Cosa la Storia del PET può Insegnare al Packaging Flessibile

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Conoscere le esperienze di altri settori plastici aiuta a risolvere i problemi in altri.

E’ noto a tutti quanto siano comodi ed efficienti i packaging flessibili per alimenti che hanno negli anni sostituito altri imballaggi alimentari non plastici.

 

Per anni si lodava l’efficienza, la comodità e l’economicità di questi imballi che davano, anche nella grande distribuzione, un risparmio di tempo e di spazio negli scaffali.

Dopo anni di produzione e utilizzo di questi prodotti, ci siamo accorti che le milioni di confezioni che ogni giorno produciamo e utilizziamo nel mondo non trovano una corretta collocazione in quanto non sono riciclabili. Perché?

Per il semplice motivo, che per garantire igiene, ottimo livello di conservazione e durabilità, i tecnici delle produzioni di imballaggi flessibili hanno studiato involucri multistrato e multi prodotto che non possono essere riciclati.

Queste milioni di confezioni al giorno non possono che andare in discarica o nella peggiore delle ipotesi inquinare l’ambiente.

Conoscere la storia è sempre importante per non ripetere gli errori del passato e per trarne un insegnamento, questo ci insegnavano a scuola alla prima lezione di storia.

Se volessimo mettere in pratica questo insegnamento scolastico dovremmo guardarci intorno e vedere cosa la storia della plastica ci può insegnare sul problema della riciclabilità dei prodotti che produciamo.

Infatti il problema non è sempre concentrarci su come riciclare un rifiuto che già c’è ma anche concentrarci nel trovare delle soluzioni industriali che possano produrre un imballo che sia in ogni caso riciclabile, al costo più basso, al consumo energetico minore e con lo scarto ridotto.

La storia, come sempre, per chi vuole guardare, ci dice che già il settore del PET ha percorso questa strada trovando soluzioni che rispondessero a queste domande.

Intorno agli anni 70 ci fu una rivoluzione culturale nel campo delle bottiglie per le bibite, passando dalle confezioni in vetro a quelle di “plastica”, che in realtà erano un miscuglio di varie plastiche, con tappi a vite in alluminio il cui vantaggio era sicuramente la leggerezza e il minor costo verso il vetro, ma di contro la totale impossibilità di riciclo.

Questo oggi sarebbe stato un punto di sicuro insuccesso del lancio di un prodotto ma così non fu in quel periodo in cui si guardava più alla comodità e alla marginalità sulla confezione che ai problemi ambientali.

In questa euforia generale si mise però di traverso uno studio che indicava l’acrilonitrile, elemento costituente la prevalenza della bottiglia, quale possibile prodotto cancerogeno, inoltre l’incenerimento di queste bottiglie inglobate nei rifiuti domestici producevano gas tossici.

La  Coca Cola, nel 1978, a seguito del brevetto depositato dalla DuPont,  iniziò  ad adottare il PET come materia prima per produrre le sue bottiglie ma, non sarebbe bastato un cambio di materiale per risolvere definitivamente tutti i problemi, a monte e a valle della filiera, se non avessero anche pensato cosa farne degli imballi utilizzati dai consumatori.

La standardizzazione dell’utilizzo del PET nelle bibite portò alla grande diffusione del prodotto creando un flusso importante di materiale che poteva essere riciclato per creare prodotti alternativi come tessuti, fibre o corde, contribuendo all’utilizzo massiccio del materiale di scarto.

Oggi ci troviamo davanti alla necessità di convertire la produzione degli imballaggi flessibili a barriera in elementi riciclabili che tengano conto delle esigenze dei prodotti alimentari ma anche del problema dello smaltimento.

Sono stai avviati processi di produzione di imballi flessibili a barriera utilizzando i prodotti della famiglia delle poliolefine ma senza una riconversione industriale globale degli imballi non si può risolvere il problema dei rifiuti.

L’industria del riciclaggio sta facendo grandi sforzi per aumentare le quantità di prodotti da riciclare ma esistono limiti tecnici che non permettono soluzioni convenienti.

Queste possono essere prese a monte dall’industria della produzione che deve mettere sul mercato solo prodotti totalmente riciclabili.

La storia del PET forse può insegnare qualche cosa.

 

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