MONTAGNE DI RIFIUTI LASCIATI SULL’HIMALAYA DA SEDICENTI ALPINISTI

Lunedì, 11 maggio 2020 | Ambiente
Marco Arezio - Consulente materie plastiche - Montagne di rifiuti lasciati sull’Himalaya da sedicenti alpinisti

L’alpinista è prima di tutto un fautore della conservazione integrale dell’ambiente. Chi sono questi “signori”?

I Cinesi sono stati impegnati in una campagna di pulitura dei campi base dell’Everest dove una discarica faceva compagnia alle maestose pareti. Hanno raccolto 8,5 tonnellate di rifiuti lasciati sul posto dalle spedizioni commerciali, turisti alpini improvvisati, che si arrogano il diritto di violentare la natura per il solo fatto che hanno pagato per poter dire: c’ero anch’io.

Si è molto parlato dei mari invasi dai rifiuti che vengono abbandonati dall’uomo sulle spiagge, dalle navi, nei fiumi e che arrivano tutti nei mari e negli oceani. Ci siamo molte volte indignati nel vedere le tartarughe impigliate nelle reti abbandonate, nelle plastiche trovate negli stomaci dei pesci, nel tappeto di microplastiche che galleggiano, formando isole infernali. 

Ma poco si è parlato di un altro ecosistema sottoposto alla violenza e all’inquinamento: le montagne e in particolare le catena Himalayana, che viene percorsa ogni anno da un’orda di spedizioni commerciali che vengono organizzate per portare aspiranti alpinisti in vetta agli 8000.

Queste spedizioni reclutano un numero sempre più consistente di partecipanti assicurando loro vitto e alloggio, trasporto dei pesi, il tracciamento della via verso la vetta, attrezzando tutta la salita e assistendoli con un “rinforzo” di ossigeno quando cominciano ad ansimare.

La velocità delle spedizioni, data anche dalle finestre di tempo stabile, dai permessi concessi per salire le montagne, dalla convivenza degli spazi con altre spedizioni e dal reclutamento di nuovi partecipanti per nuove salite, ha comportato, negli anni, l’abbandono continuo di rifiuti di tutte le tipologie, da quelli umani a quelli tecnici a quelli di supporto logistico.

I cinesi, che sono coinvolti per le salite dal loro versante, si sono posti il problema ambientale dei campi base ai piedi delle montagne. Hanno organizzato un gruppo di raccolta della spazzatura abbandonata che ha portato a valle 8,5 tonnellate di rifiuti. Di questa quantitĂ  5,2 tonnellate erano rifiuti domestici, mentre 2,3 erano rappresentate da feci umane.

Anche il Nepal e l’India si stanno ponendo il problema dell’inquinamento crescente nelle zone di alta quota, ma fanno fatica a rinunciare ai fiorenti compensi che derivano dai permessi delle scalate.

Il Nepal ha imposto una cauzione di 4000 dollari, per spedizione, se i partecipanti non riportano a valle almeno 8 Kg. di rifiuti a testa, ma sinceramente, sono solo palliativi, in quanto il costo globale di una spedizione commerciale può assorbire senza il minimo trauma questa multa.

Forse, a questo punto ci dobbiamo chiedere se la montagna deve essere per forza accessibile a tutti, con tutti i mezzi e, inoltre, chi è un alpinista?

Le aree di alta quota sono state tra l’inizio degli anni 70 e la fine degli anni 80 del secolo scorso, il campo d’azione delle aspirazioni dei giovani alpinisti di allora, che sperimentavano, dopo l’epoca degli anni 50 e 60 fatto di un alpinismo “militare” e massicciamente organizzato, un confronto leale con la montagna e le sue estreme difficoltà, senza l’uso di centinaia di portatori, senza l’uso dell’ossigeno e senza l’uso di alpinisti che attrezzavano la salita a chi sarebbe andato in vetta.

Si era sviluppato un alpinismo che rispettava le montagne, dove la misurazione dei propri limiti era leale e l’ambiente solitario e intonso, creava un nuovo mondo, fatto di riscatto personale e venerazione per le ultime aree sfuggite alla manipolazione umana.

L’8 maggio 1978 Reinhold Messner e Peter Habeler hanno incarnato le speranze del nuovo alpinismo ecologista, raggiungendo la vetta dell’Everest senza ossigeno e con una spedizione leggera.

“Ci dicevano che eravamo matti con tendenze suicide – ha ricordato in un’intervista all’Ansa Messner – con la nostra impresa abbiamo smentito la scienza, che sosteneva che oltre gli 8.500 metri fosse impossibile resistere, che saremmo di certo morti. Noi, invece, siamo saliti a quasi 8.900 metri, per poi scendere al campo base sani e salvi“

Messner continuò il suo alpinismo alla ricerca dei suoi limiti fisici e psicologici riuscendo, per primo, a salire tutte le vette oltre gli 8 mila, portando nel mondo un messaggio chiaro: con la montagna non si deve barare, la sfida è tra te e l’ambiente naturale, senza aiuti esterni.

Le montagne in quota dovrebbero essere come le riserve naturali marine, chiuse al pubblico pagante, e accessibili solo ad esperti che ne ripettino la storia, l’ambiente e si preoccupino del loro futuro.

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