiose scelte prese dal governo. La sospensione dell’importazione dei rifiuti del mondo, la costruzione dei parchi solari, tra i più grandi mai visti, l’avvio della produzione di mega impianti a biomassa, l’accelerazione dei progetti per la costruzione delle centrali a fusione nucleare e i progetti sull’idrogeno, ci facevano ben sperare. La Cina sembrava diventata un laboratorio impegnato in molti campi, che aveva l’obbiettivo di produrre energia da fonti rinnovabili, potendo diventare un esempio per il mondo, sapendo di essere stato uno dei paesi più inquinati sulla terra. E il carbone? Sembrava anch’esso destinato ad essere travolto da questa nuova visione ecologista del governo di Pechino, confortati dal fatto che buona parte dei problemi ambientali che strozzavano le megalopoli Cinesi erano dati dal traffico e dall’uso del carbone nella produzione industriale, sul quale il governo era intervenuto con mano ferma. Forse ci siamo sbagliati, ma sembra che per il carbone ci sia una nuova vita, quindi non più un uso parcellizzato per la produzione di energia nelle singole unità produttive, ma impianti di grandi dimensioni che producano energia elettrica ad uso civile ed industriale. In parole semplici delocalizzare fuori dalle città l’inquinamento prodotto dal carbone. Ma purtroppo sappiamo che i Cinesi fanno sempre le cose in grande, infatti, secondo le indicazioni dell’organizzazione no-profit Global Energy Monitor, sono in via di costruzione nuove centrali a carbone per una potenza pari a 148 GigaWatt, che corrisponde alla potenza installata su tutto il continente Europeo. Se sommiamo questa nuova capacità inquinante a quella proveniente dalle vecchie centrali Cinesi già in funzione, che secondo le informazioni dell’International Energy Agency (IEA) ammontano a circa 1000 GigaWatt, ci dobbiamo preoccupare? Direi che la produzione di energia dal carbone è davvero una pessima scelta ambientale, in quanto a parità di rendimento energetico, il carbone produce il doppio dei gas serra rispetto ad un’altra fonte fossile come il gas naturale. Siamo portati quindi a pensare che, nonostante sia del tutto lecito per ogni paese decidere di adeguare la propria produzione energetica rispetto alla domanda interna, la scelta “green” della politica energetica cinese non sia troppo “green”, ma dettata da scelte puramente economiche e di trovare immediate soluzioni ai problemi. La costruzione di nuove centrali a carbone, è sicuramente meno impegnativa, dal punto di vista tecnico ed economico, rispetto alla riconversione a biomassa delle vecchie o alla costruzione di nuove centrali totalmente a biomassa, dove l’approvvigionamento ai rifiuti urbani comporta una organizzazione a monte molto importante. Ma quanto costa la riconversione di una vecchia centrale a carbone? Secondo le informazioni disponibili e considerando le tecnologie ora sul mercato, sembrerebbe che il costo si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari per ogni GigaWatt trattato. Quindi, avanti con la produzione di energia rinnovabile, ma avanti anche con l’utilizzo del carbone per soddisfare la crescente richiesta di energia, senza preoccuparsi troppo di trovare una nuova soluzione al problema del riscaldamento globale. Non è solo la Cina che non vuole lasciare il carbone, ma anche paesi Europei come la Polonia, la Grecia e la Repubblica Ceca che stanno facendo del problema, una questione di finanziamenti da parte della comunità Europea, giocando in una posizione comoda ed attendista. Ma se il denaro governa sulle scelte ambientali, nonostante le larghe proteste delle piazze, il continuo susseguirsi dei fallimenti nei vertici politici sull’ambiente, potrebbe ingenerare, nell’opinione pubblica una pericolosa rassegnazione. I livelli degli oceani che si alzano facendo intravedere, in un futuro vicino, la scomparsa di larghi territori abitati, la perdita di habitat naturali per molte specie causati dai cambiamenti climatici, le diffuse siccità in altre zone del continente che innescano povertà e migrazioni di massa, l’aumento di malattie legate al clima, l’inquinamento che è entrato a tutti i livelli nella nostra catena alimentare e che velocizza la cronicità di malattie ormai epidemiche, sono questioni all’ordine del giorno ma pare che nessuno voglia risolvere veramente. Tutti argomenti che la popolazione mondiale sembra ormai vedere come l’ineluttabile destino della specie, acquisendo una sfiducia verso la classe politica ed industriale che non vuole vedere l’evidenza delle cose. La gente si è resa conto che le associazioni ambientaliste, il movimento delle masse, come mai era avvenuto prima del 2019, non riescono ad aprire quel collo di bottiglia di burocrati legati agli interessi nazionali, quando la catastrofe ambientale riguarda tutto il mondo. Se subentra davvero la rassegnazione non avremo scampo.Vedi maggiori informazioni

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